Il nuovo Patto-capestro di Stabilità imposto dai vassalli di Wall Street
di LEONARDO MARZORATI –
Mentre l’opinione pubblica era distratta dal delicato tema della violenza di genere e da spacconate diversive sbraitate da esponenti vari dell’attuale maggioranza (Ignazio La Russa, Francesco Lollobrigida, Gennaro Sangiuliano, ecc.), il 6 novembre scorso il cda di TIM ha accettato l’offerta da 22 milioni di euro del fondo speculativo statunitense KKR per la vendita della sua rete fissa. La rete fissa della vecchia Telecom passa in mani straniere. Non in buone mani, ma in bocca agli squali di Wall Street. La nostra rete telefonica è l’ennesimo caso di gioiello di famiglia venduto. Continua a leggere
Fragheto, una strage “dimenticata”
di GIANCARLO IACCHINI –
Quando lavoravo alla redazione pesarese del Messaggero, il 6 aprile di ogni anno chiedevo (e ottenevo) di fare un articolo per ricordare l’eccidio nazifascista di Fragheto, la sperduta frazione di Casteldelci, tra Marche e Romagna, dove il 7 aprile del ’44 i soldati tedeschi, guidati dai fascisti locali, trucidarono senza pietà 30 persone (donne, vecchi e bambini) "colpevoli" di aver aiutato e ospitato un partigiano ferito…
Il rapporto dei carabinieri su quella strage insensata fu nascosto (insieme ad altri 700 fascicoli) nel famigerato "armadio della vergogna" – chiuso con catene e lucchetto e con le ante girate verso il muro – nello scantinato di un palazzo di Roma, e ritrovato per puro caso da alcuni muratori solo nel 1994 (cinquant’anni dopo!).
Un magistrato della Procura Militare di La Spezia, Marco De Paolis, cominciò da allora un’incredibile, pazientissima ricerca storica e giudiziaria per risalire ai colpevoli (nomi e cognomi) di quelle centinaia di eccidi considerati "minori" (rispetto a Marzabotto, Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema) ed io lo citavo sempre nei miei brevi articoli. Finché un anno, stufo di scrivere sempre le stesse cose, mi feci coraggio e gli telefonai, e per prima cosa gli dissi: Lei per me è un EROE!… «Grazie di cuore – mi rispose con una modestia per me commovente – non sono un eroe… però… finalmente un giornalista che si interessa del lavoro enorme che mi sono sobbarcato, con un paio di collaboratori soltanto e senza aiuti di alcun tipo!». Allora La ringrazio per non aver ancora mollato… ma perché lo fa? «Perché la giustizia deve fare il suo corso, anche dopo 60 o 70 anni, e gli INDIVIDUI che hanno fatto questo, sparando a sangue freddo su donne e bambini inermi, DEVONO essere individuati e PAGARE, anche simbolicamente. Non è che la "guerra" giustifica tutto!». Chi ha massacrato a Fragheto? «Non le SS, non la Gestapo, ma un reparto della Wehrmacht: soldati "normali", giovani… guidati da 3 ufficiali ai cui nomi sono finalmente arrivato. E adesso saranno processati». Sono ancora vivi quindi… «Sì. Due di loro hanno 90 anni e quello con le maggiori colpe nell’eccidio addirittura 100… Capisco le perplessità, ma la giustizia insegna che le responsabilità sono individuali, ed è moralmente GIUSTO che questi criminali subiscano almeno un processo».
L’anno dopo venni a sapere che il governo (Prodi, per la cronaca) aveva deciso di chiudere le procure militari in quanto "anacronistiche", compresa quella di La Spezia. Richiamai il magistrato: dottor De Paolis, io non capisco… ma i politici lo sanno che razza di lavoro Lei sta ancora svolgendo? «Bella domanda, amico mio – mi rispose amareggiato – Me la sono posta anch’io; e posso dirle che il suo stupore è anche il mio!».
Il processo comunque andò avanti (a Verona): il criminale centenario morì pochi giorni prima della sentenza, mentre i due novantenni furono… assolti per insufficienza di prove.
Quanto a me, a parte gli articoli (non firmati) sulla vicenda di mio padre che salvò Churchill a Saltara nell’agosto di quello stesso disgraziato 1944, non mi sono mai sentito così dentro la notizia di cui scrivevo, come se solo io e quel magistrato – sospesi sulla storia più tragica di questo Paese – conoscessimo il valore di una cosa così importante e tuttavia così sconosciuta. Una sensazione di sconcerto e amarezza che sento ancora oggi quando penso a Fragheto.
Gli eredi del… Popolo (d’Italia)
di LEONARDO MARZORATI –
Il quotidiano La Repubblica e diversi esponenti del Partito Democratico da quando è nato il governo Meloni additano l’attuale maggioranza a qualcosa di associabile al fascismo. Nessuno di loro dice che Giorgia Meloni ha istituito o sta per istituire un regime fascista, ma si fa della retorica dell’antifascismo, con la consapevolezza che il carattere afascista della premier e di tanti suoi fedelissimi non permetterà loro di dichiararsi apertamente antifascisti. Ogni sparata provocatoria di qualche esponente della maggioranza si rivela un’occasione per i giornalisti di Repubblica o per gli esponenti dem di gridare al fascismo. Continua a leggere
86 anni fa, l’assassinio dei fratelli Rosselli
86 anni fa, il 9 giugno del 1937, i sicari del gruppo fascista francese della Cagoule, assoldati dal regime mussoliniano, assassinavano in una strada di campagna che conduceva al piccolo borgo normanno di Bagnoles-de-l’Orne i fratelli Carlo e Nello Rosselli. I due stavano rientrando in automobile da una gita nella vicina cittadina di Alençon. Una vettura, apparentemente guasta, li attendeva in mezzo alla strada, in un tratto di bosco poco trafficato. I due fratelli si fermarono per capire di che si trattasse. Ma era un agguato. Un’altra auto sopraggiunse alle loro spalle. E i due Rosselli vennero trucidati. Continua a leggere
Le sparate fasciste per coprire gli schiaffoni europei
di Leonardo Marzorati –
Le gravi falsità pronunciate dal presidente del Senato Ignazio La Russa sull’attentato di via Rasella sono l’ennesimo episodio di dichiarazioni provocatorie per distogliere l’attenzione dalle difficoltà del governo. Diversi esponenti di Fratelli d’Italia si sono resi protagonisti di esternazioni che colpiscono la Resistenza e la guerra di Liberazione antifascista, eventi storici a cui devono la libertà di sparare cazzate. Magari per nascondere le sconfitte del governo Meloni. I soldi europei per la costruzione del nuovo stadio Artemio Franchi di Firenze e del Bosco dello Sport di Venezia potrebbero non arrivare. Si parla di 19,5 miliardi di euro inseriti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
Mario Draghi è un grande banchiere e come tale sa come spillare denaro, anche dai burocrati di Bruxelles. Dall’Unione Europea Draghi riusciva a ottenere di più rispetto a quello che riesce portare a casa Giorgia Meloni. La fiducia di figure come Ursula Von der Leyen verso l’ex presidente della Bce era altissima. Con il governo Draghi si era riusciti a ottenere, all’interno del PNRR, anche questo importante finanziamento per realizzare i due dispendiosi impianti sportivi.
Ora la Ue, per voce del commissario europeo all’Ambiente Virginijus Sinkevicius, dice che i fondi per i due stadi l’Italia li deve trovare altrove. Questa posizione ricalca quelle di diversi governi centro e nord-europei, per i quali l’Italia ha avuto “troppo” dal PNRR. Sui giornali tedeschi ogni giorno viene ricordato che è l’Italia il Paese che riceverà più finanziamenti dal Piano, ricordando che sì, loro sono stati quelli che hanno subito più perdite, umane ed economiche, dal Covid, ma non per questo si devono ignorare gli altri. Come dire: “cari italiani, va bene tutto, ma non esagerate”.
L’attuale esecutivo non può urlare allo scandalo su questa questione. Sarebbe ammettere che, nonostante un governo che si dichiara fieramente “sovranista”, l’Italia vive ancora sotto il ricatto della Ue. In concreto vorrebbe dire che Draghi riusciva a “portare a casa” di più da Bruxelles rispetto alla Meloni. E per il ceto medio italiano contano molto di più i denari contanti delle belle parole.
Le sparate dal sapore fascista dei vari esponenti di Fratelli d’Italia portano una stampa remissiva a occuparsi quasi esclusivamente di quello, distogliendo lo sguardo da questioni concrete che toccano la vita di parecchie persone, a partire da coloro che contribuiranno con il proprio lavoro a realizzare gli impianti di Firenze e Venezia. Il partito della Meloni arriva addirittura a utilizzare la seconda carica dello Stato in questa vergognosa campagna di distrazione di massa. La sparata del presidente del Senato è un fatto gravissimo che offende la Patria (quella tanto sbandierata dagli esponenti di Fratelli d’Italia). Le istituzioni democratiche italiane sono chiamate a intervenire severamente.
Il Partito Democratico contesta le parole di La Russa e di altri suoi camerati, facendo leva sull’antifascismo del proprio elettorato. Risposta obbligata, e così evita di parlare dei soldi in meno che arriveranno al nostro Paese dal PNRR. Sarebbe un argomento perfetto per smascherare la narrazione della Meloni, ma i dem preferiscono parlare d’altro. Il perché è semplice. Il Pd è complice del sistema finanziario di Bruxelles e vuole mantenersi un suo strenuo difensore. La propaganda “eurista” che ostenta un’Europa unita dai valori democratici e solidali prosegue in casa Pd, nonostante questo episodio dimostri il contrario, anche dopo l’elezione della nuova segretaria Elly Schlein.
Il caso dei soldi promessi e poi ritirati all’Italia da parte della Commissione Ue dimostra che in Europa c’è qualcosa che non va. In Europa ognuno guarda ai propri interessi e si sfruttano i cambi di governi degli altri Paesi per reclamare una fetta di torta più larga. Non c’è più lo stimato banchiere al governo, ma la fascista romana. Quindi i “trattamenti di favore sono finiti”. Almeno fino a giugno 2024, quando la Commissione Europea potrebbe non essere più guidata da una coalizione Ursula (socialisti, liberali, popolari) ma da una maggioranza popolar-populista.
Simone Weil e la politica, tra rivoluzione e riformismo
di NATALE SALVO –
La Sinistra, tanto quella “rivoluzionaria” quanto quella “riformista” social-democratica, gioca piuttosto che fare vera azione politica.
La stroncatura viene dalla penna di Simone Weil (1909–1943), filosofa e partigiana francese autrice, tra gli altri scritti, delle “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale” [1].
Simone Weil: come la ragione vuole si costruisca il mondo ideale
«Bisognerebbe innanzitutto – scrive la Weil – definire a titolo di limite ideale:
- le condizioni oggettive che consentirebbero un’organizzazione sociale dove non vi sia traccia di oppressione;
- quindi esaminare con quali mezzi e in quale misura è possibile trasformare le condizioni effettivamente date in modo da avvicinarle a questo ideale;
- trovare qual è la forma meno oppressiva di organizzazione sociale per un insieme di condizioni oggettive determinate;
- infine definire in questo àmbito il potere d’azione e le responsabilità degli individui considerati come tali».
Con questo lavoro preliminare, di riflessione approfondita e di vasto studio storico-scientifico – sostiene – «l’azione politica potrebbe diventare qualcosa di analogo a un lavoro, invece di essere, come è stato finora, o un gioco o una branca della magia».
Simone Weil: oggi i rivoluzionari non hanno idee dei propri fini o dei mezzi necessari per raggiungerli. In sostanza, oggi «nessuno ha la più pallida idea né dei fini né dei mezzi di ciò che viene chiamato ancora per abitudine azione rivoluzionaria».
«Quanto al riformismo – prosegue la filosofa anarcocomunista – , il principio del minor male che ne costituisce il fondamento è certo del tutto ragionevole, sebbene screditato da quanti ne hanno fin qui fatto uso».
Infatti, spiega: «fin quando non si è definito il peggio e il meglio in funzione di un ideale chiaramente e concretamente concepito, e di conseguenza non si è determinato il margine esatto delle possibilità, non si sa qual è il male minore, e perciò si è costretti ad accettare sotto questo nome tutto ciò che impongono di fatto coloro che detengono la forza».
Una riflessione forse eccessiva, ma indubbiamente opportuna anzi necessaria.
Conclude Simone Weil, «in generale, da ciechi quali siamo [in assenza della definizione dell’ideale di società, NdR], attualmente possiamo solo scegliere tra la capitolazione e l’avventura».
Fonti e Note:
[1] Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, a cura di Giancarlo Gaeta, 2011.
Lezione di storia del comunismo (al ministro dell’Istruzione)
di LEONARDO MARZORATI –
Il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, in occasione della ricorrenza del crollo del Muro di Berlino il 9 novembre, ha scritto una lettera agli studenti per dire la sua sul comunismo. Nella lettera, il ministro scrive che il comunismo «nasce come una grande utopia: il sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette. Che la proietti, insomma, verso il paradiso in terra. Ma là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande: la sua realizzazione concreta comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte».
Siamo di fronte a un’interpretazione banale della storia, degna della propaganda di un qualsiasi pennivendolo liberale (tanto di destra quanto di sinistra). Valditara è un professore universitario di Diritto privato e pubblico romano, è stato direttore scientifico della rivista giuridica Studi giuridici europei, nonché preside del corso di laurea in Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino. Non certo un ignorante! Questo cattedratico, già presente in parlamento dal 2001 al 2013 nelle fila di Alleanza Nazionale, si è prestato ai luoghi comuni più abusati che la nuova destra e parte della sinistra liberal utilizzano per screditare quello che è stato il comunismo.
Il pensiero di Marx ed Engels è stato applicato in diverse occasioni nel corso del XX secolo, in contesti geografici e temporali differenti. Il movimento comunista mondiale nasce con la Rivoluzione d’Ottobre e con la formazione della Terza Internazionale, ma solo un’analisi pressapochista lo relegherebbe al totalitarismo staliniano, agli orrori che hanno caratterizzato i regimi extraeuropei marxisti-leninisti e al rigido autoritarismo burocratico che segnò i Paesi dell’Est Europa. Continua a leggere
Rino Gaetano la “pacificazione” impossibile
di GENNARO ANNOSCIA –
Uno dei più grandi limiti del sapere del nostro tempo consiste nella volontà di decontestualizzare, ossia di destoricizzare ogni evento o fenomeno storico e culturale, nella ricerca di una “pacificazione” che, in realtà, altro non è che una omologazione; è per tale ragione che, contrariamente a molti, ritengo giusto che “Fratelli d’Italia” mantenga nel proprio simbolo la fiamma tricolore, in quanto emblema identitario, ma, in pari tempo, mi fa davvero male sentire risuonare nel carrozzone patriottardo le note delle canzoni di Rino Gaetano.
Rino non era, come alcuni forse ancora credono, un cantore della superficialità, bensì un acutissimo osservatore della realtà del proprio tempo; basterebbe pensare, in modo paradigmatico, proprio a quella “Berta filava”, lettura in chiave critica dell’azione intrapresa da Moro nella costruzione del cosiddetto “compromesso storico”, tipica del “Movimento del ’77” di cui Rino era parte, anche se espressione di una sinistra alternativa e creativa, e proprio per questo antisistema, o al suo cantare delle stragi di Stato il cui braccio armato erano proprio i neofascisti.
In quanto ai “Fratelli d’Italia” del Risorgimento, quelli erano giovani che morivano per la propria Patria, ma anche per quella altrui, basterebbe semplicemente pensare a Lord Byron e Santorre di Santa Rosa. È per tale ragione che – oggi più che mai – non sarebbe male se ognuno tenesse alti i propri valori e riferimenti, senza alcuna speranza di omologante pacificazione.
Edmondo De Amicis e il socialismo del CUORE
di GIANCARLO IACCHINI ♦
Nel 1891, cinque anni dopo il grande successo del celeberrimo Cuore, Edmondo De Amicis (1846-1908) scrive un altro accorato romanzo intitolato Primo maggio, che segna la sua convinta adesione al nascente socialismo italiano (il partito socialista verrà fondato appena un anno dopo, e proprio nella sua Liguria). Un libro commovente e sofferto, rimasto però incredibilmente inedito (e sconosciuto) per quasi un secolo: è stato pubblicato infatti solo nel 1980. Qui lo scrittore mette di nuovo in campo tutto il suo… cuore, ma stavolta sul piano sociale e politico, insieme al frutto dell’appassionato studio della teoria economica marxiana e alla sincera autocritica riguardo al melenso patriottismo che aveva caratterizzato la sua opera più famosa. «Non si può amare una patria senza amarle tutte», avverte adesso De Amicis, né esaltare la propria contro le altre; ma le ragioni del cuore quelle no, non le rinnega affatto. Continua a leggere



