Edmondo De Amicis e il socialismo del CUORE

di GIANCARLO IACCHINI

Edmondo De AmicisNel 1891, cinque anni dopo il grande successo del celeberrimo Cuore, Edmondo De Amicis (1846-1908) scrive un altro accorato romanzo intitolato Primo maggio, che segna la sua convinta adesione al nascente socialismo italiano (il partito socialista verrà fondato appena un anno dopo, e proprio nella sua Liguria). Un libro commovente e sofferto, rimasto però incredibilmente inedito (e sconosciuto) per quasi un secolo: è stato pubblicato infatti solo nel 1980. Qui lo scrittore mette di nuovo in campo tutto il suo… cuore, ma stavolta sul piano sociale e politico, insieme al frutto dell’appassionato studio della teoria economica marxiana e alla sincera autocritica riguardo al melenso patriottismo che aveva caratterizzato la sua opera più famosa. «Non si può amare una patria senza amarle tutte», avverte adesso De Amicis, né esaltare la propria contro le altre; ma le ragioni del cuore quelle no, non le rinnega affatto.

Se molti padri del socialismo si sono adoperati per dare al materialismo storico – considerato spesso troppo “scientifico”, deterministico, fatalistico e impersonale – un motore “soggettivo” in più, un’energica spinta propulsiva proveniente dalla volontà, in Primo maggio questo “slancio vitale” arriva dal sentimento e dall’etica: e in primis – che faccenda imbarazzante per tanti filosofi e politici tutti d’un pezzo! – dalla bontà e dall’amore, parole di cui De Amicis non si “vergogna” per niente. Ma non per questo il suo idealistico socialismo del cuore ne risulta intenerito, edulcorato o illanguidito; e neppure troppo “riformista” (come non lo è del resto il liberalsocialismo che con precisione intuisce, anticipando numerosi “ingredienti” che ne costituiranno, mezzo secolo dopo, l’essenza compiuta).

Ma prima di ripercorrere puntualmente – attraverso le più significative citazioni testuali – questa visione del socialismo come nobile missione morale, ecco la trama del libro: Alberto, giovane insegnante torinese con il quale De Amicis si identifica, si “converte” al socialismo il primo maggio del 1889, spinto dal suo carattere sensibile e generoso e dalla sconvolgente scoperta della povertà estrema in cui versano milioni di proletari a cominciare dai bambini (e il romanzo offre uno spaccato agghiacciante della miseria delle plebi italiane durante la Belle époque, anche in una grande città del nord, insieme alla testimonianza dell’abisso esistente tra il popolo e i ceti benestanti). Per il solo fatto di esprimere pubblicamente le sue nuove idee egualitarie, Alberto viene visto come un traditore dagli esponenti della sua classe sociale – compresi amici e parenti, con poche “illuminate” eccezioni – e in breve si ritrova “disonorato”, emarginato dalla Torino-bene, allontanato dalla famiglia stessa (la moglie Giulia, almeno inizialmente, non riesce a capire la sua «testarda ostinazione» nel «rovinarsi la vita»), sospeso e infine licenziato dalle autorità scolastiche, dileggiato, insultato e minacciato da decine di incarogniti “gentiluomini”. Rimasto solo e senza lavoro, decide di dedicare tutto se stesso alla causa dei poveri e degli oppressi, nonché all’unità del movimento operaio. E il successivo primo maggio (1890), nel tentativo di impedire agli anarchici di rompere coi socialisti scegliendo la via della violenza, viene colpito da una delle fucilate sparate sulla folla dai militari inviati dal governo “liberale” per sedare i possibili “tumulti di piazza”, e muore “per la causa dei lavoratori” proprio mentre il suo generoso amore per l’umanità aveva convinto il padre, la moglie e il figlio adolescente a riavvicinarsi a lui, comprendendone finalmente la grandezza d’animo.

Fin qui la vicenda personale; ma nella “teoria” messa coralmente in bocca ai vari personaggi del libro, De Amicis affronta tutte le tematiche presenti e future del socialismo, dalla prospettiva rivoluzionaria a quella riformista, senza tacere dubbi e perplessità del tutto ragionevoli, specie per quanto riguarda sia i metodi di lotta e le modalità della conquista del potere (ad esempio la questione della violenza) che le forme di gestione del potere stesso, abbozzando perfino una critica assai profetica del futuro “comunismo di stato” che quasi trent’anni dopo verrà inaugurato in Russia. Il tutto a partire da una scrupolosa, sincera, accorata denuncia delle colossali ingiustizie del capitalismo e della miserabile grettezza, ignoranza, egoismo e cinismo della classe borghese, nell’arretratissima Italia di fine Ottocento.

Alberto, dunque, conosce il socialismo e subito se ne innamora: «Anche la sola idea d’una creatura umana che, in mezzo a una grande città, non ha un tozzo di pane da cacciarsi in corpo per non morire, gli era insopportabile come un acuto dolore fisico; e per poter vivere e lavorare doveva cacciar di continuo dalla mente, con uno sforzo faticoso, il pensiero che siffatte miserie esistevano intorno a lui, che gli passavano accanto non viste per la strada, che si nascondevano forse nel suo stesso palazzo, sopra il suo capo. Fino ad allora non aveva sentito che la pietà per l’indigenza e le sofferenze individuali. Ma quando, grazie alle nuove letture, vide per la prima volta la miseria delle classi inferiori studiata in tutti i paesi, esposta in tutti gli aspetti, esaminata in tutte le sue conseguenze funeste, provata con cifre spaventose; quando conobbe tutte insieme le forme più miserande e inumane della fatica, gli orrori delle cave, delle risaie, degli opifici avvelenati, delle terre miasmatiche, le moltitudini condannate all’ozio forzato e alla fame, le generazioni infantili falciate dalla morte che sta in agguato dietro al lavoro, le tane immonde dove milioni di uomini s’accalcano e s’ammorbano e s’imbestiano, e ritto davanti a sé, come una montagna di sozzume, il cumulo di alimenti ripugnanti e mortiferi di cui si pasce quotidianamente una moltitudine innumerevole di gente che lavora per un consorzio civile da cui pare segregata e reietta; allora tutta l’anima sua ne fu sconvolta, come dalla rivelazione d’un nuovo mondo. Per la prima volta vide scorrere davanti a sé l’enorme fiume nero della miseria, a onde di sangue, sudore e pianto, ciascuna delle quali travolge una vittima e manda una maledizione e un singhiozzo, e sentì tutte le angosce dell’umanità pesare sulla sua fronte e schiacciare il suo cuore».

«Ora vedo che il mondo è la moltitudine relegata fuor del progresso, che alla società dà tutto e non ne riceve pressoché nulla, che suda sopra la terra, e sotto la terra, e si logora nelle officine e copre delle sue ossa i campi di battaglia, senza cavarne altro frutto che il non morir di fame; che per miseria è costretta a vendere la carne e l’anima, l’onestà delle donne, il sangue dei fanciulli, e per miseria minaccia, ruba, si dispera, impazzisce, uccide, s’uccide, fa del mondo un inferno; mentre un piccolo numero, in disparte, canta inni alla patria e alla civiltà, e trova che la vita è bella. Ma io mi son persuaso che a tutto questo c’è rimedio, come altri milioni d’uomini se ne son persuasi. Questa convinzione m’è entrata nell’animo come un raggio di sole. Comunque sia, la prima cosa da fare per guarire un male, per sopprimere un’ingiustizia, è quella di riconoscerla, e di proclamare il buon diritto di chi si lamenta. Non posso far altro e faccio questo; faccio eco alla voce degli oppressi, degli sfruttati, dei miserabili; rifiuto la complicità del mio silenzio all’oppressione, e protesto. Non posso più aver pace e dignità di coscienza che nell’adempimento di questo dovere. E lo adempirò a qualunque rischio e a qualunque costo!».

«E un’altra idea gli entrò nella mente, la lucida comprensione di un’altra causa di mali infiniti: il disordine immenso nella produzione di tutto ciò che alla società è necessario, l’anarchia dell’industria ridotta a un gioco d’azzardo, di cui scontano le perdite le moltitudini che non hanno parte nei profitti, una libera concorrenza che mette in perpetuo contrasto l’interesse personale con l’interesse collettivo, che fa della vita civile una guerra combattuta con le armi dell’astuzia e della frode, che mette il lavoro, funzione sociale, senza protezione e senza diritti, in balìa della cupidigia e dell’egoismo, che sperpera un tesoro enorme di tempo, di forze e di ricchezza, trascurando ogni cosa utile che non frutti a chi la produce, arricchendo gli uni con le spoglie degli altri, mantenendo la società in uno stato perpetuo di affanno e di violenza, in cui si logorano le più nobili facoltà e si scatenano le più tristi passioni umane. E infine egli comprese per la prima volta, nella sua origine e nei suoi effetti, il grande fatto, che non aveva mai meditato, della ricchezza: intuì l’ingiustizia che presiede alla sua formazione nell’apparente, non reale, libertà di contratto tra chi compra il lavoro e chi lo vende, la filiazione mostruosa del denaro che mantiene dinastie di parassiti, vittoriosi fin dalla nascita nella lotta per l’esistenza; e riconobbe la grande feudalità finanziaria che, non contenuta da alcun freno né di legge né di morale, posta quasi al di sopra del diritto e dello stato, fornita di tutti i privilegi delle antiche classi spodestate, allaccia nella sua rete il commercio, l’industria, l’agricoltura, incetta e gioca le ricchezze nazionali, accaparra a suo profitto tutte le invenzioni e tutti i progressi, impone ad ogni cosa un balzello enorme che fa duplicare a tutti il lavoro, perturba coi suoi monopoli giganteschi le condizioni dell’esistenza dei popoli, e raccogliendo a poco a poco nelle proprie mani tutti i mezzi di produzione, con essi costringe una sempre maggiore moltitudine di uomini a chiederle il pane e a subire le sue leggi, tende a dividere la società in una piccola schiera di dominatori che hanno tutto e in una folla immensa che non ha nulla, separate l’una dall’altra da una diseguaglianza più odiosa, da un’avversione più feroce, da una contrarietà di interessi più inconciliabile e più funesta di quella che separava la servitù e la signoria nel medio evo».

Riassume Alberto: «Ecco quello che penso. Penso che la parte che è data ai lavoratori sul prodotto generale della ricchezza non è proporzionata alla parte che essi rappresentano nella produzione della ricchezza medesima. Penso che non è giusto che quella parte della società che fa il lavoro più faticoso e più necessario per nutrire, vestire, alloggiare e dare all’altra parte i mezzi e l’agio di educarsi, non guadagni abbastanza da nutrirsi, vestirsi e alloggiarsi umanamente, e sia esclusa dalla possibilità di istruirsi. Penso, insomma, che il lavoro non raccoglie i benefici che arreca il progresso della civiltà, perché questi benefici gli sono negati da un difettoso ordinamento sociale. Perché si debbono tenere nelle condizioni peggiori quelli che lavorano di più? Perché ci dev’essere tanta gente che lavora troppo e non mangia abbastanza, e tant’altra gente che lavorando la metà vive nell’agiatezza, e tant’altra che non lavorando affatto nuota nell’abbondanza?».

Pur avendo imparato da Marx che non si tratta di “colpe” individuali ma di meccanismi economico-sociali, la stessa persecuzione sorda e velenosa che è costretto quotidianamente a subire nella sua vita personale fa crescere in lui un’aperta ostilità per «tutta quell’orda capitalista che alla borsa, nell’industria, nel commercio, nella finanza, specula, inganna, sfrutta, ruba, accumula e sperpera i prodotti del lavoro altrui»; ma anche «un’ira contro l’ignoranza e la stupidità delle classi popolari italiane. Ah! Com’era triste esser l’apostolo d’una idea nuova in un popolo non ancora maturo a riceverla, abbrutito dalla servitù, dalla cortigianeria, rassegnato a tutto». E l’insoddisfazione per i limiti, le pecche e i ritardi storici del «socialismo italiano, non unito, frantumato e perso in piccoli rivoli regionali, disseccati dal sole, frazionato in tanti piccoli nuclei, non coordinati fra loro, incomposto, appoggiato a istituzioni vecchie, disperso in cento giornaletti impotenti, sprecante in cento sforzi separati forze, attività e denaro». Ma, soprattutto, lo sdegno per il vero e proprio muro opposto alle giuste, umanissime rivendicazioni della stragrande maggioranza del popolo: «Mi fa pena una società che, quando quelli che la fanno vivere domandano un po’ meno lavoro e un po’ più benessere, per tutta risposta mostra loro le baionette».

Di pari passo con l’indignazione crescente, aumenta in lui il bisogno di conoscere meglio le cause economiche della diseguaglianza sociale: «L’ingiustizia patente è che la ricchezza, che è prodotta tutta dal lavoro, invece d’esser ripartita equamente tra i lavoratori che la producono, si riduce in poche mani, nelle quali resta e si moltiplica, formando nella società una classe privilegiata, che dispone di tutti i mezzi di sussistenza e perpetua in sé la facoltà d’arricchirsi, d’istruirsi e di godere, mentre tutte le altre rimangono forzatamente povere e ignoranti. Cagione prima d’ogni male, il possesso concesso a un piccolo numero d’uomini di quella che è l’origine di tutti i prodotti e di tutte le ricchezze e il grande serbatoio di quanto è necessario alla vita comune: la proprietà privata della terra, su cui tutti nascono e muoiono, l’uso della quale è supremo interesse di tutti. L’ingiustizia e il danno d’una tal legge gli apparvero con la stessa evidenza luminosa che avrebbe l’assurdità d’un monopolio sull’aria che respiriamo».

E rivolto amorevolmente al figlio, che si sforza di capire la “follia” di cui Antonio è accusato anche in famiglia: «Giulio, tu lo vedi quanta gente c’è intorno a te che suda al lavoro per tutta la vita e non ne ricava tanto da vivere umanamente; quanti milioni di ragazzi lasciati nell’ignoranza e nell’abbrutimento e quante famiglie ridotte alla fame senza loro colpa; vedi quante diseguaglianze ingiuste, quante ire, quanti odi. Ora, c’è il modo di far sì che questa grande miseria sparisca tutta o in gran parte, che il lavoro non manchi a nessuno e diventi più umano per tutti, che tutti i ragazzi siano istruiti e educati, che le disuguaglianze ingiuste scompaiano, che gli odi cessino, che la società diventi quasi un’immensa famiglia, in cui ciascuno, per interesse proprio, desideri il bene di tutti gli altri».

«Penso che, così com’è ora, la società è tutta organizzata e diretta a beneficio d’una piccola minoranza, che sfrutta le energie dei lavoratori, con la protezione della legge che ha fatto essa sola e per sé sola; che tutto l’edificio si regge sull’ignoranza e sull’abbrutimento delle moltitudini; che è solo la violenza che lo tiene insieme; che questo stato di cose ci corrompe tutti, è come un’infezione nell’atmosfera morale; la causa prima di tutte le più tristi passioni e delle più nefande azioni e dell’affanno di tutti, e della menzogna d’ogni istituzione e d’ogni parola; e che questo stato non può durare, e non durerà, e che è sacro dovere d’ogni uomo onesto fare tutto il possibile perché non duri, se anche si dovesse sconvolgere il mondo».

È il preannuncio del passaggio dalla consapevolezza teorica al concreto impegno politico per cambiare la società: «Bisogna fare una critica costante, infaticabile, implacabile del capitalismo; perché il sentire e comprendere un’ingiustizia è già un principio dell’abolirla. Occorre promuovere le associazioni che nobilitano l’individuo, insegnano il coraggio e la perseveranza, fortificano i legami della solidarietà, esaltano lo spirito di abnegazione, sviluppano il sentimento della responsabilità e della dignità. Dobbiamo fortificare e dirigere la ragione. Coltivare il cuore facendovi nascere l’amore, abbracciando col pensiero le miserie e i dolori di tutti e desiderando di tutti il bene – non l’odio contro gli individui, perché i mali della società derivano da un ordinamento vizioso, non dalla volontà degli individui – e facendo capire che il nuovo regime non sarà possibile se non con l’equità nel cuore di tutti. Propaganda franca, onesta, leale, aperta, alla luce del sole, senza scoraggiarsi di nulla, senza sperare nulla per sé, con un infinito amore per tutti».

Il processo di “presa di coscienza” sarà molto lento, prevede De Amicis, ma l’evoluzione storica è destinata a sbriciolare la finta compattezza della borghesia e l’apparente eternità del suo potere, e l’alternativa adesso ha un nome: socialismo. «Oltre ai lavoratori, presto verranno al socialismo anche professionisti per cui non c’è più posto nella società, piccoli e medi proprietari in cui sarà morta l’illusione antica nella piccola proprietà emancipatrice degli uomini, cacciati nel proletariato dal crescere continuo delle grandi fortune, giovani che a tutti i piaceri della loro condizione preferiranno quello che viene dal servire la verità e la giustizia». E i primi militanti sono già un esempio vivente di questa “umanizzazione”: «Sono i migliori perché capiscono che devono istruirsi, comportarsi con dignità, rendersi degni del nome di socialisti. Non si ubriacano, non sacrificano una conferenza a una partita alle bocce. Son giovani di cuore, che danno l’ultimo centesimo per aiutare un compagno gettato sul lastrico, che comprano i giornali del partito per chi non ha soldi, e che quando si trovano senza lavoro, sopportano la fame con coraggio, senza commetter bassezze. E quando la maggior parte sarà così… Ci vorrà del tempo, lo so: io non lo vedrò il nuovo mondo; ma ci sarà!».

Come dovrà essere questo mondo nuovo? «La creazione d’uno stato di cose in cui nessuno goda senza lavorare e nessuno lavori senza godere, in cui tutti abbiano abbastanza e nessuno troppo, in cui tutti lavorino direttamente per la società, tutti ricevano un’istruzione, e sia la società stessa che provveda a chi non può ancora o non più lavorare, e non ci sia più né l’esempio né la possibilità della ricchezza acquistata per caso, per astuzia, per frode, per privilegi e col lavoro altrui, che è la prima suprema causa della demoralizzazione, delle cupidigie, delle invidie, dei rancori, di quasi tutti i mali che affliggono la società presente. La proprietà ha sempre seguito le trasformazioni della produzione. Ma ora che la produzione è diventata collettiva, la proprietà dei mezzi di produzione è rimasta individuale. Di qui tutti i mali e tutti i disordini. E questi non cesseranno che quando cesserà l’antagonismo che li produce».

«Com’è possibile non capire che il socialismo è una concezione più alta, più ampia, più nobile della funzione dell’uomo nella società? Che la formula “tutti per uno e ognuno per tutti” è più vivificante e infinitamente più vera che il “ciascuno per sé” dell’individualismo borghese? Che unisce di più gli individui nelle famiglie, le famiglie nelle patrie e le patrie nell’umanità? Che è la più capace di suscitare le più nobili attività del nostro spirito e i più generosi ardori del nostro cuore? Immaginate quel mondo: sarà tanto migliore di quello d’adesso! Gli animi non più inaspriti dallo spettacolo della mostruosa ingiustizia presente, il lavoro diventato umano, la macchina alleggerente il lavoro dell’uomo e non più creatrice d’affamati, un’istruzione sufficiente data a tutti, le invenzioni meccaniche lascianti il tempo a tutti di coltivare lo spirito, non più odi di classe, non più la terra insanguinata per questioni d’orgoglio e primati nazionali che non hanno il fondamento nel vantaggio di tutti… Tanti delitti in meno, tanti disordini cessati, tanti focolai d’odio spenti!».

Ma i “borghesi” continuano a ricoprire di accuse infamanti questo nobile ideale. Alberto si sforza di comprenderne le ragioni sociali (gli interessi di classe), eppure la sua indignazione non ne viene placata: «Quasi tutti erano rimasti a quell’idea rudimentale che il socialismo significasse spogliare chi ha poco o molto per vestire chi non ha nulla, dare il governo in mano ai fabbri e ai muratori e mandare i signori alle officine: nessuno lo comprendeva come un principio destinato a rinnovare il mondo economico, e meno ancora come destinato a rinnovare il mondo morale».

Molte obiezioni però lo fanno riflettere, lo spingono a studiare più a fondo, con meno “fede” e più razionalità, la dottrina che gli infiamma il cuore: «Alberto, ma tu sei per uno stato che sopprime l’industria e il commercio privato, che resta il solo ed unico proprietario di tutto, che regola i prodotti, che governa la vita e il progresso d’un popolo come il cammino d’una mandria di pecore? Dimmi solo questo. Dimmi se hai pensato all’assurdità di questo stato prepotente e strapotente, che avrebbe bisogno, per funzionare, d’un sistema burocratico rispetto al quale il nostro è un congegno da bambini, e che riprodurrebbe centuplicati tutti i difetti e gli errori di lentezza, imprevidenza, confusione e spreco che già si rimproverano allo stato attuale».

Era, per sua stessa ammissione, «la parte più debole della dottrina». E la fragilità di questa vaga prefigurazione di uno stato onnipotente, unico proprietario di tutto, fa per vacillare il suo credo: «Soffermatosi ad ascoltare queste ragioni degli avversari, s’arrestò sgomento. Al primo urto della loro critica che affermava assurda la teoria del valore, soffocata dal collettivismo la libertà individuale, distrutto dalla abolizione della proprietà privata lo stimolo al lavoro, impossibile proporzionare il compenso alla varia natura dell’opera, inconcepibile l’azione di uno stato proprietario d’ogni cosa e incaricato di tutte le direzioni e di tutte le iniziative, gli parve che l’edificio crollasse, ed egli indietreggiò, soverchiato per un istante dall’amarezza d’una gran delusione». Delusione favorita anche dalla sua istintiva diffidenza nei confronti della perfezione irreale «di quei sistemi sociali disegnati come la pianta d’un palazzo o esposti come la tela d’un poema, di quel continuo parlare d’un avvenire di concordia, di pace e d’amore, e quasi d’una felicità futura del genere umano quando era certo che sarebbero rimaste sempre la morte, le malattie, le torture dell’amore non corrisposto, le ferite aperte dall’ingratitudine, e con le ingiustizie cieche della natura le invidie e gli odi e le discordie, e tutti i più grandi dolori che ora ci premono».

Ma Alberto, proprio attraverso il dubbio, impara a fortificare la sua mente, superando il precedente atteggiamento ingenuamente fideistico: «Non è il caso di stupirsi se mi vedete un po’ perplesso. Ogni fede ha le sue lotte. Non sono che le menti incolte e le coscienze rozze che non hanno mai né intoppi né dubbi. Il cervello di chi studia e ragiona è un laboratorio, non la prigione delle idee». Da qui la ricerca razionale di un socialismo “dal volto umano”, buono e giusto, non illusorio e platonico ma nemmeno violento e oppressivo: «È una favola che il socialismo voglia uno stato onnipotente e autoritario: vuole uno stato che serva la nazione, che sia subordinato alla società, non che la domini. E non dovrà esser un organismo fisso ed immobile, ma una forza d’organizzazione che si perfezionerà semplificandosi, ripartendo la propria azione in organi secondari, in corpi di governo locali, in un gran numero di meccanismi inferiori, i quali si formeranno per necessità, a poco a poco, sotto l’impulso del nuovo principio a cui sarà informata tutta la vita sociale». Difficile pertanto profetizzare, e fuorviante provare a descrivere in dettaglio, il futuro ordinamento politico della società senza classi: «Forse il socialismo, continuando ad estendersi, si modellerà sullo spirito generale e sui bisogni di ciascun popolo. Impossibile prevedere se l’armonia dell’economia verrà ottenuta mediante una grande diffusione delle società cooperative oppure una produzione collettiva locale, regionale o nazionale, o se la società passerà per uno stadio cooperativo prima di arrivare a un ordinamento socialista, ossia da grandi associazioni, di numero sempre più ristretto, a un’unica grande associazione, che sarà una forma di stato socialista».

Nella sua ricerca della via migliore che conduca ad un’autentica libertà per tutti, Edmondo De Amicis – entusiasta narratore, in presa diretta, della liberazione di Roma dal dominio pontificio nel 1870, rigorosamente laico anche in Cuore e destinato di lì a pochi anni a pronunciare l’orazione funebre per il leader dell’Estrema Sinistra e fondatore del Partito radicale Felice Cavallotti – colora il suo ideale di tinte esplicitamente femministe: «È assurdo parlar d’eguaglianza fra gli uomini se si esclude da essa la metà del genere umano». E proprio la donna avrebbe doppiamente da guadagnare con la trasformazione della vecchia società; se ne rende conto anche Giulia, l’onesta e affettuosa compagna di Alberto, avvicinandosi a poco a poco, per amore e per bontà, alla fede del marito («Domani è il primo maggio; è giorno di festa. Lei gli rispose con un bacio sulla fronte e le più care parole ch’egli potesse udire dalla sua bocca: È la nostra festa!»); sforzandosi di superare l’ancestrale diffidenza verso le idee anticonformiste per intravvedere un orizzonte nuovo, «un mondo a lei sconosciuto, un grande ordine di sentimenti e di idee al quale anch’essa poteva sollevare il suo spirito, e in cui, fra tanti altri propositi vasti e generosi, primeggiava il concetto di dare alla donna la libertà, la dignità, l’indipendenza della vita, di far sì che il suo avvenire non dipendesse più soltanto dal suo viso e dalla sua borsa». Una liberazione che si estende a quelle istituzioni entro le quali molto spesso la donna è vittima e prigioniera: «Il socialismo vuol fondare il matrimonio sull’amore, sulla dignità umana, mentre ora non è che un contratto mercantile! La famiglia non è un’istituzione immutabile: si modifica e progredisce col progredire della società, col mutarsi della condizione sociale della donna. Questa è molto cambiata rispetto al passato, e cambierà ancora. Come la famiglia d’oggi non è più quella del medio evo, così essa assumerà necessariamente un’altra forma quando la donna sarà affrancata dalla servitù economica e avrà tutti i diritti dell’uomo. Abolita l’umana schiavitù, causa di tutto il male, l’amore sarebbe rinato con la vera libertà».

La libertà è infatti il cardine del socialismo deamicisiano, ma un perno per forza di cose contraddittorio perché bisogna smascherare il bluff del liberalismo borghese che ne ha fatto la sua ipocrita e beffarda bandiera: «Finiamola con questa parola bugiarda. Chi non ha nulla non è libero perché non può aspettare e non si può muovere. Il capitale invece può aspettare e può muoversi. Non c’è libertà reale di contratto fra chi ha bisogno del pane e chi può rifiutarlo! La libertà e l’eguaglianza furono una conquista di fatto per alcuni, ma una parola muta per tutti gli altri. L’eguaglianza non può sussistere fino a quando l’esistenza del maggior numero di persone dipende dal capriccio o dalla fortuna buona o cattiva posta nelle mani del numero minore, fino a che c’è da una parte chi ha tutto e dall’altra chi non ha nulla. La libertà non è che per chi ha mezzi e cultura. Chi non ha né gli uni né l’altra è schiavo della miseria, dell’ignoranza e del caso. Pensateci un poco: è una rivoltante ingiustizia. Se non ce n’accorgiamo, è perché i nostri interessi ci hanno falsata la coscienza. Come si può parlare di libertà dove nove decimi della popolazione è legata dalla catena del bisogno ai detentori del capitale? Dove tutte le libertà, di stampa, riunione, dimostrazioni, sono vincolate alla condizione di non attaccare la minoranza dominante? La libertà è solo una parola per la gran maggioranza. Non c’è che la libertà d’una lotta rovinosa nel campo industriale ed economico, e la libertà di colui a cui la ricchezza, comunque acquistata, dà l’indipendenza. Tutte le altre libertà sono un fantasma. Manca la prima e la più necessaria libertà, e solo il socialismo la può dare: che è il tempo, i mezzi dati al maggior numero, liberato da un lavoro eccessivo e da una lotta disperata per l’esistenza, di esplicare le sue facoltà più nobili e innalzarsi a un ordine più intellettuale di vita».

Ma a ben vedere, anche la libertà di cui godrebbero i commerci nella “libera” concorrenza capitalistica si rivela una pia illusione, e un falso argomento di propaganda: «Come si può opporre ai socialisti la necessità della concorrenza, mentre col crescente e inevitabile accentramento delle industrie, generatore necessario di giganteschi organismi di produzione, d’ogni concorrenza vincitori, noi la vediamo avviata irresistibilmente alla distruzione di se medesima? Con tutta la vostra tenerezza per la libera concorrenza, voi invocate l’intervento dello stato per sopprimerla ogni volta che avete un interesse di classe da salvare, ed è assurdo parlar di libera concorrenza quando ogni industria non si sviluppa che accentrandosi, ossia creando un enorme monopolio. Non c’è nessuna libertà di concorrenza dove le forze sociali non sono a disposizione che d’un piccolo numero».

In un’epoca di positivismo trionfante, anche De Amicis sembra farsi contagiare dalla fede nell’evoluzione sociale: «Così non è sempre stato. C’era la schiavitù e il servaggio, e non ci son più; c’era il feudalesimo, c’era il dispotismo, e sono scomparsi; c’era l’ineguaglianza civile e politica delle classi, ed è stata soppressa. Vedi che il mondo è mutato, e se si è mutato, si può ancora mutare». Ma i timori che fanno da costante contraltare alle migliori speranze fanno balenare nella mente di Alberto qualcosa di inquietante e di terribile (e di davvero impressionante come anticipazione storica), che circa trent’anni dopo prenderà il nome di fascismo: «Si vedrà allora la borghesia, per uscire dall’angoscia, iniziare una reazione delle più violente. Al momento decisivo, io temo che la borghesia si formerà un esercito privato, col denaro, un esercito di mercenari. Sì, ci sarà un esercito del capitale, formato dagli elementi più feroci della plebe comprati, e che faranno orrori. Avremo una sospensione delle libertà, una legge dei sospetti, le persecuzioni, le delazioni; un periodo in cui si griderà per le vie al socialista come al cane arrabbiato, come all’untore nella peste di Milano… Altro che gli “orrori della rivoluzione”: ben più orribile sarà la controrivoluzione!».

E qui, “deamicisianamente”, Alberto torna a chiedersi il perché di tanta “cattiveria” di fronte ai sentimenti così nobili di chi vuol guarire il mondo dai suoi mali: «Ma come è possibile? – disse con profonda commozione, battendosi una mano sulla fronte – Io non capisco! Ma perché vi infuriate tutti in questo modo quando si esprime la fiducia in un miglioramento del mondo? Come fate a non sentire che, se anche l’idea fosse erronea, la passione è generosa e santa? Come mai il cuore non vi dice nulla? Come fate a non sentire almeno un po’ di pietà? Che cos’è quest’astio, quest’ira implacabile contro chi cerca il bene e difende i deboli e vuole diminuire la miseria, il dolore, l’odio, il delitto?». Perfino la recalcitrante Giulia, «buona com’è, se comprendesse l’idea ci si attaccherebbe con tutte le sue forze, perché non si può fare altrimenti, quando s’è compresa, e bisogna darle l’anima e il sangue».

In questa fiducia basata su amore e bontà, Alberto è sostenuto e confortato fin dall’inizio unicamente dalla sorella, leopardianamente isolata ed emarginata dalla società a causa della timidezza e dell’aspetto fisico: «Tu ascolti troppo la ragione e non abbastanza il tuo cuore. Ci sono delle verità a cui la ragione non arriva che con grandi sforzi, ma che il cuore sente, capisce naturalmente. Oh! Son le verità più importanti. È possibile che il sentimento della pietà e della giustizia c’inganni? Che la verità non sia dalla parte di chi vuole il bene di tutti, e combatte in nome di questo, anche contro il suo interesse personale, per un avvenire che non potrà nemmeno vedere? Perché cercar nello studio una certezza che soltanto il cuore può dare? Questo movimento di idee e di tanti milioni di uomini verso uno stato migliore è una cosa ben più grande di tutta la scienza che lo combatte o lo giustifica. Tu lo puoi servire diffondendo sentimenti di giustizia. Facendo questo, non puoi sbagliare. E non hai da far altro per essere contento».

«Io non desidero che il bene di tutti», si difende Alberto davanti ai suoi vecchi amici ora diventati diffidenti e ostili: «A spese d’alcuni, non è vero?», gli ribattono con sarcasmo. E lui: «Sarebbe sempre più giusto che non il bene d’alcuni a spese di tutti!». Fino all’orgogliosa esclamazione che tronca il diverbio: «Ma se noi non salveremo il mondo noi col sentimento, lo condurrete alla rovina voi con la vostra ostinazione, con la vostra negazione eterna, col vostro inesorabile egoismo di classe». Osserva De Amicis sul suo alter-ego letterario: «Alla radice di ciascuna di quelle idee, anche di quelle che parevano più strane, v’era la pietà d’un male, il desiderio d’un bene, un sentimento generoso. Quelle idee che tutti condannavano erano pur quelle che lo facevano così buono, generoso, disinteressato. Se anche fosse stato un sogno, era un sogno che non potevano avere che le anime nobili». Ed ancora: «Se anche questa idea fosse un’illusione, non è forse l’espressione d’una grande aspirazione dell’umanità, antica come il mondo; non è essa il lamento stesso del genere umano; non significa forse una speranza, un desiderio del bene, uno sforzo verso il bene, che vuol essere rispettato e guardato con amore e con simpatia?».

«Voi chiamate “disgraziate idee” – tuona Alberto con sdegno crescente – voler distruggere le sorgenti della miseria, dando a tutti il lavoro e il prodotto del lavoro, ed aumentando la produzione delle ricchezze con l’associazione e la concordia di tutte le forze, uccidere gli odi, abolire le disuguaglianze ingiuste, affratellando i popoli e facendo cessare lo spargimento di sangue?».

Al giovane insegnante di Primo maggio la passione politica è destinata a portare come tragico destino una morte assurda, ma quello stesso appassionato ideale darà «vita e felicità» alla generazione che ha avuto la fortuna di imbattersi in esso: «Sì, la giovinezza dedicata a quell’idea gli pareva la giovinezza più superba e felice che avesse mai goduto altra generazione. Quel culto disinteressato dell’idealità, quell’anelito alle lotte feconde, quel presentimento d’un migliore avvenire per tutti era quanto di più grande fosse mai passato per l’anima umana!».

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