di MARCO MINOLETTI –
C’è chi fa la rivoluzione con le armi, chi con le idee. Raphael Friedeberg (1863-1940) la fece con la vita stessa. La sua non fu una lotta confinata ai manifesti, alle aule del Reichstag o ai circoli intellettuali, ma un’esperienza vissuta fino in fondo, incisa nel quotidiano come un gesto necessario, una febbre inestinguibile.
Per lui, il socialismo non poteva essere solo un programma politico, un’elencazione di diritti e riforme da conquistare a piccoli passi. La rivoluzione non era il domani, era l’oggi, e il problema non era solo abbattere le strutture del potere, ma disinnescare il loro veleno nelle menti, nelle abitudini, nelle paure di ogni giorno.
Friedeberg guardava al socialismo ufficiale con crescente disillusione. La SPD, con la sua strategia parlamentare, aveva svuotato il movimento operaio del suo slancio originario, riducendolo a una questione di salari, contratti, compromessi. La lotta, che un tempo era un movimento totale di trasformazione culturale e sociale, era diventata una misera questione di trattative economiche. Ma come si poteva cambiare il mondo, se gli uomini continuavano a pensarlo con le stesse categorie imposte dal passato?
Friedeberg rovesciò il principio marxiano secondo cui l’essere sociale determina la coscienza. E se fosse il contrario? Se la coscienza avesse il potere di modellare la realtà?
Da questa intuizione nacque la sua idea più radicale: lo psichismo storico. Le strutture economiche e politiche esistevano, sì, ma erano sostenute da qualcosa di più profondo: le convinzioni invisibili che le persone assorbivano dalla nascita, i dogmi che accettavano senza mai metterli in discussione.
La rivoluzione, allora, non poteva limitarsi a una battaglia tra classi. Doveva essere anche una battaglia interiore, un’opera di liberazione dai condizionamenti secolari che tenevano gli uomini in catene senza che nemmeno se ne accorgessero.
Friedeberg individuò quattro pilastri di questa schiavitù psicologica:
• La religione, che insegnava la rassegnazione, il sacrificio, il premio nell’aldilà.
• Lo Stato e la legge, che facevano credere agli uomini di essere protetti, quando in realtà li sorvegliavano e li controllavano.
• Il nazionalismo, che spezzava la solidarietà tra i popoli, trasformando gli sfruttati in nemici tra loro.
• Il militarismo, che insegnava la disciplina dell’obbedienza cieca, la trasformazione del corpo in un ingranaggio della macchina del potere.
Liberarsi voleva dire imparare a pensare in modo nuovo, ribaltare i valori imposti, spezzare le convinzioni che incatenavano il desiderio, la libertà, l’immaginazione.
Se il socialismo aveva fallito, era perché aveva accettato di giocare secondo le regole del potere. Le conquiste ottenute nei parlamenti erano briciole concesse per evitare il crollo del sistema.
Friedeberg propose un’alternativa: lo sciopero generale, ma non come semplice protesta economica, non come mezzo per ottenere migliori condizioni di lavoro.
Smettere di lavorare voleva dire smettere di alimentare il mondo dello sfruttamento.
Non si trattava più di chiedere riforme, ma di sottrarre il proprio corpo e il proprio tempo alla logica del profitto, smettere di servire il capitale e ricostruire la società su nuove basi. Ma perché questo fosse possibile, gli uomini dovevano prima disintossicarsi dal bisogno di obbedire, dal timore della libertà, dall’incapacità di immaginare un altro modo di vivere.
Era un’idea rivoluzionaria nel senso più profondo: la lotta non iniziava nelle fabbriche o nelle piazze, iniziava nelle teste, nelle case, nelle relazioni quotidiane.
Friedeberg non si limitò a predicare questa visione. La mise in pratica, nella sua professione di medico, nelle sue scelte quotidiane.
• Ad Ascona, dove trascorreva le estati, lavorava al sanatorio del Monte Verità, ma la sua opera non si fermava ai malati benestanti che cercavano cure alternative. Visitava gratuitamente gli abitanti del villaggio, perché la salute non poteva essere un lusso. Curare significava liberare, restituire autonomia, ridare alla gente il diritto di esistere senza dipendere da nessuna autorità.
• A Bad Kudowa, in Slesia, dove trascorse gli inverni per vent’anni, il suo impegno non cambiava: anche lì, la medicina era per lui un atto politico, un’arma contro la miseria e l’ingiustizia.
In un’epoca in cui la sanità era un privilegio, lui fece della cura un gesto di ribellione.
Friedeberg non trovò mai un posto in cui essere pienamente accolto. Troppo radicale per i socialisti, troppo politico per gli anarchici, troppo concreto per i filosofi, troppo visionario per i pragmatisti.
• Erich Mühsam bollò il suo psichismo storico come una variante del materialismo storico, un concetto senza vera originalità.
• Karl Kautsky, invece, lo accusò di confusione teorica, incapace di distinguere tra economia e politica.
Ma Friedeberg non aveva mai cercato di piacere a nessuno. Non scriveva per essere accolto nei circoli accademici, non teorizzava per il gusto di farlo, lui viveva la rivoluzione.
Non aspettava un domani migliore: lo costruiva ogni giorno, nel modo in cui curava i pazienti, nel modo in cui parlava alle persone, nel modo in cui rifiutava di accettare l’ingiustizia come un fatto inevitabile.
Credeva che il cambiamento non dovesse arrivare solo dall’alto, dalle istituzioni, dalle rivoluzioni in piazza, ma che dovesse farsi carne, farsi gesto, diventare un’abitudine nuova, una scelta quotidiana.
E forse, proprio in questo, era stato più rivoluzionario di tutti.
