Bene Sanchez, ma il nostro socialismo è un’altra cosa!

di MASSIMO AMADORI
La sinistra socialista dovrebbe evitare di avere degli idoli da venerare. Questo vale anche nei confronti del premier spagnolo Pedro Sanchez. Più volte da socialista ho difeso le sue coraggiose scelte politiche: aumento del salario minimo, tassazione degli extra profitti, rifiuto di partecipare alle guerre di Trump e Netanyahu ecc. Tutte scelte in controtendenza rispetto alle classi dirigenti europee e che dimostrano che il neoliberismo non è l’unica strada possibile e che si può dire no a Trump e Netanyahu. Ma il governo spagnolo sta attuando anche misure controverse e sicuramente non il linea con il socialismo democratico. Mi riferisco per esempio all’ aumento delle spese militari, perché anche Sanchez ha deciso di investire nel riarmo e ciò è incompatibile con i valori pacifisti del socialismo.
Inoltre se è vero che il governo spagnolo ha regolarizzato 500 mila stranieri è altrettanto vero che in Mauritania ha finanziato centri di detenzione per migranti, con i soldi dell’UE. Questi centri non sono i lager libici e nemmeno i campi di prigionia in Albania, ma sono comunque delle prigioni per migranti. Ed è chiaro che questo non può essere un modello per i socialisti. Infine se è vero che mesi fa Sanchez ha vietato il commercio di armi con Israele è altrettanto vero che tale decreto viene aggirato e che in realtà la Spagna continua a fare affari con Israele.
Con questo non voglio negare i meriti di Sanchez. Lo considero certamente il “meno peggio” in Europa e forse anche nel mondo. Ma da qui a presentarlo come un modello di socialismo ce ne passa. Sanchez rimane un socialdemocratico e non ha come orizzonte il superamento del capitalismo ma una sua riforma. Oggi però non esistono più margini per il riformismo, perché viviamo in un’epoca di crisi economica e di guerre imperialiste. Sicuramente la socialdemocrazia di Sanchez è più a sinistra rispetto al resto della socialdemocrazia europea, ma non rappresenta il socialismo democratico di cui avremmo bisogno.
Sanders e Corbyn sono un’altra cosa rispetto a Sanchez, degli autentici socialisti democratici che mettono in discussione il sistema capitalistico e le sue guerre, proponendo un’alternativa di società basata sulla cooperazione e non sul profitto di pochi, sulla democrazia e non sulla dittatura di pochi oligarchi e tiranni. È un programma ambizioso che non si può certo realizzare in un Paese solo e non possiamo pretendere che Sanchez possa fare dei miracoli. È quanto di meglio oggi il riformismo socialdemocratico ci possa dare e non so cosa darei per avere un Sanchez in Italia al posto della Meloni. Ma il socialismo è un’ altra cosa. Rosa Luxemburg, Riccardo Lombardi, Giacomo Matteotti, Olof Palme, Carlo Rosselli, Lelio Basso ecc. avevano ben poco in comune con Sanchez.
Oggi la sinistra socialista dovrebbe riprendere le idee di questi grandi socialisti democratici, superando a sinistra la socialdemocrazia europea. Senza però cadere nell’estremismo dei vari partitini marxisti-leninisti, anacronistici e settari. I socialisti sono radicali ma non estremisti. Se la socialdemocrazia ha fallito è pur vero che ha fallito anche il comunismo autoritario e burocratico. Ogni volta che i comunisti hanno preteso di costruire il socialismo dall’alto facendo a meno della democrazia il risultato non è stato il socialismo ma il capitalismo di Stato. La “dittatura del proletariato” si è trasformata in una dittatura burocratica sul proletariato.
Senza la massima democrazia e libertà non può esistere socialismo. Noi socialisti dovremmo valorizzare il pensiero anarchico, da Berneri a Bookchin, il comunalismo libertario, l’esperimento rivoluzionario del Rojav@ e tutte le esperienze di socialismo libertario. Non per rincorrere l’utopia anarchica di abolizione immediata dello Stato ma perché dagli anarchici noi socialisti democratici possiamo imparare l’amore per la libertà e la sfiducia nello statalismo comunista o socialdemocratico. Perché, come ci insegna Carlo Rosselli, il socialismo non può che essere federalista, democratico e libertario e non centralista, statalista e autoritario. Socialismo o barbarie!

Le radici storiche e ideali del Primo Maggio

Il 1 maggio del 1886 a Chicago migliaia di operai scesero in piazza per rivendicare le 8 ore di lavoro. La polizia sparò sui lavoratori, provocando numerosi morti. Gli organizzatori della protesta furono quasi tutti condannati a morte e impiccati. Erano tutti anarchici. Per ricordare quella tragedia nel 1889 la Seconda Internazionale Socialista stabilì che il Primo Maggio doveva diventare una giornata di lotta di tutti i lavoratori. Queste sono le origini storiche del Primo Maggio, che non è nato come una festa ma come una giornata di lotta dei lavoratori, una giornata che ha origine nel movimento operaio e socialista di fine Ottocento.
Oggi in tutto il mondo il sistema capitalistico continua a sfruttare i lavoratori e a fare guerre per il profitto, massacrando interi popoli. E nelle guerre le prime vittime sono proprio i lavoratori. Gli oligarchi che governano il mondo, dagli USA alla Cina, ci sfruttano e poi ci mandano in guerra per incrementare i loro profitti. In guerra per ammazzare altri lavoratori come noi, ma ad arricchirsi sono soltanto i capitalisti e i loro governi.
In Italia mai come oggi questa giornata è attuale, dato che abbiamo fra gli stipendi più bassi in Europa a fronte di un continuo aumento del costo della vita, dovuto anche alle guerre. Milioni di lavoratori italiani si trovano in una situazione di povertà. A fronte di questi problemi il governo Meloni non si degna nemmeno di approvare un salario minimo. Per non parlare delle morti sul lavoro, altra grave piaga di questa società fondata sul profitto di pochi e sullo sfruttamento dei lavoratori.
Che oggi sia dunque un Primo Maggio di lotta contro la guerra e contro lo sfruttamento e il capitalismo. Viva il Primo Maggio internazionalista e socialista!

Ebraismo e sionismo: facciamo chiarezza

di MASSIMO AMADORI
L’ebraismo è diverso dal sionismo ed è altrettanto vero che esistono diverse forme di sionismo. La storica Anna Foa parla di sionismi al plurale. Mi rendo conto che la realtà è complessa e che è più facile semplificare e fare il tifo da stadio, ma avendo una formazione storica sono abituato a fare ragionamenti complessi.
L’ebraismo è una religione, mentre il sionismo un’ideologia politica, una forma di nazionalismo ebraico. All’interno del sionismo storicamente sono esistite posizioni differenti. È esistito un sionismo di sinistra e un sionismo di destra. Attualmente in Israele ha prevalso il sionismo di estrema destra, rappresentato da Netanyahu ma ancora di più da ministri estremisti come Ben Gvir e Smotrich. Si tratta del cosiddetto sionismo revisionista, nato in Europa negli anni Trenta. Questa versione estremista di sionismo ebbe sin dalle origini delle simpatie per il fascismo di Mussolini. Alcuni esponenti di questa corrente tentarono addirittura di fare accordi con Hitler per costruire uno “Stato ebraico” in Palestina. I sionisti revisionisti ideologicamente sono fascisti e nazisti e così furono definiti anche da intellettuali ebrei antifascisti come Hannah Arendt e Albert Einstein.
È una semplificazione associare il sionismo al nazismo ma associare il sionismo revisionista al nazifascismo è corretto sia sul piano storico sia sul piano politico. Per questo io non mi stupisco che oggi i rappresentanti del sionismo di estrema destra vadano a braccetto con i neofascisti e i neonazisti e che un giovane estremista sionista abbia aggredito due compagni dell’ANPI. Purtroppo una parte della comunità ebraica romana è legata ad ambienti neofascisti e va a braccetto con gli eredi dell’antisemita Giorgio Almirante. È triste pensare che ci siano ebrei che preferiscono gli eredi dei nazifascisti che realizzarono la Shoah agli eredi dei partigiani. Non tutti per fortuna, perché ci sono tantissimi ebrei italiani schierati contro il genocidio di Gaza, da Moni Ovadia a Gad Lerner. Sono gli ebrei antifascisti e antirazzisti, contrari a Netanyahu e alle sue politiche di sterminio dei palestinesi. Perché il sionismo revisionista non ha mai nascosto le sue intenzioni genocidarie e il suo desiderio di costruire la “Grande Israele” cacciando o sterminando i palestinesi. La verità è che viviamo in un mondo complesso e che l’ebraismo non è un unico blocco. La comunità ebraica è divisa: esistono ebrei sionisti ed ebrei antisionisti, ebrei fascisti ed ebrei antifascisti. Proprio per questo l’antisemitismo è stupido e criminale, perché mette tutti sullo stesso piano. Ma lo stesso fanno gli estremisti sionisti, che non a caso vanno a braccetto con gli antisemiti e con i neofascisti.

Smettetela di confondere antisionismo e antisemitismo!

Esistono ebrei antifascisti ed ebrei fascisti. Ciò vale per qualsiasi popolo, cultura e religione. Antifascisti sono i compagni del Laboratorio Ebraico Antirazzista, che il 25 aprile hanno sfilato con il cartello “ebrei contro il fascismo“. Questi ebrei hanno ricevuto applausi e non contestazioni. Fascisti sono invece coloro che inneggiano a Netanyahu e a Trump, gli estremisti sionisti. E non sono necessariamente ebrei, anzi. Fascista è l’estremista sionista che pare che abbia sparato contro due compagni dell’ANPI.
In Italia esistono decine di organizzazioni neofasciste e neonaziste che inneggiano a Hitler e alla Shoah, ma gli estremisti sionisti preferiscono prendere di mira due anziani antifascisti iscritti all’ANPI e a Sinistra Italiana. Gli estremisti sionisti preferiscono andare a braccetto con gli eredi dei nazifascisti che realizzarono la Shoah che con gli eredi dei partigiani. Ecco perché è giusto contestarli pacificamente, senza ovviamente mai cadere nell’antisemitismo.
Tanto più che questi estremisti non rappresentano affatto tutti gli ebrei italiani. Non rappresentano gli ebrei antirazzisti e antifascisti, che sono la maggioranza. Tanto è vero che la stragrande maggioranza degli intellettuali ebrei italiani, da Anna Foa a Gad Lerner, ha criticato la presenza di bandiere inneggianti a Trump e a Netanyahu, ritenendo inopportuna la stessa bandiera di Israele in questo momento storico.
Gli ebrei antifascisti sono da sempre in prima fila nella lotta per i diritti del popolo palestinese e contro il governo di Netanyahu. Quindi associare all’antisemitismo la legittima critica al governo israeliano è una cosa ignobile. Tanto più che sono proprio i sostenitori di Netanyahu ad andare a braccetto con i nazifascisti.
Oggi gli estremisti sionisti sono i principali responsabili della crescita dell’ antisemitismo nel mondo, che ovviamente va condannato come qualsiasi altra forma di odio razziale. I fan di Netanyahu sono attualmente i principali nemici del popolo ebraico e dello stesso popolo israeliano. Viva l’ebraismo antifascista e antirazzista! Abbasso ogni forma di fascismo e di razzismo!

No a sionisti e antisemiti nei cortei del 25 Aprile!

di MASSIMO AMADORI
A Monte Sole è stato un 25 aprile partecipato e unitario e mi dispiace che in altri luoghi ci siano state tensioni e polemiche. Vorrei dire la mia su ciò che è successo a Roma. Il 25 aprile è la festa di tutti gli antifascisti, quindi sono lecite tutte le bandiere legate alla Resistenza. Ci sta portare la bandiera italiana, che rappresenta tutti, e la bandiera rossa, dato che la maggioranza dei partigiani erano socialisti e comunisti. Ma ci sta anche la bandiera rossa e nera degli anarchici, il cui contributo nella Resistenza purtroppo viene sempre omesso nelle celebrazioni ufficiali del 25 aprile. A mio avviso è legittimo portare anche la bandiera ucraina e della Palestina, perché sono popoli che attualmente subiscono un’occupazione da parte di due tiranni fascisti, Putin e Netanyahu. Tutte le bandiere dei popoli oppressi devono avere spazio il 25 aprile. Credo invece che siano fuori luogo le bandiere della Russia, degli Stati Uniti e di Israele, perché sono Paesi i cui governi fascisti opprimono e uccidono.
La Brigata Ebraica ha tutto il diritto di partecipare al corteo del 25 aprile e di ricordare gli ebrei che parteciparono alla Resistenza, ma portare bandiere di uno Stato genocida e inneggiare a fascisti come Trump e Netanyahu è una provocazione. Il 25 aprile ci deve essere spazio per tutti ma non per i nazifascisti e oggi chi è più fascista di Trump, Putin e Netanyahu? Senza considerare il fatto che tantissimi ebrei italiani parteciparono alla Resistenza in maniera autonoma dalla Brigata Ebraica, nelle brigate partigiane socialiste, comuniste e azioniste. A cominciare da Primo Levi, partigiano di “Giustizia e libertà”. Questi ebrei coraggiosi vengono dimenticati dai sionisti pro-Netanyahu, così come vengono dimenticati gli arabi palestinesi che parteciparono alla Resistenza assieme agli ebrei di Palestina, tutti uniti contro il nazifascismo. Quindi è evidente che contestare i provocatori fascisti con le foto di Trump e Netanyahu è sacrosanto. Ma al tempo stesso è chiaro che il 25 aprile non si può tollerare nemmeno la presenza degli antisemiti nei cortei e chi ha contestato i sionisti al grido di “siete saponette mancate” è solo un nazifascista e doveva essere cacciato dal corteo. Perché attaccare gli ebrei in quanto tali non è antisionismo ma antisemitismo e ogni forma di razzismo non deve avere spazio il 25 aprile. Resta però il fatto che gli ebrei antirazzisti che hanno sfilato con il cartello “ebrei contro il fascismo” non sono stati contestati. Evidentemente tutti sti antisemiti non c’erano alle manifestazioni del 25 aprile. Ma le poche mele marce hanno dato modo alla Meloni di attaccare chi ha festeggiato il 25 aprile. Il governo ha però omesso la vile aggressione che hanno subito due compagni dell’ ANPI, vigliaccamente aggrediti dai fascisti. Anche quest’anno per colpa di pochi provocatori fascisti abbiamo perso l’occasione di festeggiare il 25 aprile in maniera unitaria. Peccato, perché invece oggi avremmo bisogno di unità fra tutti i democratici e gli antifascisti. Ora e sempre Resistenza!

L’incredibile carriera di Gaetano Azzariti, ovvero la… totale rottura dell’Italia repubblicana col fascismo

di GIANCARLO IACCHINI

Gaetano Azzariti, giurista: ovvero la… (ehm) totale rottura col fascismo da parte di un’Italia senza dubbio capace di… (ehm) fare i conti con la propria storia (quella peggiore). 🤔😱

1 ) Il “nostro” a 40 anni aderisce al partito fascista.
2 ) A 45 collabora con Mussolini alla stesura delle “leggi fascistissime“.
3 ) A 57 anni scrive le leggi razziali e diventa presidente del Tribunale della Razza spiegando che «l’appartenenza a determinate razze è giusta causa di limitazione della capacità giuridica» e che «la diversità di razza è un ostacolo insuperabile alla costituzione anche di rapporti personali, dai quali possano derivare alterazioni biologiche o psichiche alla purezza della nostra gente».
4 ) Di anni ne ha 62 anni quando il re “licenzia” Mussolini e nomina Badoglio capo del governo, il quale a sua volta nomina… Azzariti ministro di Grazia e Giustizia («Io fascista? Ma quando mai!!! Razzista? Ma no, anzi ho salvato molti ebrei rendendoli ARIANI»).
5 ) Torna dalla Russia l’ineffabile Palmiro Togliatti e – da ministro della Giustizia – invita quella gran testa di… Azzariti a dirigere il suo ufficio. «Gaetà, che vogliamo fa’?». «Che ne dici di una bella amnistia per chi è stato fascista?». «Uhm… perché no? Ottima idea!».
6 ) Fine anni 50, governi centristi della DC. «Chi mettiamo alla presidenza della Corte Costituzionale?». «Beh, serve un sicuro antifascista…». «Ce l’abbiamo: Gaetano Azzariti». 😳
7 ) Muore a 80 anni, ancora presidente della Consulta.
8 ) Nel 1970 il Comune di Napoli gli intitola una strada, ma nel 2015 il suo nome viene rimosso dal sindaco De Magistris e sostituito con quello di Luciana Pacifici, morta nel 1944 a 8 mesi in un vagone piombato diretto ad Auschwitz.
9 ) Il busto del mitico Azzariti, che campeggiava al palazzo della Consulta, è da tempo “in restauro” (chissà perché)…
10 ) No comment.

Da Stalin a Putin (con buona pace del “comunismo”)

di MASSIMO AMADORI
Putin sta rivalutando apertamente lo stalinismo e in generale il comunismo sovietico, perché si rende benissimo conto che l’URSS non era socialista ma una grande potenza imperialista. In questo senso Putin si considera un erede di Stalin, così come degli zar. Intende emulare la politica di potenza dell’Unione Sovietica e la riabilitazione dello stalinismo rientra proprio in quest’ottica.
Esiste una continuità fra la Russia sovietica e l’attuale regime di Putin e in linea generale fra la Russia degli Zar, l’URSS di Stalin e l’attuale Federazione Russa. Lenin costituisce in parte un’eccezione, anche se ebbe pesanti responsabilità nel primo terrore di Stato in Unione Sovietica (1918-1923) e le sue politiche aprirono la strada alla controrivoluzione burocratica di Stalin.
Tanto è vero che Putin, pur disprezzando Lenin, sta rivalutando la figura di Felix Dzerwinsky, il fondatore della terribile Ceka, la prima polizia segreta della Russia sovietica, antenata del KGB e dell’attuale FSB. Purtroppo la Ceka fu creata da Lenin. Fu uno dei più grandi errori del rivoluzionario bolscevico, un tragico errore che aprì la strada alla controrivoluzione di Stalin, come disse il grande marxista rivoluzionario Victor Serge, che sostenne la rivoluzione d’ottobre ma ne criticò gli esiti autoritari.
Sia chiaro che Lenin era un gigante e non può essere paragonato né a Stalin né a Putin, ma non si possono nemmeno negare i suoi errori.
Preferisco di gran lunga il menscevico di sinistra Martov rispetto a Lenin e Trotsky, perché era un autentico socialista democratico. Il socialismo libertario e democratico non ha nulla a che fare con il comunismo autoritario, è lontano anni luce dallo stalinismo ma anche dal leninismo/trotskismo.
Il socialismo senza la massima democrazia e libertà degenera inevitabilmente in un regime burocratico e totalitario, che conduce al capitalismo di Stato. Come sosteneva il grande socialista democratico di sinistra Riccardo Lombardi, dirigente del PSI.
Vorrei che anche i compagni comunisti facessero queste riflessioni. Non sono anticomunista, ma penso che il comunismo novecentesco sia da buttare e che oggi la sinistra possa rinascere solo su basi socialiste libertarie o almeno socialiste democratiche, in netta antitesi rispetto al comunismo stalinista ma anche al comunismo leninista.

Fascisti o antifascisti: nessuna ambiguità! Ora e sempre RESISTENZA!

Chi mette sullo stesso piano partigiani e nazifascisti è un fascista.
I morti vanno rispettati ma non sono tutti uguali. C’è chi ha combattuto per liberare l’Italia dal nazifascismo e chi invece ha combattuto dalla parte di Hitler. Il 25 aprile è divisivo e deve esserlo! Divide i fascisti dagli antifascisti ed è giusto così. Quindi è divisivo solo se sei fascista e in Italia il fascismo è fuori dalla Costituzione.
E basta con ‘sta storia che i partigiani erano tutti comunisti o addirittura stalinisti! Certamente è vero che circa la metà delle brigate partigiane erano comuniste, ma alla Resistenza parteciparono anche i socialisti, gli azionisti, i cattolici e i liberali. Parteciparono tutti gli antifascisti, dagli anarchici ai monarchici.
Chi vede la Resistenza come un derby fra fascisti e comunisti ignora la storia. Tutti i partigiani hanno combattuto per la libertà e la democrazia. Detto ciò noi non vogliamo nessuna pacificazione fra fascisti e antifascisti. La storia parla chiaro: una parte aveva ragione e una parte aveva torto. È vero che la Resistenza fu una guerra civile ma ciò non significa che le due parti fossero uguali. Ci furono italiani che stavano dalla parte giusta e italiani che stavano con Hitler e Mussolini.
Sarebbe sufficiente riconoscere questo fatto per avere una pacificazione nazionale. Ma il governo Meloni continua con la sua rivoltante ambiguità su questo tema, per nascondere il fatto che sono rimasti fascisti. Il problema è che nel dopoguerra non abbiamo fatto un processo di Norimberga anche in Italia e anzi per colpa di Togliatti e De Gasperi abbiamo anche amnistiato i fascisti.
Come SOCIALISTI, siamo orgogliosi del fatto che il PSI di Nenni, Basso e Pertini fu uno dei pochi partiti del CLN, assieme agli azionisti, a votare contro l’amnistia togloattiana ai criminali fascisti. Comunisti e democristiani votarono invece a favore. Altro che pacificazione nazionale! Viva la Resistenza!

L’identità della sinistra e l’esempio di Pedro Sanchez

di MASSIMO AMADORI

Ho guardato con interesse alla conferenza delle sinistre tenutasi ieri in Spagna per volontà di Pedro Sanchez. Hanno partecipato socialisti e progressisti provenienti da tutto il mondo. Mi sembra che finalmente una parte della socialdemocrazia stia abbandonando la “terza via” di Tony Blair, che tanti danni ha fatto alla sinistra dopo il 1989.

Dopo il crollo del “comunismo” infatti, invece di puntare al socialismo democratico in Europa, la maggioranza dei partiti socialisti, socialdemocratici e comunisti si è spostata a destra, abbandonando qualsiasi prospettiva socialista e contendendo alla destra la gestione del sistema neoliberista. Con queste politiche la sinistra si è suicidata, specialmente in Italia.

Oggi dopo più di trent’anni sembra che la sinistra si stia finalmente risvegliando, anche grazie a un leader come Pedro Sanchez, che ha avuto il merito di spostare la socialdemocrazia su posizioni di sinistra, di rottura con il neoliberismo e con la guerra. Scelta non condivisa dalla maggioranza dei partiti socialdemocratici europei, purtroppo ancora spostati al centro.

Ma le cose stanno cambiando e io credo che nel mondo ci sia spazio per una sinistra degna di questo nome, radicale e socialista. Una sinistra che non abbia paura di colpire gli interessi degli oligarchi e dei miliardari e di redistribuire la ricchezza. Perché ovunque c’è voglia di giustizia sociale, di pace, di ambientalismo e di democrazia. Specialmente fra i giovani. E giustamente la destra viene percepita come antitetica a questi valori e a queste aspirazioni ad un mondo migliore. Trump, Netanyahu, Putin e l’estrema destra stanno provocando come reazione uno spostamento a sinistra di molte persone che hanno a cuore la democrazia e la libertà. Ma la sinistra deve tornare a fare il suo mestiere, rappresentando i lavoratori e gli ultimi della società, lottando per obiettivi concreti e immediati ma senza mai dimenticare la prospettiva socialista. Perché il capitalismo non è eterno e certamente non è il migliore dei mondi possibili. Nell’immediato però dobbiamo costruire alleanze di sinistra alternative al neoliberismo e Sanchez può essere un importante punto di riferimento. Posto che io preferisco i più radicali Sanders, Mamdani e Corbyn, esplicitamente anticapitalisti. La socialdemocrazia di Sanchez, per quanto si sia spostata a sinistra, punta ancora a riformare il capitalismo, mentre i socialisti democratici come Sanders vorrebbero superarlo. Avercelo però un Sanchez anche in Italia!

Serve una sinistra socialista, non “progressista”!

di MASSIMO AMADORI

Non abbiamo bisogno di una sinistra genericamente “progressista” ma di una sinistra socialista, cioè anticapitalista. Essere progressista vuol dire tutto e niente. Essere socialista invece non è una semplice etichetta, ma un preciso programma politico fondato sulla giustizia sociale, la libertà e la democrazia.

Essere socialisti significa battersi per un’alternativa radicale al sistema capitalistico, un sistema che si fonda sulla guerra, sullo sfruttamento e sulla devastazione ambientale. Essere socialisti significa essere ecologisti e pacifisti, nella consapevolezza che il sistema capitalistico genera la guerra per sua stessa natura e che non può esistere un capitalismo “green“, perché un sistema fondato sul profitto illimitato e sulla crescita infinita non è compatibile con l’ ambientalismo.

Essere socialisti significa battersi contro i fascisti, perché la democrazia è una conquista dei lavoratori e il razzismo dell’estrema destra divide la classe lavoratrice, a tutto vantaggio dei padroni. Essere socialisti significa contrastare gli oligarchi che governano il mondo e che lo insanguinano con le loro guerre per il profitto e significa battersi per redistribuire la ricchezza. Perché non è accettabile che ci siano persone che muoiono di fame e al tempo stesso miliardari. Essere socialisti significa volere per tutti le stesse condizioni di partenza, stipendi dignitosi, più tempo libero e servizi pubblici gratuiti e di qualità, diminuzione delle spese militari e investimenti in sanità, istruzione e trasporti pubblici. Significa investire in energia pulita e rinnovabile. Tutte cose concrete e di buon senso che sono nell’ interesse della maggioranza delle persone e che danneggiano solo l’ oligarchia al potere, cioè meno dell’1 per cento della popolazione.

Eppure in Italia il termine socialista è una parolaccia, anche a sinistra. Perché purtroppo la “sinistra” italiana è spostata al centro. Ma noi continuiamo a preferire i socialisti democratici come Sanders, Ocasio Cortez e Mamdani ai “progressisti” come Schlein, Conte e Salis.