di GIANCARLO IACCHINI –
“E nero sia!” [acquistabile su Amazon sia in formato cartaceo che digitale] è il primo romanzo dell’amico Martin P. Ndong Eyebe, regista e sceneggiatore (ed ora anche scrittore) che oserei definire almeno geograficamente “afroromagnolo” (anche la storia che racconta è ambientata tra Rimini, San Marino e il Montefeltro) benché da molti anni risieda nella Repubblica di San Marino dove ha ottenuto la cittadinanza e dove la sua attività culturale viene molto apprezzata. Martin è stato così gentile da dirmi che gli avrebbe fatto piacere se avessi scritto una recensione “in chiave filosofica”, pensiero che ho molto apprezzato; e allora pur non essendo un critico letterario “butto giù” di getto le mie impressioni e considerazioni dopo aver letto “tutto d’un fiato” il suo libro, che innanzitutto è scritto molto bene e ti prende dalla prima all’ultima delle 266 pagine di cui è composto. Non a caso, pensato da un regista, non poteva che essere molto “visivo”: personaggi e situazioni ti balzano agli occhi nitidamente… ed è facile prevedere che prima o poi ne esca un film; dunque starò attento a non “spoilerare” nulla; perché, oltre al nero, anche il “giallo” è ben presente in queste pagine!
La vicenda narrata è quella di Max, africano che vive da tempo in Italia. Lavora in una cooperativa che si occupa di accoglienza e appunto per lavoro (oltre che per il suo innato senso di giustizia e di affetto verso le sue due patrie) è portato a mediare tra le esigenze degli immigrati come lui (benché più recenti) e quelle dell’ambiente che circonda i luoghi dove gli africani vivono in comunità; e questo se vogliamo è il primo segnale che il passaggio dall’accoglienza all’integrazione vera e propria è ancora assai problematico. Max conosce bene i pregiudizi di molti italiani; in parte li comprende e comunque ci convive senza offendersi troppo quando viene apostrofato con un “voialtri” al plurale. «Voialtri chi?». «Voi negr… neri, insomma africani». E a me piace pensare che se arrivasse in Italia un milione di bianchissimi… norvegesi, che magari escono in gruppo da alloggi e alberghi di periferia, il fastidio e le reazioni dei residenti sarebbero più o meno le stesse… «Non ho niente contro la fermezza – precisa Max – Il governo italiano è libero di lottare contro l’immigrazione clandestina nei modi che ritiene opportuni, però nel rispetto dei diritti umani, invece d’incoraggiare il disprezzo e l’odio verso gli stranieri come fanno certi politici per racimolare voti».
Ma il vero problema che aleggia, opprime, soffoca, incombe durante tutta la lettura, e che personalmente mi mette angoscia perché da persona razionale non riesco a trovare per esso giustificazioni sociali o geografiche, è la discriminazione basata sul SOLO colore della pelle. Sì, perché Max è una persona onesta e perbene, è laureato e parla 4 lingue, dunque cerca lavoro non come manovale ma come impiegato o manager, però il “muro” che incontra è sempre quello: il nero della sua pelle. Che non c’entra chiaramente nulla con le competenze e capacità professionali.
Molte persone come lui alla fine si stufano e se ne vanno dall’Italia, come la sua ragazza che si è trasferita in Francia trovando un buon lavoro nel centro di Parigi. Già, perché lì l’integrazione è più facile, forse paradossalmente perché gli “afro” arrivano al 10% della popolazione (per ragioni storiche legate al vecchio colonialismo) contro l’1,5% dell’Italia; e il “melting pot” si avvicina a quello degli Stati Uniti, dove gli afroamericani sono più del 15%. Insomma si può dire che c’è più razzismo quando i “diversi” sono pochi e riconoscibili, specie se spiccano come ad esempio Paola Egonu nello sport o Antonella Bundu nella politica (tra l’altro nate entrambe nel nostro Paese, e la Bundu da madre fiorentina!): le loro pagine facebook sono infestate da orde di razzisti che insultano, denigrano e irridono, non avendo evidentemente niente di meglio da fare.
Ma santo cielo: PERCHÉ??? Si potrebbe provare a riderci su citando il celeberrimo film natalizio di Eddie Murphy “Una poltrona per due” (1983), dove i due boss di una multinazionale americana scommettono (un dollaro!) sul fatto che anche il “primo che passa” sarebbe in grado di dirigere l’azienda meglio dell’attuale amministratore delegato, sofisticato e vanesio. E la scommessa riesce a tal punto che uno dei due dice all’altro: «Senti, questo ragazzo è bravissimo, perché non ce lo teniamo?», «Stai scherzando vero?», «Ma perché? Che problema ci sarebbe?», «Ma come che problema c’è…. è un NEGRO!!!». Ecco, con film come quelli, che sputtanavano i pregiudizi mettendoli in ridicolo (nel “lieto fine”, come si ricorderà, i due razzisti vengono mandati sul lastrico proprio dal ragazzo di colore, in sacrosanta combutta con lo snob che avrebbe dovuto sostituire), era come se “quel” razzismo troglodita fosse stato definitivamente sepolto (dalle risate) già 40 anni fa. Invece certe situazioni descritte nel libro di Martin fanno tornare alla mente un film ancora più vecchio, precisamente del 1969, “Indovina chi viene a cena” (interpretato dagli strepitosi Sidney Poitier, Spencer Tracy e Katharine Hepburn), in cui due genitori anche piuttosto “liberal” sono completamente spiazzati dalla figlia che presenta loro il suo nuovo fidanzato: un educatissimo gentiluomo “colorato”… Ecco, più di mezzo secolo dopo da certe scene raccontate nel libro emerge (come minimo) lo stesso imbarazzo, e nei casi peggiori lo stesso rifiuto pregiudiziale che conosciamo da sempre, la stessa schifosa discriminazione razziale, gli stessi sguardi sbigottiti rivolti per esempio a una donna bianca che prende un caffè al bar con un uomo di colore!
È il perdurare di questa situazione incancrenita la cosa che più mi ha colpito del libro di Martin, insieme però alla caparbietà del protagonista nel reagire e lottare e sperare sempre e comunque. Qui subentra quella che mi è sembrata la chiave filosofica del romanzo: «Secondo i saggi maestri – vi si legge – ogni situazione della vita è transitoria. Tutto può cambiare in qualunque istante, nel bene come nel male, ma è determinante la nostra volontà nell’indirizzare o anche solo interpretare ogni evento in senso positivo». Lottano i neri, nel libro, ma lottano anche i bianchi perché il “restiamo umani” è un monito comune e dai logori schemi del razzismo bisogna uscire tutti insieme. L’EMPATIA di Max può e deve fare scuola. E la lotta non è tra bianchi e neri né tra europei e africani, visto come si impegnano i “giusti” di ogni colore contro il razzismo nordafricano del Maghreb nei confronti della popolazione subsahariana, e i popoli poveri del continente contro i loro dittatori “neri” (anche in senso politico) al soldo dell’imperialismo.
Leggendo il libro, mi è venuto in mente anche il “Black Or White” di Michael Jackson (1991), con quel video straordinario in cui la tecnica del “morphing” annulla la “color line” e un nero diventa bianco, giallo, rosso, uomo, donna, vecchio, giovane… a rotazione: tutti UGUALI proprio perché tutti DIVERSI; con la voce rap che scandisce: “Che importa se sei bianco o nero? Non voglio passare tutta la vita ad essere un… colore!”. Sono trascorsi 35 anni anche da quella pietra miliare dell’antirazzismo e viene da chiedersi se le cose siano migliorate oppure no. A vedere il bicchiere “mezzo vuoto”, leggendo il libro verrebbe da citare un’altra canzone, cantata dal mitico J.T. Taylor della Kool and the Gang: «Siamo come granchi nel secchiello (crabs in a barrel); più provi a uscire dal ghetto e più ti ci ricacciano dentro!».
La speranza sta nelle brave persone del libro, che sembrano aver lasciato alle spalle la preistoria in cui ancora viviamo; e magari nei bambini come Lorenzo, che nel romanzo si mette a giocare a calcio con Max nel parco di Rimini e poi gli chiede incuriosito: «come mai hai quel naso così grosso?»; «perché in Africa è molto caldo e dobbiamo respirare bene!»; o come Federico che (stavolta nella vita reale) vedendo per la prima volta un africano gli chiede: «Tu perché sei nero?»; «Perché così mi hanno fatto la mia mamma e il mio babbo». «Ahhh!!! Ho capitooo… Beh se ti facevano blu io lo preferivo, però anche così sei carino!!!». Ecco, se un bel giorno anche un adulto dicesse “a me il nero non è che piaccia un granché” come si direbbe di un vestito («e dai su provalo, che ti sfina!»), quella merda di razzismo sarebbe finita per sempre.
