di MASSIMO AMADORI –
Un tedesco su 5 ha votato per i neonazisti di AFD. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale l’estrema destra torna ad essere egemone in Germania, diventando il secondo partito. Questo dato dovrebbe allarmare tutti gli antifascisti e i democratici europei. I nazisti sono tornati, anche grazie alla nostra indifferenza. Questa volta non hanno i numeri per governare, ma resta un fatto gravissimo.
Nelle elezioni in Germania ci sono però anche elementi positivi: la maggioranza dei tedeschi è andata a votare e ha votato contro i post-nazisti. In particolare i giovani e i giovanissimi hanno votato in massa per la Linke, il partito di sinistra radicale che più di tutti si oppone ai fascisti. La maggioranza dei giovani tedeschi ha scelto una proposta antifascista, anticapitalista e ambientalista, votando per la sinistra.
Dicono tanto dei giovani ma in Europa sono gli unici ad avere una coscienza antifascista e democratica. C’è ancora speranza dunque. Il risultato del 9 per cento della Linke è positivo. Anche questa volta la sinistra tedesca sarà rappresentata in parlamento e costituirà un argine oggettivo contro i neonazisti.
Perché questo argine non saranno certo i conservatori della CDU, che hanno vinto le elezioni. Sono gli stessi che hanno votato assieme ai nazisti le politiche repressive contro i migranti. Non saranno nemmeno i centristi della SPD e in generale il "centrosinistra", che con le loro politiche neoliberiste e guerrafondaie hanno oggettivamente spianato la strada all’estrema destra.
In tutto ciò va rilevata la debacle della "sinistra" rosso-bruna di Sahra Wagenknecht, che non è riuscita a eleggere nemmeno un parlamentare. È l’ennesima dimostrazione che una "sinistra" che imita l’estrema destra è destinata a perdere. Perché fra l’originale e la brutta copia la gente tende a scegliere l’originale. Non abbiamo bisogno di una "sinistra" che tuona contro i migranti e simpatizza per Putin. C’è già l’estrema a destra a farlo. Speriamo che questo basti a frenare le simpatie che una parte della sinistra italiana aveva per Sahra Wagenknecht.
Staremo a vedere. Di certo in Germania la situazione è polarizzata, come durante la Repubblica di Weimar. A mio avviso la vera partita si giocherà fra la sinistra socialista della Linke e i neonazisti di AFD. Perché il capitalismo in crisi genera il fascismo e solo una politica socialista e democratica può invertire questa tendenza. Ne va del futuro dell’Europa e del mondo intero.
Socialismo o barbarie!
La pace ingiusta di Trump & Putin sulla pelle dell’Ucraina
di MASSIMO AMADORI –
Da pacifista penso che quando si arriva a un accordo di pace sia sempre un fatto positivo, perché anche la pace più ingiusta è preferibile alla guerra e alla perdita di vite umane. Ma ciò non significa negare il fatto che Putin e Trump si sono spartiti l’Ucraina, a spese del popolo ucraino, che avrebbe avuto diritto ad una pace giusta e alla propria autodeterminazione.
L’imperialismo USA e l’imperialismo russo hanno invece deciso diversamente e si impossesseranno di tutte le risorse dell’Ucraina, per arricchire gli oligarchi e i grandi capitalisti. I due imperialismi per il momento hanno fermato le armi, ma un domani potrebbero decidere di intraprendere altre guerre, magari contro la Cina, l’altro grande imperialismo. Fino a che il mondo sarà dominato da imperialisti e oligarchi non ci sarà mai la pace, ma solo tregue temporanee.
In tutto ciò l’Europa non ha saputo giocare alcun ruolo, dimostrando la propria nullità rispetto ai grandi imperialismi che dominano il mondo. Invece di fomentare l’escalation bellica avrebbe dovuto essere protagonista di un accordo di pace, che di certo all’inizio avrebbe potuto essere maggiormente vantaggioso per l’Ucraina.
Noi pacifisti venivamo accusati di essere "putiniani" perché volevano la pace fra la Russia e l’Ucraina, ma la guerra alla fine ha solo favorito Putin e ha portato alla sconfitta dell’Ucraina, che non avrebbe mai potuto sconfiggere la Russia. A meno che la NATO non fosse intervenuta direttamente, ma sarebbe stata una follia. Dopo 3 anni dall’invasione russa l’Ucraina è un Paese distrutto e spartito dai banditi imperialisti come Trump e Putin; l’Europa non esiste e sarà sempre più succube della Russia e degli Stati Uniti, ovvero delle rispettive oligarchie capitalistiche. Gli unici che hanno guadagnato grazie alla guerra e a questa pace.
Ogni accordo di pace è sempre bene accetto, anche se a farlo sono criminali dittatori come Putin e Trump. Ma si prospettano tempi difficili, per l’Ucraina e per l’Europa. Si prospettano nuove guerre, il potere illimitato degli oligarchi, la fine della democrazia e l’ascesa dei neonazisti. Fino a quando non decideremo di gettare nella pattumiera della storia questo sistema capitalistico che produce guerre e fascismi.
Socialismo o barbarie!
Raphael Friedeberg: La Rivoluzione della vita quotidiana!
di MARCO MINOLETTI –
C’è chi fa la rivoluzione con le armi, chi con le idee. Raphael Friedeberg (1863-1940) la fece con la vita stessa. La sua non fu una lotta confinata ai manifesti, alle aule del Reichstag o ai circoli intellettuali, ma un’esperienza vissuta fino in fondo, incisa nel quotidiano come un gesto necessario, una febbre inestinguibile.
Per lui, il socialismo non poteva essere solo un programma politico, un’elencazione di diritti e riforme da conquistare a piccoli passi. La rivoluzione non era il domani, era l’oggi, e il problema non era solo abbattere le strutture del potere, ma disinnescare il loro veleno nelle menti, nelle abitudini, nelle paure di ogni giorno.
Friedeberg guardava al socialismo ufficiale con crescente disillusione. La SPD, con la sua strategia parlamentare, aveva svuotato il movimento operaio del suo slancio originario, riducendolo a una questione di salari, contratti, compromessi. La lotta, che un tempo era un movimento totale di trasformazione culturale e sociale, era diventata una misera questione di trattative economiche. Ma come si poteva cambiare il mondo, se gli uomini continuavano a pensarlo con le stesse categorie imposte dal passato?
Friedeberg rovesciò il principio marxiano secondo cui l’essere sociale determina la coscienza. E se fosse il contrario? Se la coscienza avesse il potere di modellare la realtà?
Da questa intuizione nacque la sua idea più radicale: lo psichismo storico. Le strutture economiche e politiche esistevano, sì, ma erano sostenute da qualcosa di più profondo: le convinzioni invisibili che le persone assorbivano dalla nascita, i dogmi che accettavano senza mai metterli in discussione.
La rivoluzione, allora, non poteva limitarsi a una battaglia tra classi. Doveva essere anche una battaglia interiore, un’opera di liberazione dai condizionamenti secolari che tenevano gli uomini in catene senza che nemmeno se ne accorgessero.
Friedeberg individuò quattro pilastri di questa schiavitù psicologica:
• La religione, che insegnava la rassegnazione, il sacrificio, il premio nell’aldilà.
• Lo Stato e la legge, che facevano credere agli uomini di essere protetti, quando in realtà li sorvegliavano e li controllavano.
• Il nazionalismo, che spezzava la solidarietà tra i popoli, trasformando gli sfruttati in nemici tra loro.
• Il militarismo, che insegnava la disciplina dell’obbedienza cieca, la trasformazione del corpo in un ingranaggio della macchina del potere.
Liberarsi voleva dire imparare a pensare in modo nuovo, ribaltare i valori imposti, spezzare le convinzioni che incatenavano il desiderio, la libertà, l’immaginazione.
Se il socialismo aveva fallito, era perché aveva accettato di giocare secondo le regole del potere. Le conquiste ottenute nei parlamenti erano briciole concesse per evitare il crollo del sistema.
Friedeberg propose un’alternativa: lo sciopero generale, ma non come semplice protesta economica, non come mezzo per ottenere migliori condizioni di lavoro.
Smettere di lavorare voleva dire smettere di alimentare il mondo dello sfruttamento.
Non si trattava più di chiedere riforme, ma di sottrarre il proprio corpo e il proprio tempo alla logica del profitto, smettere di servire il capitale e ricostruire la società su nuove basi. Ma perché questo fosse possibile, gli uomini dovevano prima disintossicarsi dal bisogno di obbedire, dal timore della libertà, dall’incapacità di immaginare un altro modo di vivere.
Era un’idea rivoluzionaria nel senso più profondo: la lotta non iniziava nelle fabbriche o nelle piazze, iniziava nelle teste, nelle case, nelle relazioni quotidiane.
Friedeberg non si limitò a predicare questa visione. La mise in pratica, nella sua professione di medico, nelle sue scelte quotidiane.
• Ad Ascona, dove trascorreva le estati, lavorava al sanatorio del Monte Verità, ma la sua opera non si fermava ai malati benestanti che cercavano cure alternative. Visitava gratuitamente gli abitanti del villaggio, perché la salute non poteva essere un lusso. Curare significava liberare, restituire autonomia, ridare alla gente il diritto di esistere senza dipendere da nessuna autorità.
• A Bad Kudowa, in Slesia, dove trascorse gli inverni per vent’anni, il suo impegno non cambiava: anche lì, la medicina era per lui un atto politico, un’arma contro la miseria e l’ingiustizia.
In un’epoca in cui la sanità era un privilegio, lui fece della cura un gesto di ribellione.
Friedeberg non trovò mai un posto in cui essere pienamente accolto. Troppo radicale per i socialisti, troppo politico per gli anarchici, troppo concreto per i filosofi, troppo visionario per i pragmatisti.
• Erich Mühsam bollò il suo psichismo storico come una variante del materialismo storico, un concetto senza vera originalità.
• Karl Kautsky, invece, lo accusò di confusione teorica, incapace di distinguere tra economia e politica.
Ma Friedeberg non aveva mai cercato di piacere a nessuno. Non scriveva per essere accolto nei circoli accademici, non teorizzava per il gusto di farlo, lui viveva la rivoluzione.
Non aspettava un domani migliore: lo costruiva ogni giorno, nel modo in cui curava i pazienti, nel modo in cui parlava alle persone, nel modo in cui rifiutava di accettare l’ingiustizia come un fatto inevitabile.
Credeva che il cambiamento non dovesse arrivare solo dall’alto, dalle istituzioni, dalle rivoluzioni in piazza, ma che dovesse farsi carne, farsi gesto, diventare un’abitudine nuova, una scelta quotidiana.
E forse, proprio in questo, era stato più rivoluzionario di tutti.
Ma quello che manca in Italia è una vera socialdemocrazia
di FEDERICA BASSO –
(Pseudo)comunismo, cattocomunismo, liberismo, clericalismo, neofascismo… È del tutto evidente che le uniche tradizioni politiche che sono mancate nell’Italia repubblicana sono state quella liberalsocialista (dopo il misero 1% riportato dal glorioso Partito d’Azione nelle prime elezioni libere) e soprattutto – assenza grande come una casa – quella socialdemocratica e laburista. Una tradizione politica europea, anzi mondiale, oggi sicuramente molto annacquata ma che ha garantito in Paesi come la Svezia di Olof Palme il massimo possibile del Welfare e dello stato sociale.
Nel passaggio, ad esempio, dal Pci al Pds (poi Ds e Pd) si è passati dal “comunismo” (si fa per dire) ad un generico democraticismo né carne né pesce, saltando a pie’ pari proprio la socialdemocrazia, forse per non mischiarsi con un “socialismo” italiano (anche questo tra molte virgolette) che è riuscito nell’impresa di gettare alle ortiche gli insegnamenti di Riccardo Lombardi e Lelio Basso per finire nella vergognosa palude del craxismo, che ha trascinato nel fango – e all’estinzione politica – un partito come il PSI che è stato anche nobile e grande nella storia d’Italia, capace di conquistare il 32% dei voti nelle elezioni del 1919, pur con mille contraddizioni al suo interno.
Seguo da anni con attenzione l’impegno del Movimento RadicalSocialista, e vorrei che questa piccola grande associazione, preziosa ed unica nel panorama politico e culturale del nostro Paese, si impegnasse per fare da catalizzatore ad un nuovo polo laburista e libertario, connotato sui diritti sociali e non solo civili, non “riformista” ma RIFORMATORE, non anticapitalista ma socialista democratico, per fare quelle riforme radicali di cui l’Italia avrebbe bisogno come il pane.
Grazie per l’attenzione e l’ospitalità.
Storia della libertà eguale
di FRANCO SBARBERI –
Libertà ed eguaglianza sono i valori costitutivi della democrazia e orientano (o dovrebbero orientare) ogni processo di democratizzazione presente e futura. Ma di quale libertà ed eguaglianza si tratta e quale relazione si può e si deve istituire tra questi due valori? Partiamo da alcune osservazioni preliminari per trarne indicazioni utili alla nostra discussione. Anzitutto. Mentre la libertà, comunque intesa, è una proprietà o qualità della persona, che si può definire libera se libere sono la sua volontà e la sua azione, l’eguaglianza è un rapporto tra due o più enti, che assume significato prescrittivo soltanto quando si chiarisca chi sono i soggetti da egualizzare e quale il criterio di giustizia privilegiato. E dunque: eguaglianza tra chi ed eguaglianza in che cosa? Continua a leggere
Altro che rossobruna, Sahra Wagenknecht è una vera socialista!
di LEONARDO MARZORATI –
Una cosa accomuna la stampa liberal-progressista capitanata dal quotidiano “La Repubblica” e quella neoconservatrice capitanata da “La Verità”: entrambe definiscono “rossobruna” Sahra Wagenknecht. I primi in chiave denigratoria, i secondi per affiancarla alle destre radicali che appoggiano. Niente di più falso. Continua a leggere
“Ricordare” sì, ma senza ideologia
di MASSIMO AMADORI –
In occasione del Giorno del ricordo come sempre si sprecano le polemiche ideologiche sui massacri delle foibe. Purtroppo infatti, a distanza di tanti anni da questa tragedia, si continua ad avere una lettura politicizzata di questa vicenda, a destra come a sinistra. A sinistra si tende a dare una lettura "riduzionista" o addirittura "negazionista": le foibe sarebbero state una vendetta contro i criminali di guerra fascisti, responsabili di inenarrabili atrocità contro la popolazione civile slava. I numeri del massacro vengono quindi abbassati e le foibe giustificate. A destra invece si tende a dare numeri gonfiati e a presentare i massacri delle foibe come una pulizia etnica contro gli italiani o addirittura come un genocidio, facendo quindi assurde equiparazioni fra Auschwitz e le foibe e fra nazismo e comunismo. Il fine è screditare la Resistenza partigiana, riabilitare il fascismo e presentare gli italiani come vittime della violenza slavo-comunista, in chiave ovviamente nazionalista.
La tesi della destra e dei neofascisti purtroppo è diventata la tesi ufficiale dello Stato italiano, che sceglie di ricordare solo le vittime italiane e non quella slave. Ma anche la tesi dell’estrema sinistra sulle vendette contro i fascisti è parziale e ideologica. Secondo gli storici che si sono occupati della vicenda, come Raoul Pupo, le foibe furono principalmente una repressione politica del regime "comunista" di Tito. Tali eccidi furono realizzati dalla polizia politica iugoslava, per eliminare tutti gli oppositori, reali e presunti, del comunismo titino. Fra queste vittime ci furono slavi e italiani, fascisti e antifascisti. La maggioranza delle vittime di Tito furono slave. Che senso ha quindi parlare di genocidio contro gli italiani? Furono uccisi fascisti e collaborazionisti ma anche partigiani socialisti, azionisti e cattolici, esponenti del CLN "colpevoli" solo di opporsi al regime stalinista di Tito. Che senso ha quindi parlare di vendetta contro i fascisti? Sarebbe ora di lasciare perdere le tesi "militanti" e ascoltare gli storici, che hanno studiato e analizzato le fonti. In primis gli archivi della polizia politica di Tito.
Li aspetta l’inferno (e in questo caso… speriamo che ci sia!)
di MASSIMO AMADORI –
Le dichiarazioni di Trump sono una chiara legittimazione al genocidio del popolo palestinese.
Deportare l’intera popolazione di Gaza porterebbe a compimento la pulizia etnica voluta da Netanyahu e dall’estrema destra sionista. Fra le altre cose i Paesi arabi non sono disposti ad accogliere i profughi palestinesi, quindi il progetto di Trump significherebbe lo sterminio di buona parte degli abitanti di Gaza. Coloro che ancora si rifiutano di vedere il genocidio in corso dovrebbero aprire gli occhi.
Il governo israeliano non rappresenta gli interessi dei cittadini israeliani e tantomeno quelli del popolo ebraico, ma solo gli interessi dell’imperialismo USA, che vuole radere al suolo Gaza per farne una nuova "costa azzurra" per gli oligarchi occidentali. Un genocidio motivato da ragioni economiche, come tutti i genocidi coloniali.
L’occidente si presenta come moralmente superiore al resto del mondo, ma la verità è che fa le stesse cose della Russia e della Cina, violando il diritto internazionale e invadendo altri Paesi.
L’imperialismo ha sempre le mani sporche di sangue, che sia quello russo, cinese o statunitense. Trump, Netanyahu e Putin sono tutti guerrafondai assassini: la differenza è che i primi due sono tollerati dalle "democrazie" occidentali, perché saranno pure dei brutti bastardi, ma sono i nostri brutti bastardi.
Meno male che per la destra (e per i "compagni" scemi) Trump doveva essere un pacifista e portare la pace in Ucraina e in Medio Oriente.
Solo una rivolta dei popoli oppressi di tutto il mondo può fermare la guerra e l’imperialismo. Allora finalmente potremo consegnare i criminali come Trump, Putin e Netanyahu alla corte penale internazionale.
Non so se questo avverrà, forse la giustizia non è di questo mondo. In ogni caso spero che esista l’inferno, affinché questi criminali assassini di bambini possano bruciare per l’eternità.
Sicuramente finiranno nella pattumiera della storia assieme ai loro colleghi Hitler, Mussolini e Stalin.
Assassini!
Guerra, disuguaglianze e dominio delle élites: una prospettiva socialista libertaria
di FRANCO CONSALES –
La guerra è stata a lungo uno degli strumenti più potenti nelle mani delle élites per rafforzare il loro potere, aumentare le disuguaglianze e mantenere il controllo sulle masse. Sin dall’epoca moderna, le guerre non sono mai state solo conflitti tra nazioni, ma soprattutto scontri di interessi economici e strategici che hanno avvantaggiato le classi dirigenti a discapito delle popolazioni coinvolte. I socialisti libertari e gli anarchici hanno sempre denunciato questa realtà, opponendosi al militarismo e alle logiche belliciste imposte dai governi e dai capitalisti.
La guerra come strumento delle élites
Le guerre moderne non sono mai state decise dai popoli, ma dalle élite economiche e politiche. I grandi capitalisti, le industrie belliche e i gruppi finanziari traggono enormi profitti dai conflitti, vendendo armi, controllando le risorse nei territori occupati e sfruttando il caos per espandere il loro potere. A pagarne il prezzo, invece, sono sempre le classi popolari, costrette a combattere, a subire distruzioni e a sopportare le conseguenze economiche delle guerre. Continua a leggere
Più Stato? No. Anzi meno (e meglio)!
di MASSIMO AMADORI –
In un certo senso Bruno Vespa ha ragione: non esiste Stato al mondo che non sia responsabile o complice di torture, stupri e omicidi. Tali crimini sono sempre compiuti nel nome della "sicurezza", ma in realtà per gli interessi delle classi dirigenti. Il problema è che per Vespa questa cosa è giusta, o comunque inevitabile. Invece si tratta di crimini contro l’umanità.
Lo Stato è un apparato di violenza e di coercizione, qualsiasi Stato. Una violenza esercitata sempre nell’interesse delle oligarchie al potere. Era così nell’antica Roma, era così nel Seicento ed è così anche oggi. Nell’ultimo secolo lo Stato ha affinato ulteriormente i suoi strumenti di tortura e di assassinio, anche grazie alle nuove tecnologie.
Come socialista democratico e libertario io rifiuto il potere statale, anche se a differenza degli anarchici penso che non sia possibile abolirlo completamente da un giorno all’altro e fare a meno di qualsiasi istituzione. Ma di certo sarebbe possibile e auspicabile porre fine immediatamente agli aspetti più violenti e repressivi del potere statale, andando verso una società fondata sulla democrazia diretta e sull’autogestione dei cittadini.
Era ciò che voleva Marx, quando parlava di "spezzare" il potere statale centralizzato. Poi i leninisti se lo sono dimenticato, per non parlare degli stalinisti.
C’è chi pensa che il socialismo voglia dire più Stato, ma in realtà il socialismo mira a togliere potere allo Stato per restituirlo alla società civile. In una società socialista i ruffiani come Bruno Vespa resterebbero senza lavoro, perché non avrebbero più potenti a cui leccare il sedere.
Nel caso, ce ne faremo una ragione.

