Manifesto del Liberalsocialismo

Dal MANIFESTO DEL LIBERALSOCIALISMO

di GUIDO CALOGERO (1940):

«Di fronte al conservatorismo che si definisce liberale e all’estremismo sociale che non risolve i problemi della libertà, noi affermiamo la nostra volontà di combattere per l’unico e indivisibile ideale della giustizia e della libertà. Facciamo nostra la rivendicazione e l’ulteriore promozione di tutti quegli istituti della democrazia che hanno assicurato il fiorire dello stato moderno, ma siamo convinti di poter procedere in tal senso solo affrontando e risolvendo insieme anche il problema sociale.

Vogliamo che agli uomini siano assicurate non soltanto le garanzie istituzionali, giuridiche e politiche della libertà, ma anche le condizioni economiche che permettano ad essi di valersene per la piena espansione della loro vita. Alla libertà di parola e di voto, non vogliamo che si accompagni la libertà di morire di fame! Ma nello stesso tempo sappiamo che nessuna riforma sociale può realmente assicurare agli uomini la giustizia, se in seno ad essa non opera, perenne, il controllo e l’iniziativa della libertà. Né la libertà può essere un futuro, rispetto alla giustizia, né la giustizia un futuro rispetto alla libertà. Entrambe debbono essere presenti ed operanti, a garantirsi e a promuoversi a vicenda.

Contro l’attuazione di questi nostri ideali sta il fascismo, non solo come ideologia e come regime politico, ma anche come coalizione ed espressione di interessi oligarchici.

Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti diversi, ma specificazioni parallele di un unico principio etico, che è il canone universale di ogni storia e di ogni civiltà. Questo è il principio per cui si riconoscono le altrui persone di fronte alla propria persona, e si assegna a ciascuna di esse un diritto pari al proprio diritto.

Così è lo stesso dovere etico che impone ad ognuno di riconoscere agli altri un uguale diritto di opinare, di parlare, di votare e di avvalersi della ricchezza del mondo. Tanto l’uno quanto l’altro è un diritto di libertà. E la giustizia non è che l’equa ripartizione di tali sfere di libertà.

Ma la distinzione, che non ha luogo nell’idea, ha luogo nella storia. La tradizione morale e istituzionale ha ormai tolto ad ogni uomo civile il gusto di negare al suo interlocutore un pari diritto di interloquire, ma non gli ha ancora tolto il gusto di possedere più di lui. Molti, che non tollererebbero di disporre di due voti elettorali quando ogni altro cittadino disponesse di un voto solo, tollerano ancora di disporre di beni economici in misura decupla di quella di cui dispone la media del loro prossimo.

E di conseguenza, laddove sussiste meno giustizia che libertà, lo sforzo etico-politico dev’essere prevalentemente diretto all’educazione socialista dell’uomo, il quale, sulla via ascendente della giustizia, non deve restare più in basso che sulla via della libertà. Sarebbe tuttavia un errore ristabilire il livello facendo retrocedere l’uomo sulla via della libertà. Ciò significherebbe non solo distruggere un grado già raggiunto di giustizia, non solo perdere una già compiuta conquista egualitaria, ma annientare lo strumento più efficace e più pratico per ottenere conquiste ulteriori. Solo la libertà ci farà più liberi. Essa infatti è la stessa libertà di costruire il socialismo.

Di qui i due principi fondamentali del liberalsocialismo: assicurare la libertà nel suo funzionamento effettivo e costruire il socialismo attraverso questa libertà, mediante riforme sociali che non piovano dall’alto, ma siano figlie della democrazia e della libertà.

Una delle prime mete di tali riforme sociali dev’essere il raggiungimento della massima proporzionalità possibile tra il lavoro che si compie e il bene economico di cui si dispone. Questa non è che una prima tappa sulla via del socialismo – ed è già superata tutte le volte che con la ricchezza comune si soccorrono i deboli e gli infermi, incapaci di lavorare – ma è quella che si deve intanto cercar di percorrere. Di qui la fondamentale istanza anticapitalistica, che il liberalsocialismo fa propria.

Quanto più i lavoratori saranno capaci di agire come imprenditori, amministratori e dirigenti, tanto meno dovranno sopravvivere le figura del vecchio proprietario e del vecchio proletario. Quanto più si svilupperà lo spirito della solidarietà e dell’uguaglianza, tanto più sarà possibile avvicinare le distanze fra i compensi delle varie forme di lavoro, senza inaridire il gusto dell’operosità e l’iniziativa creatrice. Di qui la fondamentale importanza dell’educazione e quindi, tra l’altro, del problema della scuola.

Sul piano internazionale, il liberalsocialismo difende gli stessi principi di libertà e di giustizia per tutti. Niente nazionalismo, niente razzismo, niente imperialismo. Le assise fondamentali della civiltà debbono essere le stesse tra gli uomini e tra le nazioni. Di conseguenza: difesa di ogni organismo che possa favorire la realizzazione di questi principi nel mondo; internazionalizzazione, almeno dal punto di vista economico, delle grandi fonti di materie prime; progressiva estensione dei diritti di cittadinanza al di là dei limiti delle singole nazioni.

In queste sue concezioni, il liberalsocialismo è convinto di aver fatto tesoro del meglio dell’esperienza politica dei grandi poli politici tradizionali. Ai liberali dice: voi siete stati, in altri tempi, i protagonisti della lotta per la libertà, i primi alfieri della sua bandiera. Ma siete stati anche angosciati dall’incertezza sul limite a cui vi fosse concesso di giungere nel disciplinare la libertà; e così, tra il desiderio dello stato forte e il timore di tradire la libertà per l’autorità, tra la nostalgia del laissez-faire e la simpatia iniziale per il fascismo, avete lasciato la libertà ai nemici della libertà, avete permesso alla dittatura di nascere, di crescere, di battervi. Il liberalsocialismo segna oggi il punto preciso che divide la libertà dall’autorità, chiarendo come la libertà sia solo per chi lavora per la libertà. Ai marxisti – ai socialisti e comunisti – invece dice: la nostra aspirazione è la vostra aspirazione, la nostra verità è la vostra verità, quando essa sia liberata dai miti del materialismo storico e del socialismo scientifico. Ricordatevi del Marx infiammato dall’ideale etico della giustizia, che presupponendo quell’ideale nelle sue indagini economiche pensò, viceversa, di poterlo dedurre dalle sue stesse indagini economiche. E non dimenticate che Marx scrisse il Manifesto e il Capitale a Londra, all’ombra delle libertà inglesi.

A fondamento del liberalsocialismo sta il concetto della sostanziale unità e identità della ragione ideale che sorregge e giustifica tanto il socialismo nella sua esigenza di giustizia, quanto il liberalismo nella sua esigenza di libertà. Questa ragione ideale coincide con quello stesso principio etico, col cui metro, in ogni passato e in ogni avvenire, si è sempre misurata, e si misurerà sempre, l’umanità e la civiltà: il principio per cui si riconoscono le altrui persone di fronte alla propria persona, e si assegna a ciascuna di esse un diritto pari al diritto proprio.

Nell’ambito di questa universale aspirazione etica, liberalismo e socialismo si distinguono solo come specificazioni concomitanti e complementari, l’una delle quali mira alla giusta commisurazione di certe libertà, e l’altra alla giusta commisurazione di certe altre libertà. Il liberalismo vuole che fra tutti gli uomini sia equamente distribuito – in modo tale che il suo uso da parte di ognuno non leda e non soverchi il suo uso da parte di ogni altro – quel grande bene che è la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità, in tutte le concepibili forme di tale espressione. Il socialismo vuole che fra tutti gli uomini sia equamente distribuito – in modo tale che il suo uso da parte di ognuno non leda e non soverchi il suo uso da parte di ogni altro – l’altro grande bene che è la possibilità di fruire della ricchezza del mondo, in tutte le legittime forme di tale fruizione.

Così, il liberalismo vuole l’eguaglianza dei diritti e delle leggi, senza distinzioni dipendenti da religione, razza, casta, censo, partito; vuole la certa, imparziale, indipendente amministrazione della giustizia; vuole la derivazione di ogni norma giuridica dalla volontà dei cittadini, espressa secondo il principio della maggioranza; vuole l’ordinata partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica; vuole la libertà di pensiero, di stampa, di associazione, di partito, quale fondamento dell’esercizio del reciproco controllo e dell’autogoverno; e vuole la libertà di religione, che permetta ad ognuno di adorare in pace il suo Dio. Parallelamente, il socialismo vuole che nella coscienza morale degli uomini s’impianti energicamente il principio che, anche sul piano della ricchezza, l’ideale è quello cristiano e mazziniano della giustizia e dell’eguaglianza, e che perciò bisogna tanto suscitare nel proprio animo il gusto del lavorare e del produrre, quanto reprimervi quello del guadagnare e del possedere in misura soverchiante la media comune. Vuole, di conseguenza, che ciascuno sia compensato, con la ricchezza prodotta, in misura congrua al suo effettivo lavoro; vuole che non sia riconosciuta la legittimità del possesso ed uso privato del puro interesse del capitale, ma solo quella del compenso della reale attività e fatica dell’imprenditore e del dirigente; vuole che con la ricchezza appartenente alla società (sia nella forma statale sia in quella comunale e cooperativa) venga assicurato ad ognuno il diritto di partecipare al lavoro comune e di raggiungere la piena esplicazione delle proprie attitudini, e parimenti venga assicurato uno speciale soccorso per tutti coloro che si trovino comunque in condizioni di inferiorità; vuole che la società tenda con la massima intensità possibile ad elaborare e instaurare tutti quei progressivi assetti politici e giuridici, che appaiano atti a far procedere la civiltà in direzione della sempre maggiore socialità della ricchezza.

D’altronde, in tali loro aspirazioni, tanto il liberalismo quanto il socialismo non possono non avvertire come ciascuno dei due grandi complessi di ideali etico-politici da loro propugnati sia, nelle sue specificazioni concrete, legato da infiniti vincoli all’altro, e presupponga l’altro nelle sue particolari possibilità di realizzazione. A chi combatte con la miseria, non si può offrire e garantire senza ipocrisia la semplice libertà di opinare e di votare, di svolgere ed approfondire la propria spiritualità. A chi soggiace alla dittatura, non si può concedere senza perfidia un innalzamento del livello economico della vita, a cui non vada congiunta la libertà dell’intervento critico e pratico nell’amministrazione della ricchezza comune. Non si può fare avanzare la libertà senza l’ausilio del benessere, né amministrare secondo giustizia la ricchezza senza l’ausilio della libertà. Non si può essere seriamente liberali senza essere socialisti, né essere seriamente socialisti senza essere liberali. Chi è pervenuto a questa convinzione, e si è persuaso che la civiltà tanto meglio procede quanto più la coscienza e gli istituti del liberalismo lavorano ad inventare e ad instaurare sempre più giusti assetti sociali, e la coscienza e gli istituti del socialismo a rendere sempre più possibile, intensa e diffusa tale opera della libertà, ha raggiunto il piano del liberalsocialismo.

Il liberalsocialismo intende riaffermare ed approfondire i principali valori etico-politici, che sono stati difesi e propugnati dalle due grandi tradizioni a cui si ricollega. Perciò esso respinge energicamente la tesi dell’intrinseca inconciliabilità di liberalismo e socialismo, pur non negando l’esistenza di un liberalismo che non si accorda col socialismo, e di un socialismo che non si accorda col liberalismo. Il primo è il liberalismo ingenuo: il liberalismo di coloro che pretendono la libertà per sé, e non si danno pensiero della libertà degli altri. A questi più elementari zelatori della libertà, già la migliore tradizione ricorda che amare la libertà significa amare la legge, la quale, limitando la libertà propria, concede eguale spazio alla libertà altrui. Oppure è il liberalismo antiquato e conservatore: il liberalismo di coloro che sono pronti a commisurare equamente la libertà propria con l’altrui finché si tratta dei tradizionali diritti civili e politici, ma che nel campo dell’economia non tollerano legge, e lasciano al prossimo la libertà di morire di fame. Sono i liberali per cui la libertà è il concetto supremo, la giustizia un concetto inferiore. La giusta libertà altrui si dovrebbe manifestare invece non soltanto nel volere le norme che assicurano a tutti il diritto di parola e di stampa, di associazione e di voto, ma anche nel volere, poniamo, le norme che regolano la successione legittima, o l’amministrazione delle società anonime, o gli orari ed i salari dei lavoratori, sottraendoli al privato arbitrio economico del datore di lavoro. Il miglior liberalismo si è già distinto dal liberismo: quello di cui ancora deve liberarsi è l’indifferenza per i bisogni altrui. Il secondo, cioè il socialismo che non si accorda col liberalismo, è il socialismo autoritario, che vede nella dittatura del proletariato la condizione della futura libertà. È il socialismo di chi ancora crede che l’ideale della giustizia sociale debba esser dedotto dalla scienza economica, ed esser previsto inevitabilmente vittorioso da chi intenda il razionale corso della storia. Nella sua evoluzione interna, il miglior socialismo è sempre più venuto abbandonando questi vecchi motivi: e se ha opportunamente continuato ad irridere la libertà senza giustizia del liberalismo conservatore, ha nello stesso tempo cessato di credere nella giustizia senza libertà di ogni utopia totalitaria. Esso non si illude più che la ricchezza comune possa essere amministrata onestamente da chi non si sia elevato al senso dell’interesse collettivo attraverso l’esercizio del controllo e l’esperienza della libertà, e non continui ad operare in un ambiente di critica, di legalità e di libertà. Questo socialismo fondato sulla libertà e radicato nella più profonda aspirazione morale dell’uomo, quel liberalismo assetato di giustizia e deciso a non accontentarsi di libertà che possano essere irrise come vuote, convergono e coincidono nel liberalsocialismo.

Anche quando, del resto, si voglia considerare la questione del contrasto e dell’accordo tra liberalismo e socialismo non tanto dal più radicale punto di vista etico-politico quanto da quello storico-economico, si trova la conferma del principio che il miglior liberalismo è sostanzialmente concorde col miglior socialismo, e che quanto in essi non si concilia è solo il deteriore contenuto estremistico dell’uno e dell’altro. Quanto al socialismo, l’irrealizzabilità economica di un collettivismo totale è risultata palese da tutte le esperienze che se ne sono tentate. Il regime della libera concorrenza va conservato e favorito in tutti quei casi in cui le condizioni necessarie per tale libera concorrenza sussistono in tal misura da promuovere il vigore dell’iniziativa individuale e da escludere insieme, col loro stesso gioco, una disuguaglianza eccessiva dei successi e dei premi; va ristretto in tutti gli altri casi, in cui la minor funzionalità di un simile autoregolamento ponga l’esigenza di un regolamento diverso. Dunque non ha senso né l’ideale economico dell’assoluto collettivismo, né quello dell’assoluto individualismo. Non c’è da un lato la collettività e dall’altro l’individuo; c’è sempre e solo la persona, che dev’essere educata tanto al personale gusto del suo lavoro, quanto al senso della divisione equa tra gli individui di tutto ciò che derivi da questo comune lavoro. Nell’esigenza di quel primo aspetto dell’educazione è la verità del liberalismo economico; nell’esigenza del secondo aspetto la verità del collettivismo. L’uno educa l’uomo ad essere attivo nel produrre, l’altro ad essere equo nel distribuire; e come non si dà economia senza produzione e distribuzione, così non si dà economia senza individualità e comunità».

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