LIBERALSOCIALISMO: non “moderatismo” ma doppia rivoluzione

«Noi siamo liberali, ma non possiamo ammettere il predominio del capitalismo; siamo socialisti, ma non possiamo ammettere il totalitarismo burocratico-statalista. Il nostro non è affatto moderatismo e neutralizzazione reciproca dei due termini, libertà e socialismo; ma DUE RIVOLUZIONI invece di una, massimo socialismo e massimo liberalismo. E perciò non la riluttanza ai due termini, ma anzi l’ORGOGLIO di dirsi socialisti e liberali INSIEME, con tutta la suggestione morale che questi due termini portano».
(Aldo Capitini)

Quando l’equilibrio è rivoluzionario (in un mondo così storto)

«Cari amici di MRS, mi chiamo Federico […] e questa è una lettera di elogio, anche se non so se vi farà troppo piacere. Infatti io di voi apprezzo non il radicalismo o lo spirito rivoluzionario, ma al contrario la pacatezza, la saggezza, l’equilibrio e il rispetto che traspare da tutto quello che scrivete. Mi colpisce la poca propaganda, il profilo basso, il tesseramento gratuito, la libertà di pensiero che lasciate ad ogni vostro iscritto, che subito può prendere iniziative a nome del Movimento o scrivere nel vostro blog senza censure (mi pare perfino troppo “liberal”, ma complimenti!). Ora, mi chiedo, ma perché continuate a definirvi di estrema sinistra e non invece di centro? Perché vi sentite rivoluzionari e non moderati? Io sono un riformista e vi apprezzerei di più se vi collocaste in una posizione politica meno radicale. Scusate l’imbarazzante auspicio…».

Caro Federico, che dire? A noi gli elogi fanno piacere tutti, perciò grazie. Noi “di centro”? Ma dove, nel cielo platonico delle idee o su questa terra e specialmente in Italia, dove il convento da quelle parti passa roba immangiabile? Guarda, non ne facciamo un problema di etichette e di definizioni, ma di sostanza. Cosa vuol dire essere moderati? Non è che i “radicali” come noi camminano per strada col coltello tra i denti, te lo posso assicurare… Siamo “equilibrati”? Sì certo, ma tu credi che questo voglia dire moderazione in politica? Pensa solo un attimo a quanto sarebbe rivoluzionario RIEQUILIBRARE ad esempio la ricchezza, o il lavoro, o gli orari di lavoro, tra l’élite miliardaria e la massa di sfruttati in Italia e nel mondo! Sì, sarebbe bello essere equilibrati IN TUTTO, anche nel potere e nella ricchezza; far sì ad esempio che tutti siano liberi e con “pari opportunità”: che bellissimo “equilibrio”! E tu pensi che riforme sociali in grado di “riequilibrare” un mondo storto come questo siano cose da moderati? Pensi che il mondo sia equilibrato e moderato, o non ritieni anche tu, pensandoci meglio, che per renderlo tale sia da cambiare radicalmente? Detto ciò, è vero: l’IDEOLOGIA come “verità assoluta” non ci piace, e rispettiamo ogni persona che non la pensa come noi. Il socialismo è nato per liberare le persone, e non c’è più rispetto di questo. Siamo “saggi”? Grazie, ma moderati no. Perché non possiamo essere conservatori quando c’è così tanto da cambiare! Comunque grazie degli elogi. (G.I.)

Arcipelaghi attuali… Conosciamoli!

Arcipelaghi? Posso già immaginare la reazione di un ipotetico lettore. Magari un militante reduce da svariate esperienze, confronti e immancabili delusioni. Si parla di isole? Si vuole forse avviare un percorso di conoscenza di realtà legate ad esperienze pseudo mistiche stile fine anni 70?… Immagino o posso immaginare le reazioni. Ebbene, niente di tutto questo. La pandemia non è finita, siamo immersi in un contesto turbocapitalista o come lo vogliamo definire. Poco importano le classificazioni scientifiche, il capitalismo ha sempre generato guerre affinché ci fossero riassestamenti delle classi borghesi. I borghesi talvolta alleati con i loro vecchi nemici nobiliari per cercare un senso mistico a queste imprese che null’altro servivano e servono se non a buttare al macello vite di poveri ragazzi. Questo è il contesto attuale.

Nel corso degli ultimi venti anni diversi movimenti hanno fatto capolino e hanno cercato di egemonizzare la scena. Ci fu anche il tentativo di un partito di porsi come partito dei movimenti. Movimento nei movimenti ma partito di governo, parliamo di Rifondazione Comunista con alcune sue correnti fautrici di un tentativo di creazione di un socialismo per il secolo a venire. Fumo negli occhi per alcuni, grande tentativo per altri compagni: fatto sta che tale partito adesso è stato marginalizzato. La situazione attuale vede accanto ai partiti e chiaramente al nostro Movimento una miriade di associazioni che si sono confrontate con il contesto e con i vari contesti locali durante la pandemia. Coloro che popolano tali associazioni provengono da esperienze diverse, esperienze che li hanno portati ad un forte spirito autocritico. Esperienze diverse, confronti e tanta voglia di fare. Cultura, azione e formazione e dibattiti. Talvolta e in alcuni momenti il contenitore PD ha provato (e talvolta ci è riuscito) a candidare alcuni elementi senza poi provvedere ad una loro collocazione come in passato nel partito dei movimenti. Tutto questo e la reclusione pandemica li ha resi vivi e attivi nel sociale e nei quartieri. Tutta questa esperienza li rende aperti al dibattito e critici e oppositivi per ciò che concerne le guerre del capitale.

Potrei anche citare alcune di queste esperienze ma finirei per bruciare l’obiettivo del mio intervento. La volontà, alla quale seguiranno altri puntuali interventi sul nostro sito, è quella di aprirci a queste realtà e a questi contesti. Aprirci, conoscere e farci conoscere. Nulla è perduto e fintantoché potremo continueremo a lottare. Iniziamo e a breve ne trarremo delle indicazioni e delle conclusioni. Purtroppo sono lontani i tempi di Genova 2001, una generazione e un movimento represso e umiliato. Dileggiato e anche talvolta infiltrato il movimento No Tav. Questi sono due esempi, in compenso si ricomincia sotterraneamente a sognare ciò che noi chiamiamo giustizia sociale. La sbornia neoliberista è pronta ad una guerra; prepariamoci e parliamo con tutti coloro che sono presenti. Il nostro sole potrà riscaldare molti e dare molta speranza. In futuro non mancheranno interventi esterni e confronti. Tutto atto a crescere laddove si può, laddove le nostre forze lo permettono, laddove anche provvisoriamente possiamo vivere e militare assieme.

Erich

Manifesto del Liberalsocialismo

Dal MANIFESTO DEL LIBERALSOCIALISMO

di GUIDO CALOGERO (1940):

«Di fronte al conservatorismo che si definisce liberale e all’estremismo sociale che non risolve i problemi della libertà, noi affermiamo la nostra volontà di combattere per l’unico e indivisibile ideale della giustizia e della libertà. Facciamo nostra la rivendicazione e l’ulteriore promozione di tutti quegli istituti della democrazia che hanno assicurato il fiorire dello stato moderno, ma siamo convinti di poter procedere in tal senso solo affrontando e risolvendo insieme anche il problema sociale.

Vogliamo che agli uomini siano assicurate non soltanto le garanzie istituzionali, giuridiche e politiche della libertà, ma anche le condizioni economiche che permettano ad essi di valersene per la piena espansione della loro vita. Alla libertà di parola e di voto, non vogliamo che si accompagni la libertà di morire di fame! Ma nello stesso tempo sappiamo che nessuna riforma sociale può realmente assicurare agli uomini la giustizia, se in seno ad essa non opera, perenne, il controllo e l’iniziativa della libertà. Né la libertà può essere un futuro, rispetto alla giustizia, né la giustizia un futuro rispetto alla libertà. Entrambe debbono essere presenti ed operanti, a garantirsi e a promuoversi a vicenda.

Contro l’attuazione di questi nostri ideali sta il fascismo, non solo come ideologia e come regime politico, ma anche come coalizione ed espressione di interessi oligarchici.

Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti diversi, ma specificazioni parallele di un unico principio etico, che è il canone universale di ogni storia e di ogni civiltà. Questo è il principio per cui si riconoscono le altrui persone di fronte alla propria persona, e si assegna a ciascuna di esse un diritto pari al proprio diritto.

Così è lo stesso dovere etico che impone ad ognuno di riconoscere agli altri un uguale diritto di opinare, di parlare, di votare e di avvalersi della ricchezza del mondo. Tanto l’uno quanto l’altro è un diritto di libertà. E la giustizia non è che l’equa ripartizione di tali sfere di libertà.

Ma la distinzione, che non ha luogo nell’idea, ha luogo nella storia. La tradizione morale e istituzionale ha ormai tolto ad ogni uomo civile il gusto di negare al suo interlocutore un pari diritto di interloquire, ma non gli ha ancora tolto il gusto di possedere più di lui. Molti, che non tollererebbero di disporre di due voti elettorali quando ogni altro cittadino disponesse di un voto solo, tollerano ancora di disporre di beni economici in misura decupla di quella di cui dispone la media del loro prossimo.

E di conseguenza, laddove sussiste meno giustizia che libertà, lo sforzo etico-politico dev’essere prevalentemente diretto all’educazione socialista dell’uomo, il quale, sulla via ascendente della giustizia, non deve restare più in basso che sulla via della libertà. Sarebbe tuttavia un errore ristabilire il livello facendo retrocedere l’uomo sulla via della libertà. Ciò significherebbe non solo distruggere un grado già raggiunto di giustizia, non solo perdere una già compiuta conquista egualitaria, ma annientare lo strumento più efficace e più pratico per ottenere conquiste ulteriori. Solo la libertà ci farà più liberi. Essa infatti è la stessa libertà di costruire il socialismo.

Di qui i due principi fondamentali del liberalsocialismo: assicurare la libertà nel suo funzionamento effettivo e costruire il socialismo attraverso questa libertà, mediante riforme sociali che non piovano dall’alto, ma siano figlie della democrazia e della libertà.

Una delle prime mete di tali riforme sociali dev’essere il raggiungimento della massima proporzionalità possibile tra il lavoro che si compie e il bene economico di cui si dispone. Questa non è che una prima tappa sulla via del socialismo – ed è già superata tutte le volte che con la ricchezza comune si soccorrono i deboli e gli infermi, incapaci di lavorare – ma è quella che si deve intanto cercar di percorrere. Di qui la fondamentale istanza anticapitalistica, che il liberalsocialismo fa propria.

Quanto più i lavoratori saranno capaci di agire come imprenditori, amministratori e dirigenti, tanto meno dovranno sopravvivere le figura del vecchio proprietario e del vecchio proletario. Quanto più si svilupperà lo spirito della solidarietà e dell’uguaglianza, tanto più sarà possibile avvicinare le distanze fra i compensi delle varie forme di lavoro, senza inaridire il gusto dell’operosità e l’iniziativa creatrice. Di qui la fondamentale importanza dell’educazione e quindi, tra l’altro, del problema della scuola.

Sul piano internazionale, il liberalsocialismo difende gli stessi principi di libertà e di giustizia per tutti. Niente nazionalismo, niente razzismo, niente imperialismo. Le assise fondamentali della civiltà debbono essere le stesse tra gli uomini e tra le nazioni. Di conseguenza: difesa di ogni organismo che possa favorire la realizzazione di questi principi nel mondo; internazionalizzazione, almeno dal punto di vista economico, delle grandi fonti di materie prime; progressiva estensione dei diritti di cittadinanza al di là dei limiti delle singole nazioni.

In queste sue concezioni, il liberalsocialismo è convinto di aver fatto tesoro del meglio dell’esperienza politica dei grandi poli politici tradizionali. Ai liberali dice: voi siete stati, in altri tempi, i protagonisti della lotta per la libertà, i primi alfieri della sua bandiera. Ma siete stati anche angosciati dall’incertezza sul limite a cui vi fosse concesso di giungere nel disciplinare la libertà; e così, tra il desiderio dello stato forte e il timore di tradire la libertà per l’autorità, tra la nostalgia del laissez-faire e la simpatia iniziale per il fascismo, avete lasciato la libertà ai nemici della libertà, avete permesso alla dittatura di nascere, di crescere, di battervi. Il liberalsocialismo segna oggi il punto preciso che divide la libertà dall’autorità, chiarendo come la libertà sia solo per chi lavora per la libertà. Ai marxisti – ai socialisti e comunisti – invece dice: la nostra aspirazione è la vostra aspirazione, la nostra verità è la vostra verità, quando essa sia liberata dai miti del materialismo storico e del socialismo scientifico. Ricordatevi del Marx infiammato dall’ideale etico della giustizia, che presupponendo quell’ideale nelle sue indagini economiche pensò, viceversa, di poterlo dedurre dalle sue stesse indagini economiche. E non dimenticate che Marx scrisse il Manifesto e il Capitale a Londra, all’ombra delle libertà inglesi.

A fondamento del liberalsocialismo sta il concetto della sostanziale unità e identità della ragione ideale che sorregge e giustifica tanto il socialismo nella sua esigenza di giustizia, quanto il liberalismo nella sua esigenza di libertà. Questa ragione ideale coincide con quello stesso principio etico, col cui metro, in ogni passato e in ogni avvenire, si è sempre misurata, e si misurerà sempre, l’umanità e la civiltà: il principio per cui si riconoscono le altrui persone di fronte alla propria persona, e si assegna a ciascuna di esse un diritto pari al diritto proprio.

Nell’ambito di questa universale aspirazione etica, liberalismo e socialismo si distinguono solo come specificazioni concomitanti e complementari, l’una delle quali mira alla giusta commisurazione di certe libertà, e l’altra alla giusta commisurazione di certe altre libertà. Il liberalismo vuole che fra tutti gli uomini sia equamente distribuito – in modo tale che il suo uso da parte di ognuno non leda e non soverchi il suo uso da parte di ogni altro – quel grande bene che è la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità, in tutte le concepibili forme di tale espressione. Il socialismo vuole che fra tutti gli uomini sia equamente distribuito – in modo tale che il suo uso da parte di ognuno non leda e non soverchi il suo uso da parte di ogni altro – l’altro grande bene che è la possibilità di fruire della ricchezza del mondo, in tutte le legittime forme di tale fruizione.

Così, il liberalismo vuole l’eguaglianza dei diritti e delle leggi, senza distinzioni dipendenti da religione, razza, casta, censo, partito; vuole la certa, imparziale, indipendente amministrazione della giustizia; vuole la derivazione di ogni norma giuridica dalla volontà dei cittadini, espressa secondo il principio della maggioranza; vuole l’ordinata partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica; vuole la libertà di pensiero, di stampa, di associazione, di partito, quale fondamento dell’esercizio del reciproco controllo e dell’autogoverno; e vuole la libertà di religione, che permetta ad ognuno di adorare in pace il suo Dio. Parallelamente, il socialismo vuole che nella coscienza morale degli uomini s’impianti energicamente il principio che, anche sul piano della ricchezza, l’ideale è quello cristiano e mazziniano della giustizia e dell’eguaglianza, e che perciò bisogna tanto suscitare nel proprio animo il gusto del lavorare e del produrre, quanto reprimervi quello del guadagnare e del possedere in misura soverchiante la media comune. Vuole, di conseguenza, che ciascuno sia compensato, con la ricchezza prodotta, in misura congrua al suo effettivo lavoro; vuole che non sia riconosciuta la legittimità del possesso ed uso privato del puro interesse del capitale, ma solo quella del compenso della reale attività e fatica dell’imprenditore e del dirigente; vuole che con la ricchezza appartenente alla società (sia nella forma statale sia in quella comunale e cooperativa) venga assicurato ad ognuno il diritto di partecipare al lavoro comune e di raggiungere la piena esplicazione delle proprie attitudini, e parimenti venga assicurato uno speciale soccorso per tutti coloro che si trovino comunque in condizioni di inferiorità; vuole che la società tenda con la massima intensità possibile ad elaborare e instaurare tutti quei progressivi assetti politici e giuridici, che appaiano atti a far procedere la civiltà in direzione della sempre maggiore socialità della ricchezza.

D’altronde, in tali loro aspirazioni, tanto il liberalismo quanto il socialismo non possono non avvertire come ciascuno dei due grandi complessi di ideali etico-politici da loro propugnati sia, nelle sue specificazioni concrete, legato da infiniti vincoli all’altro, e presupponga l’altro nelle sue particolari possibilità di realizzazione. A chi combatte con la miseria, non si può offrire e garantire senza ipocrisia la semplice libertà di opinare e di votare, di svolgere ed approfondire la propria spiritualità. A chi soggiace alla dittatura, non si può concedere senza perfidia un innalzamento del livello economico della vita, a cui non vada congiunta la libertà dell’intervento critico e pratico nell’amministrazione della ricchezza comune. Non si può fare avanzare la libertà senza l’ausilio del benessere, né amministrare secondo giustizia la ricchezza senza l’ausilio della libertà. Non si può essere seriamente liberali senza essere socialisti, né essere seriamente socialisti senza essere liberali. Chi è pervenuto a questa convinzione, e si è persuaso che la civiltà tanto meglio procede quanto più la coscienza e gli istituti del liberalismo lavorano ad inventare e ad instaurare sempre più giusti assetti sociali, e la coscienza e gli istituti del socialismo a rendere sempre più possibile, intensa e diffusa tale opera della libertà, ha raggiunto il piano del liberalsocialismo.

Il liberalsocialismo intende riaffermare ed approfondire i principali valori etico-politici, che sono stati difesi e propugnati dalle due grandi tradizioni a cui si ricollega. Perciò esso respinge energicamente la tesi dell’intrinseca inconciliabilità di liberalismo e socialismo, pur non negando l’esistenza di un liberalismo che non si accorda col socialismo, e di un socialismo che non si accorda col liberalismo. Il primo è il liberalismo ingenuo: il liberalismo di coloro che pretendono la libertà per sé, e non si danno pensiero della libertà degli altri. A questi più elementari zelatori della libertà, già la migliore tradizione ricorda che amare la libertà significa amare la legge, la quale, limitando la libertà propria, concede eguale spazio alla libertà altrui. Oppure è il liberalismo antiquato e conservatore: il liberalismo di coloro che sono pronti a commisurare equamente la libertà propria con l’altrui finché si tratta dei tradizionali diritti civili e politici, ma che nel campo dell’economia non tollerano legge, e lasciano al prossimo la libertà di morire di fame. Sono i liberali per cui la libertà è il concetto supremo, la giustizia un concetto inferiore. La giusta libertà altrui si dovrebbe manifestare invece non soltanto nel volere le norme che assicurano a tutti il diritto di parola e di stampa, di associazione e di voto, ma anche nel volere, poniamo, le norme che regolano la successione legittima, o l’amministrazione delle società anonime, o gli orari ed i salari dei lavoratori, sottraendoli al privato arbitrio economico del datore di lavoro. Il miglior liberalismo si è già distinto dal liberismo: quello di cui ancora deve liberarsi è l’indifferenza per i bisogni altrui. Il secondo, cioè il socialismo che non si accorda col liberalismo, è il socialismo autoritario, che vede nella dittatura del proletariato la condizione della futura libertà. È il socialismo di chi ancora crede che l’ideale della giustizia sociale debba esser dedotto dalla scienza economica, ed esser previsto inevitabilmente vittorioso da chi intenda il razionale corso della storia. Nella sua evoluzione interna, il miglior socialismo è sempre più venuto abbandonando questi vecchi motivi: e se ha opportunamente continuato ad irridere la libertà senza giustizia del liberalismo conservatore, ha nello stesso tempo cessato di credere nella giustizia senza libertà di ogni utopia totalitaria. Esso non si illude più che la ricchezza comune possa essere amministrata onestamente da chi non si sia elevato al senso dell’interesse collettivo attraverso l’esercizio del controllo e l’esperienza della libertà, e non continui ad operare in un ambiente di critica, di legalità e di libertà. Questo socialismo fondato sulla libertà e radicato nella più profonda aspirazione morale dell’uomo, quel liberalismo assetato di giustizia e deciso a non accontentarsi di libertà che possano essere irrise come vuote, convergono e coincidono nel liberalsocialismo.

Anche quando, del resto, si voglia considerare la questione del contrasto e dell’accordo tra liberalismo e socialismo non tanto dal più radicale punto di vista etico-politico quanto da quello storico-economico, si trova la conferma del principio che il miglior liberalismo è sostanzialmente concorde col miglior socialismo, e che quanto in essi non si concilia è solo il deteriore contenuto estremistico dell’uno e dell’altro. Quanto al socialismo, l’irrealizzabilità economica di un collettivismo totale è risultata palese da tutte le esperienze che se ne sono tentate. Il regime della libera concorrenza va conservato e favorito in tutti quei casi in cui le condizioni necessarie per tale libera concorrenza sussistono in tal misura da promuovere il vigore dell’iniziativa individuale e da escludere insieme, col loro stesso gioco, una disuguaglianza eccessiva dei successi e dei premi; va ristretto in tutti gli altri casi, in cui la minor funzionalità di un simile autoregolamento ponga l’esigenza di un regolamento diverso. Dunque non ha senso né l’ideale economico dell’assoluto collettivismo, né quello dell’assoluto individualismo. Non c’è da un lato la collettività e dall’altro l’individuo; c’è sempre e solo la persona, che dev’essere educata tanto al personale gusto del suo lavoro, quanto al senso della divisione equa tra gli individui di tutto ciò che derivi da questo comune lavoro. Nell’esigenza di quel primo aspetto dell’educazione è la verità del liberalismo economico; nell’esigenza del secondo aspetto la verità del collettivismo. L’uno educa l’uomo ad essere attivo nel produrre, l’altro ad essere equo nel distribuire; e come non si dà economia senza produzione e distribuzione, così non si dà economia senza individualità e comunità».

Guido Calogero e il liberalsocialismo

di GIANCARLO IACCHINIGuido Calogero

Mentre il “socialismo liberale” di Carlo Rosselli (e di Giustizia e Libertà) voleva rappresentare un socialismo che attraverso la lezione riformistica di Eduard Bernstein virava verso l’ideale liberale, allargandolo di conseguenza a tutti i cittadini e rompendo consapevolmente il suo triste confinamento “moderato” ad una ristretta élite di borghesi privilegiati, il liberalsocialismo ideato da Guido Calogero (1904-1986) fa il percorso inverso: da un liberalismo ispirato a Croce e Gentile a un socialismo innanzitutto ideale, maturato a fatica in epoca fascista, tra arresti e schedature dei primi militanti. I due movimenti, da sponde opposte, pervengono alla stessa “piazza” democratica e radicale, quella che darà vita al Partito d’Azione, punta avanzata dell’antifascismo militante.

Che Calogero fosse negli anni 30 un “tranquillo” professore di Liceo e docente universitario (sin dall’età di 23 anni!), collaboratore di Giovanni Gentile e ammiratore di Benedetto Croce, dopo un’adolescenza fitta di ambizioni poetiche e studi classici culminati col pazzesco esame di storia della filosofia sostenuto con lo stesso Gentile, che aveva come programma “tutto Platone in greco”, non ha nessuna importanza per stabilire il grado di “radicalità” del movimento liberalsocialista fondato nel 1937 insieme al cattolico progressista Aldo Capitini («non ricordo più se il nome sia venuto in mente a me oppure a Aldo, ma ricordo bene che con quel nome volevamo riecheggiare il “socialismo liberale” di Rosselli»), collaborazione da cui nacque tre anni dopo, nel 1940, il Manifesto del liberalsocialismo. Benché possa sembrare sulla carta più moderato per via della provenienza liberale anziché socialista, il progetto di Calogero va avanti come un treno verso una teoria radicale di giustizia sociale ed uguaglianza delle libertà, che qualcuno ha giustamente accostato alla “equal liberty” formulata però solo nel 1971 dal filosofo statunitense John Rawls. L’idea forte e nient’affatto moderata o centrista del liberalsocialismo consiste nella piena realizzazione degli individui all’interno di uno stato equo fondato sulla partecipazione e sul dialogo tra le persone, un confronto democratico dal quale nessun cittadino dev’essere escluso; o meglio: al quale ad ogni cittadino devono essere garantite tutte le opportunità (anche economico-sociali) di partecipare. Ne nasce un socialismo saldamente fondato sull’etica, prima ancora che sull’economia, poiché l’indispensabile redistribuzione della ricchezza è frutto di una scelta consapevole e meditata, non di un mero determinismo economico.

Per tutta la vita Guido Calogero, entrato nel Partito Socialista Unitario dopo lo scioglimento del Partito d’Azione, svilupperà dal punto di vista sia teorico che politico la sua socratica “filosofia del dialogo”, immaginando una democrazia “orizzontale” che nasca dal basso, dalla coscienza morale e dall’impegno sociale dei cittadini, con un’idea della libertà individuale che non si confonde mai con l’egoismo ma che anzi è altruismo e rispetto delle idee più diverse. Il tutto nel rifiuto di “fedi” e verità assolute, ma senza alcuna caduta nello scetticismo e nel qualunquismo: «In questo rapido e continuo mutare delle cose, sono destinati a mutare anche i valori di fondo? La velocità delle nostre rotte farà impazzire le nostre bussole, oppure c’è qualcosa a cui possiamo credere, al di là della critica di ogni fede?».

Quel che Calogero critica, anzi per sua stessa ammissione “combatte”, è «la convinzione provvidenzialistica di stampo crociano (e prima ancora vichiano e hegeliano) che certi valori siano assicurati “dalla storia”, la quale sarebbe sempre “razionale” al di là di ogni personale tragedia degli individui. Di fronte a questa illusione fideistica, noi affermiamo che i valori sono cose che si desiderano e per cui si lotta, non garantite da un’eterna necessità. Ci preme il futuro incerto, non l’immobile volto dell’eterno. E distinguiamo tra una libertà interiore che non viene mai meno e che nessuna prigione ci potrà togliere e quella libertà che si esprime nelle attività e manifestazioni della vita, libertà che invece può sempre essere ampliata o decurtata, garantita o messa in pericolo, e che oggi è a rischio mortale».

L’accento si sposta dunque sulla “filosofia della prassi” (non è forse un caso che negli stessi anni Gramsci definisse in questo modo il marxismo, nei suoi Quaderni del carcere) e di conseguenza innanzitutto sulla lotta contro il regime mussoliniano. L’impegno antifascista costa a Calogero la sospensione dall’insegnamento e diversi mesi di galera, oltre ovviamente alla rottura politica (ma non umana) col vecchio maestro Gentile. L’altro maestro, quel Croce che in teoria non avrebbe dovuto essere così ostile all’antifascismo liberale di Calogero, è invece testardamente infastidito e quasi ossessionato dal liberalsocialismo, che per lui è un mostro teorico senza fondamento (un immaginario “ircocervo”, secondo la sua celebre definizione). Teorico come Calogero, che pure aveva molto stimato come studente e giovane prof, non sopporta che la libertà “pura” sia macchiata da quella “giustizia sociale” che per lui è al massimo qualcosa di pratico che attiene all’utile, e dunque idealisticamente secondario rispetto al concetto. La rivoluzionaria dialettica del liberalsocialismo tra libertà e uguaglianza gli è del tutto estranea, non la capisce proprio, e questo la dice lunga sul tasso di “fedeltà” a Hegel della sua filosofia dei “distinti”, che poco ha a che vedere con la compenetrazione dialettica degli opposti.

Ma mentre il vecchio maestro lo bacchetta, Calogero è gratificato da giovani allievi come Carlo Azeglio Ciampi, che solo per l’immensa stima nei suoi confronti aderisce prima al movimento liberalsocialista e poi al Partito d’Azione. Un amico invece un po’ scomodo è la scontrosa cassandra Norberto Bobbio, che deve aver incoraggiato di molto lo speranzoso Calogero, nello speranzoso anno di liberazione 1945, con la sua amara profezia sulla comune idea politica: «In Italia non ci sono le premesse per una politica liberalsocialista, o magari ci saranno fra due secoli. Non ci resta che fare i predicatori nel deserto, come del resto abbiamo sempre fatto». Ottant’anni dopo, c’è però da chiedersi se questo fosse pessimismo oppure un lucido e disincantato realismo politico… visto l’1% preso dal Partito d’Azione alle elezioni dell’anno dopo e la successiva scomparsa di quell’area politica, sacrificata sull’altare delle due “chiese” (democristiana e comunista) durante la prima repubblica e mai recuperata nemmeno nella seconda. Vuol dire che aspetteremo altri… 120 anni come da gufata bobbiana, accontentandoci nel frattempo di tenere viva la tenue fiammella che brilla sotto la cenere e consolandoci con i tanti valori liberalsocialisti per fortuna solennemente sanciti – almeno formalmente – nella nostra Costituzione repubblicana.

Il “nostro” liberalsocialismo (anzi l’unico)

La “riscoperta” – di per sé ovviamente encomiabile – delle radici azioniste e liberalsocialiste da parte di forze centriste e moderate come il partito di Carlo Calenda, ci costringe ad alcune puntualizzazioni, diciamo da “esperti” della materia, avendo fondato questo movimento 16 anni fa proprio sulla base dello studio attento e (a nostro avviso) innovativo di quelle radici politico-ideali. Anche pensando al profilo fortemente progressista se non rivoluzionario delle forze storiche di riferimento, quali Giustizia e Libertà e Partito d’Azione (Gobetti parlava esplicitamente di “rivoluzione liberale”, suscitando le ire di un liberale “classico” come Croce!), fin da allora ci era parsa profondamente sbagliata la lettura moderata dell’incontro tra liberalismo e socialismo, come se si trattasse di unire una destra “perbene” e una sinistra “riformista” dentro un contenitore inevitabilmente di centro.

Molti di noi provenivano dalla tradizione comunista e socialista rivoluzionaria, ma chi conosce la storia capiva benissimo il senso di quell’operazione, che invece sconcertava alcuni comunisti “duri e puri”. Significativo, ad esempio, il pubblico elogio di Marco Ferrando, grande leader del piccolo Partito comunista dei lavoratori, che dopo 10 minuti di confronto con noi di MRS aveva snocciolato con soddisfazione e rispetto tutta la gloriosa lista dei nostri possibili maestri ideali, da Rosa Luxemburg a Lelio Basso… E proprio per smarcarci dai moderati – eredi magari del vecchio partito repubblicano che si richiamava a Mazzini – avevamo deciso di definire “radicalsocialista” (e non liberalsocialista) il nuovo movimento, con riferimento ad un compito e progetto di trasformazioni profonde e radicali che sollecitavamo con urgenza per il Paese.

Ma perché il liberalsocialismo, almeno per noi, non è per niente “di centro”? Sarebbe facile rispondere: per via della destra sgangherata che abbiamo in Italia (bigotta o leghista o berlusconiana o populista o qualunquista o fascista) tale da rendere poco simmetrica (diciamo così) quell’operazione politica di prendere “il meglio” da una parte e dall’altra che in altri Paesi un senso potrebbe anche averlo (ammesso e non concesso che sia facile salvare qualcosa anche dell’attuale sinistra!). Non è solo questo. Si tratta di stabilire tutta la differenza del mondo tra un’operazione di mero accostamento tra liberalismo e socialismo ed invece un progetto dialettico di compenetrazione se non di fusione tra i due concetti (e qui Carlo Calogero, uno dei fondatori del vecchio Partito d’Azione, potrebbe insegnarci ancora molto). È senz’altro “centrista”, ma concettualmente sbagliata, l’idea che nel liberalsocialismo il liberalismo (anzi dovremmo dire il liberismo) debba “moderare” lo statalismo, mentre il ruolo del governo “controllare” e “temperare” il capitalismo), che è un po’ quello che tutti i governi di centrodestra e centrosinistra sono costretti “naturalmente” a fare per gestire la situazione di fatto esistente in Italia, dove il connubio è tra il peggio dell’interventismo statale (altro che socialdemocrazia!) e la versione più disordinata e anomala del libero mercato. Il vero obiettivo del liberalsocialismo è un altro, molto diverso e assolutamente rivoluzionario da qualunque dei “due lati” lo si guardi: si tratta da una parte di rendere davvero libero il mercato, contro le deformazioni affaristiche, oligarchiche e monopolistiche generate dal capitalismo stesso, che sfociano in comportamenti mafiosi e criminali (non a caso Noam Chomsky parlava del dovere di «difendere il libero mercato dai… liberi mercanti»!), e dall’altra di democratizzare al massimo lo Stato con la presenza di molteplici centri decisionali e propulsivi, uniti al massimo di libertà politica e partecipazione e sovranità popolare. I diritti sbandierati dal liberalismo, fino a prova contraria, debbono valere per tutti (la “libertà eguale” che John Rawls metteva a fondamento nell’ultima teoria del contratto sociale) e non soltanto per la ristretta élite a cui li ha confinati il liberalismo “reale” (conservatore); e dall’altro lato il “dirigismo” statale non può avere nulla di autocratico e totalitario, ma anzi esaltare e valorizzare quella base economica plurale, “diffusa” e competitiva (nel senso migliore del termine) in grado di produrre nella maniera più efficiente la ricchezza da redistribuire, altrimenti, spegnendo quella fonte, si “socializzerebbe” solo la miseria. Insomma: un mercato davvero libero e “orizzontale” può far scendere i prezzi e migliorare la qualità dei beni materiali, a tutto vantaggio dei cittadini, e per garantire questa base serve una forte e autorevole (non autoritaria!) presenza dello Stato. E uno stato chiamato a scongiurare mafie e monopoli privati eviterà come la peste anche quelli pubblici, mettendo nelle mani dei cittadini (e non dei capi-partito) tutte le leve effettive del potere.

In ultima analisi, si tratta di un progetto doppiamente rivoluzionario, che cambia in profondità sia lo stato che il mercato proprio grazie alla loro unione dialettica e influenza reciproca. Il socialismo si realizza nella sua veste più libertaria, il liberalismo in quella più equa e sociale. Questo, per noi, è il vero liberalsocialismo: altro che centro moderato! Non estremista (perché non siamo “ideologici”) ma certamente radicale.

G.I.

Ucraina: oltre le tifoserie (noi tifosi della pace)

di ERICH

In quest’opera (che dura da tempo) di semplificazione estrema e schematizzazione di ogni concetto, si creano oltre ad individualismo e indifferenza dei gruppi veri e propri di tifosi. La parola tifosi…. Eh sì, le ragioni che danno molte persone per giustificare l’adesione ad una causa sono labili ed hanno davvero pochi riscontri reali. Il tutto diventa alla stregua di un fenomeno commerciale, folkloristico, nel quale ogni attore contemporaneo vuole la propria foto e la propria parte.

Fino a qualche anno fa nessuno o quasi sapeva dove fosse l’Ucraina. Se avessimo avuto l’occasione di incontrare una persona di media cultura magari ci avrebbe detto che la capitale è Kiev ma poco altro. Pochi sapevano altro, nonostante comunque in Italia da anni ci sia una folta comunità proveniente da questo paese. Ah dimenticavo, sono persone dedite ad alcuni mestieri e non ad altri. Quindi come tali dalla retorica occidentalista poco considerabili. Adesso tutta l’opinione pubblica ha le bocca infarcita della vita politica di tale paese e della guerra in tale paese. Una guerra che se abbiamo il tempo di analizzare non è partita nel 2022 ma da ben 8 anni. Era presente una guerra in zone lontane ed in fondo faceva parte a pieno titolo delle tante guerre dimenticate nel mondo. Nel 2022 tutto cambia. Tutti ne parlano ma il problema in realtà, per coloro che possono essere membri di un ipotetico fronte futuro della sensibilità, il problema e l’interrogativo è un altro. L’Ucraina era un paese composto da realtà etniche differenti. Oltre a ciò è un paese che ha subito un processo di deindustrializzazione che ha portato ad un aumento della disoccupazione in varie realtà regionali. Squilibri, esclusione, povertà. Un miscuglio che può portare, come è accaduto in passato, a rifugiarsi in miti lontani. Miti, i famosi miti che – come ha spiegato lo storiografo Mosse – portano alla nazionalizzazione delle masse. È vero: se analizziamo il consenso reale ed elettorale di tali formazione potremo capire come tali fenomeni siano politicamente e partiticamente marginali. Ma in questi ultimi 8 anni si è avviato un processo di revisionismo storiografico teso a glorificare come eroi dell’Ucraina politici del passato come Stepan Bandera. Come è stato possibile, vi chiederete. Il processo è stato possibile grazie alla politica storiografica di minimizzazione della collaborazione con gli occupanti nazisti di tale personaggio storico.

Si riscrive la storia. Si cancellano decenni di storia per far rivivere nelle menti dell’opinione pubblica influenzata dai media e dai social pochi anni di storia ed un personaggio controverso che viene riabilitato. Bene popolo ucraino, non avrete lavoro a meno che non emigriate per fare lavori mal pagati. Non avrete sanità a meno che non paghiate. Non avrete istruzione decente a meno che non siate ricchi o viviate in città come la capitale. Non avrete molto se non niente ma eccovi i vostri eroi ed eccovi i vostri nemici. Ebbene sì, fino ad 8 anni fa la televisione ed i media erano in lingua russa e la lingua ucraina era parlata pubblicamente da pochi. Insomma era un paese che era una terra di mezzo tra Europa continentale e Russia. Tutto è stato cancellato per volere del presidente di allora, il tanto amato dall’occidente Petro Poroshenko. Insomma, senza ovviamente voler giustificare alcuna invasione né tantomeno la politica putinana, politica che tende ad essere oligarchica ovvero a beneficio di pochi eletti, sembra che la storia si ripeta. Laddove non si vede alcun futuro i demagoghi o gli interessi altrui lavorano per creare nuovi nemici e seminare distruzione. Qual modo più nobile di distruggere l’ordine precedente se non una guerra? Purtroppo ci sono riusciti. Purtroppo questa guerra adesso è presente.

Ci saranno tante belle promesse per i nuovi esclusi del capitalismo. Ci saranno onori, beni voluttuari per coloro che sono al fronte. Troveremo romanzi che evocano le gesta dei combattenti di ambo le parti. Tutto questo ancora, quando si pensava almeno nei cuori di idealisti sinceri che comunque la guerra non fosse più un modo corretto per dirimere le controversie internazionali, eccoci serviti.

Non ho nessun interesse a prendere le parti di nessuno, resto fermo nel gridare a gran voce: “Guerra alla guerra!”. Questo non solo in Ucraina ma in tutti i fronti di questi ultimi 20 anni. Viene da chiedersi però se avere un ente sovranazionale come la Nato abbia ancora legittimità e senso. Viene anche da sperare che il mondo che ci aspetta non abbia più un poliziotto dispotico che decida chi ha ragione e chi non l’ha. Se un tempo gli imperi decidevano divisioni e confini adesso è presente un solo attore.

Da socialisti esprimiamo la nostra opposizione alla guerra ma siamo consapevoli che finché non ci sarà una vera giustizia sociale ci saranno sempre attori che spingeranno esclusi ed ultimi del mondo a fare le guerre tra di loro. Ciò che sconvolge poi è il contesto italiano. Troviamo tifosi di Putin e nostalgici filosovietici da una parte, il partito ucraino estero di Zelensky dall’altra. Il mondo socialista per voce degli esponenti più noti del Psi si lascia andare in parallelismi storici da brividi. Contro l’invasione russa come lo siamo stati per l’Ungheria del ’56… Ungheria del 56? La Federazione Russa non è l’Unione Sovietica e questo potrebbe già bastare per ridicolizzare tale parallelismo. Per ciò che concerne la resistenza ucraina…. La resistenza al fascismo fu guidata da reparti partigiani e non da un esercito con a capo una figura come quella di Zelensky. Che il partito che fu voglia seguire l’onda lunga dalla politica occidentalista del Pd appare evidente. Ciò che appare sconcertante è come non si voglia in alcun modo cercare una linea politica autonoma che possa creare in qualche modo del consenso. Pace. Pazienza, vedremo i frutti del seguire tale onda lunga. Nel frattempo noi condanniamo la guerra. Condanniamo anche però la politica repressiva di Zelensky. Sì, il paese è in guerra ma nel frattempo sono stati banditi 11 partiti di opposizione. Sono stati tacciati di essere filorussi. Tutti? Ebbene sì. Tra costoro anche due partiti chiaramente socialisti. Ormai persino il nome socialista fa paura. Ma questo non basta per capire quanto questo politico non sia paragonabile al nostro pantheon di uomini della nostra storia. In fondo essere tifosi è più semplice, accodarsi alla linea politica di realtà più grandi poi lo è ancora di più. Nel frattempo la guerra continua. Si tollerano in Italia fenomeni di intolleranza antirussa e iniziano su varie piattaforme televisive programmi per la tutela e lo studio della lingua ucraina… tutti questi fenomeni ci fanno chiedere se quanto accade non sia stato deciso in anticipo. Staremo a vedere. Certo è che come è stato espresso prima la storia fornirebbe esempi di come poter risolvere determinati problemi. La figura di Nestor Machno resta molto interessante a tal proposito. Egli fu un anarchico ucraino che lottò dapprima contro gli zaristi e poi contro il potere sovietico. Il suo pensiero era che si dovesse creare una confederazione di comunità autonome e che ci fosse uno scambio continuo di beni tra città e campagne.

Non siamo anarchici ma il punto è che la distanza economica tra città e campagne non è mai stata risolta in Ucraina e nel frattempo problemi di vera e propria miseria sono aumentati. Le alternative per chi vive in campagna sono ben poche e molto spesso non c’è altra via se non l’emigrazione. Tutto ciò che è cooperazione e coordinamento fa storcere il naso alla nuova Ucraina postsovietica e in nome dei martiri delle ingiustizie subite e conosciute con il nome di Holodomor (genocidio per fame) non bisogna né incentivare forma cooperative né tantomeno avere politiche economiche diverse da quelle liberiste. Per chi non ha nulla la guerra risulta un modo per poter vivere…. Non è la prima volta che accade ciò e purtroppo anche chi nel mondo socialista ricorda figure che si sono scontrate con il fenomeno squadrista all’indomani della prima guerra mondiale sembra che stavolta non ne colgano le similitudini. Pazienza, a noi non resta che non dimenticare come occorra comunque combattere contro ogni guerra e soprattutto contro le cause che portano odio e divisioni. Non siamo tifosi né lo saremo mai, al limite saremo tifosi della pace.

Erich

Un sogno che può tornare a vivere

di Erich

Le persone che ci circondano sono cambiate. Che frase ad effetto, una frase che può avere l’effetto di un masso in uno stagno. Sono cambiate in rapporto alla storia del movimento socialista. Il movimento socialista ha attraversato differenti fasi. Differenti fasi e differenti lotte. Differenti lotte in differenti periodi storici. Le persone ovvero il popolo cambiava. Cambiava esteriormente, cambiava il proprio modo di comunicare ed anche il proprio aspetto ed il proprio linguaggio. È ciò che stiamo vivendo adesso. Siamo nel XXI secolo. Abbiamo vissuto un ventennio nel quale le lotte che io ritengo legittime contro lo sfruttamento del territorio (la lotta no Tav) ed altre lotte sindacali sono state volutamente irrise e rese degne di un passato che non deve tornare. Mi riferisco ai beceri proclami di Berlusconi: ogni qualvolta si chiedeva qualsiasi tipo di miglioramento salariale veniva sventolata la velina con scritto che Stalin era morto. Becerate rese ai potenti, beceri atteggiamenti non meno diversi dai governi successivi. Atteggiamenti e prassi non poi così diversi dal salvinismo. Tutto va bene purché si garantisca la pace sociale. Pace sociale? Ah davvero, viene da chiedersi a che prezzo e a scapito di chi.

Questi sono i miti delle destre degli ultimi vent’anni. Liberiste di stampo americano o lepeniste europee tese ad un’imprecisata pace sociale e ad una retorica antimmigrati senza capire a fondo le ragioni di taluni fenomeni. Bene, questo è stato. I movimenti che si sono susseguiti sono in una fase di stallo o alcuni sono stati archiviati e altri ancora erano biglietti da visita per l’ingresso nelle stanza dei bottoni per futuri quadri. Nel frattempo esclusione sociale e marginalità sono aumentare e ad esse si aggiunge una guerra tremenda che potremmo vivere a casa nostra grazie alla propaganda a senso unico.

Bene, adesso arriviamo noi. Socialismo significa lotta per la giustizia sociale. Vogliamo che i lavoratori siano tutelati e che possa il loro salario essere protetto da speculazioni altrui. Ripartiamo da questo e proviamo a partecipare anche in forma simbolica alle manifestazioni che verranno. Ci sono categorie di lavoratori di età anagrafica recente che adesso e per la prima volta dopo anni reclamano diritti sindacali. Mi riferisco ai riders e ad altre categorie ed è solo l’inizio: altre ne verranno. Camminiamo con loro; la lotta più difficile sarà spiegare e convincere che una rivendicazione non deve essere fine a sé stessa. Per una vittoria occorre costruire la battaglia di domani. Le giovani generazioni hanno poca memoria storica. È capitato di incontrare giovani candidati, candidati in alcuni partiti di sinistra. Candidati cooptati, presi all’ultimo, riempilista o facce pulite, belle, spendibili. La maggior parte di costoro, chiedendo numi su cosa sia o chi abbia rappresentato il socialismo, sa a mala pena parlare di Bettino Craxi. Alcuni fanno rivivere i ricordi dei propri parenti o dei propri avi, altri sono lì perché qualcuno li ha chiamati. Tutto ciò non ci deve meravigliare. Si tratta di ripartire. Ripartiamo nell’opera di testimonianza ed insegnamento. Ma attenzione. Cerchiamo di non avere quell’atteggiamento paternalistico di colui che sa. Le generazioni attuali conoscono mezzi di comunicazione e storie che possono arricchirci e al medesimo tempo possono insegnarci. Si tratta quindi di un processo di reciproca crescita per un medesimo scopo che è il socialismo e la giustizia. Continuiamo questo cammino, che il nostro non sia solo un sogno.

Erich

La dura lotta del socialismo contro l’individualismo della società occidentale

di LEONARDO MARZORATI

Il filosofo Oswald Spengler più di cent’anni fa scriveva di un Occidente in declino. Quello che oggi si dichiara “Occidente” ha accumulato benessere, sempre peggio redistribuito. Le sue nazioni, un tempo potenze imperiali, oggi sono sempre meno influenti dal punto di vista politico nelle altre parti del mondo. Cresce il benessere in paesi dell’Asia, dell’America e anche dell’Africa; acquisiscono potere le big tech. La cultura e il costume dell’Occidente hanno però intaccato quelle che Spengler avrebbe definito “altre civiltà”. L’Occidente si è sparso in tutti i cinque continenti, mutando dove più dove meno le società incontrate.

Fattori centrali tra i valori che contraddistinguono “l’occidente diffuso” ci sono il libero mercato e il sistema capitalista. La globalizzazione ha contribuito a modificare i costumi, omologando aspetti delle diverse società, anche di quelle che guardano con ostilità l’Occidente. L’individualismo, il realizzarsi come singolo prima che come comunità, la spinta a migliorarsi, sono caratteristiche ormai comuni alla maggioranza delle società della Terra.

Nell’era social le big tech hanno impregnato ogni angolo del pianeta di caratteristiche “occidentali”, essendo società create da brillanti menti provenienti dall’Occidente, in particolare dalla sua nazione più rappresentativa e forte: gli Stati Uniti d’America. Aspetti culturali e di costume che arrivarono in Europa dopo le due guerre mondiali, oggi sono sparsi in tutti i Continenti. Gli Usa hanno perso potere politico, ma grazie a nuove armi (Amazon, Facebook, Netflix, ecc.) riescono a influenzare miliardi di cittadini della Terra.

In questa società il pensiero socialista fatica a emergere e viene perlopiù ignorato o contestato. Il socialismo non attecchisce più come nel secolo scorso tra tutti coloro che dovrebbe difendere. Soprattutto in Europa, continente in cui il socialismo è nato e si è realizzato per primo. La fiamma del socialismo si è indebolita. Domenico Losurdo scrisse anni fa che in una società con un diffuso benessere è improbabile che avvenga una rivoluzione, anche se quel benessere è sempre meno e si guarda al futuro con la paura di perdere quanto accumulato grazie alle generazioni precedenti.

Nell’Europa dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, questi valori, già presenti in piccola parte anche sotto i regimi di socialismo reale, hanno attecchito definitivamente. La guerra in Ucraina è anche il tragico scontro tra chi guarda al modello culturale “atlantico” e chi a quello russo euroasiatico. Anche nella Russia imperialista di Putin vi sono però aspetti “occidentali”, dalla moda agli svaghi, passando per il controllo delle opinioni e l’orientamento dell’opinione pubblica (seppur con metodi differenti). A restare incompatibili tra i due modelli sono i sistemi politici, anche se nei confronti di alcuni aspetti autoritari nei paesi est-europei il resto dell’Occidente tace. Sono gli stessi paesi da cui fino al 1989 qualcuno tentava di fuggire per andare a occidente, spinto spesso non dalla sbandierata libertà politica, ma da quella economica, con tutte le sue contraddizioni. Il capitalismo e il consumismo che ne è derivato piacciono a troppi. Spetta ai socialisti smantellare i cardini di questo orizzonte fatto di luci abbaglianti e di un avere che sovrasta l’essere. Oggi sono più sulle barricate elementi del clero cristiano, con Papa Francesco in testa, che non le cosiddette sinistre.

L’Occidente, che per Gianis Varoufakis non esiste ma è solo un’emanazione degli Stati Uniti, piace. Piacciono i suoi social, le sue piattaforme televisive, i suoi fast food, i suoi influencer, il suo avere più occasioni di crescita sociale individuale. In quasi tutti i paesi del mondo c’è un McDonald’s o la possibilità di aprire un profilo su TikTok. L’individualismo è oggi più forte che mai e questo mina pesantemente il terreno su cui i socialisti devono cercare il consenso.

In Europa si mantiene forte il pensiero borghese dell’arricchimento personale, anche nei ceti popolari. La guerra di classe la stanno vincendo i padroni, ma la partita non è finita. L’ideale socialista ha poco consenso e tocca a noi socialisti renderlo appetibile alle masse, specie ai più giovani. Un’Europa che è sempre più anziana, nonostante l’immigrazione, non dà spazio a rivoluzioni, nonostante il calo di benessere e le diseguaglianze sociali sempre maggiori. I socialisti devono essere rivoluzionari nel pensiero e pragmatici in azione. Ci vorrà parecchio tempo, ma il declino costante della società europea può essere fermato dal socialismo. Un nuovo socialismo, che avrà fatto tesoro degli errori e degli orrori dei sistemi socialisti del secolo scorso.

“Io non ci sto”

di Gennaro Annoscia

In una nazione nella quale il Papa pontifica da Fabio Fazio e gli italioti sono commossi dalla generosità di Mattarella, che accetta di sacrificarsi, per il bene della nazione, sottoponendosi ad un altro settennato da regnante, con tutti i privilegi del caso; mentre tutti salvano le proprie poltrone, dal governo al parlamento, il festival di Sanremo funge da, pacchiano, collante del ritrovato spirito della nazione.

Vecchi e giovani si stringono a corte, superando ogni contrasto e confronto; un giovane di successo recupera, dal fango della malasorte, il talento di chi ha smarrito la retta via, offrendogli, ancora una chance. Ma in questo trionfo del “volemose bene”, a primeggiare è, soprattutto, l’amarsi diversamente: finalmente due uomini sono liberi di manifestarsi il proprio amore, e di manifestarlo al mondo intero.

Siamo davvero alla palingenesi, è quindi nell’ordine delle cose che qualcuno si battezzi da solo, perché questo è davvero il trionfo del pensiero unico, ragion per cui non importa se le garanzie democratiche sono a brandelli, o se, anche oggi, qualcuno si darà fuoco per affermare i propri diritti, o deciderà di farla finita non sapendo come fare a tirare avanti.