Documento economico

Oggi le forze che si richiamano alla storia del movimento socialista e dei lavoratori sono chiamate a fronteggiare una crisi strutturale di dimensioni epocali, che si presenta principalmente sotto la duplice forma di crisi economica e di crisi ecologica.

Con il crollo del comunismo e il declino della socialdemocrazia di matrice keynesiana, la sinistra riformista si è adattata passivamente al pensiero neoliberista, mutuandone le ricette economiche, sebbene in versione “temperata”. Negli ultimi anni si è ricorsi all’intervento pubblico soltanto per salvare dal collasso il sistema bancario, confermando uno dei principi del capitalismo rapace: privatizzare i profitti e socializzare le perdite. La crisi odierna e le pesanti sconfitte elettorali subite nell’ultimo trentennio da “riformisti” e “progressisti” dimostrano il fallimento definitivo della cosiddetta “terza via” di blairiana memoria e di tutti i suoi epigoni “social-liberisti”.

Quanto alla sinistra cosiddetta radicale, pur proponendo anche analisi condivisibili, o ha sognato – malgrado le chiare lezioni della storia – un impossibile ritorno al comunismo (sia pure in versione “rifondata”, dato l’ormai accertato fallimento degli esperimenti storici novecenteschi) oppure si è gettata a capofitto sulla rivendicazione dei soli diritti civili, senza offrire proposte percorribili per la difesa e l’ampliamento di quelli sociali, ritagliandosi un ruolo secondario e di mera testimonianza nei governi di centrosinistra. Governi che non a caso, in materia di politica economica e sociale, si sono dimostrati del tutto simili a quelli di centrodestra, facendo maturare nelle classi lavoratrici la convinzione che con la “sinistra” al potere non è cambiata né cambierà la sostanza delle cose.

La sinistra occidentale non è stata in grado di governare la globalizzazione e di opporsi al neoliberismo, finendo per essere fagocitata a tutti gli effetti nell’establishment. Di conseguenza, le contraddizioni create dalla crisi della globalizzazione senza regole hanno determinato un crescente consenso verso forme di reazione populista di destra (Trump e simili).

Noi riteniamo che quello che davvero manchi alla sinistra sia un nuovo progetto di trasformazione sociale: tutte le ricette del passato sono andate in crisi, cosicché essa appare non aver più niente da dire né da proporre, almeno finché rinuncerà ad osare e abdicherà alla sua più autentica missione: quella di cambiare davvero l’esistente. Insomma, non esiste sinistra senza critica del capitalismo.

La cultura tradizionale della sinistra è stata produttivista, industrialista e statalista. La ricetta socialdemocratica emersa nel 1959 dalla svolta di Bad Godesberg, cioè in sostanza il liberalismo sociale di Keynes, ha svolto una funzione importantissima durante l’era fordista. Ha contribuito a edificare lo stato sociale, conquista di civiltà e progresso, sotto attacco ormai da decenni. Un socialista libertario purtroppo quasi dimenticato, Francesco Saverio Merlino, riteneva che bisognasse distinguere l’essenza del socialismo dai possibili, concreti sistemi socialisti. Alcuni sistemi possono rivelarsi sbagliati o difettosi, ma l’essenza, che è un’aspirazione etica ad una sempre maggiore libertà e giustizia sociale, una tensione verso un mondo migliore, è imperitura! È per questo che crediamo che la fine del comunismo e la crisi della socialdemocrazia non determinino affatto il tramonto del socialismo. La questione centrale oggi è proprio elaborare nuovi programmi e nuove istituzioni per farlo rivivere.

Crisi economica e crisi climatica sono strettamente intrecciate. La riconversione ecologica dell’economia non può che fondarsi su piani di massicci investimenti pubblici (“Green New Deal”) nelle energie rinnovabili, in tecnologie che consentano il risparmio energetico, in una nuova edilizia eco-compatibile e così via, allo scopo di creare un’economia ecologicamente sostenibile e una società «diversamente ricca» (Riccardo Lombardi). Considerato che la contraddizione tra la crescita infinita perseguita dell’attuale modello di sviluppo e la limitatezza delle risorse naturali è causata proprio dalla logica dell’accumulazione capitalistica, l’obiettivo ideale a cui tendere, almeno per i paesi più sviluppati, dovrebbe essere quello che gli economisti classici definivano “stato stazionario”, ossia uno stato di non-crescita dell’economia in cui la produzione quantitativa (ed il consumo) di beni materiali potrebbe essere più o meno stabile e costante. Disponiamo delle risorse reali per soddisfare i bisogni primari di tutti. La crescita potrebbe riguardare l’aspetto qualitativo (ad esempio il miglioramento delle tecnologie) e, soprattutto, la produzione di beni immateriali – caratteristica dell’attuale capitalismo “cognitivo” – che, in quanto tali, non sono soggetti al limite della scarsità delle risorse: soltanto la ricchezza immateriale (cultura, tecnologia, know-how, software, servizi) può crescere illimitatamente. Parallelamente, dovrà essere abbandonato il PIL come misura della ricchezza delle nazioni per decidere democraticamente quali debbano essere i parametri da utilizzare per un nuovo indice di benessere (ad es. la qualità dei servizi sanitari e scolastici, il livello di diffusione della cultura o di protezione dell’ambiente naturale e del patrimonio storico-artistico).

La controffensiva neoliberista degli anni 80 (che trovò in Ronald Reagan e nella Thatcher i suoi principali protagonisti) ha messo all’angolo l’intervento pubblico in economia in un mondo che si avviava ormai verso la globalizzazione dei mercati e la libera circolazione del capitale, impedendo così il governo democratico dell’economia stessa. Parallelamente, il processo di integrazione europea, fondato su principi ordoliberisti, ha portato alla nascita di un’unione monetaria incompleta che ha prodotto rilevanti squilibri commerciali fra i paesi membri e la cosiddetta crisi dei debiti sovrani. La perdita della sovranità monetaria, il principio dell’indipendenza della banca centrale il cui obiettivo principale è la stabilità dei prezzi ed i vincoli al bilancio pubblico hanno avuto come risultato quello di disgiungere la politica monetaria da quella fiscale, privando gli Stati della cosiddetta eurozona di fondamentali strumenti di governo delle variabili macroeconomiche e limitando così la competizione elettorale a scelte su vuote opzioni partitiche (se non sulla credibilità personale dei leader) e non su reali e diverse opzioni di politica economica. Un progetto socialista non può che avere l’ambizione di rimettere al centro dell’agenda politica gli obiettivi della piena occupazione e dell’intervento statale non solo in chiave di Welfare, ma anche di creazione e redistribuzione della ricchezza, dato che gli unici veri vincoli ad una spesa pubblica in deficit per uno Stato dotato di sovranità monetaria sono le risorse reali di cui dispone il paese (al fine di evitare pressioni inflazionistiche) e l’equilibrio dei conti con l’estero.

La cosiddetta “finanziarizzazione” dell’economia, il peso preponderante dell’economia finanziaria a discapito di quella reale e la pratica dello “shareholder value” (la massimizzazione da parte dei manager del profitto a breve termine a beneficio degli azionisti) sono stati tratti salienti ed elementi costitutivi della globalizzazione neoliberistica. I fenomeni legati alla precarizzazione del mercato del lavoro e alle delocalizzazioni hanno contribuito a creare un mondo di bassi salari, cui negli Stati Uniti – al fine di sostenere i consumi – si è risposto attraverso il massiccio indebitamento privato che ha poi portato alla crisi dei mutui sub-prime. Nel lungo periodo un insufficiente livello dei redditi non consente di sostenere la domanda aggregata. La redistribuzione del reddito a favore delle classi lavoratrici e la lotta alle disuguaglianze economiche e sociali rimangono pertanto priorità irrinunciabili.

Oltre a un’ampia demercificazione del lavoro e alla fine delle più pesanti misure neoliberistiche di precarizzazione del lavoro e delle condizioni di vita, il socialismo dovrebbe rioccuparsi dei temi legati alla democrazia economica e alla partecipazione dei lavoratori. Norberto Bobbio riteneva la mancata estensione della democrazia a tutti i settori della società, economia inclusa, una delle promesse non mantenute della democrazia stessa. È quindi opportuno riesaminare ed attingere ad un’ampia gamma di esperienze storiche che vanno dalla codeterminazione tedesca al Piano Meidner svedese degli anni 70 (benché successivamente “annacquato”), dall’esperienza della rete di cooperative del distretto di Mondragon nei Paesi Baschi al movimento di fabbriche recuperate ed autogestite sviluppatosi in Argentina all’indomani del default del 2001, fino ad arrivare alle recenti proposte di Corbyn e Sanders sui fondi dei lavoratori.

Tali forme avanzate di democrazia economica non si pongono l’obiettivo di “sopprimere” il mercato perché ciò (come ha dimostrato la parabola storica del cosiddetto socialismo reale) significherebbe restringere insopportabilmente la libertà individuale e compromettere lo stesso benessere sociale. Il filosofo liberalsocialista John Rawls, nella sua fondamentale Teoria della giustizia, scrisse che per le classi lavoratrici «è più conveniente tassare la ricchezza piuttosto che abolirla», ed il primo ministro svedese Olof Palme – leader di un partito socialdemocratico che realizzò probabilmente il più compiuto modello di Welfare State al mondo – una volta definì il capitalismo «una pecora che non va uccisa ma periodicamente tosata». La soluzione del problema della proprietà sarebbe idealmente, come sosteneva il giovane Marx dei Manoscritti economico-filosofici, la sua universalizzazione e “umanizzazione” («passando dal potere oggettivo e impersonale delle classi a quello degli individui liberi, autonomi e associati») e non – come sostenuto e realizzato dal “marxismo-leninismo” – il suo trasferimento dall’élite dei privati alla burocrazia “rossa” (altrettanto elitaria) dello Stato totalitario. Il mercato dev’essere visto come un mezzo di allocazione delle risorse, preferibile alla pianificazione centralizzata del modello sovietico: il socialismo democratico critica l’incapacità del mercato di autoregolarsi, non il mercato in sé. Ma non per questo il socialismo deve abbandonare la critica alla “società di mercato” (consapevole che il modo di produzione capitalistico non è né “naturale” né eterno) o rinunciare a forme sempre nuove e sempre più incisive di programmazione economica e di intervento pubblico specialmente nei settori strategici, nell’ambito di un’economia mista e radicalmente democratizzata, cioè sottratta al controllo di qualunque élite monopolistica: politica o imprenditoriale e finanziaria, statale o privata che sia.

Il presente documento vuol essere un contributo nella direzione di un percorso arduo e difficile, ma nondimeno affascinante e necessario. Il dibattito sul futuro del socialismo resta quanto mai aperto.

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