La fobia del nemico immaginario: il rigurgito di fascismo e razzismo

di MASSIMO AMADORI
Per anni ci hanno detto che i migranti sono il nemico, una minaccia per l’Italia, che rubano il lavoro e delinquono. Li hanno disumanizzati, passo dopo passo. Ci hanno abituati a vederli come esseri umani di serie B, la cui vita non vale come la nostra. L’asticella dell’odio razziale è stata alzata ogni giorno di più, legittimando dei discorsi violenti e fascisti. Adesso siamo arrivati a un punto che una parte degli italiani considera del tutto legittima la violenza più brutale contro gli immigrati e i musulmani, fomentata da Vannacci e camerati vari.
I commenti che si leggono sui social sono indicativi: decine di migliaia di cerebrolesi di estrema destra che esaltano lo squadrista di FN che ha aggredito e pestato un immigrato inerme e con evidenti problemi psichici. Hanno sdoganato il fascismo, il razzismo e la violenza e i risultati sono questi. Gli immigrati non sono più percepiti come esseri umani, quindi aggredirli e picchiarli diventa in qualche modo giustificabile agli occhi di una parte degli italiani.
Hitler fece lo stesso con gli ebrei: per anni li ha disumanizzati tramite una martellante propaganda razzista, fino a quando il popolo tedesco non era pronto ad accettare qualsiasi violenza, persino la soluzione finale.
Leggendo certi commenti dell’italiano medio fascistoide mi sono convinto che se oggi il governo italiano decidesse di deportare tutti i migranti in campi di concentramento una parte della popolazione italiana non solo lo accetterebbe ma denuncerebbe i migranti alla polizia. È la banalità del male. Del resto Primo Levi sosteneva che il razzismo alla fine porta sempre al lager. Hanno sdoganato lo squadrismo e magari dopo i migranti le prossime vittime saranno i socialisti, i comunisti, gli anarchici, le femministe, il movimento LGBTQ, gli ebrei, i Rom e Sinti e tutti i “nemici degli italiani”. Nel frattempo gli oligarchi miliardari saranno sempre più ricchi e i lavoratori italiani sempre più poveri.
Hanno creato un nemico immaginario, il migrante, per fomentare una guerra fra poveri a tutto vantaggio di questo capitalismo oligarchico. Il fascismo come sempre è funzionale agli interessi del capitalismo e difende il privilegio e l’ingiustizia. Il clima che si respira in Italia è davvero pessimo.

Sulla solidarietà: un’analisi sociopolitica

di ANARCHOS –

Dalla carità all’aiuto reciproco: le metamorfosi della solidarietà nel pensiero politico

La solidarietà non è un concetto univoco, ma un campo di tensione in cui si scontrano visioni divergenti dell’essere umano, del potere e del mutamento sociale. Districare le sue declinazioni richiede di osservare come ogni modello risponda alla domanda fondamentale: chi è il soggetto agente e chi il beneficiario in un rapporto di asimmetria?

​La solidarietà caritatevole: l’etica della benevolenza verticale
​La solidarietà caritatevole affonda le sue radici nella tradizione teologico-morale, in particolare nel cristianesimo, dove l’elemosina (dalla radice greca eleos, misericordia) non è solo un atto di dono, ma un dovere morale finalizzato alla salvezza dell’anima di chi dona e al sollievo contingente di chi riceve. Dal punto di vista filosofico, presuppone una gerarchia ontologica: il ricco (il “buono”) interviene sul povero (il “bisognoso”). La carità, come notato da Hannah Arendt in Sulla rivoluzione, è “apolitica” per eccellenza: essa non cerca di eliminare le cause della povertà, ma di lenirne gli effetti, perpetuando il rapporto di dipendenza. Politicamente, agisce come una valvola di sfogo che stabilizza l’ordine costituito, impedendo che l’indignazione del povero si trasformi in rivolta.

La solidarietà umanitaria: l’etica dell’emergenza globale
​L’umanitarismo moderno, teorizzato da figure come Henri Dunant (fondatore della Croce Rossa), si sposta dal piano morale a quello “tecnico-neutrale”. La sua filosofia poggia sull’universalismo dei diritti umani e sulla necessità di un intervento super partes. Tuttavia, la critica post-coloniale (si pensi a Didier Fassin in La ragion umanitaria) ha messo in luce come l’umanitarismo operi spesso attraverso una “governance della sofferenza”. L’azione umanitaria rischia di trasformare le crisi politiche (guerre, sfruttamento, estrattivismo) in “emergenze” sanitarie o logistiche, de-politicizzando le vittime e riducendole a “nuda vita” (Agamben), ovvero a corpi da salvare che non hanno voce politica. È una solidarietà dall’alto, che richiede un’infrastruttura burocratica e statuale per funzionare.

Solidarietà dall’alto verso il basso: il paternalismo tecnocratico
​Questa forma è l’estensione secolare del modello caritatevole. Si manifesta nel welfare statale o nei programmi di cooperazione internazionale gestiti dalle élite. Filosoficamente, è figlia del positivismo e del paternalismo liberale: si presume di sapere cosa sia meglio per le popolazioni destinatarie senza una reale consultazione orizzontale. Il “progetto” è l’ordine sociale gestito; la solidarietà diventa una tecnica di governo delle popolazioni per prevenire il caos. Il limite qui è l’alienazione: il destinatario è un oggetto di politiche pubbliche, non un soggetto attivo.

La solidarietà marxista: il superamento dialettico
​Nel marxismo, la solidarietà non è un atto di “bontà”, ma una necessità strategica della lotta di classe. Marx ed Engels, nei Manoscritti economico-filosofici, vedono l’alienazione come la rottura dei legami sociali prodotti dal capitale. La solidarietà proletaria (il Klassensolidarität) è la reintegrazione di questi legami in vista di un obiettivo rivoluzionario. Non si tratta di soccorrere il povero, ma di unire i lavoratori contro il sistema che produce povertà. È una solidarietà “orizzontale” all’interno della classe, ma spesso “verticale” rispetto alla struttura del partito, che funge da avanguardia cosciente. La solidarietà marxista mira a rendere superflua la carità eliminando la proprietà privata dei mezzi di produzione: il fine è la giustizia strutturale, non il sollievo temporaneo.

​La solidarietà anarchica e antiautoritaria: l’aiuto reciproco
​La sfida più radicale giunge da Pëtr Kropotkin e dalla sua opera Il mutuo appoggio. Per Kropotkin, la solidarietà (o aiuto reciproco) non è un ideale etico imposto dall’alto, ma un fattore biologico ed evolutivo della specie umana, soppresso dallo Stato e dal mercato. L’anarchismo rifiuta la distinzione tra “salvatore” e “salvato”. La solidarietà antiautoritaria si basa sull’orizzontalità, sull’azione diretta e sull’autorganizzazione. Non si delega a un ente terzo (Stato o ONG) la risoluzione di un problema, ma si affronta collettivamente, costruendo sin da subito le relazioni sociali che si vorrebbe vedere nel mondo futuro (la “prefigurazione”). È una solidarietà che non cerca il potere, ma la sua dissoluzione.

​Mentre la carità e l’umanitarismo tendono a preservare lo status quo, il marxismo e l’anarchismo cercano di trasformarlo. La frattura principale corre lungo la linea dell’autonomia: la solidarietà dall’alto (carità, umanitarismo, paternalismo) conferma la subalternità, mentre la solidarietà dall’interno (marxismo, anarchismo) mira all’emancipazione, differenziandosi tra loro per il ruolo attribuito all’organizzazione statale e alla gestione del potere.

Bibliografia essenziale
​Agamben, G., Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, 1995.
​Arendt, H., Sulla rivoluzione, Einaudi, 2006.
​Fassin, D., La ragion umanitaria. Una storia morale del tempo presente, Feltrinelli, 2012.
​Kropotkin, P., Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione, Elèuthera, 2005.
​Marx, K., Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, 1949.
​Mauss, M., Saggio sul dono, Einaudi, 2002. (Testo fondamentale per comprendere le dinamiche del dono e del contro-dono).

L’attualità di Carlo Pisacane

di STEMER MALDUVER
Il pensiero di Carlo Pisacane (1818-1857) rappresenta un momento di rottura ontologica all’interno del Risorgimento italiano. La sua produzione teorica, condensata soprattutto nel Saggio sulla rivoluzione (pubblicato postumo nel 1860) e nelle sue riflessioni belliche e storiche, opera una sintesi originale tra il materialismo di matrice proudhoniana e la prassi insurrezionale, ponendo le basi per quello che, di lì a pochi anni, sarebbe stato definito anarchismo.

​La critica economica: la proprietà come sintesi del dispotismo

​La riflessione di Pisacane si distacca nettamente dal messianismo di Giuseppe Mazzini. Laddove il capo della Giovine Italia concepiva l’unità nazionale come un imperativo etico-religioso, Pisacane, formatosi sulle opere di Pierre-Joseph Proudhon — in particolare il celebre Che cos’è la proprietà? del 1840 — approda a un’analisi di tipo strutturale. Nel Saggio sulla rivoluzione, Pisacane definisce la proprietà privata non come un diritto naturale, ma come un dispositivo di coercizione: «La proprietà, per la sua stessa natura, tende a concentrarsi in poche mani, e quindi a creare una classe di ricchi e una di poveri».
​Questa analisi anticipa, con una lucidità sorprendente per l’epoca, il concetto di plusvalore e di alienazione economica. Per Pisacane, il sistema del salario è una forma di schiavitù mediata dalla legge. Di conseguenza, il suo antistatalismo non è una posa astratta, ma la logica conclusione della sua critica economica: lo Stato, per Pisacane, è il garante giuridico del privilegio. Pertanto, ogni rivoluzione che si limiti a un cambio di regime — da monarchia a repubblica — senza abbattere la proprietà privata, è destinata a fallire poiché lascerebbe intatta la “terribile sorgente di male”. Il suo modello di società ideale, che egli stesso non esita a definire “anarchia” nel senso etimologico di assenza di governo coattivo, si fonda su un federalismo radicale e sull’associazione spontanea dei lavoratori, dove i mezzi di produzione tornano alla gestione collettiva dei produttori.

La prassi pedagogica: la “propaganda del fatto”

​Il secondo pilastro del pensiero pisacaniano è il superamento del primato dell’educazione intellettuale sulle masse. Nel celebre Testamento politico del 1857, egli scrive: «I sistemi, le dottrine sono conseguenze, non cause del progresso sociale […] L’educazione del popolo è un assurdo». Questa affermazione demolisce il cuore del metodo mazziniano. Pisacane teorizza che la coscienza rivoluzionaria non nasca dallo studio o dalla propaganda verbale, bensì dall’esperienza diretta del conflitto.
​La sua “propaganda del fatto” (concetto che troverà piena codificazione teorica nel 1876 con la Conferenza di Berna di Malatesta e Cafiero) è una pedagogia violenta dell’esempio. La Spedizione di Sapri non deve essere intesa, nella visione di Pisacane, come un colpo di mano militare volto alla vittoria immediata, quanto come un catalizzatore: il sacrificio dei rivoluzionari serve a rompere l’apatia delle masse contadine, dimostrando che il potere è vulnerabile. L’azione diretta diventa dunque l’unico linguaggio comprensibile per un popolo oppresso dalla fame e dal fatalismo clericale.

​Il nesso con l’anarchismo e l’eredità intellettuale

​Il nesso tra la produzione di Pisacane e l’anarchismo non è un’invenzione a posteriori, ma una filiazione diretta documentata dalla storiografia del movimento libertario. Quando Mikhail Bakunin giunse in Italia nel 1864, trovò i reduci repubblicani e i giovani rivoluzionari già pronti a recepire le tesi antiautoritarie proprio perché le avevano verificate nei testi di Pisacane. La celebre “Banda del Matese” del 1877, guidata da Errico Malatesta e Carlo Cafiero, fu il tentativo di tradurre nel fatto l’eredità di Sapri: l’insurrezione contadina, il rogo dei registri catastali e la proclamazione del comunismo libertario furono l’applicazione pratica, tragica e coerente di quel programma.
​La longevità intellettuale di Pisacane si deve proprio a questa natura di “figura scomoda”. A differenza di altri patrioti che, dopo il 1861, si integrarono nei gangli dello Stato sabaudo, Pisacane rimase un’entità insofferente a ogni potere costituito. La sua morte in battaglia ha garantito al suo pensiero una purezza incorrotta: non ha mai dovuto gestire la prosaicità dell’amministrazione del potere, rimanendo, per i posteri, l’archetipo dell’eroe che non cerca la vittoria per sé, ma la rottura radicale dell’ordine sociale. In ultima analisi, la sua grandezza risiede nell’aver compreso che la libertà politica senza l’uguaglianza economica è, come egli stesso scrisse, una “menzogna”, ponendo così il problema della giustizia sociale al centro di ogni possibile visione rivoluzionaria moderna.

La delega, la democrazia diretta e l’astensione come lotta

di LAVINIA MARCHETTI
PERCHÉ NON VOTO? Me lo avete chiesto in molti, a dire il vero con poco rispetto per una scelta piuttosto elaborata. Ma comprendo il fatto che fin da piccoli ci insegnano come un mantra che “il voto è un diritto e un dovere”, “meglio votare che lasciare il governo in mano ai fascisti”, “turiamoci il naso”, ecc. ecc. La ragione non è il menefreghismo, e nemmeno la delusione del momento. È una convinzione antica, che affonda le radici nel pensiero libertario, e riguarda il cuore stesso della faccenda: la delega.

Non votare non significa lavarsene le mani. Errico Malatesta, che di queste cose si intendeva, distingueva con nettezza l’astensione come indifferenza dall’astensione come lotta. La prima è la pigrizia di chi se ne infischia, la seconda è la scelta di chi mette le proprie energie altrove, nel conflitto reale invece che nel suo simulacro. Io appartengo alla seconda schiera. Non voto perché la politica la pratico altrove, in un altro luogo e in un altro modo, tutti i giorni.

Al fondo del mio rifiuto sta una diffidenza verso il principio di rappresentanza. Delegare vuol dire consegnare a un altro la propria porzione di potere, con la “speranza” che la usi nel mio interesse. Il rappresentante, però, appena eletto risponde al partito e ai poteri che lo tengono in piedi, e a me quasi più niente. Così funziona il “sistema”.

Si obietta che il problema sono i rappresentanti corrotti, e che basterebbe eleggerne di onesti. Magari fosse così semplice. Perfino gli uomini più integri, una volta dentro il meccanismo, ne vengono assorbiti, perché il meccanismo ha una logica propria che non dipende dalle buone intenzioni. Il potere delegato corrompe la delega ben prima ancora di corrompere la persona. Rousseau, che pure non era un anarchico, lo aveva capito due secoli e mezzo fa: «Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente».

EH, MA LA “DEMOCRAZIA”…

Come puoi rifiutare il voto, mi si dice, se il voto è la democrazia? In questa domanda si nasconde un equivoco storico grande come una casa. La democrazia che gli ateniesi inventarono non somigliava affatto alla nostra. Era diretta, i cittadini decidevano di persona nell’assemblea, e affidava quasi tutte le cariche pubbliche al sorteggio, non all’elezione.

La ragione era ovvia, e la formulò Aristotele. Estrarre a sorte è democratico, eleggere è aristocratico, perché, in quel caso, l’elezione serve a scegliere i “migliori”, e la scelta dei migliori è il principio dell’aristocrazia, non quello dell’uguaglianza. Nella democrazia vera chiunque può governare ed essere governato a turno, e il sorteggio garantisce esattamente questo. Lo storico David Van Reybrouck, nel suo «Contro le elezioni», ricostruisce come il voto sia nato, con le rivoluzioni del Settecento, per selezionare una nuova élite, e come solo più tardi sia stato ribattezzato democrazia. Chiama fondamentalismo elettorale il dogma per cui votare e decidere sarebbero la stessa cosa.
Van Reybrouck descrive anche la nostra malattia, e la chiama “sindrome da stanchezza democratica”, l’entusiasmo per la democrazia che convive con la sfiducia totale verso le sue istituzioni. Quello che chiamiamo democrazia, insomma, è un sistema elettorale e rappresentativo, aristocratico nel congegno e democratico soltanto nel nome. Rifiutare quel congegno non significa rifiutare la democrazia. Significa prenderla sul serio nelle sue declinazioni. Continua a leggere

Sui DSA: un punto di vista anarchico

di Stemer Malduver
L’osservazione che il dibattito pubblico italiano sia spesso prigioniero di categorie stantie è quanto mai centrata. Spesso si cerca di leggere la realtà statunitense con le lenti di una sinistra europea che ha progressivamente svuotato di significato il termine “socialismo“, riducendolo a una gestione più umana del capitalismo. Da una prospettiva anarchica, l’interpretazione di Massimo Amadori risulta affascinante proprio perché descrive una tensione, un campo di forze in cui l’aspirazione radicale prova a misurarsi con il pragmatismo, un dilemma che attraversa da sempre il pensiero libertario. ​Osservare i DSA attraverso questa lente significa anzitutto riconoscere che l’anarchismo non è un dogma, ma una prassi di liberazione. Se i DSA, con la loro retorica sulla “guerra di classe” e il superamento degli attuali rapporti di produzione, riescono a scardinare il mito del “sogno americano” e a radicare la coscienza di classe tra i giovani, allora stanno compiendo un lavoro di demolizione culturale che è il prerequisito necessario per qualsiasi rivoluzione sociale.
Per un anarchico, il fatto che questi ragazzi non agitino i simboli del totalitarismo novecentesco, ma si concentrino sulla concretezza dei bisogni – dalla sanità all’autogestione – è un segnale di maturità politica che la sinistra nostrana ha smarrito da tempo, invischiata com’è in un parlamentarismo che sembra fine a se stesso.
​Il cuore della questione, però, resta il rapporto con le istituzioni. Il punto di vista libertario qui si fa cauto: il rischio è che la struttura “partitica” o di movimento strutturato finisca per assorbire l’energia vitale di chi vi partecipa. Se l’obiettivo è davvero l’esproprio dei miliardari e l’autogestione dei mezzi di produzione, lo Stato non può essere il mediatore, perché lo Stato è esso stesso il garante di quegli stessi rapporti di forza che si vorrebbero abbattere. Tuttavia, la storia delle lotte insegna che non ci si libera dall’isolamento se non si costruiscono ponti, e forse i DSA sono, in questo momento storico, lo spazio in cui le istanze libertarie e quelle del socialismo radicale riescono a convergere senza necessariamente scontrarsi in veti ideologici.
​È interessante notare come Amadori definisca questi giovani dei “riformisti rivoluzionari“. Per un anarchico, questo è un ossimoro potente: se le riforme sono usate come terreno di scontro, come “palestra” per costruire potere popolare e consapevolezza, allora esse diventano strumenti di rottura anziché di consolidamento del sistema. La lezione che arriva dagli Stati Uniti, al di là dell’Oceano, è che la politica non deve essere un esercizio di testimonianza o un’occupazione di poltrone, ma un radicamento profondo nella vita della classe lavoratrice. Se la sinistra italiana riuscisse a superare il proprio settarismo e a guardare a questa capacità di connettere il “qui e ora” (il salario minimo, la casa, la salute) con il “domani” (il superamento del capitalismo), forse non saremmo costretti a parlare di un’agonia della sinistra che dura ormai da decenni.
​Viva il socialismo democratico e libertario, dunque, purché rimanga consapevole che la libertà non è una concessione delle istituzioni, ma una pratica quotidiana. Se i DSA riusciranno a restare fedeli alla loro natura, rifiutando la tentazione di diventare l’ennesima burocrazia di partito, potrebbero non solo far tremare Trump o l’establishment, ma dimostrare che un’altra forma di convivenza umana è possibile, una forma in cui il potere non viene gestito dai pochi, ma esercitato attivamente dalla comunità. La loro sfida è la sfida di chiunque creda che la storia non sia finita, ma che debba ancora essere scritta con le mani di chi produce la ricchezza del mondo.

La “socialdemocrazia” non c’entra un bel niente!

di MASSIMO AMADORI
In Italia c’è molta ignoranza sulle idee dei socialisti democratici statunitensi. Molti a sinistra pensano che i DSA di Sanders e Mamdani siano un’organizzazione socialdemocratica, intendendo con questo termine un partito di sinistra moderata e riformista che intende riformare il capitalismo invece di superarlo. In realtà ciò non corrisponde al vero. I DSA hanno nel loro statuto il superamento del sistema capitalistico, la socializzazione dei grandi mezzi di produzione e delle risorse economiche strategiche e l’autogestione delle grandi imprese da parte dei lavoratori. Non sono socialdemocratici ma socialisti democratici, nel senso che il loro obiettivo non è riformare il capitalismo, ma superarlo con mezzi democratici. Sono un movimento giovane e composto prevalentemente da giovani, di idee radicali e anticapitaliste. Parlano di “classe lavoratrice”, di esproprio dei miliardari, di lotta contro l’oligarchia e addirittura di “guerra di classe”.
Sono decisamente più a sinistra della socialdemocrazia europea, ormai completamente integrata nel sistema capitalistico. Sono decisamente più a sinistra del PD, di AVS e dello stesso Sanchez. Quando mai la Schlein, Conte e Fratoianni hanno parlato di esproprio dei miliardari e di “guerra di classe”? Questo significa che i DSA sono comunisti come dice Trump? No: se per comunisti intendiamo i marxisti-leninisti, i DSA non lo sono. I giovani dei DSA sono socialisti radicali, ma al tempo stesso democratici e libertari. Rifiutano nettamente i metodi dittatoriali e violenti dei comunisti marxisti-leninisti. Sono radicali ma non sono estremisti. Soprattutto a differenza dei comunisti nostrani non sono settari e dogmatici ma concreti e pragmatici. Non agitano la falce e il martello, ma sostengono attivamente tutte le lotte dei lavoratori e le loro rivendicazioni: dal salario minimo alla sanità pubblica e gratuita per tutti. Legando però la lotta per queste riforme alla prospettiva socialista di superamento del capitalismo. In questo senso possono essere definiti dei “riformisti rivoluzionari”, come Riccardo Lombardi.
Al loro interno esiste un forte movimento socialista libertario e persino un gruppo anarchico, ma anche componenti minoritarie socialdemocratiche e comuniste. Non guardano l’ideologia ma i fatti, rifiutando il settarismo e promuovendo l’unità della sinistra. Credo che la sinistra europea e in particolare quella italiana avrebbe solo da imparare dai socialisti democratici statunitensi, che stanno diventando la prima forza politica del Paese, facendo tremare Trump ma anche l’intero establishment democratico e repubblicano.
Viva il socialismo libertario e democratico!

Quando lo Stato è ancora lo Stato “borghese” al servizio dei padroni

A Prato gli operai di Acca si sono ribellati contro il caporalato e lo sfruttamento, scioperando contro il licenziamento di 100 persone. La polizia è intervenuta contro i lavoratori in sciopero, pestandoli e poi arrestandoli. È l’ ennesima dimostrazione che lo Stato non è affatto neutrale: è un apparato violento e repressivo al servizio di oligarchi, mafiosi, sfruttatori e caporali. La polizia non interviene mai contro i capitalisti sfruttatori e i caporali, interviene sempre contro i lavoratori sfruttati che manifestano per i loro diritti.
Nel caso di Prato poi la polizia è intervenuta per proteggere gli interessi criminali di un’azienda in odore di mafia, sotto processo per frode fiscale e per caporalato. In pratica lo Stato borghese utilizza la violenza e la repressione poliziesca contro gli operai, per proteggere gli interessi di mafiosi e caporali. La mafia chiama e lo Stato dei padroni interviene, non per stroncare la mafia ma per proteggerla e per massacrare i lavoratori. Questa è la merda che chiamiamo Stato e che sarebbe più corretto chiamare Stato-mafia.
È lo Stato dei caporali e degli oligarchi. Uno Stato criminale e mafioso. A Prato i padroni cantano vittoria, perché dicono che “lo Stato ha vinto, è stata ripristinata la legalità”. Certo, ha vinto lo Stato dei padroni e le aziende tessili pratesi potranno continuare tranquillamente a violare la legge, sfruttare i lavoratori ed evadere il fisco. Ha vinto lo Stato dei caporali, ha vinto le mafia e la sua “legalità”. Di certo non hanno vinto gli operai di Acca, che saranno licenziati e che si sono pure presi le manganellate delle nostre solerti forze dell’ordine, oltre che denunce e arresti. Giustizia è fatta insomma, ovviamente la giustizia borghese.
In questi anni gli operai di Prato hanno denunciato paghe da fame, squadrismo mafioso e padronale, mancanza di sicurezza sul lavoro. Ci sono state aggressioni fisiche contro gli operai che hanno osato alzare la testa. La polizia non è mai intervenuta per proteggere questi lavoratori e ristabilire la legalità costituzionale violata da padroni e mafiosi, è invece intervenuta con la violenza contro gli operai in sciopero.
Ovviamente queste cose in televisione non le sentirete, perché invece sentirete solo la versione dei mafiosi e le stronzate di Vannacci e compagnia. Tutte funzionali al mantenimento di questo sistema capitalistico fondato sullo sfruttamento dei lavoratori italiani e dei lavoratori migranti. Non sarà lo Stato borghese a contrastare il caporalato, la mafia e lo sfruttamento, ma l’autorganizzazione dei lavoratori, un forte sindacato e un forte movimento socialista.

Il terrore di Trump e soci

di MASSIMO AMADORI
Gli oligarchi come Trump hanno una paura fottuta del socialismo, perché sono consapevoli del fatto che in una società socialista la loro funzione sarebbe pulire i cessi. Non avrebbero più i loro miliardi, i loro privilegi e il loro potere. Non potrebbero più arricchirsi sfruttando le altre persone e distruggendo l’ambiente, non potrebbero più scatenare guerre per i loro profitti, non potrebbero più dare la colpa agli immigrati e alle persone di colore per la miseria e le ingiustizie che loro stessi provocano. Dovrebbero lavorare come tutti gli altri. Niente più festini alla Epstein, niente più evasione ed elusione fiscale, niente più ICE e deportazioni, niente più guerre e genocidi. Per questo quando i socialisti aumentano i loro consensi quelli come Trump diventano dei cani rabbiosi e cominciano a vedere il “comunismo” dappertutto.
Ovviamente quello che loro chiamano “comunismo” in realtà è il socialismo democratico, non certo il comunismo sovietico. Fascisti e capitalisti da sempre agitano lo spettro del comunismo per impaurire le persone e in particolare la classe media, ma in realtà odiano il socialismo democratico. E sanno benissimo che le idee socialiste sono attrattive per le persone e per la classe lavoratrice, perché tutti noi aspiriamo a vivere in una società più giusta in cui tutti i lavori siano pagati dignitosamente e in cui i diritti sociali fondamentali siano garantiti a tutti: istruzione, sanità, ecc.
Il socialismo democratico è semplice buonsenso e le persone sono stufe di vivere in un sistema in cui 10 miliardari possiedono la stessa ricchezza della metà della popolazione mondiale. Tutti ci rendiamo conto di vivere in un sistema ingiusto e vorremmo una maggiore giustizia sociale. Tutti tranne gli oligarchi ovviamente, che sono però meno dell’1 per cento della popolazione.
Lasciamo pure che Trump inveisca contro il “comunismo”. Nel frattempo negli States i socialisti stanno diventando la prima forza politica del Paese. I DSA di Sanders e Mamdani hanno raggiunto i 120 mila iscritti, diventando la più grande organizzazione socialista della storia degli Stati Uniti. Sono socialisti radicali, libertari e anticapitalisti, che parlano di esproprio della classe dei miliardari, di autogestione delle grandi aziende, di trasporto pubblico gratuito, asili nido gratis, stipendi dignitosi, democrazia sui luoghi di lavoro, sanità e istruzione per tutti.
L’ estrema destra potrà continuare a emettere i suoi latrati contro i comunisti e gli immigrati, ma le persone vogliono cose concrete e non propaganda. La gioventù statunitense in maggioranza sostiene i socialisti democratici e sempre più persone della classe lavoratrice aderiscono ai DSA di Sanders e Mamdani. Caro Trump, fai bene ad avere paura di noi, perché ci prenderemo anche la Casa Bianca e tu dovrai andare a pulire i cessi degli immigrati.
Viva il socialismo democratico e libertario!
#makesocialismcoolagain #DSA

Che cosa vuole davvero il comunismo?

di Lavinia Marchetti

Poche parole spaventano come “comunismo”. Basta pronunciarla perché la conversazione si irrigidisca, e chi la usa venga sospettato di nostalgie per il filo spinato. Alcuni ragazzi di un college (canadese) mi hanno chiesto un documento dove rendessi intellegibile e molto brevemente la domanda: “ma cosa vuole davvero il comunismo?”. La sfida mi è piaciuta, anche a rischio di banalizzare un po’ e sintetizzare troppo con pochi distinguo. In Italia il comunismo ha una “sua” storia, complessa e articolata, ma raramente quando si parla di comunismo si va al “sodo”, ci disperdiamo tutti (me compresa) nella produzione dei più grandi intellettuali degli ultimi duecento anni, ognuno con la sua versione. Vorrei restituirle il suo senso andando al concreto, attraverso i pensatori che l’hanno costruita e corretta lungo quasi due secoli. Distinguo subito ciò che il senso comune tiene mescolato. Una cosa è la teoria con i suoi fini, un’altra cosa sono i regimi che ne hanno usurpato il nome.

Giudicare il comunismo dai gulag equivale a giudicare il cristianesimo dall’Inquisizione, con la differenza che del secondo nessuno pretende di liquidare l’idea a causa dei suoi tribunali.

1. LO SFRUTTAMENTO È LA REGOLA, NON L’ABUSO

Il punto di partenza di Marx è una scoperta che oggi appare banale, ma non lo era affatto quando l’ha formulato. Il profitto discende dalla struttura stessa del salario, e la disonestà del singolo padrone non c’entra, poiché la regola vale anche con il padrone “buono”. L’operaio produce in una giornata un valore superiore a quello che riceve, e quel di più, il plusvalore, resta a chi possiede i mezzi di produzione. Lo scambio appare libero e giusto, e proprio in questo sta la sua astuzia, perché l’estrazione avviene alla luce del sole, dentro un contratto firmato. Oggi la stessa logica governa il magazziniere cronometrato dall’algoritmo e il fattorino pagato a consegna. Il comunismo comincia dal rifiuto di considerare naturale questo prelievo quotidiano sulla vita altrui.

2. NON VOGLIONO IL TUO SPAZZOLINO

La confusione più diffusa riguarda la proprietà. Il comunismo prende di mira la proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè le fabbriche e la terra, il capitale con cui si mette al lavoro il resto dell’umanità. La casa in cui vivi e i tuoi oggetti quotidiani appartengono a un’altra sfera, quella dei beni personali, che nessun testo seriamente marxista ha mai voluto requisire. Engels lo precisava già discutendo i programmi di partito. Il bersaglio è il potere che deriva dal possedere ciò da cui gli altri dipendono per vivere. Una cooperativa come Mondragón, nei Paesi Baschi, dove sono i lavoratori a possedere l’impresa e a eleggerne i vertici, dimostra che la questione resta concreta.

3. LO SCOPO VERO: RIAVERE SE STESSI

Sotto l’economia si nasconde una posta più profonda, che il giovane Marx formulò nei manoscritti del 1844. Il lavoro salariato estrania l’uomo dal prodotto che gli sfugge e dall’atto stesso del produrre, ridotto a puro mezzo, mentre trasforma i suoi simili in concorrenti. La parola che Marx adopera è alienazione, la perdita di sé dentro un’attività che non si governa. Il fine ultimo del comunismo è la fine di questa espropriazione interiore, una società in cui, secondo la formula del Manifesto, il libero sviluppo di ciascuno diventi la condizione del libero sviluppo di tutti. L’antropologo David Graeber, descrivendo i lavori privi di senso che milioni di persone svolgono senza crederci, ha dato a quella vecchia intuizione un volto attualissimo.

4. IL MATERIALISMO STORICO: SEGUIRE IL DENARO

La cassetta degli attrezzi di questo pensiero porta un nome, materialismo storico. L’idea è che le forme del diritto e della politica affondino nelle condizioni materiali con cui una società produce e riproduce la propria vita. Non si tratta di un rozzo determinismo economico, e già Engels, in una celebre lettera del 1890, avvertiva che la sovrastruttura reagisce sulla base e possiede una sua efficacia. Louis Althusser affinò l’idea con il concetto di sovradeterminazione. Applicato al presente, il metodo invita a chiedersi, davanti a una legge o a una guerra, a chi giovi materialmente, quali interessi la muovano sotto la superficie delle buone ragioni.

5. LO STATO NON È UN ARBITRO NEUTRALE

Contro l’immagine dello Stato come arbitro imparziale collocato al di sopra delle parti, la tradizione marxista sostiene che esso nasce per garantire un certo ordine di proprietà, e difende in ultima istanza chi quell’ordine avvantaggia. Lenin, in Stato e rivoluzione, riprende Marx ed Engels e annuncia perfino l’estinzione dello Stato una volta scomparse le classi. La storia successiva ha rovesciato quella promessa in uno Stato più ingombrante di prima, ed è una delle contraddizioni su cui torneremo. Nicos Poulantzas, negli anni Settanta, ha mostrato con finezza come lo Stato contemporaneo condensi i rapporti di forza tra le classi, restando permeabile alle pressioni popolari. La domanda che rimane riguarda chi governi davvero quando crediamo di essere governati soltanto dalle leggi.

6. PERCHÉ OBBEDIAMO? EGEMONIA E IDEOLOGIA

La domanda che tormenta i comunisti del Novecento è la più difficile: perché i dominati accettano il proprio dominio senza bisogno di catene. Antonio Gramsci, dal carcere fascista, rispose con il concetto di egemonia, il consenso che la classe dominante ottiene facendo passare i propri interessi per il senso comune di tutti. Louis Althusser vi aggiunse gli apparati ideologici di Stato, la scuola e i mezzi d’informazione che ci plasmano come sudditi docili, e chiamò interpellazione il gesto con cui l’ideologia ci assegna un posto e ci convince che sia il nostro. Chi legge queste righe riconoscerà il tema del mio lavoro, il modo in cui un potere persuade, chi subisce, di essere libero. La meritocrazia, con la sua promessa che ciascuno ottiene ciò che merita, è la forma odierna di quel consenso fabbricato.

7. UGUAGLIANZA E LIBERTÀ INSIEME: BALIBAR

Étienne Balibar ha coniato una parola che riassume l’ambizione più alta di questa tradizione, égaliberté, ugualibertà. La tesi è che libertà e uguaglianza non stanno semplicemente accanto, si implicano a vicenda, poiché è vuota la libertà di chi manca del necessario, ed è falsa l’uguaglianza tra servi. La libertà di dormire sotto un ponte, osservava con sarcasmo Anatole France, viene concessa in egual misura al ricco e al povero. Jacques Rancière ha radicalizzato il punto, ponendo l’uguaglianza come presupposto da praticare subito, e chiamando politica il momento in cui la parte esclusa, quelli che non contano, reclama la propria voce. Il comunismo vuole rendere materiale ciò che le costituzioni promettono soltanto sulla carta.

8. UNA FAMIGLIA LITIGIOSA

Chi immagina il comunismo come un blocco compatto ignora la sua storia reale, fatta di scissioni furibonde. Rosa Luxemburg, comunista fino al martirio, rimproverò a Lenin il soffocamento della libertà, e scrisse che la libertà è sempre la libertà di chi pensa diversamente. La Scuola di Francoforte, con Adorno e Horkheimer, rivolse gli strumenti di Marx contro le illusioni del progresso. Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, usciti dal marxismo rivoluzionario, dedicarono la vita a smascherare la burocrazia sovietica come nuova classe dominante. Questa tradizione ha prodotto da sé le requisitorie più implacabili contro i regimi che ne avevano rubato il nome, segno di un pensiero vivo, capace di giudicare se stesso.

9. PERCHÉ È DIVENTATA UNA BRUTTA PAROLA?

Restano da spiegare due processi diversi che hanno reso la parola impronunciabile. Il primo è reale e terribile. Nel nome del comunismo sono stati commessi crimini enormi, le carestie e il grande terrore staliniano, poi il balzo in avanti di Mao con i suoi milioni di morti per fame, infine lo sterminio cambogiano. Nessuna difesa seria può aggirare quei cumuli di cadaveri, e la parte più lucida di questa tradizione, da Luxemburg a Lefort, li ha denunciati prima e meglio dei suoi nemici. Lo storico François Furet ne fece il centro della propria requisitoria, mentre Eric Hobsbawm ed Enzo Traverso hanno insistito sul dovere di comprendere senza assolvere. Il secondo processo è propagandistico. La guerra fredda e il maccartismo hanno saldato la parola comunismo alla sola immagine del gulag, e hanno addestrato i cittadini a bollare come sovversiva qualunque misura di giustizia sociale, come la sanità pubblica o il salario minimo. Ancora oggi chi propone di curare i poveri viene sospettato di preparare i lager.

10. CHE COSA VUOLE, OGGI, IN CONCRETO

Spogliata delle caricature, la domanda comunista suona quasi ragionevole. Vuole estendere la democrazia dal recinto del voto al luogo dove passiamo la vita, l’economia, poiché appare strano eleggere i sindaci e subire i padroni come sovrani assoluti. Vuole sottrarre al mercato i beni da cui dipende la sopravvivenza, la salute e la casa, e restituire alla comunità il sapere. Nancy Fraser, nel suo capitalismo cannibale, mostra che questo sistema divora le stesse basi naturali e sociali che lo tengono in piedi, e da tale consapevolezza nasce l’ecosocialismo, l’idea che una crescita infinita su un pianeta finito sia una follia contabile. Vuole infine ridurre il tempo di lavoro, poiché Marx già nei Grundrisse vedeva nella liberazione del tempo la ricchezza autentica. Nell’anno in cui i dodici uomini più ricchi possiedono più della metà povera dell’umanità, oltre quattro miliardi di persone, e il patrimonio dei miliardari cresce dell’ottantuno per cento rispetto al 2020, domandare a chi debbano andare i frutti delle macchine intelligenti diventa la questione politica del secolo.

LE OBIEZIONI CHE RESTANO IN PIEDI

Sarebbe disonesto chiudere senza le obiezioni fondamentali, quelle che un comunismo adulto deve affrontare invece di schivare. Ludwig von Mises e Friedrich Hayek sostennero che, privata dei prezzi di mercato, un’economia pianificata resta cieca, incapace di sapere che cosa e in quale quantità produrre, e la penuria cronica del blocco sovietico diede loro ragione su molti punti. Resta poi il problema che assilla chiunque abbia letto la storia del Novecento, la concentrazione del potere economico e di quello politico nelle stesse mani invita alla tirannide, e nessuna buona intenzione ha finora impedito quella deriva.

Un pensiero all’altezza del proprio fine deve rispondere con istituzioni, il pluralismo dei partiti e la libertà di critica che Rosa Luxemburg esigeva contro Lenin. Il comunismo che mi interessa cerca di rendere la terra un poco meno ingiusta, senza promettere alcun paradiso, e accetta di essere giudicato sui risultati. Chi lo trasforma in una bestemmia impronunciabile, e insieme in un pretesto per non toccare nulla, difende un ordine che ha appena regalato a dodici uomini più ricchezza di quanta ne posseggano quattro miliardi di persone. La brutta parola, a ben guardare, serve a proteggere proprio questo.

La lezione dei DSA

I DSA di Sanders e Mamdani sono un movimento socialista democratico, non un partito ma un movimento aperto e plurale che mette assieme tutte le anime del socialismo democratico degli Stati Uniti: socialdemocratici, socialisti democratici di sinistra, comunisti trotskisti, socialisti libertari e anarchici. Correnti diverse della sinistra ma che si sono unite sulla base di un chiaro programma anticapitalista e socialista radicale.
Probabilmente non conoscono Riccardo Lombardi, leader della sinistra del PSI, ma nei fatti portano avanti le sue idee sul riformismo rivoluzionario. Un socialismo radicale e anticapitalista ma al tempo stesso democratico e libertario, un socialismo che utilizza le istituzioni democratiche per superare il capitalismo e lo Stato. Partendo sempre da rivendicazioni concrete della classe lavoratrice (salario minimo, sanità pubblica e universale, trasporto pubblico gratuito, asili nido gratis, ecc.). Senza mai dimenticare la prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria. Perché per i DSA non c’è contraddizione fra la lotta per le riforme e la rivoluzione socialista, da attuare sempre in forme democratiche.
I DSA sono una sorta di via di mezzo fra il socialismo democratico e l’anarchismo, una sintesi fra i migliori ideali della sinistra socialista. Come gli anarchici aspirano a un socialismo libertario e autogestionario, radicalmente diverso sia dal capitalismo sia dal “socialismo” di Stato dei comunisti autoritari. Ma a differenza degli anarchici tradizionali partecipano alle elezioni e vogliono arrivare al socialismo libertario con mezzi pacifici e costituzionali.
La sinistra europea e italiana dovrebbe prendere esempio dai DSA, sia per la loro concretezza sia per la loro radicalità anticapitalista. Sono la dimostrazione che il socialismo democratico e libertario è la ricetta vincente per un socialismo del ventunesimo secolo. Stanno dimostrando che il socialismo non è un’utopia ma qualcosa di concreto, che parte dai bisogni dei lavoratori e delle persone comuni. Per questo la gente li vota.
In Italia invece non esiste un movimento socialista democratico di massa, ma solo una sinistra moderata asservita al capitalismo (PD e affini) e un’estrema sinistra settaria e vetero-comunista rimasta al secolo scorso e fondamentalmente antidemocratica. La sinistra italiana avrebbe molto da imparare dai socialisti statunitensi e dal loro successo. #makesocialismcoolagain #democraticsocialistofamerica