di GIANCARLO IACCHINI –
«Sì, sono convinto che un giorno noi socialisti arriveremo al potere in questa nazione e in tutto il mondo. Per eliminare tutte le istituzioni capitalistiche, strumenti di asservimento e degradazione, e per creare istituzioni libere, giuste e umane. Il sole del socialismo sta sorgendo! A tempo debito suonerà l’ora e questa grande causa trionfante proclamerà l’emancipazione della classe lavoratrice e la fraternità di tutto il genere umano, mettendo fine all’infamia delle guerre tra i popoli, che in tutta la storia sono state intraprese per conquistare e saccheggiare; è sempre stata la classe padronale a dichiararle e le classi oppresse a combatterle e a morire sui campi di battaglia».
Nato il 5 novembre 1855 a Terre Haute, Indiana, da una famiglia di immigrati francesi, Eugene Victor Debs è stato il leader più coraggioso e influente del movimento operaio e socialista negli Stati Uniti. Nel 2026 cade il centenario della sua morte, causata dalle gravi malattie contratte in carcere, dove scontava – in condizioni durissime – una condanna a 10 anni per il suo impegno pacifista durante la prima guerra mondiale ed in particolare per un comizio in cui invitava i giovani americani alla renitenza alla leva, sulla scia dell’accorato appello di Rosa Luxemburg, condannata qualche anno prima in Germania per lo stesso motivo: «Se vi ordinano di andare al fronte, non partite; se vi ordinano di sparare, non uccidete!». Al processo, Debs pronunciò queste parole davanti al giudice: «Sono accusato di avere ostacolato la guerra. Ebbene sì, sono colpevole, lo ammetto. Ma signori, io aborrisco la guerra. Mi opporrei ad essa sempre e dovunque, anche da solo… Simpatizzo e solidarizzo con qualsiasi persona che soffre e che lotta, in ogni parte del mondo. Non fa alcuna differenza sotto quale bandiera sia nato e dove viva».
Più in generale, la sua figura incarna la resistenza morale contro le ingiustizie del capitalismo americano, in un’epoca segnata da profonde disuguaglianze sociali e da un sistema politico dominato dai due partiti – democratico e repubblicano – entrambi al servizio del grande capitale.
Debs iniziò a lavorare giovanissimo come manovale nelle ferrovie, esperienza che lo avvicinò alle dure condizioni dei lavoratori. Nel 1893 fondò l’American Railway Union (ARU), uno dei primi sindacati industriali degli Stati Uniti. La sua notorietà crebbe nel 1894, quando guidò lo sciopero contro la Pullman Company, che paralizzò il traffico ferroviario nazionale. La repressione fu dura: Debs fu arrestato e condannato a sei mesi di prigione. Durante la detenzione, lesse le opere di Karl Marx e maturò la sua piena adesione al socialismo. Nel 1901 fondò il Partito Socialista d’America, con cui si candidò cinque volte alla presidenza degli Stati Uniti arrivando ad ottenere un milione di voti quando – nel 1920 – si candidò da detenuto (caso unico nella storia delle elezioni presidenziali americane).
Il socialismo di Eugene Debs era radicale ma non settario, e non contrapponeva (anzi univa dialetticamente) rivoluzione e riforme, purché entrambe fossero reali ed effettive, e non bandiere ideologiche da sventolare l’una contro l’altra: mentre infatti criticava il riformismo e propugnava il superamento del capitalismo e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, si batteva quotidianamente nella lotta sindacale per ampliare i diritti dei lavoratori e difenderne la dignità, anche attraverso uno stato sociale in grado di mitigare le spietate leggi economiche del liberismo capitalistico. Era favorevole ai “diritti dell’uomo” proclamati dal liberalismo politico, ma avvertendo che «non ci può essere vera libertà in un sistema che riduce milioni di uomini alla povertà; non ci può essere insomma autentica libertà senza giustizia sociale».
E se la “libertà” ha bisogno del socialismo per diventare effettiva e concreta, d’altro canto anche il socialismo deve sempre andare di pari passo con la democrazia e con la libertà se vuole rappresentare una “liberazione” per gli oppressi. Critico non delle riforme ma del riformismo socialdemocratico che non mette in discussione il capitalismo, sostenne con entusiasmo la rivoluzione d’ottobre in Russia: era amico personale di John Reed, il giornalista statunitense (autore poi del libro “i dieci giorni che sconvolsero il mondo”) che si trovò a partecipare da “cronista” all’assalto al Palazzo d’Inverno, per poi cercare di fondare anche negli USA un partito comunista; ma condivise con lui la delusione e la critica per l’involuzione autoritaria del potere bolscevico, pur continuando a rispettare sia Lenin che Trotsky. Fu contrario alla scissione comunista (che mise a rischio ma non interruppe l’amicizia e la stima tra lui e Reed) e scelse di restare nel partito socialista, che vedeva più attento alla fondamentale questione della libertà, continuando però a criticare duramente l’ala “socialdemocratica” del suo partito. Pensava che gli Stati Uniti avessero bisogno di un partito socialista autonomo dal partito democratico, e per questo si presentò sempre alle elezioni come indipendente, non superando però mai il 6% dei voti (che pure in quella logica “terzaforzista” poteva considerarsi un buon risultato).
Il suo impegno politico, sociale e sindacale, unitamente al pacifismo coerente, ha influenzato generazioni di attivisti liberal, radicali e progressisti negli Stati Uniti d’America, da Martin Luther King a Malcom X fino a Bernie Sanders, che sin da giovane lo considerava il suo “eroe” e “mito”. La sua visione di una democrazia fondata sia sui diritti individuali dell’uomo che sulla giustizia sociale (le due cose per lui erano strettamente intrecciate: «Non c’è libertà senza giustizia, non c’è giustizia senza libertà», secondo quella teoria che in seguito sarà sintetizzata proprio in America nella definizione di “equal freedom”) ha continuato a ispirare la radical left degli Stati Uniti, con una improvvisa riscoperta nella seconda metà degli anni Sessanta e con l’attuale ripresa grazie al movimento “socialista democratico” di Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e dello stesso nuovo sindaco di New York Mamdani, che ha citato Debs nel suo primo discorso dopo la vittoria, commuovendo molti anziani attivisti.
In diversi scritti e discorsi, Eugene Debs ha approfondito il concetto di libertà, che non può essere limitato alla sua accezione “negativa” tipica del liberalismo (assenza di costrizioni e limiti da parte dello Stato) ma dev’essere anzi sviluppato in senso “positivo” e “collettivo”, come liberazione per tutti e non privilegio di pochi, come autonomia di ogni individuo ma in senso reale, concreto, come fine di ogni dipendenza da “padroni” che elargiscono un salario per garantire la sopravvivenza a chi lavora e produce tutti i beni, perché il benessere non dev’essere una concessione altrui ma un diritto primario (la famosa “ricerca della felicità” sancita nella Dichiarazione di Indipendenza americana). Dunque “pari opportunità”: eguale accesso per tutti al lavoro, all’istruzione inferiore e superiore, alle strutture sanitarie, alla casa ed alla soddisfazione dei bisogni primari; fine del dominio economico privato sui mezzi di produzione, che rende schiavi i lavoratori, i quali devono essere proprietari dei frutti del loro lavoro; e intanto redistribuzione delle ricchezze attraverso una tassazione fortemente progressiva, abolizione dei monopoli economici e proprietà collettiva delle industrie fondamentali; pieni diritti sindacali a cominciare dal diritto di sciopero e di contrattazione collettiva; lotta al razzismo e solidarietà interetnica; rifiuto di una “rivoluzione dall’alto” come “presa di un Palazzo” guidata da un leader carismatico e autoritario, perché la lotta va sempre condotta “dal basso” e collettivamente, attraverso un movimento “orizzontale” senza capi.
Pur non conoscendo appieno il Marx umanista e libertario (molti manoscritti giovanili furono pubblicati solo negli anni 30 del Novecento) Debs aveva del socialismo una visione etica e umanistica, che influenzò per esempio anche il francese Jean-Paul Sartre dopo la sua svolta del 1946 (“L’esistenzialismo è un umanismo”). Contrario a schemi ideologici sclerotizzati, credeva in una democrazia partecipativa, in cui i lavoratori potessero autogovernarsi e costruire una società più giusta, pacifica e solidale.
Bernie Sanders, che da giovane ha realizzato un documentario sulla lotta e le idee di Debs, scrive nel suo ultimo libro che «è sempre stato desolante per me constatare quanti pochi americani lo conoscessero, malgrado la sua grandezza politica e morale… Desolante ma non certo sorprendente vista la natura della nostra cultura aziendale e dei media di questo Paese. E benché sia morto da un secolo, la sua vita e le sue idee socialiste continuano a rappresentare una tale minaccia per il mondo delle grandi aziende americane che è stato praticamente cancellato dalla nostra coscienza storica. Ed anche da questa rimozione si può trarre una lezione significativa». Si può aggiungere, con altrettanto rammarico, che neppure il resto del mondo – compreso il socialismo europeo – ha fatto molto di più per ricordare la figura di Debs. E forse il nostro di oggi rappresenta uno dei primi contributi organici in tal senso.
