Nessuna giustificazione alle guerre imperialiste!

di MASSIMO AMADORI
l massacro del 7 ottobre 2023 fu orribile, ma i crimini di Hamas non possono giustificare il genocidio di Gaza contro il popolo palestinese. I massacri dei governi nazionalisti ucraini contro la popolazione russofona del Donbass furono reali e drammatici, ma non possono giustificare l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra di aggressione di Putin contro il popolo ucraino. Maduro è un dittatore, ma i suoi crimini contro il popolo venezuelano non possono giustificare l’aggressione degli USA al Venezuela. I talebani fecero crimini orribili in Afghanistan, ma questo non giustifica l’aggressione imperialista degli USA contro il popolo afghano.
Quando le grandi potenze imperialiste fanno una guerra la giustificano sempre adducendo ragioni umanitarie. Gli Stati Uniti parlano di "esportazione della democrazia", mentre la Russia dice di voler liberare l’Ucraina dai nazisti e impedire la pulizia etnica dei russofoni. Ma in entrambi i casi si tratta solo di propaganda. La realtà è che gli imperialisti russi e statunitensi fanno le guerre sempre per ragioni economiche e geopolitiche, per gli interessi del capitalismo.
Nelle guerre imperialiste dei potenti si arricchiscono solo i capitalisti e i governi, ma a morire sono sempre e soltanto i civili innocenti, i bambini, i popoli oppressi e la classe lavoratrice. È per questo che i socialisti rifiutano la guerra fra i popoli, sempre e comunque. Il "nemico" è in casa nostra, sono le classi dominanti e i loro governi che mandano i popoli al macello per i loro interessi. Non dobbiamo mai credere alla loro propaganda, che si tratti di quella occidentale o di quella putiniana. Non facciamoci arruolare!

Rivoluzione sì, autoritarismo no!

di MASSIMO AMADORI
Visto che molti comunisti mi "accusano" di confondere Lenin con Stalin specifico la mia posizione.
Per me fra il bolscevismo di Lenin e Trotsky e il regime totalitario di Stalin c’è un abisso. Bolscevismo e stalinismo sono diversi come la rivoluzione e la controrivoluzione. Detto ciò penso che sia legittimo criticare da una prospettiva socialista e rivoluzionaria gli aspetti autoritari e controversi del bolscevismo.
Ciò che contesto ai comunisti trotskisti è l’idealizzazione di Lenin e Trotsky, l’idea "religiosa" che fossero infallibili.
Fra Lenin e Stalin c’è un abisso, ma a mio avviso alcuni errori commessi da Lenin e Trotsky dopo la rivoluzione d’Ottobre hanno aperto la strada alla controrivoluzione stalinista.
Il primo errore del bolscevismo fu aver sostituito la democrazia dei soviet con la dittatura del Partito Comunista. Senza democrazia e libertà il socialismo degenera burocraticamente. Rosa Luxemburg criticò Lenin e Trotsky proprio su questo punto, sottolineando il fatto che per Marx la "dittatura del proletariato" era la democrazia socialista, non la soppressione della democrazia.
Altro errore grave di Lenin e Trotsky fu la creazione di una polizia politica (la Ceka) che rispondeva solo al partito. La rivoluzione andava difesa, ma con altri mezzi, perché i mezzi devono essere sempre coerenti con il fine. Non puoi costruire una società socialista usando mezzi violenti e dittatoriali, con il terrore e la polizia segreta.
Certo Lenin e Trotsky dovettero affrontare una terribile guerra civile e la stessa Rosa Luxemburg riconobbe che alcuni loro errori furono dovuti alla situazione eccezionale in cui si trovarono. Ma sopprimere la democrazia fu un rimedio peggiore del male e aprì la strada allo stalinismo, assieme all’isolamento della rivoluzione e all’arretratezza della Russia sovietica.
L’errore più grave di Lenin e Trotsky fu la soppressione di tutti i partiti di opposizione e delle stesse fazioni interne al PC russo nel 1921, quando ormai la guerra civile era finita e sarebbe stato possibile tornare gradualmente alla democrazia socialista. Come scrisse Victor Serge, che sostenne il bolscevismo ma sempre in maniera critica, al pari di Rosa Luxemburg.
Un tempo ero trotskista e ragionavo pure io in maniera ideologica. Adesso invece la mia visione di Lenin e Trotsky è molto più sfumata, senza demonizzazioni ma senza nemmeno esaltazioni acritiche. Riconosco che furono dei grandi rivoluzionari, mentre Stalin fu solo un burocrate e un controrivoluzionario, un dittatore totalitario al pari di Hitler e Mussolini. Ma da socialista democratico e libertario non accetto gli aspetti autoritari del bolscevismo.

Mary Bethune, instancabile combattente per i diritti degli afroamericani e delle donne

«Se avremo il coraggio e la tenacia dei nostri antenati, i quali rimanevano saldi come rocce contro la frusta della schiavitù, troveremo il modo per fare dei nostri giorni ciò che essi fecero dei loro» – Mary McLeod Bethune (1875-1955)

Mary McLeod Bethune, nata nel 1875 a Mayesville nella Carolina del Sud, è stata un’instancabile combattente e innovatrice in diversi ambiti della storia democratica degli Stati Uniti d’America, quali i diritti civili degli afroamericani e delle donne, le libertà dei popoli colonizzati, le relazioni tra i rappresentanti della società civile e le delegazioni ufficiali a livello nazionale ed internazionale. Nel 1989 la rivista afroamericana Ebony Magazine l’ha inserita tra le cinquanta figure più importanti della storia statunitense, mentre la rivista statunitense Time la include tra le cento donne più influenti del ventesimo secolo.
Nata in un ambiente povero da genitori ex schiavi, quindicesima di diciassette fratelli costantemente impegnati nei campi di cotone, fu l’unica della famiglia a frequentare la scuola e a laurearsi. Da bambina, studiò presso una scuola missionaria presbiteriana per bambini afroamericani che avrebbe dovuto portarla a concludere gli studi presso la Scotia seminary for girls in Nord Carolina e a partire come missionaria in Africa. Ma la vita le aveva preservato un futuro diverso. Per l’Africa non partì mai e, tornata nella Carolina del Sud, iniziò a lavorare come insegnante. Realizzò subito quanto anche gli africani in America avessero il disperato bisogno di un’educazione scolastica, come gli africani in Africa, e decise che la sua passione per lo studio e l’aiuto verso gli altri si sarebbe concretizzata in America.
Nel 1904 si trasferì a Daytona, in Florida, dove grazie alle donazioni delle chiese locali nere e dei benefattori bianchi, fondò il Daytona Normal and Industrial Institute for Negro Girls, in cui alle alunne afroamericane veniva impartita un’educazione cristiana che alternava lo studio di materie teoriche, quali la matematica o le lingue straniere, a competenze industriali quali la sartoria, la cucina o altre abilità che premettessero loro di essere autosufficienti. Il numero delle studentesse crebbe da cinque a duecentocinquanta nel giro di pochi anni. Il successo della scuola fu talmente clamoroso da permetterne l’unione con il Methodist-run Cookman Institute for Men. Nacque così il Bethune-Cookman College, di cui Mary era la preside – una delle poche presidi donne della nazione in uno dei rari istituti americani in cui un veniva data la possibilità agli afroamericani di conseguire il diploma.
Contemporaneamente al ruolo di imprenditrice, preside ed insegnate, la Bethune incanalò verso il dibattito istituzionale le esigenze delle donne nere, le quali chiedevano riconosciuti i propri diritti, violati dalla doppia discriminazione dell’essere donna e nera. Fu nominata presidente, nel 1924, della National Association of Colored Women (Associazione nazionale delle donne nere), un gruppo nazionale il cui compito era quello di coordinare le varie associazioni di donne nere a livello regionale e locale. Nello stesso anno, in vista di questo suo nuovo incarico, portò avanti una politica per l’integrazione, attaccando duramente la discriminazione e la segregazione razziale. A causa dei limiti strutturali dell’associazione però, nel 1935 si ritirò per fondare il National Council of Negro Women (Consiglio nazionale delle donne nere), riunendo 28 organizzazioni differenti per formare un’associazione allo scopo di migliorare la qualità della vita delle donne nere e delle loro comunità a livello nazionale e internazionale, tramite un dialogo con il governo americano. L’azione più significativa conseguita dal Consiglio fu l’organizzazione della conferenza, presso la Casa Bianca, sulla cooperazione a livello governativo sui problemi relativi alle donne nere e ai bambini. Ad essa, seguirono incontri regolari presso la Casa Bianca incentrati sulla richiesta di un aumento del numero di donne nere all’interno di posizioni di rilievo nell’apparato governativo.
Il carisma della Bethune, riconosciuto dall’associazionismo civile e dal governo americano, e la sua profonda conoscenza della condizione degli afroamericani attirarono anche l’attenzione del presidente Franklin D. Roosevelt che nel 1935 la nominò sua consigliera speciale sugli affari delle minoranze. Eleanor Roosevelt, legata a Mary da una profonda amicizia, arrivò a far modificare le regole di segregazione, in occasione della Southern Conference on Human Welfare del 1938 che si tenne a Birmingham in Alabama, per poterle sedere accanto. La Bethune divenne direttrice della Divisione per le questioni dei neri dell’Amministrazione nazionale della gioventù – dove ancora una volta educava e indirizzava i giovani verso nuove opportunità di lavoro – e capo del FDR Black Cabinet, diventando la prima afro-americana a guidare un dipartimento federale. Fino alla sua morte, avvenuta nel 1955, rimase fedele consigliera del presidente Roosevelt e di sua moglie Eleanor.
Con il suo ultimo incarico, la Bethune segnò la storia dei diritti civili delle minoranze: è stata l’unica donna nera a partecipare, come rappresentante della National Association for the Advancement of Colored People, alla Conferenza di fondazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a San Francisco nel 1945. L’essenza del suo metodo di insegnamento e delle sue acute analisi come consigliera fu quello di eliminare il senso di vergogna radicato negli afroamericani, abbracciando i principi della democrazia privilegiando la dedizione verso gli altri.
La vita di Bethune è stata celebrata con una statua commemorativa a Washington DC nel 1974.
[Fondazione Gariwo]

Noam Chomsky: capitalismo, potere e resistenza intellettuale

di Francesco Pungitore*

Noam Chomsky, rinomato linguista, filosofo e attivista politico americano, è una delle figure più influenti e controverse del XX e XXI secolo. Una delle sue critiche più incisive riguarda il capitalismo, un sistema economico che ha le sue radici proprio negli Stati Uniti, patria del consumismo capitalistico. La posizione di Chomsky acquisisce particolare rilevanza proprio in virtù della sua cittadinanza americana, rendendo il suo atto d’accusa ancor più significativo e provocatorio. Nel corso della sua carriera, Chomsky ha continuamente messo in discussione le basi del capitalismo, sottolineando le sue iniquità, le sue conseguenze nefaste sulla società e il suo impatto distruttivo sull’ambiente. Attraverso un’analisi lucida e approfondita, Chomsky invita a riflettere sulle reali implicazioni di un sistema che costringe gli individui in una spirale di consumismo e competizione, minando i valori fondamentali di solidarietà e cooperazione. Continua a leggere

Riforma sociale o rivoluzione?

di MASSIMO AMADORI
Riforme sociali e rivoluzione non andrebbero mai contrapposte. Come spiega Rosa Luxemburg nel suo testo contro i riformisti di Bernstein, i socialisti rivoluzionari non rifiutano la lotta per le riforme, ma legano la lotta per le riforme sociali alla prospettiva socialista del superamento del capitalismo.
Le riforme sono quindi un mezzo per arrivare alla rivoluzione socialista. Era una posizione simile a quella di Matteotti, non a caso definito da molti storici un "riformista rivoluzionario".
Invece i riformisti separano le due cose: le riforme diventano il fine e non più il mezzo. "Il movimento è tutto, il fine è nulla". Questa frase di Bernstein rende bene l’idea di cosa sia il riformismo socialdemocratico, che non punta al superamento del capitalismo ma a una sua riforma. Ma i rivoluzionari comunisti "duri e puri" (i massimalisti) fanno l’errore opposto. Non colgono il nesso fra riforme e rivoluzione e rifiutano le lotte parziali per le riforme. Per i massimalisti e i leninisti la rivoluzione coincide con l’ insurrezione armata, con "la presa del palazzo d’Inverno".
Marx invece, così come Rosa Luxemburg e Lelio Basso, vedevano la rivoluzione socialista come un lungo processo di trasformazione, attuato dal basso e in forme democratiche. Nel movimento socialista opportunismo ed estremismo sono due facce della stessa medaglia. Sono da evitare entrambi.

Eugene Victor Debs

di GIANCARLO IACCHINI
«Sì, sono convinto che un giorno noi socialisti arriveremo al potere in questa nazione e in tutto il mondo. Per eliminare tutte le istituzioni capitalistiche, strumenti di asservimento e degradazione, e per creare istituzioni libere, giuste e umane. Il sole del socialismo sta sorgendo! A tempo debito suonerà l’ora e questa grande causa trionfante proclamerà l’emancipazione della classe lavoratrice e la fraternità di tutto il genere umano, mettendo fine all’infamia delle guerre tra i popoli, che in tutta la storia sono state intraprese per conquistare e saccheggiare; è sempre stata la classe padronale a dichiararle e le classi oppresse a combatterle e a morire sui campi di battaglia».
Nato il 5 novembre 1855 a Terre Haute, Indiana, da una famiglia di immigrati francesi, Eugene Victor Debs è stato il leader più coraggioso e influente del movimento operaio e socialista negli Stati Uniti. Nel 2026 cade il centenario della sua morte, causata dalle gravi malattie contratte in carcere, dove scontava – in condizioni durissime – una condanna a 10 anni per il suo impegno pacifista durante la prima guerra mondiale ed in particolare per un comizio in cui invitava i giovani americani alla renitenza alla leva, sulla scia dell’accorato appello di Rosa Luxemburg, condannata qualche anno prima in Germania per lo stesso motivo: «Se vi ordinano di andare al fronte, non partite; se vi ordinano di sparare, non uccidete!». Al processo, Debs pronunciò queste parole davanti al giudice: «Sono accusato di avere ostacolato la guerra. Ebbene sì, sono colpevole, lo ammetto. Ma signori, io aborrisco la guerra. Mi opporrei ad essa sempre e dovunque, anche da solo… Simpatizzo e solidarizzo con qualsiasi persona che soffre e che lotta, in ogni parte del mondo. Non fa alcuna differenza sotto quale bandiera sia nato e dove viva».
Più in generale, la sua figura incarna la resistenza morale contro le ingiustizie del capitalismo americano, in un’epoca segnata da profonde disuguaglianze sociali e da un sistema politico dominato dai due partiti – democratico e repubblicano – entrambi al servizio del grande capitale.
Debs iniziò a lavorare giovanissimo come manovale nelle ferrovie, esperienza che lo avvicinò alle dure condizioni dei lavoratori. Nel 1893 fondò l’American Railway Union (ARU), uno dei primi sindacati industriali degli Stati Uniti. La sua notorietà crebbe nel 1894, quando guidò lo sciopero contro la Pullman Company, che paralizzò il traffico ferroviario nazionale. La repressione fu dura: Debs fu arrestato e condannato a sei mesi di prigione. Durante la detenzione, lesse le opere di Karl Marx e maturò la sua piena adesione al socialismo. Nel 1901 fondò il Partito Socialista d’America, con cui si candidò cinque volte alla presidenza degli Stati Uniti arrivando ad ottenere un milione di voti quando – nel 1920 – si candidò da detenuto (caso unico nella storia delle elezioni presidenziali americane).
Il socialismo di Eugene Debs era radicale ma non settario, e non contrapponeva (anzi univa dialetticamente) rivoluzione e riforme, purché entrambe fossero reali ed effettive, e non bandiere ideologiche da sventolare l’una contro l’altra: mentre infatti criticava il riformismo e propugnava il superamento del capitalismo e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, si batteva quotidianamente nella lotta sindacale per ampliare i diritti dei lavoratori e difenderne la dignità, anche attraverso uno stato sociale in grado di mitigare le spietate leggi economiche del liberismo capitalistico. Era favorevole ai “diritti dell’uomo” proclamati dal liberalismo politico, ma avvertendo che «non ci può essere vera libertà in un sistema che riduce milioni di uomini alla povertà; non ci può essere insomma autentica libertà senza giustizia sociale».
E se la “libertà” ha bisogno del socialismo per diventare effettiva e concreta, d’altro canto anche il socialismo deve sempre andare di pari passo con la democrazia e con la libertà se vuole rappresentare una “liberazione” per gli oppressi. Critico non delle riforme ma del riformismo socialdemocratico che non mette in discussione il capitalismo, sostenne con entusiasmo la rivoluzione d’ottobre in Russia: era amico personale di John Reed, il giornalista statunitense (autore poi del libro “i dieci giorni che sconvolsero il mondo”) che si trovò a partecipare da “cronista” all’assalto al Palazzo d’Inverno, per poi cercare di fondare anche negli USA un partito comunista; ma condivise con lui la delusione e la critica per l’involuzione autoritaria del potere bolscevico, pur continuando a rispettare sia Lenin che Trotsky. Fu contrario alla scissione comunista (che mise a rischio ma non interruppe l’amicizia e la stima tra lui e Reed) e scelse di restare nel partito socialista, che vedeva più attento alla fondamentale questione della libertà, continuando però a criticare duramente l’ala “socialdemocratica” del suo partito. Pensava che gli Stati Uniti avessero bisogno di un partito socialista autonomo dal partito democratico, e per questo si presentò sempre alle elezioni come indipendente, non superando però mai il 6% dei voti (che pure in quella logica “terzaforzista” poteva considerarsi un buon risultato).
Il suo impegno politico, sociale e sindacale, unitamente al pacifismo coerente, ha influenzato generazioni di attivisti liberal, radicali e progressisti negli Stati Uniti d’America, da Martin Luther King a Malcom X fino a Bernie Sanders, che sin da giovane lo considerava il suo “eroe” e “mito”. La sua visione di una democrazia fondata sia sui diritti individuali dell’uomo che sulla giustizia sociale (le due cose per lui erano strettamente intrecciate: «Non c’è libertà senza giustizia, non c’è giustizia senza libertà», secondo quella teoria che in seguito sarà sintetizzata proprio in America nella definizione di “equal freedom”) ha continuato a ispirare la radical left degli Stati Uniti, con una improvvisa riscoperta nella seconda metà degli anni Sessanta e con l’attuale ripresa grazie al movimento “socialista democratico” di Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e dello stesso nuovo sindaco di New York Mamdani, che ha citato Debs nel suo primo discorso dopo la vittoria, commuovendo molti anziani attivisti.
In diversi scritti e discorsi, Eugene Debs ha approfondito il concetto di libertà, che non può essere limitato alla sua accezione “negativa” tipica del liberalismo (assenza di costrizioni e limiti da parte dello Stato) ma dev’essere anzi sviluppato in senso “positivo” e “collettivo”, come liberazione per tutti e non privilegio di pochi, come autonomia di ogni individuo ma in senso reale, concreto, come fine di ogni dipendenza da “padroni” che elargiscono un salario per garantire la sopravvivenza a chi lavora e produce tutti i beni, perché il benessere non dev’essere una concessione altrui ma un diritto primario (la famosa “ricerca della felicità” sancita nella Dichiarazione di Indipendenza americana). Dunque “pari opportunità”: eguale accesso per tutti al lavoro, all’istruzione inferiore e superiore, alle strutture sanitarie, alla casa ed alla soddisfazione dei bisogni primari; fine del dominio economico privato sui mezzi di produzione, che rende schiavi i lavoratori, i quali devono essere proprietari dei frutti del loro lavoro; e intanto redistribuzione delle ricchezze attraverso una tassazione fortemente progressiva, abolizione dei monopoli economici e proprietà collettiva delle industrie fondamentali; pieni diritti sindacali a cominciare dal diritto di sciopero e di contrattazione collettiva; lotta al razzismo e solidarietà interetnica; rifiuto di una “rivoluzione dall’alto” come “presa di un Palazzo” guidata da un leader carismatico e autoritario, perché la lotta va sempre condotta “dal basso” e collettivamente, attraverso un movimento “orizzontale” senza capi.
Pur non conoscendo appieno il Marx umanista e libertario (molti manoscritti giovanili furono pubblicati solo negli anni 30 del Novecento) Debs aveva del socialismo una visione etica e umanistica, che influenzò per esempio anche il francese Jean-Paul Sartre dopo la sua svolta del 1946 (“L’esistenzialismo è un umanismo”). Contrario a schemi ideologici sclerotizzati, credeva in una democrazia partecipativa, in cui i lavoratori potessero autogovernarsi e costruire una società più giusta, pacifica e solidale.
Bernie Sanders, che da giovane ha realizzato un documentario sulla lotta e le idee di Debs, scrive nel suo ultimo libro che «è sempre stato desolante per me constatare quanti pochi americani lo conoscessero, malgrado la sua grandezza politica e morale… Desolante ma non certo sorprendente vista la natura della nostra cultura aziendale e dei media di questo Paese. E benché sia morto da un secolo, la sua vita e le sue idee socialiste continuano a rappresentare una tale minaccia per il mondo delle grandi aziende americane che è stato praticamente cancellato dalla nostra coscienza storica. Ed anche da questa rimozione si può trarre una lezione significativa». Si può aggiungere, con altrettanto rammarico, che neppure il resto del mondo – compreso il socialismo europeo – ha fatto molto di più per ricordare la figura di Debs. E forse il nostro di oggi rappresenta uno dei primi contributi organici in tal senso.

«Io e il mio eroe nella lotta al capitalismo: il socialista Eugene Debs»

di BERNIE SANDERS
Eugene Victor Debs (1855-1926), il leader sindacale dei ferrovieri che fu il grande organizzatore del Partito Socialista d’America nonché candidato presidenziale nei primi decenni del XX secolo, dichiarò più di cent’anni fa che «i frutti del lavoro devono essere goduti dalla classe lavoratrice».
Debs è stato il mio eroe sin da giovane, quando ho preso a cuore il suo messaggio: nel preciso momento in cui un lavoratore comincia a pensare con la propria testa e comprende ciò che è di primaria importanza, si stacca dai politici servi del capitalismo e si schiera con la sua classe sul campo della battaglia politica e sociale. La solidarietà della classe lavoratrice significa la morte del dispotismo, la nascita della libertà, l’alba della civiltà.
Rimasi così affascinato da Debs, dalla sua vita e dal suo lavoro straordinari, che realizzai un breve documentario su di lui negli anni Settanta, quando dirigevo una piccola società no profit di produzioni multimediali. Il video fu venduto a college e scuole superiori. In seguito Folkways Records pubblicò la colonna sonora su un disco. Fui motivato a girare il documentario perché era desolante per me, ma niente affatto sorprendente vista la natura della nostra cultura aziendale e dei media, che pochissimi americani conoscessero Eugene Debs.
Debs fu un sindacalista che gettò le basi per l’ascesa del sindacalismo industriale negli Stati Uniti e, alla fine, per la creazione del Congress of Industrial Organizations (CIO, Congresso delle Organizzazioni Industriali). Fu un candidato presidenziale che ricevette milioni di voti e il cui programma influenzò significativamente il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, oltre a essere un uomo di grande coraggio che si schierò nettamente contro la partecipazione americana alla prima guerra mondiale, con il risultato di finire in carcere per tre anni.
Sebbene sia morto da quasi un secolo, la sua vita, il suo lavoro e la sua ideologia continuano a rappresentare una tale minaccia per il mondo delle grandi aziende che è stato praticamente cancellato dalla nostra coscienza storica. E da questa rimozione si può trarre una lezione importante. Debs era un fervente sostenitore della democrazia di base, in opposizione all’autoritarismo e al culto della personalità. «Io non sarei mai un Mosè che vi guidi nella Terra Promessa, perché seppure potessi portarvici, qualcun altro potrebbe anche tirarvi fuori di lì», diceva. Condivido questa sua idea. Il vero cambiamento si produce solo dal basso, quando migliaia e poi centinaia di migliaia e infine milioni di persone si uniscono e chiedono una vita migliore. Mai dall’alto in basso. I funzionari eletti dovrebbero essere solidali con i lavoratori e fare tutto quanto in loro potere per renderli autonomi. Non “guidarli”.
Questa è la mia missione, e l’abbraccio con piacere. Nella grande lotta tra la classe lavoratrice e la classe capitalista, sono dalla parte dei lavoratori e dei loro diritti. Nessun vero cambiamento in questo paese potrà avvenire a meno che le persone che lavorano non siano pronte a combattere per i propri diritti.

La crisi della socialdemocrazia e l’alternativa socialista

di MASSIMO AMADORI e GIANCARLO IACCHINI
Se oggi appare obsoleta – per ragioni sia economiche che ecologiche – l’antica fede positivistica in un aumento progressivo e indefinito della PRODUZIONE (e questa critica coinvolge purtroppo lo stesso Marx, con la sua idea ottocentesca di una crescita illimitata delle forze produttive, ostacolate soltanto dai rapporti capitalistici di produzione), altrettanto superata è l’idea socialdemocratica di una "pacifica" e indolore redistribuzione della ricchezza che non entri in contraddizione con la redditività del capitale (leggi PROFITTO), per cui i margini keynesiani e "riformisti" si sono rapidamente esauriti, compreso lo spazio del tanto decantato Welfare State, ormai incompatibile con la legge del profitto.
Risultato: ci ritroviamo «un capitalismo sempre più ingiusto e rapace» (la definizione è di Bernie Sanders) e oramai irriformabile, da… prendere o lasciare. Da accettare (come afferma esplicitamente la destra e implicitamente anche il centrosinistra) oppure da combattere, ma in modo nuovo e non ideologico, facendo leva sugli interessi reali della stragrande maggioranza della popolazione (il famoso 99% che sta sull’altro piatto della bilancia rispetto all’1% degli straricchi oligarchi, attuali padroni del mondo).
Il riformismo poteva aver senso nella seconda metà del secolo scorso, oggi però non ne ha. Le ricette keynesiane della socialdemocrazia sicuramente hanno portato benessere e diritti sociali, specialmente nei Paesi scandinavi, ma non sono più applicabili, perché si basavano sulla crescita economica dei "trenta gloriosi" (la golden age capitalistica che va dalla fine della seconda guerra mondiale a metà degli anni 70). Oggi invece viviamo in una situazione di crisi economica e di guerre imperialiste.
Il capitalismo non è più in grado di concedere nulla e infatti il modello socialdemocratico è in crisi ovunque, persino nella Svezia che fu di Olof Palme. Adesso sono gli stessi socialdemocratici a portare avanti politiche neoliberiste, se vogliono continuare a governare. Dunque oggi il compito dei socialisti democratici non è riformare il capitalismo ma superarlo. Il socialismo democratico si colloca quindi a sinistra della socialdemocrazia. È la posizione di tutti i socialisti di sinistra, da Sanders negli Stati Uniti a Corbyn nel Regno Unito.
Fra le altre cose, le ricette keynesiane della socialdemocrazia non tengono conto del fatto che un sistema basato sul profitto, sui consumi illimitati e sulla crescita infinita è incompatibile con la salvaguardia dell’ambiente. Il capitalismo rischia di portarci all’ estinzione, dunque va superato. Difendere lo stato sociale è importante e di certo sono meglio le politiche socialdemocratiche di quelle neoliberiste, ma la mera difesa del Welfarenon basta più (perché risulta oggettivamente perdente): occorre cambiare radicalmente il sistema sociale ed economico.
Questa è la sfida della sinistra socialista di oggi. Il riformismo socialdemocratico ha fatto il suo tempo. Ma anche il comunismo novecentesco ha fatto il suo tempo. Oggi essere socialisti rivoluzionari non significa voler assaltare il Palazzo di Inverno e fare l’insurrezione armata. La rivoluzione socialista è un lungo processo di trasformazione, come ci insegnano Marx, Rosa Luxemburg e Lelio Basso. È un processo graduale che deve sempre basarsi sull’estensione della democrazia e mai sulla sua soppressione.
Socialismo o barbarie!

La chiusura del “museo del fumetto” a Milano: quando il profitto cancella spazi di cultura (e periferie)

di LEONARDO MARZORATI
Dal 15 giugno scorso il WOW Spazio Fumetto ha chiuso i battenti. Aperto nemmeno 15 anni fa in Viale Campania, nella semiperiferia orientale di Milano, questo originale museo del fumetto non è più un punto di ritrovo per appassionati o semplici curiosi. Ne abbiamo parlato con Tino Adamo, fumettista milanese che lavora alla Bonelli Editore. Adamo un mese fa si è incontrato con il direttore dello Spazio Fumetto Luigi Bona, in occasione del direttivo dell’associazione “Gli Amici del Vittorioso”, e insieme hanno fatto il punto della situazione su questa realtà.
Qual è la situazione attuale del museo del fumetto di Milano?
Il museo è chiuso e in pessime condizioni. Entrano infiltrazioni d’acqua e va cambiato l’impianto elettrico. Il Comune 14 anni fa diede in gestione all’associazione gli spazi di viale Campania. A tutti gli inconvenienti dovevano provvedere i gestori del museo e senza importanti aiuti da parte dell’amministrazione comunale non si riusciva più a gestire l’immobile. Bona e soci pensavano a fare cultura con i pochi soldi degli incassi, organizzando mostre o visite didattiche. Cultura, non business. Prima nella nascita del WOW, quello stabile e il parco limitrofo erano luogo di spaccio, ora c’è il rischio che tornino a esserlo.
La giunta Sala, con in testa l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, ha abbandonato lo Spazio Fumetto?
Le istituzioni milanesi hanno abbandonato le zone fuori dalle mura dei Bastioni. Sala pensa a rendere sempre più attrattivo il centro per i turisti e lascia a se stesse le periferie. Il Comune avrebbe dovuto già fare un’asta pubblica per l’immobile, ma non si è ancora fatto il bando. Probabilmente il nuovo museo del fumetto sorgerà a Monza. Il centro è sempre più tutelato, le periferie sempre più lasciate a se stesse. Per fortuna ci sono tante associazioni e reti sociali attive, come per il quartiere di Baggio, dove vivo.
Un’arte importante, che ha avuto in Milano la sua capitale italiana, per l’incuria della giunta Sala passa dall’ombra della Madonnina al vicino capoluogo brianzolo. Succederà qualcosa di simile a quanto avvenuto per la fotografia, con la chiusura dello Spazio Forma in zona Porta Lodovica. Nonostante la presenza di qualche mostra fotografica alla Fondazione Meravigli in centro, il museo della fotografia ora è in gestione al Comune di Cinisello Balsamo, che lo ospita nelle sale della bella Villa Ghirlanda.
Milano perde uno spazio dove si faceva cultura. C’erano i laboratori per le scolaresche delle scuole elementari, che contribuivano ad avvicinare il fumetto ai bambini, i lettori più reattivi per questa forma d’arte. Il WOW contribuiva tantissimo ad avvicinare i più piccoli al fumetto, trasformandoli nei lettori di domani.
Avvicinare i giovani al mondo del fumetto è molto difficile. Qual è la situazione attuale della nona arte?
Le nuove distrazioni, come smartphone e videogiochi, remano contro al fumetto. I giovani appassionati leggono quasi esclusivamente manga giapponesi. Il mondo del fumetto italiano è disastrato, soprattutto quello seriale e popolare che si vende in edicola. Ma queste ultime chiudono e nei centri piccoli spesso non ci sono più. Inoltre si legge sempre meno e le vendite crollano.
Lei lavora alla Bonelli Editore, la maggiore casa di produzione fumettistica. Com’è la situazione lavorativa di voi disegnatori e sceneggiatori?
In Bonelli siamo liberi professionisti. Il lavoro è sempre meno e parecchi di noi stanno guardando ad altre strade. Siamo tutti over 40 e i giovani lavoratori qui sono pochi. Io sono addetto alla correzione di bozze e disegno alcune storie di Zagor; ma faccio anche altro: ho scritto due romanzi e realizzo sceneggiature. Gli albi in edicola vendono sempre meno, resistono i due cavalli di battaglia Tex e Dylan Dog, ma la situazione non è per niente rosea, anche per l’età avanzata di molti lettori.
Quale futuro vede per il fumetto italiano?
Sempre meno edicole e maggior peso delle librerie. Quindi un fumetto meno seriale e più autoriale. Con costi ovviamente maggiori. Non più l’acquisto mensile e costante di un albo, ma saltuario. L’intelligenza artificiale è inoltre una nuova minaccia. Già ora sta sostituendo chi fa i layout nel cinema. A breve l’intelligenza artificiale entrerà in tutti i settori artistici, fumetto compreso e questo porterà via parecchi posti di lavoro. I fumetti non spariranno, ma ci sarà molto meno lavoro. Un dato curioso, nell’epoca in cui si sponsorizzano tanti corsi di fumetto, c’è sempre meno lavoro per i fumettisti.

Più a sinistra dei settari nostrani!

di MASSIMO AMADORI
Io credo che ci sia un pregiudizio della sinistra europea nei confronti della sinistra statunitense. Eppure oggi Sanders, Ocasio-Cortez e Mamdani sono molto più a sinistra della socialdemocrazia europea.
I socialisti democratici negli USA parlano apertamente di superamento del capitalismo, mentre in Europa la socialdemocrazia da decenni ha accettato pienamente il sistema capitalistico e punta al massimo a riformarlo.
Bernie Sanders è decisamente più a sinistra di Elly Schlein e dello stesso Pedro Sanchez. Fra l’altro il socialismo democratico negli Stati Uniti è sempre più popolare, come dimostrano le recenti elezioni a New York.
I socialisti statunitensi mi piacciono perché sono pragmatici e concreti, per nulla ideologici e dogmatici. Sono radicali, ma non estremisti. Sono lontani sia dall’estremismo dei partitini comunisti che abbiamo in Italia sia dall’opportunismo delle socialdemocrazie europee. I socialisti democratici negli Stati Uniti non sono settari, ma collaborano con tutte le forze della sinistra. Compresi i trotskisti, gli anarchici e i verdi. Io credo che la sinistra italiana avrebbe molto da imparare dai socialisti degli Stati Uniti. Avercelo un Sanders anche da noi!
#makesocialismcoolagain