di MASSIMO AMADORI –
Giacomo Matteotti non è stato soltanto un martire assassinato dai fascisti. È stato anche e soprattutto un grande socialista e dovrebbe essere ricordato come tale. Diversi storici lo definiscono un “riformista rivoluzionario“, due termini che solo apparentemente sono in contraddizione. Secondo Matteotti, infatti, i socialisti dovevano lottare per riforme concrete a favore del popolo e dei lavoratori, senza però mai dimenticare la prospettiva socialista di superamento del sistema capitalistico.
Matteotti aveva appreso la lezione di Rosa Luxemburg, perché per lui riforme e rivoluzione socialista non erano contrapposte ma in rapporto dialettico. «Siamo riformisti in quanto rivoluzionari», disse in un suo discorso. Per Matteotti le riforme non erano fini a se stesse, ma un mezzo per arrivare al socialismo. Il suo riformismo non puntava quindi a riformare il capitalismo ma a superarlo. In questo senso era un riformista rivoluzionario.
Questo lo differenziava tanto dal riformismo socialdemocratico quanto dai massimalisti e dai comunisti, che vedevano la rivoluzione come un atto violento basato sull’insurrezione armata.
Matteotti non escludeva a priori il ricorso all’insurrezione ma, esattamente come le riforme, la vedeva come un possibile mezzo e non come un fine. Non esitò a teorizzare l’insurrezione popolare quando l’Italia entrò in guerra nel 1915. Perché Matteotti era un pacifista coerente e fu contrario alla guerra imperialista, che vedeva come una guerra combattuta per i profitti dei capitalisti. Questo aspetto del suo pensiero viene spesso dimenticato.
Matteotti fu alla testa delle lotte dei braccianti durante il biennio rosso e per questo fu più volte pestato dagli squadristi fascisti, al servizio degli agrari e dei capitalisti. Il nesso fra capitalismo e fascismo gli fu sempre chiaro. Si oppose alla scissione comunista del ’21, perché indeboliva il movimento operaio e socialista aggredito dal fascismo.
Criticò duramente i comunisti per la loro concezione dittatoriale del socialismo, agli antipodi del suo socialismo democratico, etico e libertario. Ebbe invece buoni rapporti con gli anarchici. Nel 1922 decise di seguire la fazione riformista di Turati fondando il PSU, ma fu isolato nel suo stesso partito per la sua intransigenza antifascista e per il suo rifiuto della collaborazione di classe.
Flessibile nella tattica, Matteotti fu sempre intransigente nei principi.
La fase finale della sua vita fu dedicata alla lotta antifascista. Non si limitò a denunciare i brogli e le violenze squadriste alle elezioni, ma denunciò anche la corruzione del regime fascista, che prendeva tangenti dai capitalisti. Mussolini vedeva in lui uno dei suoi oppositori più determinati e per questo fu assassinato.
Oggi i socialisti devono riprendere gli insegnamenti di Giacomo Matteotti, perché la sua lotta per il socialismo, la libertà e la democrazia è più attuale che mai. Il socialismo etico e democratico di Matteotti è un esempio per tutti i socialisti autentici. Avanti!
