“La missione dell’uomo” (Johann Fichte – 1794)

«Il fine ultimo dell’uomo è dominare tutto ciò che esiste di irragionevole, assoggettandolo liberamente alla sua ragione. Ma è implicito nel concetto stesso di uomo, come essere finito, che questo fine ultimo sia irraggiungibile, e la via verso di esso infinita. La nostra missione, quindi, non è di raggiungere la meta, ma di avvicinarci sempre più ad essa, con un perfezionamento all’infinito che è il vero compito dell’uomo in quanto uomo, cioè in quanto essere razionale ma limitato, sensibile ma libero. L’uomo esiste per diventare sempre migliore, e per rendere migliore materialmente e moralmente tutto quanto lo circonda, conquistandosi così una felicità sempre più piena e profonda».

«Il perfezionamento di noi stessi attraverso la vita in comune, dovuto cioè all’influenza liberamente accettata degli altri su di noi, e il perfezionamento degli altri mediante la nostra corrispondente influenza su di loro, quale si deve esercitare su esseri liberi, è la nostra missione nella società. Per realizzare questa missione abbiamo bisogno di capacità che possiamo acquisire ed accrescere solo mediante la cultura, e precisamente capacità di due specie: un’attitudine a dare, ossia ad agire sugli altri come si può agire su esseri liberi, e un’attitudine a ricevere, ossia a trarre il miglior vantaggio possibile dall’azione degli altri su di noi».

«Nessun individuo è così perfetto da non poter essere ulteriormente perfezionato da ogni altro uomo. Conosco poche idee più sublimi di questa influenza esercitata dall’intera umanità su se stessa attraverso l’opera di tutti i suoi componenti, di questo fluire incessante di vita, e di questo tendere verso l’alto, di questa appassionante gara per dare e per ricevere quanto di più nobile ci è dato in sorte, di questo universale ingranarsi l’una nell’altra di innumerevoli ruote che hanno come motore comune la libertà, e della bella armonia che da tutto questo risulta».

«Chiunque tu sia, se hai sembianze umane, sei anche tu un membro di questa grande comunità; e per quanto innumerevoli siano i tramiti per cui si va trasmettendo la mia azione, io agisco su di te e tu su di me; nessuno, purché porti nel volto l’impronta della ragione, esiste inutilmente per me. Io non ti conosco né tu conosci me, ma è certo che noi abbiamo in comune la missione di diventare sempre migliori. È certo che alla fine io potrò farti del bene e ricevere benefici da te, e il mio cuore sarà legato al tuo con il più bello dei vincoli, quello del libero e reciproco scambio di bene».

«Fuori di noi c’è un’unione di esseri tale che nessuno può lavorare per se stesso senza lavorare per tutti gli altri, né lavorare per gli altri senza lavorare insieme per se stesso, in quanto il successo di un singolo uomo è un progresso di tutti, l’insuccesso di uno un regresso per tutti».

«Se volgiamo lo sguardo a noi stessi e ci consideriamo protagonisti di questa intima unione degli esseri, allora aumenta il senso della nostra dignità ed ognuno di noi può dire a se stesso: la mia esistenza non è inutile e senza scopo; io sono un anello necessario della grande catena che inizia con l’elevarsi del primo uomo alla piena coscienza della sua esistenza e si protende verso l’eternità. Tutti quei grandi e saggi benefattori del genere umano, dei quali apprendo i nomi segnati nella storia, e quelli ancor più numerosi i cui meriti vivono nelle loro opere senza che si ricordino i loro nomi, tutti questi hanno lavorato per me; io ho raccolto i frutti per cui essi lavorarono; io ricalco, su questa terra che essi abitarono, le loro orme benefiche. Io posso, se voglio, metter mano a quello stesso compito nobilissimo che essi si erano imposti, di rendere sempre più saggi e felici i nostri simili; io posso continuare a costruire da quel punto dove essi dovettero interrompere; io posso portare più vicino al compimento quel tempio magnifico che essi dovettero lasciare incompiuto».

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