Nelson Mandela

di GIANCARLO IACCHINI ♦

Se il motto di MRS è “giustizia e liberazione”, nessuno incarna queste due parole – anche nel loro significato più concreto ed esistenziale – meglio di Nelson Mandela (1918-2013). Sarebbe impossibile, e non ce n’è certo bisogno, ripercorrere in questa scheda la sua lunghissima battaglia contro l’apartheid in Sud Africa, la forma più estrema di razzismo ed una delle più ignobili vergogne mai viste sulla faccia della terra ad opera di esseri umani contro altri esseri umani; una lotta fiera e coraggiosa costata a “Madiba” ben 27 anni di carcere. Premio Nobel per la pace nel ’93, prima di diventare – dopo la liberazione dal carcere festeggiata in tutto il mondo civile – il nuovo presidente del suo Paese con il 62% dei voti alle prime elezioni libere. Simbolo dell’African National Congress, il suo partito (che volle portare nell’Internazionale Socialista), ma a suo tempo anche dirigente del Partito comunista sudafricano, secondo quell’unità tra la lotta per la libertà e la lotta per la giustizia sociale che nella mente di Nelson Mandela rappresentavano un’unica inseparabile causa.

Convintamente marxista, il popolare e amatissimo “Madiba” aveva assimilato in particolare l’ideale umanista del giovane Marx, perché ogni impegno ed obbiettivo politico doveva essere indirizzato alla conquista e salvaguardia della dignità dell’uomo. La trasformazione materiale del mondo andava allora preceduta da un profondo cambiamento psicologico a livello individuale, rovesciando l’interpretazione economicistica del “materialismo storico” in direzione di una concezione attiva e volontaristica dell’azione politica. A questo fine, «l’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo. L’istruzione rappresenta il grande motore dello sviluppo personale e quindi anche sociale. È attraverso la scuola che la figlia di un contadino può diventare medico, che il figlio di un minatore può diventare dirigente della miniera, e che il figlio di un bracciante può diventare presidente di una grande nazione!». E l’educazione non è solo razionale e concettuale, ma riguarda anche e soprattutto il sentimento, dal quale dev’essere espunto l’odio e sconfitto il germe del rancore e del risentimento: «Una buona testa ed un buon cuore sono una formidabile combinazione. Provare risentimento è come bere veleno sperando che ciò uccida il nemico. Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare, ma se possono imparare a odiare possono anche imparare ad amare, perché l’amore, per il cuore umano, è più naturale dell’odio».

Il grande traguardo, anche nella più drammatica situazione sociale che imponga un impellente bisogno di uguaglianza, resta sempre la libertà: «Lasciate che la libertà regni. Il sole non tramonterà mai su una così gloriosa conquista umana». Ma la libertà non può che essere la libertà di tutti, la “equal freedom” dell’ideale liberalsocialista ovunque nel mondo: «La tua libertà e la mia non possono essere separate. Non si può dividere la libertà. La libertà è una sola, perché le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti». E non è qualcosa di statico, da conquistare come ci si può impossessare di un “oggetto” per poi metterlo “in bacheca”, ma un difficile e contrastato processo di liberazione umana: «La libertà è un lungo cammino e la strada che deve percorrere non è facile. La verità è che non siamo ancora liberi: abbiamo conquistato soltanto la facoltà di essere liberi, il diritto di non essere oppressi. Non abbiamo ancora compiuto l’ultimo passo del nostro cammino, ma solo il primo di una strada che sarà ancora lunga e difficile, perché la libertà non è solo spezzare le proprie catene, ma anche vivere in modo da rispettare ed accrescere la libertà degli altri».

Solo in una comunità unita e solidale, dove libertà ed eguaglianza siano accompagnate dalla terza “parola d’ordine” della rivoluzione francese, la tanto snobbata “fraternità”, sarà possibile realizzare appieno valori che altrimenti rischiano di restare vuoti ed “esteriori”: «Ho coltivato per tutta la vita l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutte le persone possano vivere insieme in pace e armonia… Questo è l’ideale per cui vivo e che spero sempre di vedere realizzato. Ma se è necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire». Il nonviolento, gandhiano Mandela aveva perfino rifiutato una proposta di “libertà vigilata” pur di non sconfessare la “lotta armata” che il suo partito aveva messo nel ventaglio delle possibilità concrete, ai fini della liberazione dall’ottusa minoranza bianca segregazionista che opprimeva con la violenza e il terrore la stragrande maggioranza della popolazione (nera), eppure il “mezzo” non va confuso con il “fine”: «Senza la civiltà e la pace, e l’amore per gli esseri umani, la lotta non ha senso. Io il razzismo lo detesto tutto, lo considero qualcosa di barbaro in ogni caso, sia che provenga da un uomo di colore che da un uomo bianco. Ho sempre sentito dentro di me che l’oppressore era schiavo quanto l’oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L’oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della loro umanità. Questo non tutti lo capiscono e non è facile mutare i propri sentimenti… Anzi la cosa più difficile non è cambiare la società, ma cambiare se stessi. E coloro che pensano di affrontare i problemi con un atteggiamento intollerante e carico di rancore, non sono adatti alla nostra lotta». Forse per questo la stima e il rispetto per quest’uomo straordinario fecero breccia piano piano anche tra i suoi carcerieri, come molti di loro testimoniarono commossi dopo la sua liberazione.

Sentimento, volontà e impegno etico, dunque, al servizio di una battaglia che non era e non è affatto scontata e inevitabile. «Solo la morte è inevitabile. Ma quando un uomo ha compiuto quello che ritiene essere il suo dovere nei confronti della sua gente e del suo Paese, può riposare in pace. Io penso di essermi sufficientemente impegnato in tal senso ed è per questo che potrò dormire sereno per l’eternità».

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