di LEONARDO MARZORATI –
Nel 1938, mentre era in esilio a Parigi, il dirigente antifascista Angelo Tasca pubblicò il saggio “Nascita e avvento del fascismo”. Tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, Tasca, dirigente della “destra” buchariniana e fortemente antistalinista, nel 1929 era stato espulso dal partito di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti e rientrato nel Partito Socialista. Questo valido uomo della sinistra italiana analizzò il fascismo da fiero avversario, fino al punto di aderire alla Repubblica di Vichy per fare la spia a favore della Resistenza Belga dal 1941 al 1944. Nel saggio, Tasca analizza brevemente il regime che lo aveva obbligato a fuggire dall’Italia.
Il fascismo fu il manganello dei poteri forti dell’epoca. In un’Italia che usciva dalla Grande Guerra “vittoriosa” ma sempre povera, la paura di una possibile rivoluzione come quella avvenuta nel 1917 in Russia allarmò chi deteneva il potere economico: la grande industria radicata principalmente nel triangolo Torino-Genova-Milano e i grandi proprietari terrieri del Centro-Sud. Questi, dopo aver convinto Casa Savoia e l’opinione pubblica borghese all’intervento nella Grande Guerra, finanziarono gli squadristi per colpire con la violenza i socialisti.
Benito Mussolini era un ambizioso giornalista e dirigente del Partito Socialista. Dietro al suo passaggio dal neutralismo all’interventismo, e alla sua successiva espulsione dal PSI, ci sono i denari che il faccendiere e massone Filippo Naldi gli fece arrivare da industriali genovesi e milanesi. Nacque così il quotidiano interventista diretto dal futuro Duce “Il Popolo d’Italia”. Il motivo del finanziamento era semplice: utilizzare un sobillatore di folle come Mussolini per spostare una fetta di ceto medio riflessivo schierato a sinistra a favore dell’ingresso in guerra dell’Italia. Furono soldi ben spesi, purtroppo.
Alla fine del conflitto Mussolini era una personalità ben conosciuta negli ambienti borghesi, ma estranea, se non disprezzata, in quelli proletari. Il suo partito di sinistra interventista dei Fasci Italiani di Combattimento (già Fasci d’Azione Rivoluzionaria) fu un fiasco elettorale, nonostante la presenza di figure nobili come Alceste De Ambris, Pietro Nenni e il direttore d’orchestra Arturo Toscanini, tutti futuri antifascisti.
Il primo volume della mastodontica biografia del Duce scritta dallo storico Renzo De Felice, “Mussolini il rivoluzionario”, racconta bene le ambiguità del personaggio e il suo opportunismo. Obiettivo primario di questo agitatore era solo uno: prendere il potere e mantenerlo con ogni mezzo. Così sarà.
Rubando soldi destinati all’impresa di Fiume e tradendo quindi Gabriele D’Annunzio, Mussolini rafforza il suo movimento politico che piano piano si sposta sempre più a destra, unendosi alla fine con i nazionalisti per dare vita al Partito Nazional Fascista. E con questo scatenerà una violenza vigliacca contro dirigenti socialisti, comunisti, repubblicani e persino popolari. Non verranno risparmiati sindacalisti e anarchici. Spesso a usare le maniere forti erano ex militanti di sinistra (perlopiù anarcosindacalisti, socialisti massimalisti e repubblicani) passati dalla parte delle camicie nere e trovatisi dalla stessa parte di monarchici, nazionalisti e semplici avanzi di galera. Tutti uniti a massacrare chi parlava di socialismo e spaventava tanto latifondisti e industriali.
Questo è stato il fascismo squadrista degli esordi: il manganello dei capitalisti da usare contro le sinistre. Con la complicità di Casa Savoia, di una parte della Chiesa e di parecchi liberali, convinti che quell’arruffapopolo romagnolo sarebbe stato liquidato facilmente una volta finito il lavoro sporco. Purtroppo non andò così.
Il fascismo divenne un regime a immagine e somiglianza del suo capo. Da anticapitalista a manganello del Capitale, da antireligioso a difensore della famiglia patriarcale e degli accordi con il Papa, da antimonarchico alle sfilate a braccetto con Vittorio Emanuele III, da anticolonialista a massacratore di libici e abissini, da interventista europeista a nazionalista antislavo e nemico delle cosiddette “plutocrazie”. Tutto e il contrario di tutto, con l’obiettivo primario di restare al potere, in nome di una farsesca riedizione fuori tempo massimo dell’Impero Romano (l’estetica fatta di saluti romani e fasci littori ne è la prova).
Oggi abbiamo intellettuali, giornalisti e influencer di area “liberale” (quindi di regime) che evocano il fascismo ogni tre per due. Basta un ritrovo di poche decine di imbecilli che non hanno aperto un libro di storia in vita loro (o se lo hanno aperto non lo hanno letto bene) o la sparata di un dirigente di Fratelli d’Italia, per gridare al fascismo.
Ma oggi il Capitale ha bisogno del fascismo, di un nuovo squadrismo che zittisca con la violenza le voci contrarie? No, perché le voci contrarie sono deboli e sono state zittite “democraticamente”. Governa il PUL, il Partito Unico Liberale, contraddistinto dalle sue due principali correnti: quella dell’ultradestra e quella progressista. La prima sta vivendo un suo momento di gloria in varie parti del mondo, dagli Usa di Donald Trump, all’India di Narendra Modi, passando per l’Europa dei vari partiti delle destre cosiddette populiste. In Italia oggi dominano la scena gli eredi della tradizione fascista, quelli con la fiamma tricolore nel simbolo. Sono nemici della solidarietà, sia socialista sia cristiana, ma sono fedeli a Washington e a Bruxelles, quindi non recano problemi ai poteri forti. Nell’Unione Europea appoggiano Ursula Von Der Leyen insieme al Pd, esponente italiano dominante dell’ala progressista del PUL.
Sono proprio i dirigenti dem, spalleggiati dai loro supporter del mondo della cultura, della stampa e dei social, a gridare al fascismo. Un po’ ridicolo, dal momento che a Bruxelles ci governano insieme. La destra di governo contrasta i rave, le droghe leggere, non ama i giovani in piazza, ha la carica della polizia facile; ma non è il principale strumento repressivo del Capitale, quantomeno non lo è contro la fazione di sinistra del PUL. Non si spiegherebbero altrimenti gli inviti a dirigenti del Pd ad Atreju.
Fratelli d’Italia è un partito liberale e liberista, ultraconservatore e con accenni al corporativismo che fu del fascismo. È un partito famelico di poltrone anche a discapito dei suoi alleati di governo Forza Italia e Lega. Ma non è fascista, al più afascista, con all’interno esponenti che provengono da una storia fascista o amano le pagliacciate fasciste.
Il Pd resta l’ultimo partito che può dare lezioni di antifascismo, dato che 1) è anch’esso (e quindi anche i suoi intellettuali, giornalisti e influencer) connivente con l’ordocapitalismo che va da Bruxelles a Washington e 2) alleato in Europa con il partito di Giorgia Meloni. Addirittura esponenti dem eletti in Europa hanno fatto pressioni, su tutti Stefano Bonaccini e Antonio Decaro, ai colleghi socialisti degli altri Paesi per dare l’appoggio al Commissario Ue Raffaele Fitto, ex berlusconiano ma oggi meloniano di ferro. Il Pd ha inoltre esponenti come Emanuele Fiano e Pina Picierno che inneggiano al continuo invio di armi al regime ucraino di Zelensky e al criminale governo nazionalsionista israeliano. Se c’è un fascismo oggi, più che in provocatori di Fratelli d’Italia o in picchiatori da stadio abituati all’uso di alcol e cocaina, quello va cercato in chi difende i crimini imperialisti e il capitalismo globale.
Avete mai sentito i maitre a panser progressisti attaccare i fondi d’investimento che drogano la democrazia per accumulare sempre più capitale? O condannare ogni ingerenza politica del blocco atlantista contro altri paesi del mondo (vedi il boicottaggio all’Internazionale Antifascista organizzata in Venezuela dal presidente Maduro)? No, si soffermano su casi marginali, spesso lasciando al vero antifascismo militante le manganellate, come si è visto di recente a Brescia.
Pier Paolo Pasolini negli “Scritti Corsari” spiegò più di 50 anni fa qual era il nuovo fascismo: non più quello dei saluti romani (in un’epoca in cui il Movimento Sociale Italiano si dichiarava fascista e aveva il 6-7% circa dei consensi), ma il conformismo che stava portando al degrado culturale italiano. E oggi chi è più conformista di uno scrittore come Antonio Scurati?
Per conoscere il fascismo del secolo scorso e capire quello di oggi vale la pena, più che leggere i tomi di Scurati e guardare la gustosa serie realizzata sui suoi lavori, leggere “Nascita e avvento del fascismo” di Angelo Tasca, ripubblicato recentemente da Neri Pozza (una delle più valide case editrici italiane). Il nemico delle classi lavoratrici è sempre il Capitale, sia quando ammazza con le squadracce fasciste, sia quando narcotizza con la spazzatura culturale.
