Guerra, disuguaglianze e dominio delle élites: una prospettiva socialista libertaria

di FRANCO CONSALES
La guerra è stata a lungo uno degli strumenti più potenti nelle mani delle élites per rafforzare il loro potere, aumentare le disuguaglianze e mantenere il controllo sulle masse. Sin dall’epoca moderna, le guerre non sono mai state solo conflitti tra nazioni, ma soprattutto scontri di interessi economici e strategici che hanno avvantaggiato le classi dirigenti a discapito delle popolazioni coinvolte. I socialisti libertari e gli anarchici hanno sempre denunciato questa realtà, opponendosi al militarismo e alle logiche belliciste imposte dai governi e dai capitalisti.
La guerra come strumento delle élites
Le guerre moderne non sono mai state decise dai popoli, ma dalle élite economiche e politiche. I grandi capitalisti, le industrie belliche e i gruppi finanziari traggono enormi profitti dai conflitti, vendendo armi, controllando le risorse nei territori occupati e sfruttando il caos per espandere il loro potere. A pagarne il prezzo, invece, sono sempre le classi popolari, costrette a combattere, a subire distruzioni e a sopportare le conseguenze economiche delle guerre.
Il generale statunitense Smedley Butler, che servì nei marines agli inizi del 900, denunciò con forza questo meccanismo nel suo libro War is a racket (1935): «La guerra è una truffa. È probabilmente la più antica, facilmente la più profittevole e certamente la più crudele. È l’unica in cui i profitti sono calcolati in dollari e le perdite in vite umane».
Le guerre, dunque, servono alle élites per ottenere ricchezze e consolidare il proprio dominio, mentre i popoli ne pagano il prezzo in sangue, distruzione e miseria.
La guerra e le disuguaglianze economiche
Oltre a rafforzare il potere delle élite, la guerra accentua le disuguaglianze economiche. Durante i conflitti, le risorse vengono dirottate verso la produzione bellica, mentre la popolazione subisce l’aumento dei prezzi, la distruzione delle infrastrutture e l’impoverimento generale. Le guerre hanno anche effetti a lungo termine sulle economie: i debiti di guerra costringono i governi a tagliare i servizi pubblici, aumentando la povertà e riducendo il benessere collettivo.
L’anarchico russo Pëtr Kropotkin, nel suo saggio La guerra (1912), denunciò l’effetto della guerra sulle classi lavoratrici: «Ogni guerra significa nuove privazioni per il popolo, nuove fortune accumulate dai profittatori di guerra, e nuove catene per la libertà». Il capitalismo, dunque, non solo trae profitto dalla guerra, ma la utilizza per rafforzare le gerarchie sociali, distruggere i movimenti operai e spegnere ogni forma di resistenza popolare.
La propaganda e il controllo delle masse
Le élites non possono portare avanti le guerre senza il consenso, o almeno la passività, della popolazione. Per questo motivo, usano massicciamente la propaganda per convincere le masse ad accettare lo stato di guerra.
I governi manipolano l’opinione pubblica attraverso i media, diffondendo ideologie nazionaliste, demonizzando il nemico e presentando la guerra come una necessità per la sicurezza o la giustizia. Questo è particolarmente evidente nelle guerre imperialiste, dove l’aggressione viene giustificata con il pretesto di “esportare la democrazia” o di combattere un nemico pericoloso.
Il giornalista anarchico Rudolf Rocker scrisse nel suo libro Nazionalismo e Cultura (1937): «Lo Stato non ha mai avuto scrupoli nel trascinare il popolo nella guerra. È per questo che ha bisogno di inculcare nel popolo l’illusione che la guerra sia combattuta per nobili cause, mentre in realtà serve solo gli interessi delle classi dirigenti».
Anche George Orwell, pur non essendo socialista libertario in senso stretto, analizzò con lucidità il ruolo della propaganda bellica nel suo romanzo 1984, in cui il governo utilizza una guerra perenne per mantenere la popolazione in uno stato di paura e obbedienza.
Socialisti libertari e anarchici contro la guerra
I socialisti libertari hanno sempre avuto una posizione di netta opposizione alle guerre, soprattutto quelle imperialiste. L’internazionalismo è un valore fondamentale del socialismo libertario: i lavoratori di tutto il mondo sono visti come una classe unita, e non come nemici divisi da confini artificiali imposti dagli Stati.
Mikhail Bakunin, uno dei padri dell’anarchismo, denunciò la guerra come strumento di oppressione: «Le guerre non sono mai state fatte per la libertà dei popoli, ma sempre per l’interesse e l’ambizione dei governi, dei re e delle classi dominanti». (Stato e anarchia, 1873)
Anche durante la prima guerra mondiale, molti anarchici e socialisti libertari si opposero alla guerra, denunciando il massacro tra proletari voluto dai governi europei. Tra questi, il pensatore anarchico Errico Malatesta, che scrisse nel 1914: «Questa guerra non è nostra. È la guerra dei padroni, dei capitalisti, dei re e dei governi. Non abbiamo nulla da guadagnare e tutto da perdere».
Negli anni successivi, anche durante la guerra del Vietnam, movimenti anarchici e socialisti libertari furono in prima linea nelle proteste contro l’imperialismo statunitense.
L’internazionalismo e la lotta contro il militarismo
I socialisti libertari non si oppongono solo alla guerra, ma anche al militarismo in generale. Gli eserciti permanenti sono visti come strumenti di repressione e dominio, più che di difesa. Molti socialisti libertari sostengono la smilitarizzazione e la costruzione di una società basata sulla cooperazione tra i popoli, piuttosto che sulla competizione e sulla guerra.
Il pensatore anarchico Alexander Berkman scrisse: «Il militarismo non serve a proteggere il popolo, ma a opprimerlo. Gli eserciti non esistono per difendere la libertà, ma per distruggerla». (ABC dell’anarchismo, 1929)
La vera lotta, secondo i socialisti libertari, non è tra nazioni, ma tra oppressi e oppressori. Solo unendo i popoli al di là dei confini e opponendosi a tutte le guerre imposte dalle élites, si può costruire un mondo di pace e giustizia sociale.
La guerra è uno strumento di dominio, utilizzato dalle élites per arricchirsi e per reprimere le popolazioni. Essa rafforza le disuguaglianze, distrugge le vite dei lavoratori e serve gli interessi dei grandi capitalisti. La propaganda gioca un ruolo fondamentale nel convincere le masse ad accettare la guerra, mentre il militarismo mantiene il controllo sulle popolazioni.
I socialisti libertari, da Bakunin a Malatesta, da Kropotkin a Berkman, hanno sempre combattuto contro la guerra e il militarismo, promuovendo un internazionalismo basato sulla solidarietà tra i popoli. Oggi più che mai, il loro messaggio rimane attuale: per porre fine alle guerre, bisogna opporsi al potere delle élite, al capitalismo e alle forme di autoritarismo statale.

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