La critica (profetica) di Marx al comunismo “primitivo”

Rileggiamo questi splendidi passi di Karl Marx! Nei Manoscritti del 1844 – tenuti nascosti per quasi cent’anni e pubblicati quando ormai l’interpretazione ideologica di Lenin e Stalin aveva preso il sopravvento – Marx diceva la sua su una interpretazione del “comunismo” che poi, purtroppo per lui (e per milioni di persone), si realizzerà nel 900 nella forma peggiore:

«Quell’avidità che è connessa ad ogni proprietà privata si rivolge alla proprietà privata più ricca sotto forma di invidia e di tendenza al livellamento. Ed il comunismo rozzo e materiale non è che il compimento di questa invidia e di questa smania di livellamento. Proprio la negazione dell’intero mondo della cultura e della civiltà, il ritorno alla semplicità naturale dell’uomo povero e senza bisogni, che non solo non è andato oltre la proprietà privata ma non vi è neppure ancora arrivato, dimostrano quanto poco questa “soppressione della proprietà privata” sia una appropriazione reale. Qui la “comunità” non è altro che comunità del LAVORO ed un livellamento del SALARIO pagato dallo Stato in veste di capitalista generale. La prima soppressione della proprietà privata, invocata da questo comunismo così rozzo, è dunque soltanto l’estrema manifestazione dello schifo della proprietà privata che si vuol porre come comunità. È un comunismo che resta infetto, contaminato dalla proprietà privata, cioè dalla alienazione e mercificazione dell’uomo, che esso vuole soltanto generalizzare. Ai suoi occhi il dominio della proprietà è così grande da voler annientare tutto ciò che non può essere posseduto da tutti come proprietà privata; prescindendo quindi con violenza dal merito e dal talento individuali. Il possesso materiale diventa l’unico scopo della vita; il lavoro salariato non viene soppresso bensì esteso a tutti gli uomini; e lo schema della proprietà privata, in questo comunismo del tutto rozzo e irriflessivo, rimane invariato nel rapporto della “comunità” con le cose.

Ed un comunismo che consiste semplicemente nell’opporre la proprietà generale alla proprietà privata si esprime anche in un’idea animalesca come la “comunanza delle donne” – contrapposta al matrimonio (visto evidentemente come una forma di proprietà esclusiva) – per cui la donna diventa proprietà comune. Si può dire che questa idea della “comunanza delle donne” è il dato rivelatore del comunismo grezzo e materiale. E come la donna passerebbe dal matrimonio alla prostituzione, cosi l’intero mondo della ricchezza passerebbe dal matrimonio esclusivo col proprietario privato alla prostituzione generale con la comunità. Perciò questo comunismo, in quanto nega ovunque la personalità dell’uomo, non è altro che il trionfo della proprietà privata, che è per l’appunto tale negazione.

Del resto è nel rapporto con la donna, in quanto preda e serva del piacere della comunità, che si esprime tutta la degradazione in cui vive l’uomo: infatti il segreto di questo rapporto ha la sua espressione inequivocabile, decisa, manifesta, scoperta, nel rapporto del maschio con la femmina. Da questo rapporto si può giudicare interamente il grado di civiltà cui l’uomo è giunto. E dal carattere di questo rapporto si ricava sino a qual punto l’uomo come essere appartenente ad una specie si sia fatto veramente UOMO, e si sia compreso come tale; il rapporto del maschio con la femmina è il più naturale dei rapporti che abbiano luogo tra uomo e uomo; e in esso si mostra sino a che punto il comportamento naturale dell’essere umano sia diventato davvero UMANO».

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