Ucraina: oltre le tifoserie (noi tifosi della pace)

di ERICH

In quest’opera (che dura da tempo) di semplificazione estrema e schematizzazione di ogni concetto, si creano oltre ad individualismo e indifferenza dei gruppi veri e propri di tifosi. La parola tifosi…. Eh sì, le ragioni che danno molte persone per giustificare l’adesione ad una causa sono labili ed hanno davvero pochi riscontri reali. Il tutto diventa alla stregua di un fenomeno commerciale, folkloristico, nel quale ogni attore contemporaneo vuole la propria foto e la propria parte.

Fino a qualche anno fa nessuno o quasi sapeva dove fosse l’Ucraina. Se avessimo avuto l’occasione di incontrare una persona di media cultura magari ci avrebbe detto che la capitale è Kiev ma poco altro. Pochi sapevano altro, nonostante comunque in Italia da anni ci sia una folta comunità proveniente da questo paese. Ah dimenticavo, sono persone dedite ad alcuni mestieri e non ad altri. Quindi come tali dalla retorica occidentalista poco considerabili. Adesso tutta l’opinione pubblica ha le bocca infarcita della vita politica di tale paese e della guerra in tale paese. Una guerra che se abbiamo il tempo di analizzare non è partita nel 2022 ma da ben 8 anni. Era presente una guerra in zone lontane ed in fondo faceva parte a pieno titolo delle tante guerre dimenticate nel mondo. Nel 2022 tutto cambia. Tutti ne parlano ma il problema in realtà, per coloro che possono essere membri di un ipotetico fronte futuro della sensibilità, il problema e l’interrogativo è un altro. L’Ucraina era un paese composto da realtà etniche differenti. Oltre a ciò è un paese che ha subito un processo di deindustrializzazione che ha portato ad un aumento della disoccupazione in varie realtà regionali. Squilibri, esclusione, povertà. Un miscuglio che può portare, come è accaduto in passato, a rifugiarsi in miti lontani. Miti, i famosi miti che – come ha spiegato lo storiografo Mosse – portano alla nazionalizzazione delle masse. È vero: se analizziamo il consenso reale ed elettorale di tali formazione potremo capire come tali fenomeni siano politicamente e partiticamente marginali. Ma in questi ultimi 8 anni si è avviato un processo di revisionismo storiografico teso a glorificare come eroi dell’Ucraina politici del passato come Stepan Bandera. Come è stato possibile, vi chiederete. Il processo è stato possibile grazie alla politica storiografica di minimizzazione della collaborazione con gli occupanti nazisti di tale personaggio storico.

Si riscrive la storia. Si cancellano decenni di storia per far rivivere nelle menti dell’opinione pubblica influenzata dai media e dai social pochi anni di storia ed un personaggio controverso che viene riabilitato. Bene popolo ucraino, non avrete lavoro a meno che non emigriate per fare lavori mal pagati. Non avrete sanità a meno che non paghiate. Non avrete istruzione decente a meno che non siate ricchi o viviate in città come la capitale. Non avrete molto se non niente ma eccovi i vostri eroi ed eccovi i vostri nemici. Ebbene sì, fino ad 8 anni fa la televisione ed i media erano in lingua russa e la lingua ucraina era parlata pubblicamente da pochi. Insomma era un paese che era una terra di mezzo tra Europa continentale e Russia. Tutto è stato cancellato per volere del presidente di allora, il tanto amato dall’occidente Petro Poroshenko. Insomma, senza ovviamente voler giustificare alcuna invasione né tantomeno la politica putinana, politica che tende ad essere oligarchica ovvero a beneficio di pochi eletti, sembra che la storia si ripeta. Laddove non si vede alcun futuro i demagoghi o gli interessi altrui lavorano per creare nuovi nemici e seminare distruzione. Qual modo più nobile di distruggere l’ordine precedente se non una guerra? Purtroppo ci sono riusciti. Purtroppo questa guerra adesso è presente.

Ci saranno tante belle promesse per i nuovi esclusi del capitalismo. Ci saranno onori, beni voluttuari per coloro che sono al fronte. Troveremo romanzi che evocano le gesta dei combattenti di ambo le parti. Tutto questo ancora, quando si pensava almeno nei cuori di idealisti sinceri che comunque la guerra non fosse più un modo corretto per dirimere le controversie internazionali, eccoci serviti.

Non ho nessun interesse a prendere le parti di nessuno, resto fermo nel gridare a gran voce: “Guerra alla guerra!”. Questo non solo in Ucraina ma in tutti i fronti di questi ultimi 20 anni. Viene da chiedersi però se avere un ente sovranazionale come la Nato abbia ancora legittimità e senso. Viene anche da sperare che il mondo che ci aspetta non abbia più un poliziotto dispotico che decida chi ha ragione e chi non l’ha. Se un tempo gli imperi decidevano divisioni e confini adesso è presente un solo attore.

Da socialisti esprimiamo la nostra opposizione alla guerra ma siamo consapevoli che finché non ci sarà una vera giustizia sociale ci saranno sempre attori che spingeranno esclusi ed ultimi del mondo a fare le guerre tra di loro. Ciò che sconvolge poi è il contesto italiano. Troviamo tifosi di Putin e nostalgici filosovietici da una parte, il partito ucraino estero di Zelensky dall’altra. Il mondo socialista per voce degli esponenti più noti del Psi si lascia andare in parallelismi storici da brividi. Contro l’invasione russa come lo siamo stati per l’Ungheria del ’56… Ungheria del 56? La Federazione Russa non è l’Unione Sovietica e questo potrebbe già bastare per ridicolizzare tale parallelismo. Per ciò che concerne la resistenza ucraina…. La resistenza al fascismo fu guidata da reparti partigiani e non da un esercito con a capo una figura come quella di Zelensky. Che il partito che fu voglia seguire l’onda lunga dalla politica occidentalista del Pd appare evidente. Ciò che appare sconcertante è come non si voglia in alcun modo cercare una linea politica autonoma che possa creare in qualche modo del consenso. Pace. Pazienza, vedremo i frutti del seguire tale onda lunga. Nel frattempo noi condanniamo la guerra. Condanniamo anche però la politica repressiva di Zelensky. Sì, il paese è in guerra ma nel frattempo sono stati banditi 11 partiti di opposizione. Sono stati tacciati di essere filorussi. Tutti? Ebbene sì. Tra costoro anche due partiti chiaramente socialisti. Ormai persino il nome socialista fa paura. Ma questo non basta per capire quanto questo politico non sia paragonabile al nostro pantheon di uomini della nostra storia. In fondo essere tifosi è più semplice, accodarsi alla linea politica di realtà più grandi poi lo è ancora di più. Nel frattempo la guerra continua. Si tollerano in Italia fenomeni di intolleranza antirussa e iniziano su varie piattaforme televisive programmi per la tutela e lo studio della lingua ucraina… tutti questi fenomeni ci fanno chiedere se quanto accade non sia stato deciso in anticipo. Staremo a vedere. Certo è che come è stato espresso prima la storia fornirebbe esempi di come poter risolvere determinati problemi. La figura di Nestor Machno resta molto interessante a tal proposito. Egli fu un anarchico ucraino che lottò dapprima contro gli zaristi e poi contro il potere sovietico. Il suo pensiero era che si dovesse creare una confederazione di comunità autonome e che ci fosse uno scambio continuo di beni tra città e campagne.

Non siamo anarchici ma il punto è che la distanza economica tra città e campagne non è mai stata risolta in Ucraina e nel frattempo problemi di vera e propria miseria sono aumentati. Le alternative per chi vive in campagna sono ben poche e molto spesso non c’è altra via se non l’emigrazione. Tutto ciò che è cooperazione e coordinamento fa storcere il naso alla nuova Ucraina postsovietica e in nome dei martiri delle ingiustizie subite e conosciute con il nome di Holodomor (genocidio per fame) non bisogna né incentivare forma cooperative né tantomeno avere politiche economiche diverse da quelle liberiste. Per chi non ha nulla la guerra risulta un modo per poter vivere…. Non è la prima volta che accade ciò e purtroppo anche chi nel mondo socialista ricorda figure che si sono scontrate con il fenomeno squadrista all’indomani della prima guerra mondiale sembra che stavolta non ne colgano le similitudini. Pazienza, a noi non resta che non dimenticare come occorra comunque combattere contro ogni guerra e soprattutto contro le cause che portano odio e divisioni. Non siamo tifosi né lo saremo mai, al limite saremo tifosi della pace.

Erich

Un sogno che può tornare a vivere

di Erich

Le persone che ci circondano sono cambiate. Che frase ad effetto, una frase che può avere l’effetto di un masso in uno stagno. Sono cambiate in rapporto alla storia del movimento socialista. Il movimento socialista ha attraversato differenti fasi. Differenti fasi e differenti lotte. Differenti lotte in differenti periodi storici. Le persone ovvero il popolo cambiava. Cambiava esteriormente, cambiava il proprio modo di comunicare ed anche il proprio aspetto ed il proprio linguaggio. È ciò che stiamo vivendo adesso. Siamo nel XXI secolo. Abbiamo vissuto un ventennio nel quale le lotte che io ritengo legittime contro lo sfruttamento del territorio (la lotta no Tav) ed altre lotte sindacali sono state volutamente irrise e rese degne di un passato che non deve tornare. Mi riferisco ai beceri proclami di Berlusconi: ogni qualvolta si chiedeva qualsiasi tipo di miglioramento salariale veniva sventolata la velina con scritto che Stalin era morto. Becerate rese ai potenti, beceri atteggiamenti non meno diversi dai governi successivi. Atteggiamenti e prassi non poi così diversi dal salvinismo. Tutto va bene purché si garantisca la pace sociale. Pace sociale? Ah davvero, viene da chiedersi a che prezzo e a scapito di chi.

Questi sono i miti delle destre degli ultimi vent’anni. Liberiste di stampo americano o lepeniste europee tese ad un’imprecisata pace sociale e ad una retorica antimmigrati senza capire a fondo le ragioni di taluni fenomeni. Bene, questo è stato. I movimenti che si sono susseguiti sono in una fase di stallo o alcuni sono stati archiviati e altri ancora erano biglietti da visita per l’ingresso nelle stanza dei bottoni per futuri quadri. Nel frattempo esclusione sociale e marginalità sono aumentare e ad esse si aggiunge una guerra tremenda che potremmo vivere a casa nostra grazie alla propaganda a senso unico.

Bene, adesso arriviamo noi. Socialismo significa lotta per la giustizia sociale. Vogliamo che i lavoratori siano tutelati e che possa il loro salario essere protetto da speculazioni altrui. Ripartiamo da questo e proviamo a partecipare anche in forma simbolica alle manifestazioni che verranno. Ci sono categorie di lavoratori di età anagrafica recente che adesso e per la prima volta dopo anni reclamano diritti sindacali. Mi riferisco ai riders e ad altre categorie ed è solo l’inizio: altre ne verranno. Camminiamo con loro; la lotta più difficile sarà spiegare e convincere che una rivendicazione non deve essere fine a sé stessa. Per una vittoria occorre costruire la battaglia di domani. Le giovani generazioni hanno poca memoria storica. È capitato di incontrare giovani candidati, candidati in alcuni partiti di sinistra. Candidati cooptati, presi all’ultimo, riempilista o facce pulite, belle, spendibili. La maggior parte di costoro, chiedendo numi su cosa sia o chi abbia rappresentato il socialismo, sa a mala pena parlare di Bettino Craxi. Alcuni fanno rivivere i ricordi dei propri parenti o dei propri avi, altri sono lì perché qualcuno li ha chiamati. Tutto ciò non ci deve meravigliare. Si tratta di ripartire. Ripartiamo nell’opera di testimonianza ed insegnamento. Ma attenzione. Cerchiamo di non avere quell’atteggiamento paternalistico di colui che sa. Le generazioni attuali conoscono mezzi di comunicazione e storie che possono arricchirci e al medesimo tempo possono insegnarci. Si tratta quindi di un processo di reciproca crescita per un medesimo scopo che è il socialismo e la giustizia. Continuiamo questo cammino, che il nostro non sia solo un sogno.

Erich

“La missione dell’uomo” (Johann Fichte – 1794)

«Il fine ultimo dell’uomo è dominare tutto ciò che esiste di irragionevole, assoggettandolo liberamente alla sua ragione. Ma è implicito nel concetto stesso di uomo, come essere finito, che questo fine ultimo sia irraggiungibile, e la via verso di esso infinita. La nostra missione, quindi, non è di raggiungere la meta, ma di avvicinarci sempre più ad essa, con un perfezionamento all’infinito che è il vero compito dell’uomo in quanto uomo, cioè in quanto essere razionale ma limitato, sensibile ma libero. L’uomo esiste per diventare sempre migliore, e per rendere migliore materialmente e moralmente tutto quanto lo circonda, conquistandosi così una felicità sempre più piena e profonda».

«Il perfezionamento di noi stessi attraverso la vita in comune, dovuto cioè all’influenza liberamente accettata degli altri su di noi, e il perfezionamento degli altri mediante la nostra corrispondente influenza su di loro, quale si deve esercitare su esseri liberi, è la nostra missione nella società. Per realizzare questa missione abbiamo bisogno di capacità che possiamo acquisire ed accrescere solo mediante la cultura, e precisamente capacità di due specie: un’attitudine a dare, ossia ad agire sugli altri come si può agire su esseri liberi, e un’attitudine a ricevere, ossia a trarre il miglior vantaggio possibile dall’azione degli altri su di noi».

«Nessun individuo è così perfetto da non poter essere ulteriormente perfezionato da ogni altro uomo. Conosco poche idee più sublimi di questa influenza esercitata dall’intera umanità su se stessa attraverso l’opera di tutti i suoi componenti, di questo fluire incessante di vita, e di questo tendere verso l’alto, di questa appassionante gara per dare e per ricevere quanto di più nobile ci è dato in sorte, di questo universale ingranarsi l’una nell’altra di innumerevoli ruote che hanno come motore comune la libertà, e della bella armonia che da tutto questo risulta».

«Chiunque tu sia, se hai sembianze umane, sei anche tu un membro di questa grande comunità; e per quanto innumerevoli siano i tramiti per cui si va trasmettendo la mia azione, io agisco su di te e tu su di me; nessuno, purché porti nel volto l’impronta della ragione, esiste inutilmente per me. Io non ti conosco né tu conosci me, ma è certo che noi abbiamo in comune la missione di diventare sempre migliori. È certo che alla fine io potrò farti del bene e ricevere benefici da te, e il mio cuore sarà legato al tuo con il più bello dei vincoli, quello del libero e reciproco scambio di bene».

«Fuori di noi c’è un’unione di esseri tale che nessuno può lavorare per se stesso senza lavorare per tutti gli altri, né lavorare per gli altri senza lavorare insieme per se stesso, in quanto il successo di un singolo uomo è un progresso di tutti, l’insuccesso di uno un regresso per tutti».

«Se volgiamo lo sguardo a noi stessi e ci consideriamo protagonisti di questa intima unione degli esseri, allora aumenta il senso della nostra dignità ed ognuno di noi può dire a se stesso: la mia esistenza non è inutile e senza scopo; io sono un anello necessario della grande catena che inizia con l’elevarsi del primo uomo alla piena coscienza della sua esistenza e si protende verso l’eternità. Tutti quei grandi e saggi benefattori del genere umano, dei quali apprendo i nomi segnati nella storia, e quelli ancor più numerosi i cui meriti vivono nelle loro opere senza che si ricordino i loro nomi, tutti questi hanno lavorato per me; io ho raccolto i frutti per cui essi lavorarono; io ricalco, su questa terra che essi abitarono, le loro orme benefiche. Io posso, se voglio, metter mano a quello stesso compito nobilissimo che essi si erano imposti, di rendere sempre più saggi e felici i nostri simili; io posso continuare a costruire da quel punto dove essi dovettero interrompere; io posso portare più vicino al compimento quel tempio magnifico che essi dovettero lasciare incompiuto».

La dura lotta del socialismo contro l’individualismo della società occidentale

di LEONARDO MARZORATI

Il filosofo Oswald Spengler più di cent’anni fa scriveva di un Occidente in declino. Quello che oggi si dichiara “Occidente” ha accumulato benessere, sempre peggio redistribuito. Le sue nazioni, un tempo potenze imperiali, oggi sono sempre meno influenti dal punto di vista politico nelle altre parti del mondo. Cresce il benessere in paesi dell’Asia, dell’America e anche dell’Africa; acquisiscono potere le big tech. La cultura e il costume dell’Occidente hanno però intaccato quelle che Spengler avrebbe definito “altre civiltà”. L’Occidente si è sparso in tutti i cinque continenti, mutando dove più dove meno le società incontrate.

Fattori centrali tra i valori che contraddistinguono “l’occidente diffuso” ci sono il libero mercato e il sistema capitalista. La globalizzazione ha contribuito a modificare i costumi, omologando aspetti delle diverse società, anche di quelle che guardano con ostilità l’Occidente. L’individualismo, il realizzarsi come singolo prima che come comunità, la spinta a migliorarsi, sono caratteristiche ormai comuni alla maggioranza delle società della Terra.

Nell’era social le big tech hanno impregnato ogni angolo del pianeta di caratteristiche “occidentali”, essendo società create da brillanti menti provenienti dall’Occidente, in particolare dalla sua nazione più rappresentativa e forte: gli Stati Uniti d’America. Aspetti culturali e di costume che arrivarono in Europa dopo le due guerre mondiali, oggi sono sparsi in tutti i Continenti. Gli Usa hanno perso potere politico, ma grazie a nuove armi (Amazon, Facebook, Netflix, ecc.) riescono a influenzare miliardi di cittadini della Terra.

In questa società il pensiero socialista fatica a emergere e viene perlopiù ignorato o contestato. Il socialismo non attecchisce più come nel secolo scorso tra tutti coloro che dovrebbe difendere. Soprattutto in Europa, continente in cui il socialismo è nato e si è realizzato per primo. La fiamma del socialismo si è indebolita. Domenico Losurdo scrisse anni fa che in una società con un diffuso benessere è improbabile che avvenga una rivoluzione, anche se quel benessere è sempre meno e si guarda al futuro con la paura di perdere quanto accumulato grazie alle generazioni precedenti.

Nell’Europa dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, questi valori, già presenti in piccola parte anche sotto i regimi di socialismo reale, hanno attecchito definitivamente. La guerra in Ucraina è anche il tragico scontro tra chi guarda al modello culturale “atlantico” e chi a quello russo euroasiatico. Anche nella Russia imperialista di Putin vi sono però aspetti “occidentali”, dalla moda agli svaghi, passando per il controllo delle opinioni e l’orientamento dell’opinione pubblica (seppur con metodi differenti). A restare incompatibili tra i due modelli sono i sistemi politici, anche se nei confronti di alcuni aspetti autoritari nei paesi est-europei il resto dell’Occidente tace. Sono gli stessi paesi da cui fino al 1989 qualcuno tentava di fuggire per andare a occidente, spinto spesso non dalla sbandierata libertà politica, ma da quella economica, con tutte le sue contraddizioni. Il capitalismo e il consumismo che ne è derivato piacciono a troppi. Spetta ai socialisti smantellare i cardini di questo orizzonte fatto di luci abbaglianti e di un avere che sovrasta l’essere. Oggi sono più sulle barricate elementi del clero cristiano, con Papa Francesco in testa, che non le cosiddette sinistre.

L’Occidente, che per Gianis Varoufakis non esiste ma è solo un’emanazione degli Stati Uniti, piace. Piacciono i suoi social, le sue piattaforme televisive, i suoi fast food, i suoi influencer, il suo avere più occasioni di crescita sociale individuale. In quasi tutti i paesi del mondo c’è un McDonald’s o la possibilità di aprire un profilo su TikTok. L’individualismo è oggi più forte che mai e questo mina pesantemente il terreno su cui i socialisti devono cercare il consenso.

In Europa si mantiene forte il pensiero borghese dell’arricchimento personale, anche nei ceti popolari. La guerra di classe la stanno vincendo i padroni, ma la partita non è finita. L’ideale socialista ha poco consenso e tocca a noi socialisti renderlo appetibile alle masse, specie ai più giovani. Un’Europa che è sempre più anziana, nonostante l’immigrazione, non dà spazio a rivoluzioni, nonostante il calo di benessere e le diseguaglianze sociali sempre maggiori. I socialisti devono essere rivoluzionari nel pensiero e pragmatici in azione. Ci vorrà parecchio tempo, ma il declino costante della società europea può essere fermato dal socialismo. Un nuovo socialismo, che avrà fatto tesoro degli errori e degli orrori dei sistemi socialisti del secolo scorso.

“Io non ci sto”

di Gennaro Annoscia

In una nazione nella quale il Papa pontifica da Fabio Fazio e gli italioti sono commossi dalla generosità di Mattarella, che accetta di sacrificarsi, per il bene della nazione, sottoponendosi ad un altro settennato da regnante, con tutti i privilegi del caso; mentre tutti salvano le proprie poltrone, dal governo al parlamento, il festival di Sanremo funge da, pacchiano, collante del ritrovato spirito della nazione.

Vecchi e giovani si stringono a corte, superando ogni contrasto e confronto; un giovane di successo recupera, dal fango della malasorte, il talento di chi ha smarrito la retta via, offrendogli, ancora una chance. Ma in questo trionfo del “volemose bene”, a primeggiare è, soprattutto, l’amarsi diversamente: finalmente due uomini sono liberi di manifestarsi il proprio amore, e di manifestarlo al mondo intero.

Siamo davvero alla palingenesi, è quindi nell’ordine delle cose che qualcuno si battezzi da solo, perché questo è davvero il trionfo del pensiero unico, ragion per cui non importa se le garanzie democratiche sono a brandelli, o se, anche oggi, qualcuno si darà fuoco per affermare i propri diritti, o deciderà di farla finita non sapendo come fare a tirare avanti.

Gli ultimi “utili idioti” del capitale

di LEONARDO MARZORATI

Il capitalismo mondiale sta utilizzando la pandemia in corso per dividere le classi popolari, specialmente in Europa.

A contribuire a gettare benzina sul fuoco sono i vari esponenti della galassia “no vax”. Non si tratta di chi pone legittime domande sulle misure restrittive attuate dai diversi governi, come per il discusso green pass voluto dall’esecutivo italiano, ma di chi cerca di mettere gli uni contro gli altri senza focalizzare l’attenzione sui principali problemi della sanità.

C’è chi urla alla dittatura. Curioso che si possa gridare alla “dittatura” vivendo sotto una “dittatura”; in passato si sarebbe finiti a bere una bottiglietta di olio di ricino in una sede del Pnf o addirittura al confino. Questi paladini della libertà operano indisturbati sui social e nelle piazze, se non per alcuni tafferugli con le forze dell’ordine. Roba da poco per chi è stato nel 2001 al G8 di Genova o in altri contesti dove la repressione è stata di gran lunga superiore. E farlo notare non vuol dire essere conniventi con l’attuale sistema capitalista, tutt’altro.

Questi improvvisati leader no vax, che provengono da sinistra quanto da destra, sono coccolati da molti mass media, anche da quelli che li demonizzano. Se si vuole annichilire un nemico il metodo migliore è ignorarlo o eliminarlo, non ingigantirlo anche con le demonizzazioni. I tg nazionali hanno dato più spazio a manifestazioni che hanno portato in piazza poche migliaia di persone critiche verso il vaccino rispetto allo sciopero generale indetto da Cgil e Uil, a cui hanno aderito milioni di lavoratori.

Perché tutto questo spazio ai no vax? Cui prodest? Evidentemente fanno comodo al Capitale. I no vax, per citare Lenin, sono probabilmente i nuovi utili idioti al servizio del sistema ordoliberista che ha permesso ai colossi farmaceutici di arricchirsi sempre di più durante la pandemia. Parlano male di Big Pharma ma in realtà contribuiscono ad aumentarne il potere.

Negli ultimi dieci anni, dal governo Monti al governo Draghi, in Italia sono stati fatti tagli pesantissimi alla sanità pubblica: 37 miliardi di euro. I picchi sono arrivati durante i governi con presidenti del Consiglio del Pd: Letta, Renzi e Gentiloni. A snocciolare questi vergognosi dati è stata la Fondazione Gimbe, il cui presidente Nino Cartabellotta è spesso attaccato sui social, guarda caso, da attivisti no vax. Questi ultimi raramente si sono scagliati contro i tagli alla sanità pubblica, ragione principale per cui abbiamo sempre meno posti nelle terapie intensive.

I vaccini non immunizzano ma riducono le terapie intensive e le morti. Un obbligo vaccinale reale e non ipocrita avrebbe probabilmente evitato le continue limitazioni date dal green pass. Queste limitazioni hanno rafforzato la galassia no vax. Forse avere una fetta di popolazione irriducibilmente ostile al vaccino fa comodo alle élite e alle case farmaceutiche. Lo stesso Mario Draghi ha spesso utilizzato un linguaggio di forte astio verso chi rinuncia a vaccinarsi, rafforzando così la frattura.

I non vaccinati sono un minoranza chiassosa. Più sui social che nelle piazze. Siamo in un Paese anziano, con tanti piccoli borghesi impauriti di perdere i loro privilegi. Lo si vede dall’astio verso gli immigrati africani. Alcuni di questi borghesucci si sono improvvisati leader dei no vax. Fare il pieno di like sui social stando seduti sulla poltrona di casa è molto più comodo che impegnarsi seriamente per dar vita a una forza politica che difenda davvero i lavoratori. Parliamo di persone che su Twitter invitano alla rivolta e al tempo stesso impazzirebbero per una carta di credito bloccata o la vacanza alle Maldive saltata. Si tratta perlopiù di benestanti narcisisti nostalgici delle vecchie stagioni di lotta o di gatekeeper, fasulli nemici del sistema che in realtà cercano di traghettare parti della galassia no vax verso lidi istituzionali (Claudio Borghi e Alberto Bagnai della Lega per esempio).

Questi esponenti no vax sono nemici del proletariato e amici (più o meno consapevoli) della borghesia. Si aggrappano spesso a problemi secondari per non trattare quelli primari. Deviano l’attenzione dai danni che il capitalismo negli ultimi decenni ha attuato contro il Sistema Sanitario Nazionale, capolavoro di diritti sociali attuato grazie al lavoro del ministro della sanità dal 1964 al 1968, il socialista Luigi Mariotti. Socialisti al potere vuol dire diritti sociali estesi, socialisti scomparsi dai radar vuol dire diritti sociali distrutti. Servono i socialisti, non i pagliacci no vax.

I lavoratori devono diffidare dei leader no vax, spesso spregiudicati imbonitori motivati principalmente da motivi personali (fu così anche per il movimento dei Forconi del decennio scorso). I lavoratori devono sostenere le forze che si battono per il socialismo, per la sanità gratuita per tutti.

I socialisti credono nella scienza e nel lavoro dei ricercatori, in Italia un’eccellenza. Il che non vuol dire farsi trascinare da un singolo scienziato, magari anch’egli in cerca di visibilità o rivalse personali. I socialisti devono sostenere la ricerca pubblica, unica arma per impedire che il controllo dei farmaci sia in mano alle società private.

No ai tagli continui alla sanità e sì al sostegno alla ricerca pubblica. Prendiamo esempio dal vaccino di Stato cubano. Purtroppo in Europa vige un sistema capitalista. Il vaccino serve, anche se realizzato da case farmaceutiche che hanno come primo interesse i propri utili. Utili che fanno la gioia degli azionisti, tra i quali, sono pronto a scommetterci, figurano un buon numero di leader no vax.

Leonardo Marzorati

I due pensieri dominanti non difendono i lavoratori: creiamo una forza politica che li rappresenti!

di LEONARDO MARZORATI

Checché ne dicano certi opinionisti della destra populista, il pensiero dominante non è uno, ma sono due, entrambi fedeli al Capitale. Il primo è quello liberal progressista, ben rappresentato in Italia da Pd e dai suoi cespugli, tra cui ora figura anche il Movimento 5 Stelle; il secondo è quello delle destre populiste e reazionarie, che si spacciano per oppositrici dell’ordocapitalismo mondiale, ma in realtà gli sono fedeli, creando divisioni all’interno dei ceti popolari. Le nuove destre aizzano la guerra tra poveri in tutta Europa, criminalizzando gli stranieri e deviando l’attenzione dal tema fondamentale per i ceti popolari: il lavoro e la lotta di classe.

L’Europa sta seguendo il percorso degli Stati Uniti, dove a votare va il 50% della popolazione, con forte partecipazione alle urne dei ceti borghesi e bassa partecipazione dei ceti popolari. I cittadini sono obbligati a scegliere tra due blocchi liberisti che si scontrano sui diritti civili (basta vedere il recente caso del ddl Zan), ma che sono allineati sui diritti sociali. Entrambi sono complici dello smantellamento dello Stato Sociale negli ultimi anni. Questo succede in tutti i Paesi dell’Unione Europea.

I due pensieri dominanti hanno potenti mass media a loro supporto. Lo abbiamo visto in occasione dello sciopero generale di Cgil e Uil del 16 dicembre, quasi ignorato dai principali giornali e tg. Stessa cosa è successa in occasione del No Draghi Day organizzato dal sindacato di base. I due pensieri dominanti deviano l’attenzione dallo sfruttamento dei lavoratori e dalle troppe morti bianche, per orientare l’opinione pubblica su altre tematiche. I principali giornali italiani, nel giorno dello sciopero generale, hanno dato più spazio sulle proprie pagine alla dipendenza da pornografia che non ai milioni di lavoratori che hanno incrociato le braccia. Le stesse forze che appoggiano il governo Draghi sono state tutte compatte, dal Pd alla Lega, nel condannare lo sciopero. I lavoratori in piazza non possono essere rappresentati da questi partiti capitalisti.

Anche i temi ambientali, che sono particolarmente sentiti dai più giovani, vengono depotenziati della critica al capitalismo. La lotta ambientalista deve essere anticapitalista, perché il capitalismo è il principale colpevole dell’inquinamento del nostro pianeta.

Le forze che si battono per il socialismo devono cercare un’intesa, specie dopo il disastro delle recenti elezioni comunali. Si può litigare su Lenin e Kautsky, ma in questo momento storico socialisti e comunisti devono colpire compatti un capitalismo sempre più famelico e sempre più indisturbato nell’arricchire pochi a discapito di molti.

Le elezioni devono essere un mezzo e non un fine, ma in questo momento ci sono milioni di lavoratori che non hanno rappresentanza politica nelle istituzioni e questo è un grave male per la democrazia. I lavoratori si astengono o accettano di votare le liste borghesi, che siano quelle delle destre populiste o dei liberal progressisti. Manca un soggetto politico che li rappresenti, un soggetto politico che sia presente nelle istituzioni. Socialisti e comunisti devono lavorare a un’intesa tra forze differenti, ma unite dalla lotta di classe per il socialismo, per una sanità pubblica, per un’istruzione pubblica, per l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Per un sapere critico

di GENNARO ANNOSCIA

Lo stesso governo che non ha saputo fare nulla in termini di edilizia scolastica, in relazione al covid, ricorrendo, unicamente, all’obbligo vaccinale camuffato da green pass, ne ha pensata un’altra: la trasformazione di tutti i docenti, nelle cui classi siano presenti studenti con disabilità o bisogni educativi speciali, in insegnanti di sostegno, tramite l’obbligo di un corso di formazione di 25 ore, chiaramente non retribuito.

Questa misura è l’ulteriore segnale di una situazione di tagli e risparmi indiscriminati sulla scuola pubblica, nonostante il vuoto e continuo blaterare. Ma è, in pari tempo, da considerare in una visione complessiva che, da anni, attanaglia la scuola pubblica, trasformata in un docile strumento di indottrinamento e non di promozione e produzione culturale, secondo un’ottica di semplificazione e riduzione al ribasso dei saperi, limitati al generico o al particolare decontestualizzato in funzione acritica.

L’obiettivo, di carattere, chiaramente, politico, è infatti proprio questo, la messa al bando del sapere critico e la promozione di generazioni di decerebrati, funzionali alla piena attuazione del pensiero unico.

“Professor Barbero, scenda in campo!”

di LEONARDO MARZORATI

Nella serie televisiva 1992, il protagonista Leonardo Notte, esperto di marketing interpretato da Stefano Accorsi, fa un test in una scuola media: chiede ai ragazzi presenti in una classe di scrivere i nomi dei 10 personaggi famosi preferiti. La storia è ambientata nel 1992 e uno dei nomi più ricorrenti sui diversi foglietti dei ragazzi è quello di Silvio Berlusconi. Da lì il protagonista della serie capisce che il Cavaliere può essere una figura spendibile politicamente dopo tangentopoli.

Oggi se riproponessimo quel test in una qualsiasi scuola superiore (dove a differenza delle medie ci sono ragazzi più attenti all’attualità e prossimi al voto) un nome ricorrente sarebbe quello del professor Alessandro Barbero. Lo storico piemontese è un personaggio mediatico, celebrato sul web come un influencer, pur non avendo profili social. Il segreto del suo successo? Spiegare la storia in tv e in festival culturali (le cui conferenze hanno milioni di visualizzazioni sui social) con chiarezza, correttezza e senza mai tediare l’ascoltatore. Anche i suoi libri vanno a ruba e non solo tra persone di classe ed età elevata. Barbero, suo malgrado, è una star, con tanto di parodie, meme e canzoni “spoken-word” realizzate dalle sue conferenze storiche.

Barbero piace a tanti, nonostante l’aspetto non da rock star, ma da distinto professorino con una voce squillante e un po’ stridula, contraddistinta anche da un marcato accento torinese. Come tante altre star del web, ora ha diversi haters.

I primi li ha guadagnati a destra, dopo alcune sue dichiarazioni sulle foibe. Barbero ha ricordato che le migliaia di italiani uccisi dai partigiani jugoslavi furono una risposta ai massacri, ben peggiori in termini numerici, operati dai nostri connazionali nei confronti delle popolazioni slave. In più ha spiegato che mentre fino a 30 anni fa i fascisti erano il 5% circa dell’arco parlamentare (MSI) e la Resistenza era celebrata dal restante 95% come il secondo baluardo fondatore della Repubblica Italiana dopo il Risorgimento, oggi ci sono due partiti che strizzano l’occhio ai fascisti, che non si sentono pienamente antifascisti e che vedono la Resistenza e il 25 Aprile come qualcosa non loro. Di conseguenza, prima Alleanza Nazionale e oggi Lega e Fratelli d’Italia (che stando ai sondaggi rappresentano il 40% del Paese) vogliono equiparare la tragedia delle Foibe a quella dell’Olocausto e di tutti i crimini del nazifascismo. Per Barbero questa posizione politica delle destre vuole revisionare la Storia e come tale va combattuta. La militanza a sinistra del professore non è una novità, ma viviamo un’epoca in cui anche tanti che si professano “di sinistra” hanno sposato posizioni simili a quelle dei revisionisti.

Barbero ha giudicato “ipocrita” il green pass, pur mostrandosi favorevole alla vaccinazione. Che il green pass sia uno stratagemma per portare negli hub molti critici o dubbiosi sul vaccino è un dato di fatto. Lo stesso Barbero non ha nascosto che la soluzione più semplice sarebbe l’obbligo vaccinale. Il governo Draghi ha deciso di non obbligare nessuno, ma di limitare la vita lavorativa e sociale a molti non vaccinati, il cui numero è ovviamente sceso. Lo storico si è così inimicato i “talebani del vaccino”, quelli per cui qualsiasi dubbio o posizione non in linea con quella del governo viene additata come “no vax”.

Infine Barbero, in un’intervista a La Stampa, ha fatto delle considerazioni sul perché in molti ambiti lavorativi le donne siano ancora oggi in numero inferiore agli uomini. L’intervista era incentrata sulle donne protagoniste della Storia, argomento a cui Barbero si è interessato. Lo storico non ha fatto affermazioni, ma ha solo posto domande, consapevole che avrebbero suscitato polemiche. Il titolista de La Stampa ha trasformato le domande del professore in un’affermazione secca, ovviamente prediligendo quel passaggio scomodo a tutte le altre affermazioni fatte nella lunga intervista; tra cui il suo appoggio al candidato sindaco della sinistra radicale di Torino Angelo D’Orsi. Forse è stata una trappola del quotidiano della famiglia Agnelli-Elkann per mettere in cattiva un intellettuale scomodo dopo le sue posizioni su foibe e green pass? Può darsi.

Prima la destra e poi una buona fetta della sinistra borghese hanno attaccato Barbero, accusato di essere filotitino, nemico della scienza e maschilista. Il deputato renziano Michele Anzaldi ha addirittura chiesto alla Rai di epurarlo dalla televisione pubblica. Dopo questi attacchi, lo storico torinese ha tutte le carte in regola per scendere in campo, proprio contro quella destra e contro quel Pd che oggi se la prendono con lui.

Altri intellettuali, pur con qualche remora, non prendono mai posizioni scomode, per non spiacere a quell’élite culturale progressista che detiene una bella fetta di potere culturale. Barbero no. Il prof non è riconducibile a un ambiente dove fanno la voce grossa personaggi come Monica Cirinnà e Laura Boldrini. Queste due deputate, dall’alto del loro ruolo istituzionale di parlamentari della Repubblica e dell’elevato numero di followers, il 28 settembre scorso non hanno speso una parola per i sei operai morti in altrettanti incidenti sul lavoro, mentre hanno preferito scagliarsi contro una statua raffigurante la celebre Spigolatrice di Sapri, perché ritenuta sessista. Sono due mondi sempre più distanti quello dei lavoratori e quello della borghesia liberal. Barbero può essere la persona giusta per rappresentare i primi.

Non avrà in numeri di Berlusconi del 1994, ma uno come Barbero può portare le forze socialiste, popolari e comuniste a prendere alle prossime elezioni più di quanto mai preso fino ad oggi dalla comparsa sulla scena politica del Pd. Lo storico è una figura mediatica spendibile, in un’epoca in cui l’immagine del leader purtroppo conta molto ai fini del consenso. Barbero può intercettare tanti elettori di sinistra che al momento sono finiti tra l’astensionismo o il voto turandosi il naso a Pd e cespugli vari (compreso il Movimento 5 Stelle).

Il professore guarda a sinistra e non si riconosce nelle attuali forze parlamentari progressiste. Sono in tanti i lavoratori e gli studenti delusi dalle sinistre parlamentari e dal Movimento 5 Stelle. Questi delusi andrebbero raggruppati sotto una bandiera rossa. E sotto la leadership di un uomo carismatico. Professor Barbero, scenda in campo. C’è una fetta di elettorato che ha bisogno di lei.

Il socialismo che vogliamo e i traditori di Turati e del socialismo italiano

di LEONARDO MARZORATI

Da quasi quarant’anni lo Stato Sociale viene smantellato. Il primo passo fu opera del Psi craxiano, che con il decreto di San Valentino tagliò nel 1984 tre punti della scala mobile, lo strumento che indicizzava i salari in funzione degli aumenti dei prezzi, al fine di contrastare la diminuzione del potere d’acquisto dato dall’aumento del costo della vita. Il governo Craxi seguì di due anni quanto fatto dal ministro delle finanze francese Jacques Delors, anche lui socialista, che smantellò la “échelle mobile des salaires” introdotta a Parigi nel 1952 dal presidente Vincent Auriol, socialista, frontista e partigiano. La Storia ci insegna che c’è socialista e socialista: pure Benito Mussolini lo era stato.

Gli anni ottanta portarono alla caduta del Muro di Berlino e al crollo dei regimi a socialismo reale. Se nell’Est Europa finì il modello socialista, ad Ovest vennero smantellati i diritti sociali. Sparita la minaccia bolscevica, la borghesia potette spadroneggiare. In cambio dei diritti civili, ottenuti chi più chi meno a seconda del Paese, da troppi decenni i diritti sociali vengono cancellati, in un processo che pare irreversibile.

Nell’Italia della seconda e terza Repubblica gli ex comunisti hanno contribuito parecchio a questo brutto andazzo, in un imbarazzante testa a testa con il centrodestra. Lo smantellamento dell’articolo 18 da parte del governo Renzi segna il sorpasso del Pd e di ciò che resta del centrosinistra sulla compagine berlusconiana. Le riforme di destra in Italia a farle è il più delle volte la sinistra. I primi colpevoli vengono però dal Psi degli anni ottanta, quello comandato dalla cerchia craxiana.

Oggi gli eredi di quella storia si dichiarano discendenti di Filippo Turati. Riccardo Nencini, che si allea a Matteo Renzi in Parlamento, e Roberto Biscardini, che ha sostenuto a sindaco di Milano l’ex assessore della giunta Albertini Giorgio Goggi, sono dei traditori del pensiero di Turati. Il grande leader milanese del socialismo italiano credeva nella democrazia parlamentare come strumento per giungere al socialismo, all’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Turati si scontrava con la corrente massimalista del suo partito sui mezzi politici di lotta, non sul fine ultimo, che doveva essere il socialismo. Anche per questo polemizzò prima e abbandonò poi Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, esponenti dell’ala destra che nel 1912 furono espulsi dal Partito Socialista. Nella loro visione politica, il partito avrebbe dovuto strappare a piccoli passi le concessioni della borghesia. Bissolati e Bonomi riprendono il revisionismo di Eduard Bernstein, pensatore socialdemocratico tedesco che aveva cercato di depotenziare il pensiero marxista, per inserirlo pacificamente nel sistema capitalista. Gaetano Salvemini definì sprezzante Bonomi “il socialista che si accontenta”.

I craxiani di oggi, sostenitori delle porcate renziane e di un ex assessore (Goggi) che contribuì al proliferare di parcheggi privati sotterranei a Milano, non hanno nulla a che spartire con Turati, come purtroppo non ne avevano molto neanche i vari Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Claudio Martelli, Giuliano Amato. I finti socialisti di oggi, che sventolano il garofano e non la falce e martello, vero simbolo del socialismo, sono dei rinnegati. Non sono nemmeno paragonabili a Bissolati e Bonomi: quelli si accontentavano di strappare qualche concessione alla borghesia, questi la borghesia la favoriscono, togliendo diritti ai lavoratori.

I craxiani, in occasione del centenario della nascita del Partito Comunista Italiano, hanno lanciato lo slogan “aveva ragione Turati”, per condannare l’estremismo degli allora scissionisti a sinistra Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Amadeo Bordiga. Se sulla visione di socialismo degli esponenti comunisti si può discutere, loro, come Turati, guardavano ai lavoratori e al socialismo. I craxiani di oggi guardano alla borghesia e al liberismo. Possono giocare al Turati buono contrapposto al Gramsci cattivo, ma non sono degni del grande pensatore milanese (e nemmeno di quello sardo), anzi, ne sono i traditori.

Giusto l’antifascismo accomuna Turati ai craxiani di oggi. Ma sinceri antifascisti lo erano, e lo sono, anche liberali, monarchici, democristiani. Non basta l’antifascismo per definirsi eredi di Turati. C’è addirittura chi pensa che, definendo “sessista” una statua raffigurante la Spigolatrice di Sapri, si possa essere eredi di Anna Kuliscioff. Il socialismo è cosa troppo seria per essere ricondotto a questi residui del garofano. Questi craxiani detestano gli ex comunisti, perché dopo Tangentopoli hanno rubato loro il ruolo di “quelli di sinistra che stanno al potere”. Gli uni e gli altri hanno contribuito allo smantellamento dello Stato Sociale. Quindi sono nemici del socialismo.

I socialisti sinceri disprezzano le derive liberiste dei craxiani come quelle di Massimo D’Alema, che con la legge Treu aprì ai lavori somministrati e al precariato. I socialisti sinceri oggi devono tornare a parlare di socialismo e lottare per ridare ai lavoratori i diritti che da Craxi a Renzi sono stati loro tolti.

Nencini, Biscardini e gli altri del nuovo Psi craxiano sono degli impostori nascosti sotto il nome di un partito di cui non sono degni. Cosa hanno a che fare, questi signori, con le lotte dei contadini emiliani guidati da Camillo Prampolini? Con le rivolte di Romagna di Andrea Costa? Con l’internazionalismo socialista di Claudio Treves? Con lo Statuto dei Lavoratori di Giacomo Brodolini e Gino Giugni? Nulla. Anzi, lo Statuto dei Lavoratori è stato demolito dal governo Renzi, appoggiato dal nuovo Psi. Persino un eroe nazionale (e impareggiabile organizzatore del partito) come Giacomo Matteotti è distante dall’opportunismo dei Nencini e Biscardini.

Ho citato degli esponenti riformisti e non massimalisti del socialismo. Questi riformisti si vergognerebbero dell’attuale Partito Socialista Italiano di Nencini e Biscardini, il cui segretario è Enzo Maraio, già assessore di Vincenzo De Luca. Purtroppo anche nel resto d’Europa i partiti socialisti si sono piegati alla borghesia.

La richiesta di smantellamento della scala mobile partì dal quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Lo stesso giornale, ora di proprietà della famiglia Agnelli-Elkann, è in prima fila per chiedere di estendere i diritti civili, ma anche per togliere quelli sociali; con la complicità della classe politica “di sinistra”, l’altro ieri socialista, ieri ex-comunista e oggi piddina. La borghesia ordina e i finti socialisti eseguono, mostrandosi al loro elettorato, sempre meno proveniente dalle classi lavoratrici, come i fautori dei nuovi diritti civili, dell’antifascismo e della lotta al razzismo. Sono battaglie quasi sempre sacrosante, ma che devono andare di passo con lotte sociali. I lavoratori hanno perso potere contrattuale in cambio di diritti veri come le unioni civili o di semplici chiacchiere, come il ddl Zan, scritto coi piedi per non essere approvato e utile solo a distogliere per diversi giorni l’opinione pubblica. Se si voleva colpire l’odio omotransfobico bastava correggere in parlamento la legge Mancino: sarebbero bastati i soli voti di Pd, M5S, Italia Viva e LeU. Questo non è stato fatto. Chi aggredisce una persona per il suo orientamento sessuale, oggi non subisce le aggravanti per omotransfobia. La colpa è delle sinistre in parlamento. Tutto questo mentre La Repubblica e altri quotidiani hanno tolto visibilità a importanti lotte operaie (ad esempio la Gkn di Campi Bisenzio) per far occupare pagine e pagine a una legge scritta male per non essere mai votata. La lotta di classe è finita e hanno vinto i padroni, soprattutto quelli progressisti.

Turati aveva ragione: si deve lottare per il socialismo. In parlamento e accettando i passaggi elettorali, ma si deve lottare per il socialismo e combattere la borghesia. I craxiani, come i renziani, i piddini e gli ex comunisti di LeU, sono schierati con la borghesia. Il vento, come cantava il compagno Claudio Lolli, un giorno forse li spazzerà via.

Leonardo Marzorati