di GIANCARLO IACCHINI –
Ora che il nuovo papa Leone XIV ha chiarito esplicitamente di aver pensato, nella scelta del nome, non al Leone (Magno) che fermò Attila, contemporaneo del suo amato Agostino, ma proprio al suo “immediato” predecessore omonimo Leone XIII, per la storica enciclica di 134 anni fa sulle “cose nuove” (nuove per allora… e che poi non lo erano tanto neppure nell’anno di grazia 1891, ma dopo il papato ultraconservatore di Pio IX per la Chiesa lo erano eccome!), possiamo rileggere la Rerum Novarum per provare a capire cosa significa sentirsi e richiamarsi a un papa “sociale”. Sociale, sia ben chiaro, ma non certo socialista, visto che il bisogno da cui prese le mosse Leone XIII era proprio quello di bloccare un’avanzata, quella socialista, che a fine 800 sembrava minacciare l’ordine “borghese” e l’autorità dello Stato.
«La ricchezza s’è accumulata in poche mani e largamente estesa la povertà», riconosce papa Leone, e ciò ha fatto «scoppiare il conflitto sociale». Dunque una “questione operaia” esiste e la Chiesa se ne deve occupare, «anche per abbattere errori funesti» quali appunto il socialismo e la lotta di classe. «Comunque sia, è chiaro come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo». Con l’allontanarsi «delle istituzioni e delle leggi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi ha imposto all’infinita moltitudine dei proletari un giogo poco meno che servile».
Ma attenzione: «A rimedio di ciò i socialisti, attizzando nei poveri l’odio verso i ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo dello stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l’eguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono che il male sia radicalmente riparato. Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari e scompiglia tutto l’ordine sociale. Infatti non è difficile capire che lo scopo del lavoro è la proprietà privata».
Quest’ultima, per Leone, è «un’istituzione naturale», che anche l’operaio desidera e insegue attraverso il salario (che il papa chiama “mercede”): «Poiché se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procurarsi il necessario alla vita: e però con il suo lavoro acquista un vero diritto, non solo di esigere, ma d’investire come vuole la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie è riuscito a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita, e conseguente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo appunto, come ognuno sa, consiste la proprietà. Pertanto i socialisti, togliendo all’operaio la libertà di investire la propria mercede, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione. Il peggio è che il rimedio da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà privata è diritto di natura».
Il lavoro è l’altra faccia della proprietà: «chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro». Anche se si potrebbe facilmente osservare che il salario derivante da questo lavoro, bastando soltanto alla loro sopravvivenza, non consente ai proletari alcuna “proprietà”… Ma tant’è: «è questa un’altra prova che la proprietà privata è conforme alla natura». Con l’aggiunta che «come l’effetto appartiene alla sua causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora».
Senza contare che «il padre di famiglia ha poi diritto di trasmettere i suoi beni ai figli con l’eredità, poiché i figli sono qualche cosa del padre, un’espansione, per così dire, della sua persona». Proprietà privata anche loro, insomma… «Ora i socialisti, sostituendo alla provvidenza dei genitori quella dello Stato, vanno contro la giustizia naturale e disciolgono la compagine delle famiglie». Ma tutta «la “soluzione socialista” aprirebbe la via agli asti, alle recriminazioni, alle discordie: le fonti stesse della ricchezza inaridirebbero, tolto ogni stimolo all’ingegno e all’industria individuale: e la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria. Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell’opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata».
Chiarita la totale fedeltà della Chiesa al nuovo ordine “borghese”, ecco come risolvere “diversamente” la questione sociale, con l’aiuto «dei governanti, dei padroni e dei ricchi, come pure degli stessi proletari». Certo se tutti seguissero la carità cristiana il problema nemmeno si porrebbe, ma questo mondo è imperfetto e dunque dello spinoso problema bisogna occuparsi. In primo luogo con una stoica… sopportazione, altra virtù cristiana: «Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici è la disparità della condizione. Similmente, il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le conseguenze del peccato originale, le quali, si voglia o no, accompagnano l’uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell’uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v’è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali».
In secondo luogo, lo strumento non è la lotta ma la collaborazione tra le classi: «Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell’altra; quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile». Come le parti del corpo sono armonicamente unite, «così la natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi, e ne risultasse l’equilibrio. L’una ha bisogno dell’altra: né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie». La Chiesa insegna dunque «a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri». Che sono: per l’operaio, «prestare interamente e fedelmente la sua opera», non offendere i padroni né «recar danno alla loro roba», rifiutare la violenza e «l’ammutinamento», «non mescolarsi con uomini malvagi, promettitori di cose grandi»; e per i «capitalisti e padroni»: non schiavizzare gli operai, «rispettare in essi la dignità della persona umana», «non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l’età e con il sesso», lasciargli il tempo di «compiere i doveri religiosi domenicali» e pagar loro «la giusta mercede».
Ma a quanto deve ammontare questa benedetta “mercede”? «Si può affermare che il lavoro dell’operaio è quello che forma la ricchezza nazionale; è quindi giusto che egli partecipi in qualche misura di quella ricchezza che esso stesso produce, cosicché abbia vitto, vestito e un genere di vita meno disagiato». Poiché è interesse generale «che crescano sani e robusti i cittadini, atti a onorare e a difendere, se occorre, la patria». E nel tutelare i cittadini «si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri, dato che il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa». Però sia chiaro: oggi «i governi devono soprattutto, per mezzo di sagge leggi, assicurare la proprietà privata», visto che «in tanto ardore di sfrenate cupidigie, bisogna che le popolazioni siano tenute a freno, perché né la giustizia né il pubblico bene consentono che si rechi danno ad altri nella roba, e sotto colore di non so quale eguaglianza si invada l’altrui».
Purtroppo infatti «non sono pochi coloro i quali, imbevuti di massime false e smaniosi di novità, cercano ad ogni costo di eccitare tumulti e sospingere gli altri alla violenza. Intervenga dunque l’autorità dello Stato per porre un freno ai sobillatori, e preservi i buoni operai dal pericolo della sedizione e i legittimi padroni da quello dello spogliamento». Brutta cosa anche lo sciopero: «A questo disordine grave e frequente occorre che ripari lo Stato».
All’operaio va riconosciuto il diritto non all’ozio ma al riposo, specie quello domenicale dedicato alla cura dell’anima. «È poi doveroso sottrarre il povero operaio all’inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose. Non è giusto né umano esigere dall’uomo tanto lavoro da farne inebetire la mente per troppa fatica e da fiaccarne il corpo. Non deve dunque il lavoro prolungarsi più di quanto lo comportino le forze. Quanto ai fanciulli, si badi a non ammetterli nelle officine prima che l’età ne abbia sufficientemente sviluppate le forze fisiche, intellettuali e morali. Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, í quali grandemente proteggono l’onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l’educazione dei figli e il benessere della casa».
Va colmato l’attuale “abisso” che è stato scavato tra le due classi. Se s’incoraggia la speranza dei proletari di acquistare anch’essi la proprietà, «una classe verrà avvicinandosi poco a poco all’altra, togliendo l’immensa distanza tra la somma povertà e la somma ricchezza». Il resto può farlo l’associazionismo: «a dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare le due classi tra loro. Tali sono le società di mutuo soccorso; le molteplici assicurazioni private destinate a prendersi cura dell’operaio, della vedova, dei figli orfani, nei casi d’improvvisi infortuni, d’infermità, o di altro umano accidente; i patronati per i fanciulli d’ambo i sessi, per la gioventù e per gli adulti. Vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni di questo genere, sia di soli operai sia miste di operai e padroni, ed è desiderabile che crescano in numero e operosità».
Insomma fraternità cristiana e cristiana sopportazione, collaborazione tra le classi, mutuo soccorso, difesa dell’ordine e della proprietà privata: questa la ricetta della Chiesa per affrontare le “cose nuove” della società moderna.
