Il piacere di essere servi

di LAVINIA MARCHETTI
La fascistizzazione sta avanzando, ed ha la forma del consenso, spesso rivestita del lessico dimesso del “buon senso” che si trasforma in “senso comune”, quel miscuglio improbo di paternalismo, contraddizione, arte del proverbio che non dice niente, cultura memetica dello slogan e genuflessione passionale ad ogni tipo di autorità, purché qualcuno la riconosca come tale.
Questo ci obbliga a tornare alla domanda che Spinoza consegnò alla modernità e che Deleuze e Guattari ripresero proprio quando ormai l’esperienza europea aveva mostrato fin dove potesse spingersi il “desiderio politico”. La domanda era semplice ed è rimasta così, ancora oggi: «per quale ragione gli uomini combattono per la propria servitù quasi fosse la loro salvezza?»

La teoria dell’inganno, da sola non ci dice molto. Il povero popolo ingannato dalla propaganda. Un po’ facile come spiegazione. Anzi, serve solo ad assolverci. Presuppone un soggetto integro che, ingannato da un potere esterno, finisce per agire contro il proprio interesse senza riconoscere ciò che gli accade. La storia del fascismo ci costringe a un’ipotesi ben più sgradevole e che molti studiosi, nel corso del 900, ci hanno dato come risposta: il dominio può essere desiderato. La subordinazione può procurare piacere, (libidico diranno Freud e Reich) soprattutto quando consente al soggetto di trasferire su qualcun altro l’umiliazione che riceve dall’alto. Continua a leggere

Civiltà o barbarie. Democrazia o fascismo!

L’Italia è un Paese polarizzato e sono ancora molto forti le tensioni della guerra civile del 1943-1945, che vide una contrapposizione violenta fra fascisti e antifascisti, fra collaborazionisti dei nazisti e partigiani. Questa contrapposizione è ancora evidente. Una parte degli italiani è fascista, razzista e violenta. Pensa che sia legittimo sparare a un uomo alle spalle mentre scappa e aggredire un immigrato che disturba il traffico. Pensa anche che tutto sommato se muore un marocchino non è ‘sta gran tragedia e che lo Stato sia autorizzato a uccidere e a reprimere il dissenso. Sono gli italiani che non hanno mai accettato la Costituzione democratica e antifascista, rappresentati da forze politiche eversive e neofasciste che da sempre hanno come obiettivo il sovvertimento della democrazia e della Costituzione, per instaurare una nuova dittatura.
Solo che una volta erano 4 gatti, oggi invece sono tantissimi. Non la maggioranza degli italiani per fortuna, ma una minoranza molto numerosa e che oggi detiene il potere politico e i principali media. Esiste però anche una parte della popolazione italiana che è antifascista, solidale con le vittime degli omicidi di Stato e contro la repressione. Siamo la maggioranza e di certo non permetteremo ai fascisti di avere la meglio. Difenderemo la democrazia con i metodi pacifici e costituzionali, ma se ce la vedremo brutta e l’Italia diventasse definitivamente una dittatura fascista siamo pronti a far fischiare ancora il vento, come nel 1943-1945. Perché abbiamo diritto a vivere in un Paese civile e democratico, che rispetti i diritti umani. Siamo pronti a ricacciare i nazifascisti nelle fogne. Ormai non è più uno scontro fra destra e sinistra, ma fra umanità e fascismo, fra la civiltà e la barbarie. Noi socialisti libertari sappiamo bene da quale parte stare. Se il vento fischiava, ora fischia più forte. No pasaran!

Quando la storia si ripete, anche quella peggiore

di MASSIMO AMADORI
Ho la sfortuna di poter vedere dal vivo ciò che per anni ho studiato sui libri di storia, cioè come uno Stato e un governo riescano piano piano a disumanizzare intere categorie “razziali”, convincendo le persone che alla fine la loro vita vale meno e che se muoiono non è poi così grave.
In questi giorni non riesco a non pensare al corso sulla Shoah e i genocidi che ho seguito nel 2018, presso l’Università di Bologna. La professoressa ci spiegò che i nazisti, prima di intraprendere la soluzione finale, per anni fecero una martellante propaganda razzista contro gli ebrei, disumanizzandoli passo dopo passo. Il risultato lo sappiamo: alla fine la popolazione tedesca era assuefatta al razzismo e alla violenza, finendo per accettare persino la soluzione finale. Sono le conseguenze dell’odio razziale. È un processo graduale che alla fine porta allo sterminio. Perché, come diceva Primo Levi, il razzismo conduce sempre al lager.
Dividere le persone in cittadini di serie A e di serie B non può che portare alla violenza e forse persino al lager. Hitler lo fece con gli ebrei e oggi l’estrema destra lo sta facendo con gli immigrati. Li stanno disumanizzando, passo dopo passo. “Remigrazione”, “risorse” ecc. sono tutti termini violenti, razzisti e disumanizzanti. Hanno creato nei fatti dei cittadini di serie A e di serie B, la cui vita non vale nulla. Lo abbiamo visto con ciò che è successo a Bologna, mi riferisco all’assassinio di un uomo di origine marocchina per mano della polizia. Tantissimi italiani invece di empatizzare con la vittima stanno dalla parte degli assassini, ormai convinti che la vita di un migrante valga meno di quella di un italiano e che sia tutto sommato sacrificabile. Ho visto contatti di facebook e persino amici e conoscenti dire cose disumane su questa questione. Abbiamo raggiunto un punto di non ritorno, perché una parte della popolazione è completamente lobotomizzata e incapace di provare empatia per un migrante.
Se in futuro ci fosse qualche nuovo Hitler a portare avanti una “soluzione finale” contro gli immigrati io penso che una parte della popolazione italiana non reagirebbe e anzi potrebbe collaborare con lo Stato e il governo nello sterminio. E di aspiranti Hitler io credo che nell’estrema destra italiana ce ne siano parecchi, senza fare nomi. E dopo i migranti potrebbe venire il turno delle “zecche rosse“, cioè le persone con ideali socialisti, anarchici o comunisti. Perché anche noi “zecche” veniamo disumanizzati dalla propaganda fascista, in quanto difendiamo gli immigrati e quindi dicono che siamo “anti-italiani”. Siamo il nemico interno dei fascisti, i dissidenti da eliminare.
Stiamo vivendo un periodo orribile. Studiare storia ti aiuta a capire certe dinamiche, ma se sei una persona sensibile come me ti fa anche soffrire, perché capisci che la fase che stiamo vivendo ha delle analogie sinistre (anzi, destre) con il periodo più buio del ventesimo secolo. Proprio vero che la storia insegna ma non ha scolari, come diceva Gramsci.

Stato e anarchia

di MASSIMO AMADORI
A 25 anni dal G8 di Genova e davanti all’ennesima violenza poliziesca credo che una riflessione sullo Stato andrebbe fatta, senza necessariamente aderire a tesi anarchiche. Marx definiva lo Stato come un apparato di violenza, dominio e coercizione al servizio dei capitalisti e delle classi dominanti. Credo che alla luce dei fatti sia difficile dargli torto e sostenere che lo Stato sia neutrale nel conflitto di classe.
Lo Stato interviene sempre per difendere l’ordine borghese, un ordine basato sulla violenza e sullo sfruttamento. Un ordine che in realtà è un disordine, perché produce guerre e violenza continua. Lo Stato è estremamente benevolo con i colletti bianchi che commettono reati, ma estremamente duro e severo con i poveri, i lavoratori e gli sfruttati.
Se ci fate caso le persone assassinate dalla polizia fanno sempre parte delle categorie più fragili: drogati, malati di mente, immigrati, disabili, ecc. E anche studenti e lavoratori, se alzano la testa come a Genova nel 2001, quando gli studenti – compresi diversi minorenni – furono picchiati e torturati dalla polizia. Da poliziotti che non solo non si sono fatti un giro di galera ma hanno pure fatto carriera.
Non sono poche mele marce, è il sistema stesso a essere marcio. La polizia, in quanto organo repressivo dello Stato borghese, non può che essere al servizio dei potenti e del potere politico. Con licenza di uccidere e torturare. Perché è chiaro che una società con disuguaglianze estreme ha bisogno dell’uso della forza pubblica per proteggere i ceti privilegiati e gli oligarchi. Non certo per proteggere noi cittadini.
Chiaramente la polizia svolge anche funzioni utili e non tutti i poliziotti sono fascisti, razzisti e violenti, ma ce ne sono parecchi, e comunque le stesse strutture poliziesche sono costruite proprio per favorire questi comportamenti violenti. Non credo che sia possibile abolire la polizia da un giorno all’altro, ma di certo si potrebbe defascistizzarla, cioè cacciare i fascisti e i razzisti e mettere questo apparato dello Stato sotto il controllo democratico della cittadinanza. Posto che, come Marx, anch’io credo che gli apparati repressivi dello Stato vadano “spezzati”, come fece la Comune di Parigi. Perché fino a quando la polizia sarà un corpo dello Stato separato dalla società gli abusi saranno inevitabili.
Purtroppo i “marxisti” spesso e volentieri si dimenticano della lezione di Marx sullo Stato e in particolare i leninisti dovunque sono arrivati al potere hanno rafforzato lo Stato invece che limitarne i poteri come avrebbe voluto Marx. I compagni anarchici non hanno proprio tutti i torti. Forse abolire del tutto lo Stato è un’utopia in una società complessa come la nostra, ma certamente si potrebbe limitarlo e democratizzarlo.
Io sono per un socialismo democratico, federalista, comunalista e libertario. Socialismo significa anche restituire alla società e ai cittadini i poteri dello Stato, favorendo l’autogoverno e la democrazia diretta. E magari un giorno anche l’utopia anarchica potrebbe diventare realtà.

Questione di classe

Non è solo una questione di “razza”, è anche e soprattutto una questione di classe. La destra difende il capitalismo, l’oligarchia e i ceti privilegiati. Si identifica con il maschio bianco, se ricco ancora meglio. Considera violenza le ribellione degli sfruttati e dei ceti popolari, ma è pronta a difendere qualsiasi violenza del potere e delle classi dominanti.
L’omicidio? È sbagliato solo se la vittima è bianca e benestante. Quando invece è l’assassino a essere bianco e benestante la destra vuole legalizzare l’omicidio, come nel caso del gioielliere assassino. Quando si tratta di proteggere la “roba” persino l’ omicidio è giustificato. Il furto? Se sei povero e magari pure immigrato e commetti un furto, per la destra meriti di essere ammazzato come un cane, senza nemmeno un processo. Quando invece a rubare sono i politici, i capitalisti e in generale chi sta al potere diventano ultra-garantisti e hanno anche depenalizzato la corruzione e i furti dei colletti bianchi. In pratica se sei un ladro di polli devi morire, se invece rubi milioni ai cittadini e vieni condannato sei una povera vittima dei magistrati “comunisti”.
Lo stesso vale per la violenza poliziesca, che guarda caso colpisce sempre i più fragili e gli sfruttati: studenti, lavoratori ecc ma soprattutto i poveri, i migranti, i malati di mente. Avete mai visto un poliziotto soffocare un mafioso, un ricco evasore o un politico corrotto? Ovviamente no, perché la polizia risponde alle stesse logiche della destra e delle classi dominanti. Secondo la destra esistono cittadini di serie A, che hanno licenza di uccidere. I poliziotti e i ricchi proprietari bianchi in primis. Ma anche la classe media e la loro base elettorale. Perché sanno che chi li vota spesso è un fanatico delle armi e un razzista, quindi è necessario stimolare i suoi peggiori istinti assassini. E poi ci sono i cittadini di serie B, la cui vita vale meno di un panino al salame. Sono i poveri, gli immigrati, i neri, i drogati, i malati psichiatrici. Le vittime degli omicidi di Stato e della vendetta privata. Le persone che per questa destra non sono degne di vivere.
Parlate pure degli scontri a Bologna, dimenticandovi di vivere in un sistema fondato interamente nella violenza contro i più deboli. La destra fascista oltre che razzista è in primo luogo classista. Le persone che la sostengono lo fanno perché sotto sotto vogliono stare dalla parte di chi ha il monopolio della violenza e il diritto di uccidere. Questo li fa sentire protetti e permette loro di sfogare i peggiori istinti. Sempre ovviamente contro le persone povere, deboli e marginalizzate.

Il “cerchiobottismo” di Elly Schlein

di LAVINIA MARCHETTI

Elly Schlein è la segretaria del più grande partito della finta sinistra italiana. Le sue parole sulla morte di Abderrahim Fakir esprimono perfettamente l’inconsistenza politica del PD, la sua vocazione a dissolvere qualsiasi conflitto dentro una brodaglia di cautele, indignazione col freno a mano tirato, domande retoriche e formule capaci apparentemente di non scontentare nessuno (tranne chi è di sinistra ovviamente). Tranne, naturalmente, chi muore sotto le mani dello Stato.

«Qualcosa non è andato come doveva», dice Schlein a In Onda. Ah. Dico io. L’hai notato anche tu? Qualcosa. Un uomo viene immobilizzato prono sull’asfalto rovente, il volto premuto a terra, preso a pugni mentre è a terra, schiacciato da 2 agenti e un sonderkommando di passaggio, mentre gli operatori sanitari osservano. Chiede aiuto, poi diventa immobile. Schlein traduce questa sequenza in un contrattempo impersonale. La violenza visibile viene ripulita attraverso la lingua del guasto tecnico. «Qualcosa non è andato come doveva». Grazie.

Subito dopo arriva la frase solenne. «Lo Stato ha fallito». Sembra una condanna in realtà è l’atto supremo del qualunquismo. Lo Stato, preso in astratto, possiede una qualità utilissima: assorbe la responsabilità e cancella le persone che hanno agito in suo nome. Lo Stato. Bene, allora arrestiamo “Lo Stato” per omicidio? Fosse anche colposo? Eppure lo Stato, in via Svevo, aveva mani determinate. Aveva uomini investiti del monopolio della forza e soccorritori titolari di un dovere verso la persona affidata al loro controllo. Lo Stato dà impunità con scudi penali e “fiducia”; hanno tutte le tutele possibili. Poi, però c’è una storia del corpo di polizia e ci sono responsabilità individuali. Continua a leggere

Quello che vuole la destra

di LAVINIA MARCHETTI
Cosa vuole la destra?
Nessuna “sicurezza”, solo il caos che favorisce diseguaglianze e aumenta il privilegio di pochi con una “polizia” connivente con quel privilegio ancor più di prima.

La destra chiama sicurezza il privilegio economico ed etnico di esercitare la violenza.

La destra italiana pronuncia la parola “sicurezza” con la mano sul cinturone. Promette protezione mentre prepara una società nella quale il proprietario armato riceve comprensione, l’uomo in divisa ottiene fiducia anticipata e chi vive ai margini deve dimostrare la propria innocenza perfino se lo uccidono.

Mario Roggero ha inseguito tre rapinatori ormai in fuga, ne ha uccisi due e ha ferito il terzo. Dopo una condanna definitiva a quattordici anni e nove mesi, la “maggioranza” (si fa per dire) di governo ha chiesto per lui la grazia, ventilando perfino una candidatura politica. Il furto viene elevato a qualcosa di sacrilego, così la proprietà acquista un diritto di sangue. Date queste premesse è ovvio che il colpo sparato alla schiena diventa una forma di cittadinanza esemplare. La sentenza a questo punto non ha alcun valore. Funziona solo il tribalismo dell’affinità sociale fra chi governa e chi ha premuto il grilletto.

A Bologna Abderrahim Fakir è morto mentre veniva immobilizzato sull’asfalto. Chiedeva aiuto. Prima dell’autopsia, Fratelli d’Italia aveva già definito adeguato e professionale l’intervento. Il cadavere perde così la capacità di porre domande. Gli autori dell’uccisione appartengono alla categoria alla quale questa politica attribuisce una presunzione morale di innocenza, e devono farlo, perché le divise servono più di ogni cosa quando si governa un mondo ingiusto e squilibrato. Continua a leggere

Il suicidio intellettuale della sinistra ideologica e settaria

di ANARCHOS
Un nervo scoperto della cultura politica italiana è quella sorta di “purismo” identitario che, invece di costruire una casa comune, si è divertito a erigere muri, finendo per consegnare il patrimonio storico e simbolico del Paese in mani altrui. Questa ossessione per la “purezza” di classe o di dottrina è, in fondo, una lente profondamente autoritaria: presuppone che esista un tribunale della storia incaricato di certificare chi è “vero” e chi è “eretico”, chi merita di stare nel pantheon e chi va espulso.
È un paradosso tragico. La sinistra italiana, nel suo complesso, ha passato decenni a fare le pulci al Risorgimento e alla tradizione radicale, etichettandoli come “borghesi” o insufficienti, salvo poi lamentarsi che la destra abbia colonizzato il patriottismo e l’identità nazionale. Quando ti convinci che la lotta per la libertà, la laicità e la giustizia sociale non siano “abbastanza” rivoluzionarie se non passano attraverso un filtro dogmatico, finisci per svuotare il campo. Regalare Mameli o Garibaldi alla narrazione di chiunque altro non è solo un errore tattico, è un suicidio intellettuale che nasce da una presunzione di superiorità ideologica: l’idea che la democrazia radicale sia un accessorio e non il presupposto di ogni trasformazione sociale.
​Questo approccio settario ha alimentato una cultura della “scomunica” che ha frammentato le energie invece di sommarle. Mentre si discuteva del sesso degli angeli sulla fedeltà dei singoli a un’ortodossia di turno, si perdeva la capacità di parlare al sentire profondo del Paese. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una destra che ha compreso la potenza dei simboli e una sinistra che ha preferito rifugiarsi in un isolamento “puro” ma politicamente sterile. Recuperare la lezione di figure come Gobetti o Rosselli non serve a “certificare” la loro sinistra, ma a ricordare che la libertà non è un orpello liberale, bensì il cuore pulsante di ogni socialismo che non voglia finire in una caserma.
​La vera sfida antiautoritaria oggi non è trovare il “vero” socialista, ma riconnettersi con una tradizione plurale che ha sempre visto nell’emancipazione umana un processo senza padroni e senza dogmi, dove l’amore per la patria – quella repubblicana, laica e aperta – non è un feticcio di destra, ma lo spazio fisico e morale in cui costruire la libertà di tutti.

Un Paese diventato orrendo e fascista

di MASSIMO AMADORI
Ieri sera ero presente a Bologna e ho visto in parte le dinamiche. La manifestazione era partita pacifica, poi ci sono state le cariche della polizia e purtroppo sono cominciati gli scontri e sono successi dei casini. Io comunque sono andato a casa appena ho visto la prima carica, quindi non ho visto gli scontri successivi. Però so che la polizia ha aggredito un giornalista dell’Espresso che documentava i fatti.
Detto ciò come sempre si guarda il dito e non la luna. Un uomo è stato assassinato dalla polizia, mentre implorava pietà. Ieri a Bologna ho sentito i suoi familiari in lacrime. Gli agenti assassini potranno attivare lo scudo penale, grazie a una legge infame approvata dal governo Meloni. In pratica hanno dato alla polizia licenza di uccidere legalmente. Ormai viviamo in uno stato di polizia e ribellarsi è l’unica cosa che ci rimane.
Ovviamente i politici di destra estrema difendono anche questa volta le nostre solerti forze dell’ordine. Del resto sono quelli che volevano l’ICE anche in Italia e purtroppo sono stati accontentati. Per me non sono solo colpevoli quei due poliziotti, ma anche e soprattutto i politici che hanno sdoganato la violenza poliziesca e soprattutto il razzismo. Quelli che parlano di “remigrazione”, quelli che non fanno che fomentare odio e violenza razziale.
Siamo un Paese orrendo e fascista, con una classe dirigente orrenda e fascista. Con la loro vomitevole propaganda razzista hanno creato dei cittadini di serie B, la cui vita non vale nulla. Perché oggi in Italia la vita di un migrante vale meno di un panino al salame. Ecco, chi vede gli scontri di Bologna ma non tutta questa violenza guarda il dito invece della luna.

Anche se non è legittima difesa, è difesa “legittima” della ROBA

di MASSIMO AMADORI
Io continuerò a preferire un ladro rispetto a un assassino. La cosa grave del caso Roggero è che le persone che lo difendono si sono convinte che la proprietà privata valga più della vita di un essere umano, che la difesa della “roba” possa giustificare inseguire un ladro per strada, sparargli alle spalle e poi finirlo con un colpo alla nuca. Io credo che molti sostenitori di Roggero si rendano conto perfettamente che non è legittima difesa, ma pensano che la difesa dei propri beni possa giustificare un omicidio.
È la dimostrazione che il sistema economico capitalistico ha mutato in maniera antropologica la mentalità delle persone.
Possiamo pure essere poveri e indigenti ma abbiamo una mentalità capitalistica, e quindi riteniamo la proprietà più importante della vita umana. Pasolini ci aveva visto giusto. Da socialista libertario a me questa mentalità piccolo-borghese fa schifo. La vita di una singola persona sarà sempre più importante delle proprietà dell’uomo più ricco del mondo. Specifico che da marxista libertario non sono contro la proprietà privata intesa come proprietà personale, ma solo contro la proprietà dei grandi mezzi di produzione. Ma per quanto la proprietà personale sia importante e legittima per me non potrà mai valere come la vita umana. Piuttosto che uccidere una persona preferirei perdere tutto ciò che ho, anche se non è molto. Inoltre questa mentalità capitalistica e piccolo-borghese si lega al razzismo, perché se l’assassino fosse stato un immigrato nessuno lo avrebbe difeso, e anzi gli italioti medi di destra avrebbero chiesto la pena di morte per il gioielliere.
Il fascismo attuale unisce il classismo e la difesa della proprietà privata al razzismo e al suprematismo bianco. È l’ideologia dell’attuale estrema destra e se riesce a fare breccia è perché il sistema capitalistico ha vinto sul piano culturale e antropologico, prima ancora che sul piano economico. Restare umani diventa allora un atto rivoluzionario. Restiamo umani!