Maricarmen Abascal è morta dopo essere stata sfrattata. Una signora di 87 anni malata e disabile cacciata con la forza dalla casa in cui viveva dal 1956, passata nelle mani degli speculatori di un grande fondo immobiliare, che le aveva aumentato l’affitto di ben 4 volte. Maricarmen Abascal non è morta per una disgrazia, è morta di capitalismo.
Si parla tanto della violenza dei giovani che in Francia scendono in piazza per i loro diritti. Ma non è violenza cacciare di casa una anziana signora disabile provocandone la morte? Non è violenza la speculazione dei grandi fondi immobiliari? Pensate se quella signora fosse stata vostra nonna o vostra madre.
Il capitalismo è un sistema disumano fondato interamente sulla violenza contro i più deboli e i più fragili. È la violenza organizzata di pochi oligarchi contro la classe lavoratrice e i poveri. I borghesi ipocriti e benpensanti che gridano alla violenza per qualche cassonetto bruciato pensano che sfrattare una signora anziana e disabile dalla casa in cui vive da decenni sia del tutto normale. È il mercato, baby. Maricarmen Abascal è stata assassinata dal capitalismo. È un omicidio e noi socialisti non lo dimenticheremo. Abbiamo una ragione in più per lottare contro questo sistema violento e disumano.
La casa è un diritto e la speculazione immobiliare è un crimine. I grandi fondi di investimento privati andrebbero socializzati, per dare a tutti la casa a prezzi calmierati. Si chiama giustizia sociale. Nessuno vuole togliere la casa alle persone che se la sono comprata grazie ai sacrifici e al loro lavoro. Stiamo parlando di grandi compagnie che possiedono decine di migliaia di case e che speculano sugli affitti chiedendo cifre assurde e sfrattando la povera gente. Questo schifo deve finire, perché è un omicidio legalizzato. Maricarmen Abascal vive!
Bookchin ed il municipalismo libertario
di PATRICK DELLA MEA –
Marx aveva detto che i filosofi devono cambiare il mondo e non solo interpretarlo. Bookchin segue questo insegnamento e traduce l’ecologia sociale in una teoria politica: il municipalismo libertario.
Alla base della nuova società, ci deve essere la democrazia, ma non la democrazia liberale che conosciamo noi, dove il potere viene incentrato nelle mani dello stato-nazione e nelle mani della classe politica. Per Bookchin la democrazia deve essere diretta, faccia a faccia, la stessa che si poteva trovare nell’Atene classica, nei club rivoluzionari parigini durante la Rivoluzione francese o nelle strade della Comune di Parigi del 1871.
Lo stato-nazione non può più essere il centro nevralgico per questo tipo di politica “faccia a faccia” e per questo il focus viene spostato sul municipio. Chiunque viva in una determinata municipalità è libero di partecipare alle assemblee municipali dove idee vengono proposte, discusse e votate dalla comunità direttamente toccata da queste proposte.
Il passaggio da un mondo politico incentrato attorno allo stato-nazione ad uno incentrato sulle municipalità non deve essere visto come una chiusura su se stesse di queste ultime. Il pensatore americano si rifà alla ricca tradizione libertaria della confederazione come modello di organizzazione su vasta scala così da andare a creare una “Comune delle comuni”.
Questo modello organizzativo va a toccare anche l’organizzazione economica. Se i movimenti marxisti tradizionali puntavano alla nazionalizzazione mentre quelli libertari all’autogestione, Bookchin, vedendo questi due modelli come fallaci, propose la municipalizzazione dei mezzi di produzione. Qui a comandare la produzione non sono dei burocrati statali o solo i lavoratori di questa o quella azienda, ma è l’intera cittadinanza che decide democraticamente cosa produrre, come produrre e come distribuire il prodotto così da creare un’economia basata sull’autosufficienza e sul riparare il divario tra natura ed essere umano. Ricordiamoci che questo modello si andrebbe poi ad incatenare anche con i tre principi (usufrutto, complementarietà e minimo irriducibile) ideati da Bookchin e da noi discussi nell’articolo precedente.
Ma come arrivare a questa realtà municipalista? Anche qui Murray Bookchin ci dà qualche consiglio. Prima di tutto, viene riconosciuto come la strada per il cambiamento è una strada lunga. Bookchin non è per la rivoluzione. Un po’ come Proudhon, anche per Murray bisogna crearsi da soli un nuovo spazio, andando a scavare via il potere che già esiste nelle mani dello stato-nazione. Riprendendo invece dalla sua esperienza leninista, Bookchin prevede la nascita di un partito d’avanguardia che serva a creare le assemblee popolari alla base del municipalismo libertario, e che propaghi l’idea alla popolazione tutta. Anche la partecipazione alle elezioni comunali viene vista come una strada da percorrere. Ovviamente un’ipotetica vittoria non potrebbe trasformare subito la struttura di una municipalità, però ci si potrebbe servire del ruolo istituzionale per fare propaganda ed iniziare a costruire le basi della nuova società.
Da ex-anarchico e da anti-statalista, Bookchin era ben al corrente che lo stato-nazione non apprezza nessuna realtà che vada ad erodere il suo potere. Per questo, per quanto come abbiamo detto Bookchin non fosse un rivoluzionario, l’autodifesa delle nuove libertà conquistate viene presa in considerazione.
Come ben sappiamo, in Italia oggi la maggioranza della popolazione si trova alienata dalla vita politica, si distanzia da essa cadendo così nelle mani dei demagoghi reazionari che promettono una figura forte e dura che si possa prendere cura della repubblica lasciando così alla gente comune la “libertà” di disinteressarsi della politica. Forse oggi un approccio che metta la democrazia al primo posto e che trasformi la repubblica veramente nella cosa pubblica, lo possiamo trovare nel pensiero di un ecologista radicale d’oltre oceano.
Ancora una volta l’esempio viene dalla Francia
di MASSIMO AMADORI –
In Francia è in corso una rivolta della classe lavoratrice e dei giovani. Gli studenti stanno protestando per i loro diritti e contro i tagli alla pubblica istruzione, ma anche contro il riarmo, la guerra e le spese militari.
La protesta studentesca è sostenuta dalla classe lavoratrice francese, in lotta contro il riarmo e la guerra ma anche contro il carovita, per le pensioni e i diritti sociali. Gli studenti rivendicano il diritto allo studio e si rifiutano di diventare carne da cannone in guerra per gli interessi dell’oligarchia capitalistica e della classe politica.
Quando la classe operaia si unisce agli studenti la borghesia trema e si possono ottenere risultati concreti. Come nel maggio del ’68. Ovviamente i media e i politici presentano gli studenti francesi come dei violenti assetati di sangue. Lo facevano anche nel ’68. Lasciamo pure che i borghesi e i benpensanti si indignino per la giusta rabbia del proletariato francese e migrante; lasciamo pure che condannino le manifestazioni e gli scioperi per qualche cassonetto bruciato. Proprio loro che difendono un sistema fondato interamente sulla violenza e sulla guerra, proprio loro che sono complici del genocidio di Gaza.
Trump dice che la rivolta sociale in Francia è partita dai migranti e dai musulmani. I fascisti sono terrorizzati dalla rivolta della classe lavoratrice, dei poveri e degli studenti e non sanno fare altro che reagire in maniera isterica, fomentando odio razziale. Ma gli incubi dei fascisti e dei capitalisti sono un sogno per noi socialisti. Ben venga la rabbia sociale del proletariato migrante e degli abitanti delle banlieu. È la giusta ribellione degli oppressi e dei dannati della terra. E quando la classe lavoratrice europea lotta assieme al proletariato migrante, per il capitalismo sono cavoli amari. Ecco perché i fascisti e i reazionari hanno paura.
La Francia ancora una volta ci indica la strada: come nel 1789, nel 1848, nel 1871 e nel 1968. La strada della lotta di classe e del conflitto sociale. Quello che spaventa i fascisti, i “liberali” e tutti i reazionari difensori dello status quo. Non a caso Macron e Marine le Pen sono perfettamente allineati nel condannare i giovani e i lavoratori che manifestano per i loro diritti e nella condanna ai socialisti della FI di Melenchon, “colpevoli” di sostenere la rivolta sociale, assieme a tutti i movimenti e i partiti della sinistra radicale.
Anche in Spagna la classe lavoratrice si sta mobilitando, per il diritto alla casa e per i diritti sociali. In Italia purtroppo preferiamo prendercela con gli immigrati invece che con la classe politica e con l’oligarchia. Per questo andiamo in pensione a 67 anni e prendiamo stipendi da fame. Vive la France! Viva la rivoluzione sociale!
P.S.: Stanno girando sui social le immagini del sindaco di Saint Denis, un quartiere popolare di Parigi. È un compagno della France Insoummise di Melenchon, il principale partito della sinistra socialista e radicale in Francia. Le immagini mostrano il sindaco socialista che si mette fra la polizia e gli studenti che protestano, per difendere questi ultimi dalle manganellate dei celerini. Ha dichiarato che per lui difendere i liceali dalla violenza poliziesca è un dovere, in quanto sindaco che rappresenta la cittadinanza. Queste immagini stanno facendo il giro del mondo e mostrano la differenza abissale che esiste fra la sinistra francese e quella italiana. Avete mai visto un politico del PD prendersi le manganellate per difendere gli studenti e i lavoratori che lottano per i loro diritti? Eppure è proprio questo che dovrebbe fare un politico di sinistra. In Francia esiste una sinistra seria, radicale, socialista e anticapitalista. Una sinistra che si schiera al fianco degli oppressi, anche se questo comporta rischiare la propria incolumità. I socialisti devono essere tutt’uno con la classe lavoratrice, altrimenti non sono veri socialisti. I compagni della FI stanno dimostrando di essere dei veri socialisti e sono convinto che i francesi se lo ricorderanno alle prossime elezioni. Perché mentre i socialisti come il sindaco di Saint Denis si prendono le botte al fianco dei manifestanti, gli estremisti di centro di Macron e gli estremisti di destra di Marin Le Pen si schierano contro la classe lavoratrice e sostengono la violenza poliziesca contro i lavoratori, gli studenti e i migranti.
Prima di tornare al nucleare, ricordate Chernobyl!
di DAFNE GALIARDI –
☢️☢️☢️ Prima di parlare di nuovo di nucleare… ricordiamo la nube di Chernobyl
Nell’aprile del 1986, l’esplosione del reattore di Chernobyl in Ucraina libera nell’aria una nube radioattiva invisibile. Tra il 30 aprile e i primi giorni di maggio, la massa d’aria contaminata sorvola l’Italia, interessando anche le Marche e la provincia di Pesaro e Urbino. Pioveva. E improvvisamente arrivarono i divieti. Niente più verdure dell’orto, bambini chiusi in casa, stop al latte fresco. Tutto sembrava normale, eppure l’aria era cambiata.
Fu proprio sulla scia di quell’evento che l’Italia scelse di cambiare rotta, confermando il suo no al nucleare nei due referendum storici del 1987 e del 2011.
Ma c’è una verità che spesso si dimentica, in caso di grave incidente, la distanza geografica conta fino a un certo punto. Le particelle radioattive e il fallout viaggiano per centinaia di chilometri. Il vento non chiede permesso e non rispetta i confini. Che una centrale si trovi in Francia o a pochi chilometri da noi, le conseguenze globali ci raggiungerebbero comunque.
Allora perché la localizzazione cambia tutto?
Oggi si torna a parlarne con le tecnologie di nuova generazione, anche alla luce della recente legge del 23 settembre 2026, che ha riaperto ufficialmente il percorso per il ritorno al nucleare in Italia e definito i criteri per la mappa dei possibili siti.
La vera domanda, senza ipocrisia, non è solo: “Volete il nucleare in Italia?”. La domanda che dobbiamo farci è: “Lo volete qui, dove vivete voi?”
Perché se è vero che una nube radioattiva colpisce tutti, vivere accanto a un impianto cambia le regole del gioco locali, significa gestire i piani di evacuazione immediata, i vincoli urbanistici, la presenza permanente delle scorie, il cantiere e la trasformazione profonda del territorio.
Non si può essere favorevoli al nucleare pretendendo che sorga sempre “nel cortile di qualcun altro”. O si accettano i rischi e l’impatto di prossimità, oppure no….
P.S.: La legge è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 227 del 30 settembre 2026.
#ColliAlMetauro #PesaroUrbino #marche #Nucleare #Chernobyl
La rivolta in Francia e l’italiano medio
di MASSIMO AMADORI –
Solidarietà alla classe lavoratrice francese in lotta per i salari, contro il carovita, per le pensioni, la sanità pubblica, l’istruzione e i diritti sociali. Ancora una volta la classe lavoratrice francese ci indica la via giusta, quella della rivolta sociale. Studenti e lavoratori uniti possono vincere e conquistare diritti per tutti: non è retorica, è un dato di fatto.
Lasciamo pure che l’estremo centro neoliberista di Macron e l’estrema destra neoliberista della Le Pen si scandalizzino per la ripresa del conflitto sociale e della lotta di classe. Lasciamo pure che liberisti e fascisti criminalizzino i compagni della France Insoummise, il principale partito della sinistra socialista e radicale francese, “colpevole” di sostenere le giuste proteste degli studenti e dei lavoratori. Lasciamo pure che gridino alla violenza di piazza, proprio loro che difendono un sistema capitalistico fondato interamente sulla guerra, sul razzismo e sulla violenza più brutale contro i più deboli e contro i lavoratori. La rabbia della gioventù francese è totalmente giustificata, perché ci stanno rubando il futuro.
Una menzione particolare merita l’italiano medio, che si esalta quando i francesi scioperano e manifestano per i loro diritti. In Italia però per molto meno lo stesso italiano medio chiede la repressione, i manganelli e la galera per i manifestanti, le terribili “zecche rosse” che devastano le nostre città. Perché va bene manifestare per le pensioni, i salari, la scuola e la sanità pubblica in Francia, ma guai a farlo in Italia. Ste “zecche” che bloccano il traffico!
Per l’italiano medio le rivoluzioni vanno bene, a patto che siano lontane dall’Italia. Del resto i francesi hanno avuto la rivoluzione del 1789, Robespierre, le barricate del 1848, la Comune di Parigi del 1871 e la rivoluzione del maggio 1968. In Italia invece non abbiamo mai avuto rivoluzioni sociali, ma il fascismo, Mussolini e le leggi razziali.
In Italia invece di lottare per i nostri diritti ce la prendiamo con gli immigrati e preferiamo il razzismo e la guerra fra poveri alla lotta di classe contro i padroni, i governi e gli oligarchi. Per questo abbiamo fra i salari più bassi in Europa e andiamo in pensione dopo i 67 anni.
Fare come in Francia!
Vergognoso “astenersi”
di MASSIMO AMADORI –
Anche grazie all’ astensione del PD, il ddl della destra che criminalizza le critiche al governo israeliano è passato. AVS e i 5Stelle hanno votato contro, mentre come al solito il PD ha fatto il gioco della destra. Ciò conferma una cosa che ho sempre pensato: il PD è il principale problema della sinistra italiana. Fino a quando esisterà, sarà impossibile costruire in Italia una sinistra radicale e socialista, perché questo partito occupa abusivamente uno spazio che non è il suo.
Davanti a una norma liberticida che nei fatti associa all’antisemitismo la critica a un governo che sta realizzando un genocidio in diretta, una sinistra degna di questo nome non può astenersi, deve votare contro. L’astensione del PD è semplicemente vergognosa.
Ricordiamocelo quando ci chiederanno il voto “per-battere-la-destra“. Il campo largo deve scegliere da che parte vuole stare: o con il PD o con chi lotta contro il genocidio di Gaza. Non è il momento di essere “democristiani”.
L’antisemitismo è per definizione l’odio contro gli ebrei e non la critica alle politiche di un governo e di uno Stato! Per battere questa destra estrema e fascista abbiamo bisogno di un fronte unico di tutte le forze di sinistra. Senza settarismi: dai socialdemocratici agli anarchici, dai socialisti libertari ai comunisti. AVS e i 5 stelle dovrebbero essere parte integrante di questa alleanza. Ma il campo largo con il PD e con altre forze di centro farà solo dei danni alla sinistra. Tantissime persone che non vogliono più la Meloni non sono però disposte a votare per il PD. Chi fa le stesse cose della destra non sarà mai l’alternativa alla destra. AVS e i 5 stelle dovrebbero avere il coraggio di rompere con il PD e di aprire alla sinistra radicale. Fermo restando che anche in Italia avremmo bisogno di un movimento socialista democratico e libertario, tipo i DSA negli States o la Linke a Berlino. Un movimento di questo genere potrebbe unire la sinistra sulla base di un programma anticapitalista e antiliberista, in difesa dell’ ambiente, contro il riarmo e in difesa del welfare e dei diritti sociali della classe lavoratrice. Non è facile, ci vorranno anni. Ma è l’unico modo per mandare a casa i fascisti.
Bookchin e l’economia sociale
di PATRICK DELLA MEA –
Nella prima parte abbiamo fatto un breve riassunto della biografia di Murray Bookchin. Qua presenteremo la sua idea dell’ecologia sociale.
L’ecologia sociale ci viene presentata per la prima volta in una delle sue opere più importanti, L’Ecologia della Libertà del 1982. In questo saggio, Bookchin va a legare il deterioramento, l’inquinamento e lo sfruttamento dell’ambiente alla struttura della società odierna basata su un sistema politico, economico e sociale incentrato sulla gerarchia e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Già con i sistemi politici ed economici antecedenti al capitalismo, l’umanità si vedeva come un qualcosa di diviso dalla natura ma con l’arrivo della rivoluzione industriale, ecco che la natura viene vista solo come una fonte di profitto, dove ogni cosa si trasforma in merce.
Con questo in mente, Bookchin ci spiega come l’ecologia (intesa come lo studio dell’interdipendenza di ciò che è vivo e ciò che non lo è) deve prendere in atto anche le strutture sociali dell’uomo visto che anche l’umanità fa parte della natura. L’ecologia sociale allora diventa uno strumento non solo per analizzare il presente, ma anche per cambiarlo così da creare una nuova società.
Ne L’Ecologia della Libertà il filosofo ci presenta tre leggi che venivano inconsciamente seguite da quelle che lui definisce “società organiche”, cioè quelle società presenti prima della nascita della civiltà, in cui il rapporto con la natura era all’insegna dell’equità. Queste tre regole sono: l’usufrutto, la complementarietà e il minimo irriducibile.
Per farla breve, con usufrutto si intende la libertà per ognuno nella comunità di possedere un qualcosa fin quando questo qualcosa viene utilizzato (le biblioteche funzionano più o meno seguendo questo concetto). La complementarietà può essere spiegata come la spinta a collaborare con altri in maniera non gerarchica per il bene della comunità. Infine il minimo irriducibile stabilisce l’accesso di tutti i componenti di una comunità a quelle risorse necessarie per il sostentamento della vita, indipendentemente dal contributo dato alla comunità stessa.
Questi tre principi andrebbero a creare, secondo il pensatore, “l’egualità degli ineguali” visto che tutti i componenti di queste comunità verrebbero trattati alla pari senza però andare a togliere le differenze intrinseche in ogni persona.
Visto che l’ecologia sociale è anche uno strumento di creazione, Bookchin teorizza un sistema politico ed economico che segua questi tre grandi principi: ovvero il municipalismo libertario, idea di cui parlerò nella terza parte.
Ecologia sociale e municipalismo libertario nel pensiero di Murray Bookchin
di PATRICK DELLA MEA –
In Italia quando si parla di socialismo e di sinistra, le menti su cui si ritorna sono sempre le stesse: Marx, Gramsci, Berlinguer e, quelle poche volte che gli anarchici vengono presi in considerazione, anche Bakunin. Anche al di fuori del nostro paese, le figure citate sono più o meno sempre le stesse e per quanto questi pensatori siano molto importanti per il pensiero socialista, si ha la tendenza a non prestare attenzione a nuove idee e nuove menti. È per questo motivo che parlerò di Murray Bookchin. Questa prima parte sarà una breve biografia del pensatore statunitense, mentre nelle prossime cercherò di presentare il suo pensiero in maniera concisa ma pur sempre esaustiva.
Murray Bookchin nasce a New York il 14 gennaio 1921. Figlio di immigrati ebrei provenienti dall’impero Russo, Bookchin dirà di essere stato cresciuto come un “pannolino rosso” (red-diaper baby) per indicare come il socialismo fosse qualcosa di presente fin da quando era bambino. Questa immersione nella politica in giovane età, lo porterà a nove anni ad entrare nelle organizzazioni giovanili del partito comunista statunitense. Alla fine degli anni ‘30, Murray si allontanerà dalle posizioni staliniste per allinearsi al pensiero della quarta internazionale, per poi distanziarsi sempre di più da posizioni marxiste fino ad arrivare a definirsi anarchico nel 1958. In questi anni Bookchin non solo si avvicinerà al movimento anarchico, ma anche al movimento ed al pensiero ecologico, movimento a cui resterà fedele fino alla fine.
Nel suo periodo libertario, il pensatore newyorkese pubblicherà alcuni dei suoi scritti più importanti tra cui Post-Scarcity Anarchism, una collezione di articoli dove l’autore sostiene come, con la tecnologia moderna, si possa raggiungere una società anarchica post-scarsità, e L’ecologia della libertà, dove Bookchin spiega come la sottomissione dell’uomo sull’uomo e lo sfruttamento dell’uomo sulla natura siano direttamente legati e che solo con la distruzione della prima, anche il secondo potrà svanire. Questa sua opera sarà anche il manifesto per il suo pensiero: l’ecologia sociale.
Nel corso degli anni ‘80 e ‘90, Bookchin inizierà a distanziarsi dall’anarchismo per ideare qualcosa di nuovo, il municipalismo libertario. Bookchin guarderà indietro fino all’Atene antica e alla sua democrazia diretta, così da basarsi su di essa come base della società futura.
Bookchin morirà nel 2006, ma le sue idee saranno da spunto per movimenti e persone in tutto il mondo. Furono infatti le idee di Murray Bookchin ad influenzare Abdullah Öcalan e il suo confederalismo democratico.
«La mia idea di LIBERTÀ EGUALE»
di ETIENNE BALIBAR –
In termini politici, il conflitto non si situa fra coloro che danno valore alla libertà e coloro che la ignorano, scegliendo un altro principio. Il conflitto è proprio fra concetti antitetici di libertà. E non parlo qui solo della distinzione classica fra un concetto «negativo» e uno «positivo» di libertà, ma di un concetto individualistico – quello tipico della tradizione liberale – e un concetto democratico, che prevede un’agency collettiva, dove i cittadini si «liberano» l’un l’altro o si garantiscono la libertà reciprocamente.
Bisogna anche ammettere, tuttavia, che una certa tradizione di sinistra – influenzata soprattutto da una lettura «ottusa» di alcuni testi di Marx – ha avallato l’idea secondo cui la libertà sia di per sé un valore «borghese», confondendo il suo senso economico fondato sulla proprietà privata (la libera concorrenza, ecc.) con le libertà politiche o giuridiche (ovvero i diritti), che sono ritenute invece puramente formali. È un errore di lunga data, di matrice tanto storica quanto teorica, perché suffragato da una confusione di base su cui, non a caso, la destra è riuscita a capitalizzare, con effetti del tutto catastrofici per la sinistra.
Non posso che trovarmi d’accordo con l’idea che il socialismo e la democrazia abbiano un rapporto intrinseco. Anzi, proprio perché l’idea stessa di socialismo – con tutti i suoi annessi: pianificazione, redistribuzione, sviluppo e istruzione di massa – è stata associata in modo così disastroso con l’abolizione più o meno totale della democrazia – producendo in definitiva il collasso del socialismo – mi pare evidente che si debba lavorare in direzione di una combinazione organica fra i due termini. La nostra comprensione di ciò che significa «socialismo» ne uscirebbe sicuramente influenzata, ma anche la nostra comprensione di ciò che significa «democrazia».
Come ho detto in passato, esistono storicamente tre forme di istituzioni democratiche: quelle fondate sulla rappresentanza, quelle fondate sulla partecipazione diretta e quelle fondate sul conflitto sociale. Nel programma comunista di Marx, soprattutto dopo la Comune di Parigi, l’accento viene posto fortemente sulla democrazia diretta o sulla partecipazione, non sulla rappresentanza, che Marx – o meglio i suoi sostenitori – tendevano a ricondurre alla democrazia parlamentare. Si tratta però di una riduzione forse un po’ troppo sbrigativa che, in caso di conflitto sociale, può diventare anche pericolosa. Allora, la forma diretta di democrazia era stata concepita prendendo a modello comunità piccole. Con la globalizzazione dei problemi politici e sociali – pensiamo alle conseguenze del cambiamento climatico, un problema che coinvolge l’intera umanità – si rendono necessari diversi gradi di socialismo, diverse combinazioni di istituzioni democratiche e su vari livelli, dal locale fino al globale. Continua a leggere
Socialismo contro fascismo!
La vittoria dei socialisti democratici a Berlino ha spaventato gli oligarchi e i loro partiti politici, dal centro all’estrema destra. Il programma della Linke si fonda infatti sulla giustizia sociale e questo spaventa moltissimo le oligarchie politiche ed economiche. Affitti calmierati, socializzazione delle grandi compagnie immobiliari, investimenti massicci nel welfare, tasse per I super ricchi, transizione ecologica verso un’economia sostenibile, rifiuto della guerra e del riarmo. Difesa dei diritti sociali e dei diritti civili per tutti, tedeschi e migranti.
Il programma dei socialisti spaventa gli oligarchi come Elon Musk, che temono di perdere il loro potere e i loro privilegi. Ecco che allora quando i socialisti vincono le elezioni comincia la macchina del fango della borghesia. I compagni della Linke sono accusati dalla destra di essere stalinisti, estremisti e nostalgici della DDR. Peccato però che la Linke non sia un partito stalinista e nemmeno comunista. È un partito socialista democratico e libertario, come i DSA negli States. Vuole superare il capitalismo per via democratica, conciliando la massima giustizia sociale con la massima libertà e democrazia.
Sono le posizioni che storicamente non hanno caratterizzato i comunisti ma i socialisti e in particolare Riccardo Lombardi, Gilles Martinet, Lelio Basso e i socialisti di sinistra. La leader della Linke ha chiarito che per loro il regime comunista della DDR non era socialismo. Stalinisti, marxisti-leninisti e rosso-bruni non stanno nella Linke ma nel BSW, il partito di estrema sinistra putiniano guidato da Sara Wagenknech. La Linke è un partito di sinistra radicale ma non è di estrema sinistra, in quanto vuole costruire il socialismo non con la violenza e la dittatura ma per via democratica e costituzionale. Vengono accusati di essere antisemiti, solo perché denunciano senza ambiguità il genocidio di Gaza e i crimini di Netanyahu. Sono gli unici a farlo in Germania. In realtà la Linke si batte contro l’ antisemitismo e contro ogni forma di razzismo. Dicono che vogliono abolire la proprietà privata, in realtà solo quella dei grandi mezzi di produzione e delle grandi compagnie immobiliari, che speculano sugli affitti e sui prezzi delle case mentre centinaia di migliaia di persone non hanno un tetto sopra la testa.
Contro la Linke si sta formando un fronte reazionario che va dal centro (CDU) all’estrema destra (AFD). I neonazisti in particolare vomitano odio contro i socialisti democratici e già evocano lo spettro del comunismo per spaventare l’elettorato moderato. È un copione che nella storia abbiamo già visto. La società tedesca è polarizzata fra un’estrema destra neonazista e una sinistra radicale e socialista. Le forze centriste (CDU e SPD) stanno scomparendo, pagando per il loro sostegno alla guerra e al riarmo europeo. Ormai la sfida è fra la Linke e l’AFD, fra i socialisti e i neonazisti. È una sfida fra una concezione del mondo basata sulla giustizia sociale, sulla pace, sulla democrazia e sull’inclusione e una visione del mondo basata sul razzismo, sul militarismo e sulla difesa dei privilegi dei super ricchi. È la sfida di questo secolo. Socialismo o barbarie!