di PATRICK DELLA MEA –
Marx aveva detto che i filosofi devono cambiare il mondo e non solo interpretarlo. Bookchin segue questo insegnamento e traduce l’ecologia sociale in una teoria politica: il municipalismo libertario.
Alla base della nuova società, ci deve essere la democrazia, ma non la democrazia liberale che conosciamo noi, dove il potere viene incentrato nelle mani dello stato-nazione e nelle mani della classe politica. Per Bookchin la democrazia deve essere diretta, faccia a faccia, la stessa che si poteva trovare nell’Atene classica, nei club rivoluzionari parigini durante la Rivoluzione francese o nelle strade della Comune di Parigi del 1871.
Lo stato-nazione non può più essere il centro nevralgico per questo tipo di politica “faccia a faccia” e per questo il focus viene spostato sul municipio. Chiunque viva in una determinata municipalità è libero di partecipare alle assemblee municipali dove idee vengono proposte, discusse e votate dalla comunità direttamente toccata da queste proposte.
Il passaggio da un mondo politico incentrato attorno allo stato-nazione ad uno incentrato sulle municipalità non deve essere visto come una chiusura su se stesse di queste ultime. Il pensatore americano si rifà alla ricca tradizione libertaria della confederazione come modello di organizzazione su vasta scala così da andare a creare una “Comune delle comuni”.
Questo modello organizzativo va a toccare anche l’organizzazione economica. Se i movimenti marxisti tradizionali puntavano alla nazionalizzazione mentre quelli libertari all’autogestione, Bookchin, vedendo questi due modelli come fallaci, propose la municipalizzazione dei mezzi di produzione. Qui a comandare la produzione non sono dei burocrati statali o solo i lavoratori di questa o quella azienda, ma è l’intera cittadinanza che decide democraticamente cosa produrre, come produrre e come distribuire il prodotto così da creare un’economia basata sull’autosufficienza e sul riparare il divario tra natura ed essere umano. Ricordiamoci che questo modello si andrebbe poi ad incatenare anche con i tre principi (usufrutto, complementarietà e minimo irriducibile) ideati da Bookchin e da noi discussi nell’articolo precedente.
Ma come arrivare a questa realtà municipalista? Anche qui Murray Bookchin ci dà qualche consiglio. Prima di tutto, viene riconosciuto come la strada per il cambiamento è una strada lunga. Bookchin non è per la rivoluzione. Un po’ come Proudhon, anche per Murray bisogna crearsi da soli un nuovo spazio, andando a scavare via il potere che già esiste nelle mani dello stato-nazione. Riprendendo invece dalla sua esperienza leninista, Bookchin prevede la nascita di un partito d’avanguardia che serva a creare le assemblee popolari alla base del municipalismo libertario, e che propaghi l’idea alla popolazione tutta. Anche la partecipazione alle elezioni comunali viene vista come una strada da percorrere. Ovviamente un’ipotetica vittoria non potrebbe trasformare subito la struttura di una municipalità, però ci si potrebbe servire del ruolo istituzionale per fare propaganda ed iniziare a costruire le basi della nuova società.
Da ex-anarchico e da anti-statalista, Bookchin era ben al corrente che lo stato-nazione non apprezza nessuna realtà che vada ad erodere il suo potere. Per questo, per quanto come abbiamo detto Bookchin non fosse un rivoluzionario, l’autodifesa delle nuove libertà conquistate viene presa in considerazione.
Come ben sappiamo, in Italia oggi la maggioranza della popolazione si trova alienata dalla vita politica, si distanzia da essa cadendo così nelle mani dei demagoghi reazionari che promettono una figura forte e dura che si possa prendere cura della repubblica lasciando così alla gente comune la “libertà” di disinteressarsi della politica. Forse oggi un approccio che metta la democrazia al primo posto e che trasformi la repubblica veramente nella cosa pubblica, lo possiamo trovare nel pensiero di un ecologista radicale d’oltre oceano.