Nelson Mandela

di GIANCARLO IACCHINI ♦

Se il motto di MRS è “giustizia e liberazione”, nessuno incarna queste due parole – anche nel loro significato più concreto ed esistenziale – meglio di Nelson Mandela (1918-2013). Sarebbe impossibile, e non ce n’è certo bisogno, ripercorrere in questa scheda la sua lunghissima battaglia contro l’apartheid in Sud Africa, la forma più estrema di razzismo ed una delle più ignobili vergogne mai viste sulla faccia della terra ad opera di esseri umani contro altri esseri umani; una lotta fiera e coraggiosa costata a “Madiba” ben 27 anni di carcere. Premio Nobel per la pace nel ’93, prima di diventare – dopo la liberazione dal carcere festeggiata in tutto il mondo civile – il nuovo presidente del suo Paese con il 62% dei voti alle prime elezioni libere. Simbolo dell’African National Congress, il suo partito (che volle portare nell’Internazionale Socialista), ma a suo tempo anche dirigente del Partito comunista sudafricano, secondo quell’unità tra la lotta per la libertà e la lotta per la giustizia sociale che nella mente di Nelson Mandela rappresentavano un’unica inseparabile causa. Continua a leggere

Lucio Libertini

di GIANCARLO IACCHINI ♦

LibertiniDalla Federazione Giovanile Socialista a “Iniziativa Socialista”, dal Partito Socialista dei Lavoratori all’Unione dei Socialisti Italiani, dal Psi al Psiup, dal Psiup al Pci, dal Pci a Rifondazione Comunista: qualcuno lo chiamava, per scherzo e con una punta di malizia, lo “scissionista” per antonomasia, ma lui negava quest’apparente continuo slittare a sinistra: «Non sono io che mi sposto sempre più a sinistra – esclamava – sono i partiti che si spostano sempre più a destra; e quindi io, per rimanere fermo sulle mie posizioni e coerente con le mie idee, sono costretto ogni volta a cambiare partito!». Sembra impossibile che siano già passati trent’anni dalla morte di Lucio Libertini (1922-1993), emblema di una sinistra che non si voleva arrendere all’opportunismo ed alla continua corsa verso il “centro” che è il vero “fattore k” (anzi “c”) che blocca la democrazia italiana, impedendo quella dialettica chiara e “pulita”, quello schietto confronto di idee contrapposte e quelle alternative politiche franche e trasparenti che già Piero Gobetti aveva teorizzato di fronte al nascente totalitarismo fascista, erede per molti aspetti dei decenni di trasformismo che da Depretis a Giolitti avevano reso stagnante e putrida l’acqua in cui nuotava il giovane e dilettantesco liberalismo all’italiana. Continua a leggere

Enrico Berlinguer

di GIANCARLO IACCHINI

Enrico Berlinguer«Piano, Roberto… piano!». Quando uno scatenato Benigni lo prese letteralmente in braccio, sul palco, durante una manifestazione del Pci, lo schivo e serissimo segretario generale sorrise divertito, ma manifestò con quelle parole, sussurrate all’orecchio dell’irriverente “toscanaccio”, una certa…preoccupazione: «Veramente in quell’istante mi preoccupai anch’io – ricorda Benigni – Infatti l’avevo sollevato mettendoci tutta la forza che avevo, senza immaginare che fosse così leggero, così rischiai proprio di buttarlo per aria!». L’insostenibile leggerezza di essere Enrico Berlinguer (1922-1984), un uomo invece il cui peso politico, nella storia dell’Italia repubblicana, era inversamente proporzionale alla sua figura esile e minuta. Per 12 anni, dal ’72 fino alla morte, fu segretario del Partito Comunista Italiano, erede di Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Luigi Longo. Per avere un’idea del suo carisma, e del rispetto che ispirava, bastava guardare i visi e gli occhi delle centinaia di migliaia di cittadini che accorrevano ai suoi comizi, visi e occhi che esprimevano fiducia, orgoglio e speranza. La speranza millenaria di quella “classe lavoratrice” a cui egli faceva costante riferimento, in ogni suo scritto e discorso. Profondamente legato alla sua terra di Sardegna, Berlinguer era stato anarchico in gioventù, ma fin dal 1943 si era iscritto al Pci, portando nel partito di Togliatti la sua concretezza, metodicità, onestà intellettuale, rigore politico e morale. La questione morale appunto, il compromesso storico, l’alternativa democratica, l’austerità, lo strappo con l’Urss, l’eurocomunismo, la terza via: sono solo alcune delle intuizioni e proposte che contraddistinguono la sua indimenticabile era alla guida del più forte partito comunista del mondo occidentale. Continua a leggere

Se a sinistra si continua a scherzare col fuoco…

di MATTIA DA RE

A sinistra siamo sempre meno e sempre meno presenti nell’orizzonte politico e ideale delle persone. Oggi qualsiasi proposta a favore delle classi popolari, qualsiasi proposta anche solo tiepidamente redistributiva viene vista – dalle classi popolari stesse – come immorale, come figlia dell’invidia nei confronti di “chi ce l’ha fatta”.

Chi lavora 12 ore al giorno per meno di 1.000 euro al mese, ha fatto propria la convinzione che la sua condizione sia inevitabile, “naturale” e tutto sommato giusta.

Se poi questi soldi non bastano per pagare affitto, bollette e per mangiare, per fortuna restano altre 12 ore ogni giorno da impiegare in “lavoretti” che permettano di arrotondare e sopravvivere. L’importante è che restino giusto quel paio d’ore al giorno (e giusto qualche decina di euro al mese) da spendere in palestra e per l’aperitivo. Il tanto che basta per per sentirsi “normali”, il tanto che basta per credere di vivere una vita felice.

Le stesse considerazioni valgono per il riscaldamento globale, per la gestione dei rifiuti, per l’emergenza abitativa, per l’impossibilità di accedere a cure degne di questo nome, per il fatto di essere stat* trascinat* in guerra e per qualsiasi altro problema che l’umanità è costretta ad affrontare. Non esistono nella mente delle persone soluzioni alternative a quelle proposte dal sistema. Continua a leggere

Herbert Marcuse

di GIANCARLO IACCHINI

La questione della libertà è assolutamente centrale nel pensiero “critico” di Herbert Marcuse (1898-1979), celebre esponente della Scuola di Francoforte insieme a Max Horkheimer, Theodor Adorno ed Erich Fromm (tutti emigrati negli Stati Uniti dopo l’avvento del nazismo). Nella sua opera più significativa in tal senso, L’uomo a una dimensione, Marcuse dedica alla libertà come liberazione passi molto chiari: la società occidentale contemporanea, “reificata” e mercificata, è totalitaria come quelle del blocco sovietico, perché impone anch’essa un “pensiero unico” e toglie all’uomo ogni libertà di immaginare altre dimensioni dell’esistenza oltre a quella onnipervasiva e alienante dell’economia e dei suoi materialistici (dis)valori: merce, produzione, consumo, denaro, profitto. Continua a leggere

Ernesto Rossi

di GIANCARLO IACCHINI

rossi-1Ammettiamolo: è dalla nascita di MRS, ormai più di 15 anni fa, che sfogliamo la margherita per decidere se inserire tra i nostri “maestri ideali” anche Ernesto Rossi (1897-1967), antifascista, anticlericale, antimilitarista, antinazionalista, federalista europeo, azionista e poi radicale ma anche, come in tanti hanno rimarcato, «molto liberale e poco socialista», al punto di vedersi attribuito un “liberismo” che in effetti troncherebbe subito il discorso. Eppure… Dovremmo anche noi essere condizionati da quell’ideologismo che vogliamo combattere? Al di là di definizioni e incasellamenti che lui stesso respingeva con forza e piglio assai anarchico, restando sempre un “cane sciolto” dovunque abbia militato (e «un cane in chiesa», come ripeteva spesso, nel neonato Partito radicale), che cosa pensava e desiderava davvero Ernesto Rossi? Uno Stato assente in economia, se non come cane da guardia di quelli che definiva “i padroni del vapore”? Istituzioni indifferenti al destino degli “svantaggiati” in un libero mercato dalle magnifiche sorti e progressive? Niente di tutto questo, anzi il contrario. Si possono discutere le ricette, ma non contestare la bontà del piatto che si sta cucinando. O meglio: si può sostenere (legittimamente) che non quegli ingredienti non verrà fuori niente di commestibile, ma non dubitare delle intenzioni, del fine e dell’obbiettivo che si intende perseguire! E quale sarebbe, dunque, questo obbiettivo politico e ideale? Continua a leggere

Socialismo: oggi più che mai!

di LEONARDO MARZORATI

Lo scontro politico fa competere tante forze che sono fedeli all’ordine capitalistico. Si attaccano su problematiche del quotidiano: crescita economica, immigrazione, sanità, sicurezza, diritti civili, lotta alla disoccupazione. Le risposte restano inglobate nella cappa del sistema capitalistico. Nessuno di loro vuole dare ai lavoratori il controllo della produzione, anche con il semplice voto della governance e delle sue scelte.

I partiti si fondono e si scindono come in diversi Stati europei o restano gli stessi, almeno nel nome, per decenni come negli Stati Uniti. La loro competizione elettorale vede la partecipazione di grandi società private, che appoggiano questo o quel partito, questo o quel candidato, a volte anche diversi contemporaneamente. Si va dai finanziamenti in denaro, all’inserimento di figure fedeli nei partiti. La democrazia rappresentativa fa accedere al potere politico uomini e donne che agiranno, sui temi di interesse, in fedeltà alla società a cui fanno riferimento. Continua a leggere

Calamandrei: un rebus dell’antifascismo…

di GIANCARLO IACCHINI ♦

Piero Calamandrei (1889-1956) è uno dei più importanti “padri costituenti” e grande difensore e divulgatore della nostra Costituzione; esponente di Giustizia e Libertà e fondatore del Partito d’Azione; e verrebbe da dire, di getto, indiscusso alfiere dell’antifascismo se non fosse che proprio di questo si è molto… discusso, anche con accenti fortemente polemici. Perché? Perché il celebre giurista fiorentino era così bravo e autorevole da essere spesso interpellato dai ministri di Mussolini, fino a collaborare attivamente alla stesura del Codice di Procedura Civile uscito nel 1942, quando il fascismo (escludendo la tremenda deriva della Repubblica Sociale ormai alle porte) aveva già mostrato il peggio di sé (dalle leggi razziali alla disastrosa entrata in guerra a fianco della Germania nazista, dopo 17 anni di aperta dittatura) e paradossalmente nello stesso periodo in cui Calamandrei, che a suo tempo aveva tranquillamente firmato il Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce contro il Manifesto fascista di Giovanni Gentile, si stava avvicinando ai gruppi più attivi nella lotta contro il regime, in perfetta sintonia con oppositori a prova di bomba come Ernesto Rossi e i fratelli Rosselli. Continua a leggere

LIBERALSOCIALISMO: non “moderatismo” ma doppia rivoluzione

«Noi siamo liberali, ma non possiamo ammettere il predominio del capitalismo; siamo socialisti, ma non possiamo ammettere il totalitarismo burocratico-statalista. Il nostro non è affatto moderatismo e neutralizzazione reciproca dei due termini, libertà e socialismo; ma DUE RIVOLUZIONI invece di una, massimo socialismo e massimo liberalismo. E perciò non la riluttanza ai due termini, ma anzi l’ORGOGLIO di dirsi socialisti e liberali INSIEME, con tutta la suggestione morale che questi due termini portano».
(Aldo Capitini)

Quando l’equilibrio è rivoluzionario (in un mondo così storto)

«Cari amici di MRS, mi chiamo Federico […] e questa è una lettera di elogio, anche se non so se vi farà troppo piacere. Infatti io di voi apprezzo non il radicalismo o lo spirito rivoluzionario, ma al contrario la pacatezza, la saggezza, l’equilibrio e il rispetto che traspare da tutto quello che scrivete. Mi colpisce la poca propaganda, il profilo basso, il tesseramento gratuito, la libertà di pensiero che lasciate ad ogni vostro iscritto, che subito può prendere iniziative a nome del Movimento o scrivere nel vostro blog senza censure (mi pare perfino troppo “liberal”, ma complimenti!). Ora, mi chiedo, ma perché continuate a definirvi di estrema sinistra e non invece di centro? Perché vi sentite rivoluzionari e non moderati? Io sono un riformista e vi apprezzerei di più se vi collocaste in una posizione politica meno radicale. Scusate l’imbarazzante auspicio…».

Caro Federico, che dire? A noi gli elogi fanno piacere tutti, perciò grazie. Noi “di centro”? Ma dove, nel cielo platonico delle idee o su questa terra e specialmente in Italia, dove il convento da quelle parti passa roba immangiabile? Guarda, non ne facciamo un problema di etichette e di definizioni, ma di sostanza. Cosa vuol dire essere moderati? Non è che i “radicali” come noi camminano per strada col coltello tra i denti, te lo posso assicurare… Siamo “equilibrati”? Sì certo, ma tu credi che questo voglia dire moderazione in politica? Pensa solo un attimo a quanto sarebbe rivoluzionario RIEQUILIBRARE ad esempio la ricchezza, o il lavoro, o gli orari di lavoro, tra l’élite miliardaria e la massa di sfruttati in Italia e nel mondo! Sì, sarebbe bello essere equilibrati IN TUTTO, anche nel potere e nella ricchezza; far sì ad esempio che tutti siano liberi e con “pari opportunità”: che bellissimo “equilibrio”! E tu pensi che riforme sociali in grado di “riequilibrare” un mondo storto come questo siano cose da moderati? Pensi che il mondo sia equilibrato e moderato, o non ritieni anche tu, pensandoci meglio, che per renderlo tale sia da cambiare radicalmente? Detto ciò, è vero: l’IDEOLOGIA come “verità assoluta” non ci piace, e rispettiamo ogni persona che non la pensa come noi. Il socialismo è nato per liberare le persone, e non c’è più rispetto di questo. Siamo “saggi”? Grazie, ma moderati no. Perché non possiamo essere conservatori quando c’è così tanto da cambiare! Comunque grazie degli elogi. (G.I.)