70 anni fa la “primavera” ungherese, repressa nel sangue

Il 23 ottobre del 1956 lavoratori, studenti, poeti e intellettuali ungheresi diedero inizio alla rivoluzione sociale e politica contro il regime “comunista”, fedele a Mosca. Milioni di persone scesero in piazza distruggendo la statua di Stalin e i simboli del totalitarismo sovietico. In tutta l’Ungheria nacquero consigli operai, che rivendicavano una democrazia socialista. Il regime stalinista accusò gli insorti di essere fascisti al servizio del capitalismo. In realtà i lavoratori ungheresi si opposero alla dittatura comunista non in nome del fascismo e del capitalismo, ma in nome del socialismo democratico e libertario. Volevano un’alternativa sia al blocco comunista sovietico sia al blocco capitalista occidentale.
L’URSS di Krusciov rispose con la repressione più brutale, invadendo l’Ungheria con i carri armati sovietici. Migliaia di insorti furono massacrati e i leader della rivoluzione vennero condannati a morte.
La repressione della rivoluzione ungherese divise la sinistra italiana. Il PCI di Togliatti sostenne l’URSS e la repressione sovietica, bollando i rivoluzionari ungheresi come “fascisti” e “anticomunisti”. Il PSI di Nenni, Pertini, Basso e Lombardi prese invece posizione a favore della rivoluzione ungherese, condannando la repressione sovietica e lo stalinismo.
A distanza di settant’anni possiamo dire che le ragioni degli insorti del ’56 sono ancora attuali. Gli ideali del socialismo libertario vivono nelle attuali proteste giovanili contro il capitalismo. Viceversa il comunismo totalitario (stalinismo) è finito nella pattumiera della storia. Dove merita di rimanere.

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