La differenza tra socialismo libertario e riformismo socialdemocratico

Il socialismo italiano non è mai stato riformista. Persino la corrente più moderata, guidata da Turati, non si definiva riformista ma gradualista. Nemmeno Turati accettò le teorie revisioniste di Edward Bernstein, il padre del riformismo socialdemocratico. Anche la fazione gradualista e turatiana del PSI aveva infatti come orizzonte il superamento del sistema capitalistico e non una sua riforma. Inoltre nel PSI furono sempre forti le correnti massimaliste e rivoluzionarie, almeno fino agli anni Sessanta del 900.
Il PSI del secondo dopoguerra era diviso in mille correnti ma tutti i socialisti rivendicavano il superamento del capitalismo e la socializzazione democratica dei grandi mezzi di produzione. È un aspetto che distingueva i PSI dai grandi partiti socialdemocratici europei, che ormai accettavano tutti il capitalismo e si limitavano a “riformarlo”. Anche se va detto che nella socialdemocrazia europea esisteva una minoranza di sinistra, con posizioni di critica strutturale del sistema capitalistico. Ma i socialisti italiani si distinguevano anche dai comunisti di Togliatti, in quanto a differenza del PCI il PSI era indipendente da Mosca, escludendo gli anni del frontismo (1949-1955), quando Nenni e Morandi si allinearono alle posizioni del PCI e dell’Unione Sovietica. Ma dopo il ’56 il PSI divenne antistalinista e indipendente dal PCI e dall’URSS. Grazie anche alla fazione autonomista di Riccardo Lombardi.
Gli anni del centrosinistra hanno luci e ombre, ma fu solo con Craxi che il PSI nel suo insieme divenne un partito riformista, rinunciando definitivamente alla rivoluzione socialista e al superamento del capitalismo e allineandosi alla socialdemocrazia europea. Ma anche durante gli anni di Craxi rimase nel PSI una minoranza di sinistra, guidata da Riccardo Lombardi. Quest’ultimo si definiva un “riformista rivoluzionario“, perché per lui le riforme non dovevano essere fini a se stesse ma avviare una transizione democratica dal capitalismo al socialismo. Era una posizione simile a quella di Giacomo Matteotti, anche lui definito da molti storici un riformista rivoluzionario.
Il PSI per molti anni rappresentò un’alternativa tanto al capitalismo statunitense quanto al comunismo sovietico e una sorta di via di mezzo fra il comunismo e la socialdemocrazia. Questo era il suo punto di forza, almeno fino a Craxi, al quale quindi da socialisti non rimproveriamo solo la corruzione ma anche l’aver cancellato la tradizione marxista del PSI. Craxi trasformò il PSI in un partito borghese che intendeva gestire il capitalismo. Le tangenti furono una conseguenza. Il PSI storico di Nenni, Pertini, Lelio Basso e Riccardo Lombardi non si ispirava al riformismo socialdemocratico ma all’austromarxismo di Bauer e Adler, un marxismo democratico alternativo sia al marxismo-leninismo sia al riformismo. I socialisti italiani dovrebbero riprendere queste radici, oggi ben presenti nei DSA di Sanders negli States, che hanno appreso la lezione del riformismo rivoluzionario. E dovrebbero anche riprendere la tradizione anarchica, perché il socialismo del futuro sarà libertario o non sarà.

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