Gli ultimi “utili idioti” del capitale

di LEONARDO MARZORATI

Il capitalismo mondiale sta utilizzando la pandemia in corso per dividere le classi popolari, specialmente in Europa.

A contribuire a gettare benzina sul fuoco sono i vari esponenti della galassia “no vax”. Non si tratta di chi pone legittime domande sulle misure restrittive attuate dai diversi governi, come per il discusso green pass voluto dall’esecutivo italiano, ma di chi cerca di mettere gli uni contro gli altri senza focalizzare l’attenzione sui principali problemi della sanità.

C’è chi urla alla dittatura. Curioso che si possa gridare alla “dittatura” vivendo sotto una “dittatura”; in passato si sarebbe finiti a bere una bottiglietta di olio di ricino in una sede del Pnf o addirittura al confino. Questi paladini della libertà operano indisturbati sui social e nelle piazze, se non per alcuni tafferugli con le forze dell’ordine. Roba da poco per chi è stato nel 2001 al G8 di Genova o in altri contesti dove la repressione è stata di gran lunga superiore. E farlo notare non vuol dire essere conniventi con l’attuale sistema capitalista, tutt’altro.

Questi improvvisati leader no vax, che provengono da sinistra quanto da destra, sono coccolati da molti mass media, anche da quelli che li demonizzano. Se si vuole annichilire un nemico il metodo migliore è ignorarlo o eliminarlo, non ingigantirlo anche con le demonizzazioni. I tg nazionali hanno dato più spazio a manifestazioni che hanno portato in piazza poche migliaia di persone critiche verso il vaccino rispetto allo sciopero generale indetto da Cgil e Uil, a cui hanno aderito milioni di lavoratori.

Perché tutto questo spazio ai no vax? Cui prodest? Evidentemente fanno comodo al Capitale. I no vax, per citare Lenin, sono probabilmente i nuovi utili idioti al servizio del sistema ordoliberista che ha permesso ai colossi farmaceutici di arricchirsi sempre di più durante la pandemia. Parlano male di Big Pharma ma in realtà contribuiscono ad aumentarne il potere.

Negli ultimi dieci anni, dal governo Monti al governo Draghi, in Italia sono stati fatti tagli pesantissimi alla sanità pubblica: 37 miliardi di euro. I picchi sono arrivati durante i governi con presidenti del Consiglio del Pd: Letta, Renzi e Gentiloni. A snocciolare questi vergognosi dati è stata la Fondazione Gimbe, il cui presidente Nino Cartabellotta è spesso attaccato sui social, guarda caso, da attivisti no vax. Questi ultimi raramente si sono scagliati contro i tagli alla sanità pubblica, ragione principale per cui abbiamo sempre meno posti nelle terapie intensive.

I vaccini non immunizzano ma riducono le terapie intensive e le morti. Un obbligo vaccinale reale e non ipocrita avrebbe probabilmente evitato le continue limitazioni date dal green pass. Queste limitazioni hanno rafforzato la galassia no vax. Forse avere una fetta di popolazione irriducibilmente ostile al vaccino fa comodo alle élite e alle case farmaceutiche. Lo stesso Mario Draghi ha spesso utilizzato un linguaggio di forte astio verso chi rinuncia a vaccinarsi, rafforzando così la frattura.

I non vaccinati sono un minoranza chiassosa. Più sui social che nelle piazze. Siamo in un Paese anziano, con tanti piccoli borghesi impauriti di perdere i loro privilegi. Lo si vede dall’astio verso gli immigrati africani. Alcuni di questi borghesucci si sono improvvisati leader dei no vax. Fare il pieno di like sui social stando seduti sulla poltrona di casa è molto più comodo che impegnarsi seriamente per dar vita a una forza politica che difenda davvero i lavoratori. Parliamo di persone che su Twitter invitano alla rivolta e al tempo stesso impazzirebbero per una carta di credito bloccata o la vacanza alle Maldive saltata. Si tratta perlopiù di benestanti narcisisti nostalgici delle vecchie stagioni di lotta o di gatekeeper, fasulli nemici del sistema che in realtà cercano di traghettare parti della galassia no vax verso lidi istituzionali (Claudio Borghi e Alberto Bagnai della Lega per esempio).

Questi esponenti no vax sono nemici del proletariato e amici (più o meno consapevoli) della borghesia. Si aggrappano spesso a problemi secondari per non trattare quelli primari. Deviano l’attenzione dai danni che il capitalismo negli ultimi decenni ha attuato contro il Sistema Sanitario Nazionale, capolavoro di diritti sociali attuato grazie al lavoro del ministro della sanità dal 1964 al 1968, il socialista Luigi Mariotti. Socialisti al potere vuol dire diritti sociali estesi, socialisti scomparsi dai radar vuol dire diritti sociali distrutti. Servono i socialisti, non i pagliacci no vax.

I lavoratori devono diffidare dei leader no vax, spesso spregiudicati imbonitori motivati principalmente da motivi personali (fu così anche per il movimento dei Forconi del decennio scorso). I lavoratori devono sostenere le forze che si battono per il socialismo, per la sanità gratuita per tutti.

I socialisti credono nella scienza e nel lavoro dei ricercatori, in Italia un’eccellenza. Il che non vuol dire farsi trascinare da un singolo scienziato, magari anch’egli in cerca di visibilità o rivalse personali. I socialisti devono sostenere la ricerca pubblica, unica arma per impedire che il controllo dei farmaci sia in mano alle società private.

No ai tagli continui alla sanità e sì al sostegno alla ricerca pubblica. Prendiamo esempio dal vaccino di Stato cubano. Purtroppo in Europa vige un sistema capitalista. Il vaccino serve, anche se realizzato da case farmaceutiche che hanno come primo interesse i propri utili. Utili che fanno la gioia degli azionisti, tra i quali, sono pronto a scommetterci, figurano un buon numero di leader no vax.

Leonardo Marzorati

I due pensieri dominanti non difendono i lavoratori: creiamo una forza politica che li rappresenti!

di LEONARDO MARZORATI

Checché ne dicano certi opinionisti della destra populista, il pensiero dominante non è uno, ma sono due, entrambi fedeli al Capitale. Il primo è quello liberal progressista, ben rappresentato in Italia da Pd e dai suoi cespugli, tra cui ora figura anche il Movimento 5 Stelle; il secondo è quello delle destre populiste e reazionarie, che si spacciano per oppositrici dell’ordocapitalismo mondiale, ma in realtà gli sono fedeli, creando divisioni all’interno dei ceti popolari. Le nuove destre aizzano la guerra tra poveri in tutta Europa, criminalizzando gli stranieri e deviando l’attenzione dal tema fondamentale per i ceti popolari: il lavoro e la lotta di classe.

L’Europa sta seguendo il percorso degli Stati Uniti, dove a votare va il 50% della popolazione, con forte partecipazione alle urne dei ceti borghesi e bassa partecipazione dei ceti popolari. I cittadini sono obbligati a scegliere tra due blocchi liberisti che si scontrano sui diritti civili (basta vedere il recente caso del ddl Zan), ma che sono allineati sui diritti sociali. Entrambi sono complici dello smantellamento dello Stato Sociale negli ultimi anni. Questo succede in tutti i Paesi dell’Unione Europea.

I due pensieri dominanti hanno potenti mass media a loro supporto. Lo abbiamo visto in occasione dello sciopero generale di Cgil e Uil del 16 dicembre, quasi ignorato dai principali giornali e tg. Stessa cosa è successa in occasione del No Draghi Day organizzato dal sindacato di base. I due pensieri dominanti deviano l’attenzione dallo sfruttamento dei lavoratori e dalle troppe morti bianche, per orientare l’opinione pubblica su altre tematiche. I principali giornali italiani, nel giorno dello sciopero generale, hanno dato più spazio sulle proprie pagine alla dipendenza da pornografia che non ai milioni di lavoratori che hanno incrociato le braccia. Le stesse forze che appoggiano il governo Draghi sono state tutte compatte, dal Pd alla Lega, nel condannare lo sciopero. I lavoratori in piazza non possono essere rappresentati da questi partiti capitalisti.

Anche i temi ambientali, che sono particolarmente sentiti dai più giovani, vengono depotenziati della critica al capitalismo. La lotta ambientalista deve essere anticapitalista, perché il capitalismo è il principale colpevole dell’inquinamento del nostro pianeta.

Le forze che si battono per il socialismo devono cercare un’intesa, specie dopo il disastro delle recenti elezioni comunali. Si può litigare su Lenin e Kautsky, ma in questo momento storico socialisti e comunisti devono colpire compatti un capitalismo sempre più famelico e sempre più indisturbato nell’arricchire pochi a discapito di molti.

Le elezioni devono essere un mezzo e non un fine, ma in questo momento ci sono milioni di lavoratori che non hanno rappresentanza politica nelle istituzioni e questo è un grave male per la democrazia. I lavoratori si astengono o accettano di votare le liste borghesi, che siano quelle delle destre populiste o dei liberal progressisti. Manca un soggetto politico che li rappresenti, un soggetto politico che sia presente nelle istituzioni. Socialisti e comunisti devono lavorare a un’intesa tra forze differenti, ma unite dalla lotta di classe per il socialismo, per una sanità pubblica, per un’istruzione pubblica, per l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Per un sapere critico

di GENNARO ANNOSCIA

Lo stesso governo che non ha saputo fare nulla in termini di edilizia scolastica, in relazione al covid, ricorrendo, unicamente, all’obbligo vaccinale camuffato da green pass, ne ha pensata un’altra: la trasformazione di tutti i docenti, nelle cui classi siano presenti studenti con disabilità o bisogni educativi speciali, in insegnanti di sostegno, tramite l’obbligo di un corso di formazione di 25 ore, chiaramente non retribuito.

Questa misura è l’ulteriore segnale di una situazione di tagli e risparmi indiscriminati sulla scuola pubblica, nonostante il vuoto e continuo blaterare. Ma è, in pari tempo, da considerare in una visione complessiva che, da anni, attanaglia la scuola pubblica, trasformata in un docile strumento di indottrinamento e non di promozione e produzione culturale, secondo un’ottica di semplificazione e riduzione al ribasso dei saperi, limitati al generico o al particolare decontestualizzato in funzione acritica.

L’obiettivo, di carattere, chiaramente, politico, è infatti proprio questo, la messa al bando del sapere critico e la promozione di generazioni di decerebrati, funzionali alla piena attuazione del pensiero unico.

“Professor Barbero, scenda in campo!”

di LEONARDO MARZORATI

Nella serie televisiva 1992, il protagonista Leonardo Notte, esperto di marketing interpretato da Stefano Accorsi, fa un test in una scuola media: chiede ai ragazzi presenti in una classe di scrivere i nomi dei 10 personaggi famosi preferiti. La storia è ambientata nel 1992 e uno dei nomi più ricorrenti sui diversi foglietti dei ragazzi è quello di Silvio Berlusconi. Da lì il protagonista della serie capisce che il Cavaliere può essere una figura spendibile politicamente dopo tangentopoli.

Oggi se riproponessimo quel test in una qualsiasi scuola superiore (dove a differenza delle medie ci sono ragazzi più attenti all’attualità e prossimi al voto) un nome ricorrente sarebbe quello del professor Alessandro Barbero. Lo storico piemontese è un personaggio mediatico, celebrato sul web come un influencer, pur non avendo profili social. Il segreto del suo successo? Spiegare la storia in tv e in festival culturali (le cui conferenze hanno milioni di visualizzazioni sui social) con chiarezza, correttezza e senza mai tediare l’ascoltatore. Anche i suoi libri vanno a ruba e non solo tra persone di classe ed età elevata. Barbero, suo malgrado, è una star, con tanto di parodie, meme e canzoni “spoken-word” realizzate dalle sue conferenze storiche.

Barbero piace a tanti, nonostante l’aspetto non da rock star, ma da distinto professorino con una voce squillante e un po’ stridula, contraddistinta anche da un marcato accento torinese. Come tante altre star del web, ora ha diversi haters.

I primi li ha guadagnati a destra, dopo alcune sue dichiarazioni sulle foibe. Barbero ha ricordato che le migliaia di italiani uccisi dai partigiani jugoslavi furono una risposta ai massacri, ben peggiori in termini numerici, operati dai nostri connazionali nei confronti delle popolazioni slave. In più ha spiegato che mentre fino a 30 anni fa i fascisti erano il 5% circa dell’arco parlamentare (MSI) e la Resistenza era celebrata dal restante 95% come il secondo baluardo fondatore della Repubblica Italiana dopo il Risorgimento, oggi ci sono due partiti che strizzano l’occhio ai fascisti, che non si sentono pienamente antifascisti e che vedono la Resistenza e il 25 Aprile come qualcosa non loro. Di conseguenza, prima Alleanza Nazionale e oggi Lega e Fratelli d’Italia (che stando ai sondaggi rappresentano il 40% del Paese) vogliono equiparare la tragedia delle Foibe a quella dell’Olocausto e di tutti i crimini del nazifascismo. Per Barbero questa posizione politica delle destre vuole revisionare la Storia e come tale va combattuta. La militanza a sinistra del professore non è una novità, ma viviamo un’epoca in cui anche tanti che si professano “di sinistra” hanno sposato posizioni simili a quelle dei revisionisti.

Barbero ha giudicato “ipocrita” il green pass, pur mostrandosi favorevole alla vaccinazione. Che il green pass sia uno stratagemma per portare negli hub molti critici o dubbiosi sul vaccino è un dato di fatto. Lo stesso Barbero non ha nascosto che la soluzione più semplice sarebbe l’obbligo vaccinale. Il governo Draghi ha deciso di non obbligare nessuno, ma di limitare la vita lavorativa e sociale a molti non vaccinati, il cui numero è ovviamente sceso. Lo storico si è così inimicato i “talebani del vaccino”, quelli per cui qualsiasi dubbio o posizione non in linea con quella del governo viene additata come “no vax”.

Infine Barbero, in un’intervista a La Stampa, ha fatto delle considerazioni sul perché in molti ambiti lavorativi le donne siano ancora oggi in numero inferiore agli uomini. L’intervista era incentrata sulle donne protagoniste della Storia, argomento a cui Barbero si è interessato. Lo storico non ha fatto affermazioni, ma ha solo posto domande, consapevole che avrebbero suscitato polemiche. Il titolista de La Stampa ha trasformato le domande del professore in un’affermazione secca, ovviamente prediligendo quel passaggio scomodo a tutte le altre affermazioni fatte nella lunga intervista; tra cui il suo appoggio al candidato sindaco della sinistra radicale di Torino Angelo D’Orsi. Forse è stata una trappola del quotidiano della famiglia Agnelli-Elkann per mettere in cattiva un intellettuale scomodo dopo le sue posizioni su foibe e green pass? Può darsi.

Prima la destra e poi una buona fetta della sinistra borghese hanno attaccato Barbero, accusato di essere filotitino, nemico della scienza e maschilista. Il deputato renziano Michele Anzaldi ha addirittura chiesto alla Rai di epurarlo dalla televisione pubblica. Dopo questi attacchi, lo storico torinese ha tutte le carte in regola per scendere in campo, proprio contro quella destra e contro quel Pd che oggi se la prendono con lui.

Altri intellettuali, pur con qualche remora, non prendono mai posizioni scomode, per non spiacere a quell’élite culturale progressista che detiene una bella fetta di potere culturale. Barbero no. Il prof non è riconducibile a un ambiente dove fanno la voce grossa personaggi come Monica Cirinnà e Laura Boldrini. Queste due deputate, dall’alto del loro ruolo istituzionale di parlamentari della Repubblica e dell’elevato numero di followers, il 28 settembre scorso non hanno speso una parola per i sei operai morti in altrettanti incidenti sul lavoro, mentre hanno preferito scagliarsi contro una statua raffigurante la celebre Spigolatrice di Sapri, perché ritenuta sessista. Sono due mondi sempre più distanti quello dei lavoratori e quello della borghesia liberal. Barbero può essere la persona giusta per rappresentare i primi.

Non avrà in numeri di Berlusconi del 1994, ma uno come Barbero può portare le forze socialiste, popolari e comuniste a prendere alle prossime elezioni più di quanto mai preso fino ad oggi dalla comparsa sulla scena politica del Pd. Lo storico è una figura mediatica spendibile, in un’epoca in cui l’immagine del leader purtroppo conta molto ai fini del consenso. Barbero può intercettare tanti elettori di sinistra che al momento sono finiti tra l’astensionismo o il voto turandosi il naso a Pd e cespugli vari (compreso il Movimento 5 Stelle).

Il professore guarda a sinistra e non si riconosce nelle attuali forze parlamentari progressiste. Sono in tanti i lavoratori e gli studenti delusi dalle sinistre parlamentari e dal Movimento 5 Stelle. Questi delusi andrebbero raggruppati sotto una bandiera rossa. E sotto la leadership di un uomo carismatico. Professor Barbero, scenda in campo. C’è una fetta di elettorato che ha bisogno di lei.

Il socialismo che vogliamo e i traditori di Turati e del socialismo italiano

di LEONARDO MARZORATI

Da quasi quarant’anni lo Stato Sociale viene smantellato. Il primo passo fu opera del Psi craxiano, che con il decreto di San Valentino tagliò nel 1984 tre punti della scala mobile, lo strumento che indicizzava i salari in funzione degli aumenti dei prezzi, al fine di contrastare la diminuzione del potere d’acquisto dato dall’aumento del costo della vita. Il governo Craxi seguì di due anni quanto fatto dal ministro delle finanze francese Jacques Delors, anche lui socialista, che smantellò la “échelle mobile des salaires” introdotta a Parigi nel 1952 dal presidente Vincent Auriol, socialista, frontista e partigiano. La Storia ci insegna che c’è socialista e socialista: pure Benito Mussolini lo era stato.

Gli anni ottanta portarono alla caduta del Muro di Berlino e al crollo dei regimi a socialismo reale. Se nell’Est Europa finì il modello socialista, ad Ovest vennero smantellati i diritti sociali. Sparita la minaccia bolscevica, la borghesia potette spadroneggiare. In cambio dei diritti civili, ottenuti chi più chi meno a seconda del Paese, da troppi decenni i diritti sociali vengono cancellati, in un processo che pare irreversibile.

Nell’Italia della seconda e terza Repubblica gli ex comunisti hanno contribuito parecchio a questo brutto andazzo, in un imbarazzante testa a testa con il centrodestra. Lo smantellamento dell’articolo 18 da parte del governo Renzi segna il sorpasso del Pd e di ciò che resta del centrosinistra sulla compagine berlusconiana. Le riforme di destra in Italia a farle è il più delle volte la sinistra. I primi colpevoli vengono però dal Psi degli anni ottanta, quello comandato dalla cerchia craxiana.

Oggi gli eredi di quella storia si dichiarano discendenti di Filippo Turati. Riccardo Nencini, che si allea a Matteo Renzi in Parlamento, e Roberto Biscardini, che ha sostenuto a sindaco di Milano l’ex assessore della giunta Albertini Giorgio Goggi, sono dei traditori del pensiero di Turati. Il grande leader milanese del socialismo italiano credeva nella democrazia parlamentare come strumento per giungere al socialismo, all’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Turati si scontrava con la corrente massimalista del suo partito sui mezzi politici di lotta, non sul fine ultimo, che doveva essere il socialismo. Anche per questo polemizzò prima e abbandonò poi Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, esponenti dell’ala destra che nel 1912 furono espulsi dal Partito Socialista. Nella loro visione politica, il partito avrebbe dovuto strappare a piccoli passi le concessioni della borghesia. Bissolati e Bonomi riprendono il revisionismo di Eduard Bernstein, pensatore socialdemocratico tedesco che aveva cercato di depotenziare il pensiero marxista, per inserirlo pacificamente nel sistema capitalista. Gaetano Salvemini definì sprezzante Bonomi “il socialista che si accontenta”.

I craxiani di oggi, sostenitori delle porcate renziane e di un ex assessore (Goggi) che contribuì al proliferare di parcheggi privati sotterranei a Milano, non hanno nulla a che spartire con Turati, come purtroppo non ne avevano molto neanche i vari Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Claudio Martelli, Giuliano Amato. I finti socialisti di oggi, che sventolano il garofano e non la falce e martello, vero simbolo del socialismo, sono dei rinnegati. Non sono nemmeno paragonabili a Bissolati e Bonomi: quelli si accontentavano di strappare qualche concessione alla borghesia, questi la borghesia la favoriscono, togliendo diritti ai lavoratori.

I craxiani, in occasione del centenario della nascita del Partito Comunista Italiano, hanno lanciato lo slogan “aveva ragione Turati”, per condannare l’estremismo degli allora scissionisti a sinistra Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Amadeo Bordiga. Se sulla visione di socialismo degli esponenti comunisti si può discutere, loro, come Turati, guardavano ai lavoratori e al socialismo. I craxiani di oggi guardano alla borghesia e al liberismo. Possono giocare al Turati buono contrapposto al Gramsci cattivo, ma non sono degni del grande pensatore milanese (e nemmeno di quello sardo), anzi, ne sono i traditori.

Giusto l’antifascismo accomuna Turati ai craxiani di oggi. Ma sinceri antifascisti lo erano, e lo sono, anche liberali, monarchici, democristiani. Non basta l’antifascismo per definirsi eredi di Turati. C’è addirittura chi pensa che, definendo “sessista” una statua raffigurante la Spigolatrice di Sapri, si possa essere eredi di Anna Kuliscioff. Il socialismo è cosa troppo seria per essere ricondotto a questi residui del garofano. Questi craxiani detestano gli ex comunisti, perché dopo Tangentopoli hanno rubato loro il ruolo di “quelli di sinistra che stanno al potere”. Gli uni e gli altri hanno contribuito allo smantellamento dello Stato Sociale. Quindi sono nemici del socialismo.

I socialisti sinceri disprezzano le derive liberiste dei craxiani come quelle di Massimo D’Alema, che con la legge Treu aprì ai lavori somministrati e al precariato. I socialisti sinceri oggi devono tornare a parlare di socialismo e lottare per ridare ai lavoratori i diritti che da Craxi a Renzi sono stati loro tolti.

Nencini, Biscardini e gli altri del nuovo Psi craxiano sono degli impostori nascosti sotto il nome di un partito di cui non sono degni. Cosa hanno a che fare, questi signori, con le lotte dei contadini emiliani guidati da Camillo Prampolini? Con le rivolte di Romagna di Andrea Costa? Con l’internazionalismo socialista di Claudio Treves? Con lo Statuto dei Lavoratori di Giacomo Brodolini e Gino Giugni? Nulla. Anzi, lo Statuto dei Lavoratori è stato demolito dal governo Renzi, appoggiato dal nuovo Psi. Persino un eroe nazionale (e impareggiabile organizzatore del partito) come Giacomo Matteotti è distante dall’opportunismo dei Nencini e Biscardini.

Ho citato degli esponenti riformisti e non massimalisti del socialismo. Questi riformisti si vergognerebbero dell’attuale Partito Socialista Italiano di Nencini e Biscardini, il cui segretario è Enzo Maraio, già assessore di Vincenzo De Luca. Purtroppo anche nel resto d’Europa i partiti socialisti si sono piegati alla borghesia.

La richiesta di smantellamento della scala mobile partì dal quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Lo stesso giornale, ora di proprietà della famiglia Agnelli-Elkann, è in prima fila per chiedere di estendere i diritti civili, ma anche per togliere quelli sociali; con la complicità della classe politica “di sinistra”, l’altro ieri socialista, ieri ex-comunista e oggi piddina. La borghesia ordina e i finti socialisti eseguono, mostrandosi al loro elettorato, sempre meno proveniente dalle classi lavoratrici, come i fautori dei nuovi diritti civili, dell’antifascismo e della lotta al razzismo. Sono battaglie quasi sempre sacrosante, ma che devono andare di passo con lotte sociali. I lavoratori hanno perso potere contrattuale in cambio di diritti veri come le unioni civili o di semplici chiacchiere, come il ddl Zan, scritto coi piedi per non essere approvato e utile solo a distogliere per diversi giorni l’opinione pubblica. Se si voleva colpire l’odio omotransfobico bastava correggere in parlamento la legge Mancino: sarebbero bastati i soli voti di Pd, M5S, Italia Viva e LeU. Questo non è stato fatto. Chi aggredisce una persona per il suo orientamento sessuale, oggi non subisce le aggravanti per omotransfobia. La colpa è delle sinistre in parlamento. Tutto questo mentre La Repubblica e altri quotidiani hanno tolto visibilità a importanti lotte operaie (ad esempio la Gkn di Campi Bisenzio) per far occupare pagine e pagine a una legge scritta male per non essere mai votata. La lotta di classe è finita e hanno vinto i padroni, soprattutto quelli progressisti.

Turati aveva ragione: si deve lottare per il socialismo. In parlamento e accettando i passaggi elettorali, ma si deve lottare per il socialismo e combattere la borghesia. I craxiani, come i renziani, i piddini e gli ex comunisti di LeU, sono schierati con la borghesia. Il vento, come cantava il compagno Claudio Lolli, un giorno forse li spazzerà via.

Leonardo Marzorati

Il giovane Marx e il signor Schulz (seconda versione)

Ripubblichiamo in forma parzialmente modificata l’articolo su Wilhelm Schulz – geniale ma sconosciuto anticipatore di molte intuizioni poi riprese e sviluppate da Marx – inserendo però (a grande richiesta) anche una sintesi dei passi dei “Manoscritti” marxiani che contengono il pieno sviluppo di quelle intuizioni umanistiche e libertarie.

di GIANCARLO IACCHINI

È il 1843: uno sconosciuto economista tedesco, Wilhelm Schulz, pubblica un libro intitolato – in maniera direi poco accattivante – “Bewegung der Produktion” (Movimento della produzione), che passa quasi inosservato e – per quel che ne so – non viene mai tradotto in nessun’altra lingua. Quel “quasi” è però importante, perché Moses Hess, amico e collaboratore del giovane Karl Marx (allora venticinquenne), lo legge e ne viene molto colpito, tanto da annotarne diversi passi in un quaderno, che poi passa direttamente a Marx, avido di quegli studi economici nei quali si era appassionatamente tuffato dopo aver abbandonato (ma non del tutto) la filosofia.

Quel che Marx cerca (e che peraltro molti marxisti non hanno mai capito) è però una “critica dell’economia”, che ne rovesci non solo la connotazione “borghese” ma anche quella “materialistica”, in nome di ciò che lo stesso Marx definisce un “umanismo radicale”: insomma partire dell’uomo, anzi più concretamente “dall’individuo”; dal suo “essere” e non dal suo “avere”; dai suoi autentici bisogni personali e non da quelli indotti dal mondo “estraniato e mercificato” dell’economia capitalistica, dove «vivere diventa sopravvivere, per riprodurre meccanicamente ogni giorno la propria esistenza alienata».

Sono le idee alla base dell’opera che Marx comincia nel 1844 e che purtroppo resterà manoscritta, per essere ritrovata e pubblicata quasi un secolo dopo, col titolo (anche in questo caso fin troppo anonimo) “Manoscritti economico-filosofici del ’44”. Qui come si sa c’è un altro Marx (ma diverso solo in apparenza) rispetto a quello futuro del “Manifesto” (la concezione della storia e della politica) e del “Capitale” (la critica del meccanismo economico in sé); un Marx ancora filosofo e psicologo, disposto sì a sprofondare nei rapporti materiali (lavoro salariato, merce, denaro, capitale) – quel che in modo poco elegante, in una lettera a Engels, definirà “la merda economica” – ma solo per «salvare e recuperare l’essenza umana mercificata, oggettivata, ridotta a semplice cosa», specialmente (ma non solo) nella nuova figura storica dell’operaio.

I “Manoscritti” sono un’autentica miniera di idee legate alla causa della liberazione ed emancipazione degli esseri umani: «Nel capitalismo l’esistenza del lavoratore è ridotta alla condizione di esistenza di ogni altra merce. Il lavoratore è diventato anche lui una merce. Il lavoro salariato è completa rinuncia alla libertà e alla dignità, schiavitù rispetto al capitale, sacrificio dello spirito e del corpo del lavoratore. Il fine dell’economia è l’infelicità della società. L’economia conosce il lavoratore solo in quanto bestia da soma, animale ridotto ai più stretti bisogni corporali; per gli economisti l’uomo è soltanto una macchina per consumare e produrre, la vita umana è capitale, le leggi economiche regolano ciecamente il mondo; gli uomini non sono niente, il prodotto è tutto. E con la valorizzazione del mondo delle cose, cresce di pari passo la svalutazione del mondo degli uomini. Quanto più l’uomo crea valore, tanto più egli è senza valore. Quanto più raffinato è il suo oggetto, tanto più egli è imbarbarito; quanto più è spiritualmente ricco il lavoro, tanto più il lavoratore è senza spirito e schiavo della materia. Nel lavoro l’operaio non si realizza, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale: il risultato è che si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, e che nelle sue funzioni umane si sente una bestia. Il lavoro alienato aliena l’uomo, abbassa la sua libera attività ad un mezzo, disumanizza l’operaio sia spiritualmente che fisicamente. Il lavoro, l’attività vitale, la vita produttiva gli appare solo come un mezzo per la conservazione dell’esistenza fisica. Ma è la libera attività consapevole il carattere specifico dell’uomo. E la vita stessa diventa, nel lavoro alienato, soltanto un mezzo di vita. La rinuncia alla vita e ad ogni umano bisogno è il dogma degli economisti: meno mangi, bevi, leggi libri, vai a teatro o a ballare, pensi, ami, teorizzi, canti, dipingi, giochi ecc. e più lavori e risparmi e fai grande il tuo capitale. Meno tu sei, meno esprimi la tua vita, e più tu hai; più è espropriata la tua vita, più tesaurizzi la tua essenza alienata».

E ce n’è anche per il… “comunismo”: «Nella sua prima forma storica, il comunismo si presenta soltanto come generalizzazione della proprietà privata. Il dominio della proprietà delle cose gli appare così grande che esso vorrebbe annullare tutto ciò che non può essere posseduto da tutti, come ad esempio il talento individuale. Il possesso fisico immediato vale come unico scopo della vita; la prestazione dell’operaio non è soppressa bensì estesa a tutti gli uomini; il rapporto della comunità col mondo delle cose resta lo stesso della proprietà privata. Ma un comunismo che neghi la personalità dell’uomo è soltanto l’espressione conseguente della proprietà privata, che rappresenta appunto quella negazione. Quanto poco una simile soppressione della proprietà sia una reale appropriazione, lo prova il rifiuto della cultura e della civiltà, il ritorno all’innaturale semplicità dell’uomo povero e senza bisogni, che non ha ancora superato la proprietà privata, anzi non ci è nemmeno arrivato. La comunità è soltanto comunità del lavoro ed eguaglianza del salario: insomma la comunità come capitalista generale. Il comunismo stupido e rozzo, prima apparente soppressione della proprietà privata, è così soltanto una manifestazione della bassezza della proprietà privata che vuole porsi come comunità, e resta affetto dall’alienazione umana. Questa proprietà materiale è l’espressione della vita umana estraniata. La proprietà privata ci ha resi talmente ottusi e unilaterali che un oggetto è nostro solo quando lo abbiamo; quando cioè esiste per noi come capitale o è immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato ecc., in breve utilizzato. Tutti i sensi, fisici e spirituali, sono stati sostituiti dall’avere, che è la loro alienazione. Mentre la vera abolizione della proprietà privata, ben lungi dall’essere interpretata nel senso di usare tutti le stesse cose, dovrà essere la completa emancipazione dei sensi e delle qualità umane, la fine della natura egoistica del bisogno e del godimento. Solo allora l’utile sarà diventato un utile davvero umano, e l’emancipazione sarà la riappropriazione dei sentimenti e dello spirito propri e degli altri uomini. E qui si vede che spiritualismo e materialismo perdono tutta la loro falsa opposizione, perché la soluzione delle antitesi teoriche è possibile solo con l’azione pratica».

Ma adesso torniamo allo sconosciuto signor Schulz, da cui Marx riprende, per metterlo fra virgolette senza alcun commento, questo passo straordinario:

«Un popolo, per evolversi in forma spiritualmente libera, non può restare schiavo dei propri bisogni materiali. E un uomo non può più essere servo del proprio corpo: gli deve rimanere del tempo per poter anche creare e godere spiritualmente. I progressi odierni dell’organizzazione del lavoro creano finalmente questa possibilità di tempo libero. Oggi, con le nuove forze motrici e col perfezionamento delle macchine, un operaio di un cotonificio esegue da solo il lavoro di cento e anche di due o trecento operai del passato. Risultati simili si hanno in tutti i rami della produzione, perché le forze esterne della natura vengono sempre più costrette a collaborare con il lavoro umano. Se una volta per appagare una determinata quantità di bisogni materiali occorreva un certo dispendio di tempo e di energia umana che in seguito è diminuito della metà e oltre, si è allargato proporzionalmente anche il margine di tempo per la creazione e il godimento spirituali, senza pregiudicare affatto il benessere materiale. Ma in questa società, anche nella distribuzione della preda che noi strappiamo al vecchio Kronos chi decide è ancora il dado del caso cieco e ingiusto: infatti, mentre si calcola che con l’attuale progresso della tecnica produttiva sarebbe sufficiente una giornata lavorativa media di 4-5 ore per soddisfare tutti gli interessi materiali della società, malgrado questo enorme risparmio di tempo dovuto al perfezionamento delle macchine la durata del lavoro degli schiavi delle fabbriche non ha fatto finora che aumentare».

Da questo momento, come è ben noto, la fama di Marx esplode in modo clamoroso, mentre del “povero” Schulz non è dato sapere più nulla. Almeno fino a vent’anni fa, quando un ricercatore dell’università di Nanchino, Zhang Yibing, pubblica un’opera intitolata “Ritorno a Marx”, che nel 2014 – grazie alla edizione in lingua inglese – esce dai confini della Repubblica Popolare Cinese. In questo libro è contenuto un sintetico ma significativo riassunto del pensiero di Schulz, con particolare attenzione all’opera citata da Marx nei “Manoscritti” del 1844. Eccolo tradotto per la prima volta in italiano (ovviamente da me) nel tentativo di “riabilitare” in qualche modo un autore che, secondo molte testimonianze, ha esercitato una forte influenza sulla genesi del pensiero di Marx, per quanto riguarda aspetti cruciali come il materialismo storico, la dialettica sociale tra forze produttive e rapporti di produzione, nonché appunto la magistrale teoria filosofico-psicologica dell’alienazione e liberazione umane.

«La ricerca di Schulz ricorre per la prima volta alla storia della produzione per spiegare lo sviluppo sociale. Allo stesso tempo, egli è il primo a introdurre l’argomento che i diversi periodi storici possono essere divisi in base allo sviluppo dei bisogni umani ed alle istituzioni necessarie a soddisfare quei bisogni.
Il continuo sviluppo di questi bisogni causa necessariamente cambiamenti persistenti nei rapporti economico-sociali. Utilizzando questo schema, Schulz divide la storia sociale in quattro periodi: il primo è un’epoca definita dalla piccola produzione artigianale di oggetti, dipendenti dalla natura e utili a soddisfare i bisogni più elementari. Si tratta di un periodo senza classi sociali né governi, ma Marx non diede peso – almeno allora – a questo riferimento ad una società senza classi.
Il secondo periodo è caratterizzato dalla produzione agricola. In quest’epoca, l’uomo non si limita più al semplice utilizzo della forza naturale per acquisire direttamente dalla natura ciò di cui ha materialmente bisogno, bensì è ormai abbastanza abile da costringere la natura a servirlo. E mentre i bisogni umani, in questa fase, si sviluppano di continuo, comincia ad esserci una divisione del lavoro man mano che industria e commercio emergono dall’agricoltura. Di conseguenza, cominciano a nascere divisioni sociali tra le persone.
Il terzo periodo è segnato dalla produzione artigianale vera e propria. Lo sviluppo della produzione determina per la prima volta l’accumulazione del capitale, la quale a sua volta porta alla nascita delle classi sociali e del loro contrasto. Nello stesso momento si consolida anche la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.
Il quarto periodo è definito dal sistema di produzione industriale, un sistema meccanizzato prodotto dalla divisione del lavoro. In questa nuova epoca di sviluppo della produzione, le forze produttive agricole, industriali e commerciali crescono insieme con grande rapidità ed il capitale si accumula in modo anche più veloce. Tuttavia, nello stesso tempo, tutto ciò causa un’ulteriore separazione e contrapposizione fra una borghesia che si arricchisce ed un proletariato impoverito.
Schulz era convinto che questa opposizione tra le classi fosse la caratteristica essenziale della società borghese. Nel suo importante lavoro sul “Movimento della produzione”, egli critica il sistema economico creato dalla borghesia dal punto di vista della sua gestione e organizzazione. Descrivendo la miseria dei lavoratori nella società borghese, egli sottolinea come gli operai siano costretti ad accettare salari miseri “mediante un lavoro ansiogeno che danneggia il loro corpo e distrugge le loro facoltà mentali e spirituali”. E con il continuo allargarsi del divario tra ricchi e poveri, Schulz prevede una tensione sempre più grave tra il proletariato e la borghesia, destinata a culminare in una rivoluzione sociale.
Schulz ritiene che sia compito dello Stato riorganizzare il lavoro e ristrutturare i rapporti di proprietà allo scopo di ridurre gli attuali conflitti sociali, permettendo alla società una transizione verso un modello umanamente migliore e più evoluto. Qualora la classe dominante tenti di impedire una soluzione pacifica di questo conflitto, allora egli pensa che l’unica opzione sia la rivoluzione.
A questo punto Schulz passa a criticare direttamente l’economia politica borghese, le ricette della “sinistra” hegeliana ed anche il comunismo “volgare” del suo tempo (primi anni 40 dell’Ottocento): secondo Schulz gli economisti borghesi si occupano solo del “mondo materiale” (produzione, denaro, profitto, ecc.), trascurando completamente “l’essenza creativa insita nell’uomo e nella sua umanità”. A suo parere, questi economisti non pongono l’essere umano come punto iniziale e obiettivo finale delle loro ricerche, fermandosi proprio come la sinistra hegeliana a dibattiti ideali ed astratti, e confermando in tal modo la loro totale incapacità di “trovare la via verso la vita reale, procedendo dall’astratto ed effimero regno dell’universale”. D’altro canto, il comunismo “volgare” fa loro da spalla, vedendo soltanto gli aspetti materiali, economici, della produzione, della distribuzione e del consumo, ignorando l’attività spirituale dell’uomo e le sue condizioni sociali.
Il pensiero di Schulz su questo aspetto è di estrema importanza, perché è stato proprio lui – ancor prima di Marx – ad iniziare consapevolmente l’analisi della produzione, vedendo nel progresso economico-sociale la possibilità di uscire dalla “preistoria della società umana”. Egli avanzò inoltre il punto di vista secondo cui le nazioni non compaiono fino a quando la produzione sociale non ha raggiunto un certo grado di sviluppo. Questo è evidentemente un importante passo avanti rispetto al materialismo sociale dell’economia classica. C’è da notare che nell’opera di Hess sull’“Essenza del denaro”, l’unico economista citato è proprio Schulz, e soltanto per il suo libro “Il movimento della produzione”. È stato Schulz il “suggeritore” delle teorie economiche e politiche di Moses Hess? È da Hess che Marx viene a conoscenza dell’opera di Schulz? Oggi per noi è impossibile saperlo; quel che sappiamo è che Marx attinse a piene mani dal lavoro di Schulz nel primo quaderno dei suoi “Manoscritti del 1844”. Ed è interessante osservare che egli non si accorse del pensiero sociale contenuto nell’opera di Schulz, altrimenti non avrebbe aspettato altri 20 anni per citarlo di nuovo (nel Capitale)».
[da Zhang Yibing, Back to Marx. Changes of Philosophical Discourse in the Context of Economics]

Alle origini della teoria economico-filosofica di Marx: l’economia classica, la dialettica hegeliana e… lo sconosciuto Wilhelm Schulz!

di GIANCARLO IACCHINI –

1843: esce il libro di uno strano e sconosciuto economista tedesco, che le poche enciclopedie che oggi lo menzionano definiscono “radicale e socialista”. Il libro, intitolato “Il movimento della produzione“, non ha praticamente nessuna fortuna né nell’ambito della scienza economica né in quello della filosofia sociale. Lo menziona però Moses Hess, amico e collaboratore di Marx ed Engels, che fornisce ai due fondatori del materialismo storico e dialettico molto materiale su quella “critica dell’economia” che il giovane Karl comincia a sviluppare con tanto impegno e genialità.
Nel ’44, pochi mesi dopo la pubblicazione del libro di Schulz, Marx stende i famosi “Manoscritti economico-filosofici“, dove cita senza commenti, ma con evidente approvazione, questo stupendo passo tratto dall’opera di Schulz:
«Un uomo, per evolversi in forma spiritualmente più libera, non può più restare schiavo dei propri bisogni materiali, non può più essere servo del proprio corpo. Gli deve rimanere anzitutto del tempo per poter anche creare e godere spiritualmente. Oggi i progressi dell’organizzazione del lavoro creano questa possibilità di tempo libero. Oggi, con le nuove forze motrici e col perfezionamento delle macchine, un operaio di un cotonificio esegue da solo il lavoro di cento, ed anche di due o trecento operai di una volta. Risultati simili si hanno in tutti i rami della produzione, perché le forze esterne della natura vengono sempre più costrette a collaborare con il lavoro umano. Se una volta per appagare una determinata quantità di bisogni materiali occorreva un certo dispendio di tempo e di energia umana che in seguito è diminuito della metà e oltre, si è nello stesso tempo allargato proporzionalmente il margine di tempo per la creazione e il godimento spirituale, senza alcun pregiudizio del benessere materiale. Ma nell’attuale società, anche nella distribuzione della preda che noi strappiamo al vecchio Kronos chi decide è ancora il dado del caso cieco e ingiusto: infatti, mentre si calcola che con l’attuale progresso della tecnica produttiva sarebbe sufficiente una giornata lavorativa media di 4-5 ore per soddisfare tutti gli interessi materiali della società, malgrado questo enorme risparmio di tempo dovuto al perfezionamento delle macchine la durata del lavoro degli schiavi delle fabbriche non ha fatto finora che aumentare».
Da questo momento, come è ben noto, la fama di Marx esplode in modo clamoroso, mentre del “povero” Wilhelm Schulz non è dato sapere più nulla o quasi (e forse nessuna delle sue opere viene tradotta dal tedesco).
Vent’anni fa, però, un ricercatore dell’università di Nanchino, Zhang Yibing, pubblica un’opera intitolata “Ritorno a Marx“, che nel 2014 – grazie ad una versione in lingua inglese – esce dai confini della Repubblica Popolare Cinese. In questo libro è contenuto un sintetico ma significativo riassunto del pensiero di Schulz, con particolare attenzione all’opera citata da Marx nei “Manoscritti” del 1844. Lo pubblichiamo tradotto per la prima volta in italiano (ovviamente da noi) nel tentativo di “riabilitare” in qualche modo un autore che, secondo molte testimonianze, ha esercitato una forte influenza sulla genesi del pensiero di Marx, per quanto riguarda aspetti cruciali come il materialismo storico, la dialettica sociale tra forze produttive e rapporti di produzione, nonché la magistrale teoria filosofico-psicologica dell’alienazione e liberazione umana:

«La ricerca di Schulz ricorre per la prima volta alla storia della produzione per spiegare lo sviluppo sociale. Allo stesso tempo, egli è il primo a introdurre l’argomento che i diversi periodi storici possono essere divisi in base allo sviluppo dei bisogni umani ed alle istituzioni necessarie a soddisfare quei bisogni.
Il continuo sviluppo di questi bisogni causa necessariamente cambiamenti persistenti nei rapporti economico-sociali. Utilizzando questo schema, Schulz divide la storia sociale in quattro periodi: il primo è un’epoca definita dalla piccola produzione artigianale di oggetti, dipendenti dalla natura e utili a soddisfare i bisogni più elementari. Si tratta di un periodo senza classi sociali né governi, ma Marx non diede peso a quest’idea di società senza classi.
Il secondo periodo è caratterizzato dalla produzione agricola. In quest’epoca, l’uomo non si limita più al semplice utilizzo della forza naturale per acquisire direttamente dalla natura ciò di cui ha materialmente bisogno, bensì è ormai abbastanza abile da costringere la natura a servirlo. E mentre i bisogni umani, in questa fase, si sviluppano di continuo, comincia ad esserci una divisione del lavoro man mano che industria e commercio emergono dall’agricoltura. Di conseguenza, cominciano ad esserci divisioni anche tra le persone.
Il terzo periodo è segnato dalla produzione artigianale vera e propria. Lo sviluppo della produzione determina per la prima volta l’accumulazione del capitale, la quale a sua volta porta alla nascita delle classi sociali e del loro contrasto. Nello stesso momento comincia la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.
Il quarto periodo è definito dal sistema di produzione industriale, un sistema meccanizzato prodotto dalla divisione del lavoro. In questa nuova epoca di sviluppo della produzione, le forze produttive agricole, industriali e commerciali crescono insieme con grande rapidità ed il capitale si accumula in modo anche più veloce. Tuttavia, nello stesso tempo, tutto ciò causa un’ulteriore separazione e contrapposizione fra una borghesia che si arricchisce ed un proletariato impoverito.
Schulz era convinto che questa opposizione tra le classi fosse la caratteristica essenziale della società borghese. Nel suo importante lavoro sul “Movimento della produzione”, vediamo che Schulz critica il sistema economico creato dalla borghesia dal punto di vista della sua gestione e organizzazione. Descrivendo la miseria dei lavoratori nella società borghese, egli sottolinea come gli operai siano costretti ad accettare salari miseri “mediante un lavoro ansiogeno che danneggia il loro corpo e distrugge le loro facoltà mentali e spirituali”. E con il continuo allargarsi del divario tra ricchi e poveri, Schulz prevede una tensione sempre più grave tra il proletariato e la borghesia, destinata a culminare in una rivoluzione sociale.
Schulz ritiene che sia compito dello Stato riorganizzare il lavoro e ristrutturare i rapporti di proprietà allo scopo di ridurre gli attuali conflitti sociali, permettendo alla società una transizione verso un modello umanamente migliore. Qualora la classe dominante tenti di impedire una soluzione pacifica di questo conflitto, allora egli pensa che l’unica opzione sia una rivoluzione sociale.
A questo punto Schulz passa a criticare direttamente l’economia politica borghese, le ricette della “sinistra” hegeliana ed anche il comunismo “volgare” del suo tempo (primi anni 40 dell’Ottocento): secondo Schulz gli economisti borghesi si occupano solo del “mondo materiale” (produzione, denaro, profitto, ecc.), trascurando completamente “l’essenza creativa insita nell’uomo e nella sua umanità”. A suo parere, questi economisti non pongono l’essere umano come punto iniziale e obiettivo finale delle loro ricerche, fermandosi proprio come la sinistra hegeliana a dibattiti ideali ed astratti, e confermando in tal modo la loro totale incapacità di “trovare la via verso la vita reale, procedendo dall’astratto ed effimero regno dell’universale”. D’altro canto, il comunismo “volgare” fa loro da spalla, vedendo soltanto gli aspetti materiali, economici, della produzione, della distribuzione e del consumo, ignorando l’attività spirituale dell’uomo e le sue condizioni sociali.
Il pensiero di Schulz su questo aspetto è di estrema importanza, perché è stato proprio lui – ancor prima di Marx – ad iniziare consapevolmente l’analisi della produzione, vedendo nel progresso economico-sociale la possibilità di uscire dalla “preistoria della società umana”. Egli avanzò inoltre il punto di vista secondo cui le nazioni non compaiono fino a quando la produzione sociale non ha raggiunto un certo grado di sviluppo. Questo è evidentemente un importante passo avanti rispetto al materialismo sociale dell’economia classica. C’è da notare che nell’opera di Hess sull’Essenza del denaro, l’unico economista citato è proprio Schulz, e soltanto per il suo libro “Il movimento della produzione”. E’ stato Schulz l’iniziatore delle teorie economiche e politiche di Hess? E’ da Hess che Marx viene a conoscenza dell’opera di Schulz? Per noi è impossibile saperlo; quel che sappiamo è che Marx attinse a piene mani dal lavoro di Schulz nel primo quaderno dei suoi Manoscritti del 1844. Ed è interessante osservare che egli non si accorse del pensiero sociale contenuto nell’opera di Schulz, altrimenti non avrebbe aspettato altri 20 anni per citarlo di nuovo (nel Capitale)».
[da Zhang Yibing, Back to Marx. Changes of Philosophical Discourse in the Context of Economics]

La società che vogliamo

di Giancarlo Iacchini e Valentina Pennacchini (*)

In un mondo politico sempre più desolante, asfittico e privo di ideali – alcuni dei quali peraltro bocciati irreversibilmente dalla storia ed altri rivelatisi velleitari e illusori – noi restiamo saldamente ancorati al binomio sempre (più) attuale di giustizia e libertà, secondo l’insegnamento dei nostri grandi maestri (da Gobetti a Rosselli, da Gramsci a Pertini, da Basso a Capitini). Una dialettica, quella filosofica tra i due valori fondamentali (e non solo del liberalsocialismo italiano: vedi gli analoghi princìpi di giustizia teorizzati dall’americano John Rawls), che si traduce molto concretamente in una fusione radicalmente democratica tra stato e mercato, intervento pubblico e iniziativa privata, rivolta non genericamente al bene “del popolo” ma di ogni singolo cittadino, la cui libertà sostanziale non può che significare potere reale e partecipazione effettiva al processo decisionale della politica (e dell’economia), in una corrispondente dialettica tra diritti e doveri, coincidenti questi ultimi con gli uguali diritti degli altri.

In questa simbiosi e reciproco scambio tra pubblico e privato, tra sociale e personale, la società giusta che noi immaginiamo non si limita ad aggiungere “più stato” ad un mercato che segua le sue autonome leggi capitalistiche – le quali conducono non a un mercato “libero” bensì, al contrario, ad un sistema economico dominato e soffocato da monopoli e posizioni di assurdo privilegio, in cui la grande maggioranza della popolazione è davvero… privata della tanto celebrata “proprietà privata”, come Marx aveva lucidamente previsto nel Manifesto – ma rende possibile ai due poli apparentemente opposti della scienza politica un vantaggio reciproco: cioè uno stato che garantisca una reale libertà del mercato con pari opportunità per tutti, ed un mercato che alimenti la ricchezza dell’intervento statale con funzione comunitaria e redistributiva, cioè il Welfare State o “stato sociale”. In tal senso, facciamo nostre le migliori esperienze della socialdemocrazia europea (ricordando ad esempio la coraggiosa azione di governo di Olof Palme in Svezia) senza contrapporre una politica veramente riformatrice (che nulla ha a che vedere col miope “riformismo” italiano) a quella carica rivoluzionaria del marxismo umanistico e libertario che affascinava anche un liberale come Piero Gobetti, convinto che i nodi dell’ingiustizia sociale andassero tagliati anche in modo radicale per far progredire la storia e la società, verso la realizzazione ed emancipazione delle persone.

E qui appare chiaro che il nostro “radicalismo” non deve confondersi con un estremismo ideologico e parolaio. Nel caso di situazioni emergenziali che possano compromettere la libertà e la democrazia, perfino un liberale classico come Popper non vedeva contraddizione tra la non-violenza come principio “normale” e una lotta armata per abbattere una dittatura. Così come non è incoerente per un partito socialista contribuire alla gestione di una democrazia liberale, come fece il PSI di Nenni e Lombardi durante il centrosinistra (quello vero) nella prima repubblica italiana nata dalla Resistenza.

La celebre affermazione di Sandro Pertini sul dovere morale di rifiutare “anche le più giuste riforme sociali” qualora comportino la rinuncia alla libertà non va intesa come un primato del presunto principio “liberale” su quello “socialista”, ma come un richiamo alla stretta e inscindibile unità dei due princìpi, che isolati l’uno dall’altro non stanno in piedi (ed è questo il vero senso della loro dialettica): non è affatto libera una società ingiusta e piena di disuguaglianze, perché una tale situazione priva della libertà la maggior parte dei cittadini! Come non è giusta una società dove il principio di libertà non sia ordinato ed equilibrato dalle leggi, nel senso della libertà di tutti, che cioè non diventi l’arbitrio e il privilegio di una ristretta élite come accade anche oggi in troppi stati sulla carta democratici, in cui milioni di cittadini non hanno la possibilità di partecipare alla vita politica (avendo ben altre esigenze materiali a cui pensare) e, a dirla tutta, nemmeno l’elementare facoltà “liberale” di scegliere i propri governanti! Non esistono insomma diritti senza doveri, e i secondi non hanno senso senza i primi: pertanto non può esistere un vero liberalismo che non sia socialista, né un vero socialismo che non sia liberale, perché il benessere della persona e quello della comunità in cui vive non possono essere disgiunti senza danneggiare sia l’uno che l’altro.
Concludendo, secondo il ben poco noto pensiero di John Rawls, che ha avuto il merito di fissare i pilastri fondamentali della “società giusta” (ma il demerito, scherzando ma non troppo, di esporli in un ostico tomo di 500 pagine), perseguire libertà&giustizia significa lottare contemporaneamente per tre cose:

1) la libertà eguale (cioè per tutti e per ciascuno, e non per pochi privilegiati della classe dominante);

2) le differenze solidali (diversità e ineguaglianze che nascono per forza di cose dalla libertà ma anche dalla vita e dal caso, che però sono giustificabili solo se la fortuna di alcuni viene “orientata” dallo Stato a beneficio dei “meno avvantaggiati”, ad esempio con una tassazione progressiva);

3) le pari opportunità (perché se esistono posizioni di vantaggio, queste devono essere aperte e non classiste, accessibili a tutti, il che è molto più stimolante dell’appiattimento e dell’omologazione).

Tutto questo, in estrema sintesi, è il radicalsocialismo in cui crediamo.

(*) docenti di Storia e Filosofia (Liceo Classico di Fano)

Manifesto del liberalsocialismo – paragrafi 11 e 12

11. In tema di politica estera, principio direttivo del liberalsocialismo è ovviamente quello stesso su cui si basa la sua politica interna. È il principio della pacifica ed armonica convivenza delle individualità nazionali, secondo il diritto della giustizia e della libertà. Il liberalsocialismo respinge con ciò nel modo più reciso non solo ogni forma di imperialismo, di nazionalismo e di razzismo, ma anche il principio dell’indipendenza della politica dall’etica, della mera ragion di Stato a cui il governante dovrebbe ispirarsi nella lotta per la sua nazione, quella forma di “sacro egoismo” di cui lo statista dovrebbe necessariamente investirsi quando difende gli interessi dei suoi concittadini contro gli interessi dei cittadini delle altre nazioni. Ma a nessuno è lecito interessarsi tanto della propria famiglia da disinteressarsi del tutto dalle famiglie altrui; a nessuno è lecito abnegarsi così esclusivamente per la propria città, da considerare come male tutto ciò che giovi alle altre città; a nessuno è lecito investirsi a tal punto del bene della propria nazione, da diventare cieco per il bene l’umanità. In nessun ambito l’ideale della forza, della potenza, del predominio ha una sfera di legittimità in cui esso appaia giustificato di fronte al superiore ideale del diritto, della giustizia e della morale. D’altronde, il rifiuto dell’ideale della guerra e di tutto ciò che esso comporta (autarchia, protezionismo, isolamento economico e spirituale) non è soltanto un’esigenza etica: risponde anche al più evidente imperativo economico. In altri tempi, in cui combattevano gli eserciti e non le nazioni, il costo della guerra, a paragone di quello odierno, era irrisorio, ed era dato sperare che i vantaggi economici di una vittoria o di una conquista potessero compensarlo. Oggi la tecnica moderna ha portato le cose a tal punto, che solo la menzogna organizzata della propaganda può far credere ai popoli che la guerra sia un’impresa remunerativa. L’avvento della guerra totale segna veramente, in questo senso, una svolta nella storia: la fine dell’età della convenienza economica della guerra. E quindi chi continua a ripetere che la politica estera è sempre stata un gioco di forza e di predominio, e che non c’è ragione di credere ad una possibile conversione dei popoli e degli stati all’ideale di una ordinata e pacifica comunità di nazioni libere, manifesta con ciò non soltanto la sua grettezza morale, ma anche la sua incomprensione di quanto di nuovo la storia e l’economia gli pongono davanti.

Il liberalsocialismo ispirerà di conseguenza la sua politica estera agli ideali della solidarietà internazionale, propugnando il rafforzamento e l’instaurazione di tutto ciò che possa contribuire a rinvigorirla (disarmo, federazione europea, organismi giurisdizionali e mezzi di coercizione per l’attuazione del diritto internazionale). Nello stesso tempo, farà tutto ciò che sarà in suo potere, nel campo dell’opera politica e della propaganda, affinché la comunità delle nazioni si configuri non soltanto nel senso di un liberalismo internazionale, che garantisca le indipendenze degli stati e le soluzioni arbitrali e giurisdizionali delle controversie, ma anche in quello di un socialismo internazionale, che garantisca la parità dei diritti anche sul piano economico. Esso propugnerà, in tal senso, l’abolizione, o la massima riduzione possibile, delle barriere doganali, con eventuali disposizioni di compenso, ispirate al criterio di una giustizia comune, per gli stati che ne risultassero realmente danneggiati; l’internazionalizzazione delle grandi fonti di materie prime; la progressiva estensione dei diritti di cittadinanza al di là dei confini delle singole nazioni.

12. Sia per questo orientamento internazionalistico della sua concezione dei problemi della politica estera, sia per la sostanziale indipendenza della sua complessiva dottrina etico-politica da ogni limite strettamente nazionale, il liberalsocialismo non si considera ristretto entro i confini del proprio stato. Esso auspica quindi la formazione di una comunità internazionale, composta di tutti coloro che, in qualsiasi nazione, ne condividano la teoria e gli ideali. Questa Internazionale che, sulla pianta della libertà (che non deve mai morire negli animi e nelle azioni) inserisce un rinnovamento morale ed un rinnovamento sociale, tenderà a realizzare una civiltà la quale, svolgendosi, dia origine ad una pluralità di correnti e interpretazioni, a riprova della propria complessità e fecondità storica.
D’altra parte, se in tal modo il liberalsocialismo si appella all’uomo in quanto cittadino del mondo, e tende a far coincidere le soluzioni dei problemi di politica interna e di politica estera in direzione di un sempre maggiore avvento dei principi di libertà, giustizia ed eguaglianza nell’universale ordinamento giuridico degli uomini, sul piano propriamente interno esso si presenta ad un tempo come programma di partito e come generale concezione costituzionale della convivenza dei partiti. Al primo aspetto corrisponde il suo complessivo programma liberalsocialista; al secondo, quando in esso si è definito come più propriamente liberale.
In questo secondo aspetto, il liberalsocialismo si presenta perciò quale comune base d’intesa per tutti i partiti e per tutte le tendenze che accettino come fondamentale regola del gioco la regola della libertà uguale. Esso auspica in tal modo la formazione di un “fronte della libertà” a cui partecipino tutti coloro che pur divergendo dal resto del programma liberalsocialista, ne accolgano la teoria delle libertà costituzionali e la concezione degli istituti necessari per il loro ordinato funzionamento. Chiunque abbia il senso della convivenza civile e dell’onestà politica deve poter appartenere a questo fronte. Esso è il fronte comune della libertà e della lealtà.

(FINE)

Manifesto del liberalsocialismo (paragrafi 9 e 10)

9. Tra queste riforme di carattere sociale, tendenti a una migliore realizzazione della giustizia economica, si prospettano qui (come già si è fatto per le riforme di carattere costituzionale, tendenti ad una più energica garanzia della libertà politica) quelle che, salvo ogni ulteriore suggerimento e specificazione derivante dalla concreta situazione storica, possono essere fin da ora plausibilmente attuabili. La prima, e fondamentale, di tali riforme è quella della scuola. Non si intende con ciò una delle solite riforme di programmi o di istituzioni scolastiche. Riforma sociale della scuola significa un’organizzazione nazionale dell’insegnamento tale da rispondere alla prima esigenza di ogni giustizia sociale: all’esigenza che ogni giovane possa sviluppare in pieno le sue attitudini, qualunque sia la sua posizione economica di partenza.

Bisogna, anzitutto, creare insegnanti; e in secondo luogo eliminare dappertutto la vergogna dell’analfabetismo, organizzando ed estendendo al massimo, anche nel numero degli anni, l’insegnamento obbligatorio, e dando ad ognuno la reale possibilità di adempiere a tale obbligo. Bisogna, ancora, concepire tale prima istruzione necessaria e uguale per tutti, come educazione di tutto il popolo ai più semplici e fondamentali principi della convivenza liberale, quale sua preparazione imprescindibile all’esercizio della vita politica. Bisogna infine – combinando il sistema di una più adeguata e rigorosa selezione scolastica, resa possibile dal migliorato livello degli insegnanti, con quello di una larghissima distribuzione di borse di studio e dell’istituzione di convitti gratuiti per i meno abbienti che lo meritino – assicurare l’indipendenza della selezione dei valori umani da ogni iniziale ineguaglianza di censo e di classe.

Solo in tal modo si potrà veramente avviare la fusione ed eliminazione delle classi, e preparare un’umanità capace di più avanzate conquiste sociali, sia perché proveniente dai più diversi ceti, sia perché costituita da masse meglio educate all’intelligenza dei problemi politici. Né a ciò si potrà obiettare che, con una simile organizzazione, potrebbe determinarsi una fuga dalle occupazioni umili, ed una pletora di aspiranti alle professioni più elevate. Ciò sarà impedito tanto dalla migliorata forma della selezione, quanto dalla diminuzione del distacco economico tra le varie retribuzioni, verso cui progressivamente si tenderà. E d’altra parte i migliori tra gli operai ed i contadini avranno modo di far valere le proprie capacità anche in seno al loro stesso ambiente, nelle varie organizzazioni sociali ed amministrative, orientate anch’esse verso il sistema della libera elezione. Quel che soprattutto gioverà, in ogni caso, sarà la selezione e lo sviluppo delle competenze. Qualsiasi cosa si intenda creare in concreto in fatto di riforme degli istituti giuridici ed economici in senso socialista, bisogna insieme formare gli uomini (operai, tecnici, dirigenti) che siano all’altezza di tali nuovi ideali.

10. Sia questa organizzazione per il massimo potenziamento delle energie umane della nazione, sia ogni altro provvedimento di carattere sociale che nello stesso senso lo Stato sarà condotto a prendere, esigeranno, naturalmente, un cospicuo aumento delle disponibilità pubbliche di ricchezza. La cessazione di ogni politica di avventure imperialistico-propagandistiche permetterà di economizzare grandemente sui bilanci militari; l’esercizio costituzionale della vita politica interna ridurrà in larga misura le spese di polizia; il controllo della pubblica opinione e la stessa struttura interna dello stato liberale porranno un energico freno al flusso del denaro dei contribuenti nelle tasche dei funzionari e degli impresari; il decentramento amministrativo, che si cercherà di attuare nella massima misura compatibile con le esigenze tecniche ed economiche, renderà possibile, avvicinando sempre più l’amministrazione del denaro pubblico all’occhio dei cittadini, una sempre maggior misura di tale controllo e risparmio. Ma bisognerà anche, in secondo luogo, adottare quelle energiche riforme del regime fiscale che d’altronde rispondono già di per sé ad una stringente esigenza di giustizia sociale. Ad un regime di tassazione sostanzialmente proporzionale, andrà sostituito un regime sostanzialmente progressivo (cioè in cui aumenti proporzionalmente al reddito anche l’aliquota dell’imposta). E tale progressione dell’aliquota dovrà naturalmente essere più severa per quanto riguarda le tasse di successione; addirittura, a questo proposito, potrà essere stabilito un limite di valore, oltre il quale la successione dell’eccedenza spetti alla comunità. In ambedue i campi, fiscale e successorio, la concreta commisurazione delle riforme dovrà essere compiuta tenendo presenti entrambe le opposte esigenze, di far tanto più contribuire alla ricchezza privata quanto più essa risulti esorbitante rispetto all’effettivo lavoro con cui è stata acquistata, e di non reprimere l’impulso al guadagno individuale e all’interessamento economico per la propria famiglia.

In terzo luogo, bisognerà passare gradualmente a tutte quelle riforme di carattere più radicale, che tendano ad escludere o a restringere al massimo il possesso e l’uso privato del capitale, per trasferirlo all’uso e all’amministrazione comune. Metodo essenziale, in questo campo, sarà quello che tanto più energicamente si dovrà espropriare, quanto meno il proprietario opererà come imprenditore o amministratore diretto, e quanto meno sussisteranno le condizioni di libera concorrenza, e quindi di autocontrollo dei profitti e dei redditi. Più immediatamente suscettibili di diventare oggetto di simili riforme appariranno quindi le aziende di assicurazione, di credito, di trasporti, di comunicazioni telefoniche, di produzione di energia, di estrazioni minerarie, di lavori pubblici, e le proprietà agrarie o immobiliari eccedenti un certo limite. Bisognerà, nello stesso tempo, creare pazientemente i quadri dei nuovi amministratori, sia per rendere possibili e vitali simili riforme, sia per aprire la via ad un loro ulteriore ampliamento. Bisognerà, cioè, educare i lavoratori a partecipare all’amministrazione, a rendersi conto dei costi e dei redditi, ad esercitare lo spirito di controllo e autogoverno, attraverso ogni plausibile forma di consigli di fabbrica, di associazioni sindacali, di organizzazioni cooperative, sempre basate sul fondamento della libertà e del rispetto della legalità, incompatibile con lo scatenarsi scomposto degli egoismi di classe e di categoria.

(segue)