“Ricordare” sì, ma senza ideologia

di MASSIMO AMADORI –
In occasione del Giorno del ricordo come sempre si sprecano le polemiche ideologiche sui massacri delle foibe. Purtroppo infatti, a distanza di tanti anni da questa tragedia, si continua ad avere una lettura politicizzata di questa vicenda, a destra come a sinistra. A sinistra si tende a dare una lettura "riduzionista" o addirittura "negazionista": le foibe sarebbero state una vendetta contro i criminali di guerra fascisti, responsabili di inenarrabili atrocità contro la popolazione civile slava. I numeri del massacro vengono quindi abbassati e le foibe giustificate. A destra invece si tende a dare numeri gonfiati e a presentare i massacri delle foibe come una pulizia etnica contro gli italiani o addirittura come un genocidio, facendo quindi assurde equiparazioni fra Auschwitz e le foibe e fra nazismo e comunismo. Il fine è screditare la Resistenza partigiana, riabilitare il fascismo e presentare gli italiani come vittime della violenza slavo-comunista, in chiave ovviamente nazionalista.
La tesi della destra e dei neofascisti purtroppo è diventata la tesi ufficiale dello Stato italiano, che sceglie di ricordare solo le vittime italiane e non quella slave. Ma anche la tesi dell’estrema sinistra sulle vendette contro i fascisti è parziale e ideologica. Secondo gli storici che si sono occupati della vicenda, come Raoul Pupo, le foibe furono principalmente una repressione politica del regime "comunista" di Tito. Tali eccidi furono realizzati dalla polizia politica iugoslava, per eliminare tutti gli oppositori, reali e presunti, del comunismo titino. Fra queste vittime ci furono slavi e italiani, fascisti e antifascisti. La maggioranza delle vittime di Tito furono slave. Che senso ha quindi parlare di genocidio contro gli italiani? Furono uccisi fascisti e collaborazionisti ma anche partigiani socialisti, azionisti e cattolici, esponenti del CLN "colpevoli" solo di opporsi al regime stalinista di Tito. Che senso ha quindi parlare di vendetta contro i fascisti? Sarebbe ora di lasciare perdere le tesi "militanti" e ascoltare gli storici, che hanno studiato e analizzato le fonti. In primis gli archivi della polizia politica di Tito.

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