di MASSIMO AMADORI –
Riforme sociali e rivoluzione non andrebbero mai contrapposte. Come spiega Rosa Luxemburg nel suo testo contro i riformisti di Bernstein, i socialisti rivoluzionari non rifiutano la lotta per le riforme, ma legano la lotta per le riforme sociali alla prospettiva socialista del superamento del capitalismo.
Le riforme sono quindi un mezzo per arrivare alla rivoluzione socialista. Era una posizione simile a quella di Matteotti, non a caso definito da molti storici un "riformista rivoluzionario".
Invece i riformisti separano le due cose: le riforme diventano il fine e non più il mezzo. "Il movimento è tutto, il fine è nulla". Questa frase di Bernstein rende bene l’idea di cosa sia il riformismo socialdemocratico, che non punta al superamento del capitalismo ma a una sua riforma. Ma i rivoluzionari comunisti "duri e puri" (i massimalisti) fanno l’errore opposto. Non colgono il nesso fra riforme e rivoluzione e rifiutano le lotte parziali per le riforme. Per i massimalisti e i leninisti la rivoluzione coincide con l’ insurrezione armata, con "la presa del palazzo d’Inverno".
Marx invece, così come Rosa Luxemburg e Lelio Basso, vedevano la rivoluzione socialista come un lungo processo di trasformazione, attuato dal basso e in forme democratiche. Nel movimento socialista opportunismo ed estremismo sono due facce della stessa medaglia. Sono da evitare entrambi.
