di LEONARDO MARZORATI –
Mentre l’opinione pubblica era distratta dal delicato tema della violenza di genere e da spacconate diversive sbraitate da esponenti vari dell’attuale maggioranza (Ignazio La Russa, Francesco Lollobrigida, Gennaro Sangiuliano, ecc.), il 6 novembre scorso il cda di TIM ha accettato l’offerta da 22 milioni di euro del fondo speculativo statunitense KKR per la vendita della sua rete fissa. La rete fissa della vecchia Telecom passa in mani straniere. Non in buone mani, ma in bocca agli squali di Wall Street. La nostra rete telefonica è l’ennesimo caso di gioiello di famiglia venduto.
Gli anni 90 hanno visto nascere la grande stagione delle privatizzazioni. Trasporti, energia, telecomunicazioni ed enti pubblici divenuti fondazioni: tutti questi settori sono passati sotto la scure delle liberalizzazioni. Si è privatizzato penalizzando la comunità a favore del mercato. Pochi capitalisti e benestanti hanno ingrossato i loro profitti, a discapito dei ceti più poveri. In Italia come in altri Paesi europei. Ci sono stati timidi freni, come il decreto legislativo 79 del 1999. Con questo, voluto dall’allora ministro dell’Industria Pierluigi Bersani, si è stabilito che sono completamente libere le attività di produzione, importazione, esportazione, acquisto e vendita di energia elettrica, mentre le attività di trasmissione e dispacciamento sono riservate allo Stato, che le attribuisce in concessione al GSE (Gestore dei servizi energetici).
Il sistema a capitalismo misto è stato abbattuto a favore di un capitalismo finanziario con capitale Wall Street. Il capitalismo misto della Prima Repubblica vedeva lo Stato (quindi tutti i cittadini che lo compongono) svolgere un intervento regolatore della vita economica per evitare le crisi economiche. Nel sistema capitalista misto i prezzi sono definiti dal mercato a seconda della domanda e dell’offerta, ma lo Stato può intervenire per modificare i prezzi di certi beni, come l’energia o la telefonia, per renderli più accessibili alla popolazione.
Nei giorni scorsi il Parlamento italiano ha detto No alla ratifica del Mes, con voto contrario di Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 Stelle; astensione di Forza Italia e Sinistra Italiana/Verdi; voto favorevole di Partito Democratico, Azione e Italia Viva.
Il Meccanismo europeo di stabilità (MES), detto anche Fondo salva-Stati, è un fondo finanziario creato per dare stabilità finanziaria ai Paesi della zona euro. Gli aiuti sono sottoposti a strette condizioni, dove gli Stati devono farsi garanti, cioè adottino le misure necessarie per la stabilità economica. Nessuno fa niente per niente, nemmeno l’Unione Europea. Nel 2012 il Parlamento italiano lo approvò quasi all’unanimità (si astenne l’allora partito di Antonio Di Pietro Italia dei Valori e votò contro la Lega).
Il Mes serve quindi a dare, a determinate condizioni, assistenza finanziaria ai Paesi membri. Ora si vorrebbe farlo entrare anche nelle crisi del credito, passaggio fondamentale per completare l’Unione bancaria. Questo si votava nei giorni scorsi alla Camera. Un aiuto non alle casse dello Stato (ad austere condizioni), ma alle banche in difficoltà. Come ha spiegato bene l’ex sindaco di Massa ed esperto di storia del mercato finanziario Alessandro Volpi, questo nuovo aspetto del Mes venne pensato in Germania in un momento di difficoltà dei principali istituti di credito tedeschi (su tutti Deutsche Bank).
Si votavano aiuti alle banche e il Pd non poteva che schierarsi al loro fianco, mentre i suoi quotidiani di riferimento lanciavano cassandre per la mancata ratifica. Tutta propaganda liberale che non osa dire nulla contro la brutta piega che sta prendendo la Ue, sempre più succube del nuovo capitalismo finanziario. Si arriva a rimpiangere l’Unione Europea a trazione tedesca guidata da dietro le quinte da Angela Merkel, vedendone ora una pilotata da Wall Street. Questo scempio è possibile non grazie al Mes, ma al nuovo Patto di Stabilità.
«Il patto di stabilità è un compromesso. Se buono o cattivo, lo capiremo col tempo». Le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dicono molto. In genere quando viene sottoscritto un accordo internazionale, i politici dei governi firmatari ne decantano futuri radiosi. Il “vedremo” di Giorgetti temo sia un tentativo di mettere le mani avanti mentre l’Italia si appresta ad anni di crisi economica.
Nel nuovo Patto c’è un vincolo sul disavanzo. Non sarà più sufficiente garantire che il deficit sul Pil rimanga sotto la soglia del 3% (regola di Maastricht). I Paesi con debito su Pil maggiore del 90% (Grecia, Italia Spagna, Portogallo, Francia e Belgio), alla fine del percorso di aggiustamento il disavanzo dovranno scendere sotto l’1,5% del Pil. Quindi se l’Italia dovrà pagare il 4-4,5% di Pil all’anno per gli interessi sul debito, l’avanzo primario (cioè, la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi) dovrà salire al 2,5-3% del Pil. Questo significa una sola cosa: tagli. Verranno tagliate risorse pubbliche per la Salute, per l’Istruzione, per i servizi al cittadino, per le infrastrutture (la manutenzione di quelle essenziali, non il Ponte sullo Stretto o la Tav in Val di Susa). I poveri saranno sempre più poveri.
Tutto questo avviene mentre i partiti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini si pavoneggiano a salvatori dell’interesse nazionale per aver detto No al Mes (ma sarebbe più corretto dire a una sua variante). Mentre Giuseppe Conte viene accusato dalla vergognosa stampa di area Pd di aver votato con le destre. Stampa vergognosa perché non si oppone a questa colonizzazione di spregiudicati capitalisti ai danni del nostro Paese.
Lega e Fratelli d’Italia sono al governo e gli effetti, temo pessimi, per l’Italia dovuti a questo nuovo Patto di Stabilità li avranno sulla coscienza. Forse per questo Giorgetti mette le mani avanti. Pur restando all’opposizione, i Dem e i loro vicini Carlo Calenda e Matteo Renzi sono colpevoli di questo scempio, che verrà pagato dalle future generazioni.
Serve una forza alternativa, con leader capaci che sappiano, con parole comprensibili, spostare l’attenzione delle masse da questioni secondarie (come la falsa beneficenza di Chiara Ferragni) per concentrarla sulle tematiche che incidono pesantemente sulla vita di tutti noi, cittadini italiani ed europei. In Italia, ma in tutta Europa, serve come il pane qualcuno che punti il dito contro una Unione Europea sempre più serva di capitali stranieri (USA) e quindi vassalla. Serve una nuova Europa democratica, dove i suoi cittadini contino molto di più di pochi affaristi con casa a Washington o a New York.