Votare sì ai referendum è nell’interesse di chi lavora!

di MASSIMO AMADORI
Se siete dei politici o dei grandi imprenditori l’8 e il 9 giugno andate pure al mare. Ma se invece siete dei lavoratori dipendenti i quesiti del referendum vi riguardano direttamente e non andare a votare è una cretinata.
Lasciamo perdere il senso civico e la democrazia, cose importanti ma che purtroppo non interessano a tutti. Pensate anche solamente al vostro interesse di lavoratori, pensate ai vostri diritti e alla vostra sicurezza. Il referendum non riguarda la destra e la sinistra, non sono quesiti ideologici ma riguardano i diritti e la sicurezza sul lavoro.
Se siete dei lavoratori che votano a destra non ascoltate i vostri politici ma leggete i quesiti sul lavoro e provate a ragionare con la vostra testa. Se venite licenziati senza giusta causa è vostro interesse essere reintegrati o rimanere disoccupati? Nel primo caso converrebbe votare Sì. Fate lo stesso con gli altri quesiti e poi decidete con giudizio, facendo il vostro interesse. Perché pure se siete di destra è nel vostro interesse di lavoratori andare a votare l’8/9 giugno.
Non riducete tutto a tifoseria politica fra destra e sinistra. Fra l’altro si tratta di abrogare una legge che ha fatto Renzi e non la Meloni.
Azionate il cervello. Se lo abbiamo a qualcosa servirà.

I grandi meriti dei sovietici nella vittoria sul nazismo (ma senza stalinismi e… “putinismi”!)

di MASSIMO AMADORI
Ricordare la vittoria dell’Armata Rossa contro il nazifascismo è sacrosanto. Da socialista libertario, quindi antistalinista e critico dell’URSS, devo comunque ammettere che l’Unione Sovietica diede un contributo fondamentale alla sconfitta del nazismo. Furono i soldati sovietici a liberare Auschwitz e i campi di sterminio in Polonia; furono i russi a liberare Berlino. È un fatto storico innegabile.
Detto questo, penso che bisognerebbe anche ricordare i crimini commessi dall’Armata Rossa a Berlino, dato che i soldati sovietici stuprarono più di 1 milione di donne tedesche, fra cui numerose bambine. Certamente in guerra le atrocità avvengono sempre e i russi avevano tutte le ragioni per odiare i tedeschi, dato che i nazifascisti avevano sterminato oltre 20 milioni di sovietici. Ma nulla può giustificare lo stupro di massa.
La responsabilità è di Stalin e degli ufficiali sovietici che permisero ai soldati di utilizzare le donne tedesche come bottino di guerra. Inoltre, ricordare il sacrificio dei soldati sovietici non deve significare inneggiare a Stalin, il quale inizialmente si era pure accordato con i nazisti per spartirsi la Polonia.
La vittoria contro il nazifascismo non deve nemmeno diventare una scusa per leccare il sedere all’attuale regime russo, che si avvicina molto al fascismo, perché pur non essendo paragonabile al Terzo Reich è un regime autoritario di destra.
Putin non ha nessun diritto di intestarsi la vittoria contro il nazismo. Fatte queste premesse è doveroso ringraziare l’Armata Rossa per averci liberato dal nazifascismo, ponendo fine alla Shoah. Senza il sacrificio di milioni di soldati sovietici oggi probabilmente parleremmo tedesco. Tuttavia bisogna anche ammettere che i sovietici, senza l’aiuto degli alleati inglesi e americani, difficilmente avrebbero sconfitto il nazismo.
La storia è complessa e non va mai letta in maniera ideologica. Fra paragonare l’ URSS al Terzo Reich e presentarla come un paradiso socialista esiste una sana via di mezzo.

Gaza: mettete fine al genocidio!

di MASSIMO AMADORI
Dire che a Gaza è in corso un genocidio non significa fare paragoni con la Shoah. È chiaro che tutti i genocidi, pur avendo delle caratteristiche in comune, presentano anche delle differenze. Ma tutti i genocidi meritano lo stesso sdegno e la stessa condanna.
La Shoah è probabilmente il genocidio più atroce della storia, perché la metodicità con la quale i nazisti sterminarono gli ebrei, ma anche i Rom, i Sinti, i disabili ecc. non ha eguali nella storia. Camere a gas, forni crematori, cavie umane. L’ orrore nel nazismo non ha eguali. Ma affermare questo non significa sostenere che quelli nazisti siano stati gli unici genocidi nella storia. Ce ne sono stati altri e purtroppo il massacro di Gaza ha tutte le caratteristiche di un genocidio, o almeno di una pulizia etnica.
Il diritto internazionale definisce genocidio lo sterminio intenzionale di un popolo, in tutto o in parte. Non è quindi necessario che tutto un popolo sia sterminato, come successe con la Shoah, ma anche solo una parte. Quello che rende un massacro di guerra un genocidio è l’ intenzionalità. Non c’è dubbio che il massacro di Gaza sia intenzionale, dato che lo ammettono gli stessi rappresentanti del governo israeliano. Netanyahu ha dichiarato che il suo obiettivo non è sconfiggere Hamas ma deportare l’intera popolazione di Gaza. Esponenti governativi più estremisti di lui hanno parlato addirittura di sterminio dell’intera popolazione palestinese. Del resto alle parole hanno fatto seguire i fatti, non solo bombardando per mesi scuole e ospedali ma anche assassinando operatori umanitari e impedendo qualsiasi aiuto alla popolazione. Quindi l’intento genocidario mi pare chiaro.
Il massacro di Srebrenica è stato dichiarato genocidio, anche se non fu sterminata l’intera popolazione bosniaca ma solo una parte. Ma anche se pensate che non sia corretto definire genocidio il massacro di Gaza è chiaro che si tratta di un crimine contro l’ umanità, probabilmente il peggiore del ventunesimo secolo. Quindi tutti dovremmo solidarizzare con il popolo palestinese e chiedere la fine del massacro. #STOPtheGENOCIDE

Più stupidi di una lumaca

di MARIO CAPANNA

«Tutto ciò che temevamo del comunismo, perdere le nostre case, i nostri risparmi ed essere obbligati a lavorare per un salario misero, senza avere potere politico, si è realizzato grazie al capitalismo».
(Bernie Sanders)
Fare soldi dai soldi, per continuare a fare più soldi: questa è, oggi, la quintessenza del capitalismo finanziario. La conseguenza è che delle migliaia di miliardi di dollari, di euro e di altre valute che ogni giorno vengono movimentate nel mondo per via telematica, dunque in tempo quasi reale, solo il 5% è finalizzato all’acquisto di beni effettivi (derrate alimentari, macchinari, medicine, armi purtroppo, materiali energetici ecc.), mentre ben il 95% è destinato a scopi speculativi, tramite le manovre nelle Borse, gli arbitraggi e altro.
5 – 95%: il dato è di fonte Onu e la sproporzione della forbice è impressionante per il senso comune. “Normale”, invece, per le dinamiche del profitto, il cui fine principale è l’incremento di se stesso, incentivando la sua fame insaziabile.
Il capitalista, soprattutto quello finanziario, non si cura del fatto che non potrà portare il suo malloppo nella tomba. Egli vive la vertigine del successo e del potere: vuoi mettere condizionare con le tue ricchezze la vita di milioni – spesso miliardi – di persone?
Il profitto finalizza a sé ogni cosa: l’ambiente, la natura, l’uomo, i popoli. La guerra – commerciale (vedi i dazi) e militare – ne è spesso la conseguenza più perentoria. Non a caso non c’è presidente degli Stati Uniti che non abbia iniziato una guerra o non abbia portato a compimento quelle lasciategli in eredità da qualcuno dei predecessori.
Alla base c’è la convinzione del capitalista che siano possibili una crescita e uno sviluppo illimitati, in un contesto che è, invece, limitato (la Terra). Così, se si viene a sapere che la crescita del Pil per il prossimo anno è appena dello zero virgola qualcosa, sale l’angoscia.
Ciò vuol dire che il capitalista – e chi gli crede e lo segue – è più stupido di una lumaca. La chiocciola sviluppa il suo guscio in progressione geometrica, arrestandone però la crescita a un certo punto, come se sapesse che, andando oltre, ne verrebbe schiacciata o impedita nei movimenti. Saggezza elementare – e decisiva – in natura, assente nell’umana, cervellotica creazione del profitto.
Oggi il capitalismo domina il mondo, inclusi quei Paesi, come la Cina e la Russia che, con le loro rivoluzioni, avevano provato a fuoriuscire dalla sua orbita.
La conseguenza è che ha prodotto la “società dell’1 per cento”: l’1 per cento dell’umanità è arrivato a possedere ricchezze e beni che superano quelli del 99 per cento! Mai nella storia si era giunti a un controllo così oligopolistico delle risorse.
Due esempi consentono di capire bene. Solo nel primo trimestre del 2024 la capitalizzazione di Meta, Google, Apple, Amazon, Microsoft, Tesla, Nvidia è stata di circa 14 mila miliardi di dollari, quasi pari alla metà del Pil Usa (25 mila miliardi), di poco inferiore a quello dell’Ue (17 mila miliardi). Si capisce, allora, la fondatezza dell’affermazione di Hans Tietmeyer, già presidente della Deutsche Bundesbank: «La politica è ormai sotto il controllo dei mercati finanziari».
Secondo esempio. Nel 2023 i primi 45 istituti di credito in Europa hanno conseguito profitti per oltre 162 miliardi, e impinguato le tasche degli azionisti con 74 miliardi di dividendi. Un record.
La più grande vittoria del profitto predatore è di avere persuaso la maggioranza degli esseri umani che non c’è alternativa ad esso. Ma questo non significa che il capitalismo è sempiterno e invincibile. Si tratta di una costruzione storica che può essere soppiantata da un’ altra costruzione storica.
Vale a dire: la sua marcia trionfale-distruttiva può interrompersi, se gli uomini si rendono conto della sua insostenibilità, e cominciano a muoversi verso uno sviluppo incentrato nel considerare le persone – e i popoli – non come mezzi, ma come fini dell’economia e della produzione.
Occorre un nuovo pensiero, alternativo e radicale (certamente minoritario all’inizio), in grado di strapparci via da un orizzonte di frustrazione e alienazione, dove le disparità e le diseguaglianze riducono moltitudini a masse diseredate e ininfluenti.
Diversi studiosi definiscono l’attuale tecno capitalismo “neofeudale”. Analogamente al signorotto dell’epoca è padrone… del feudo e dei servi della gleba… Il suo strapotere, similmente a quello del feudatario, non tollera la democrazia, ridotta sempre più a involucro formale. Non a caso Trump governa con gli ordini esecutivi, e immette gli Usa sulla strada dell’autocrazia, che vorrebbe imperiale.
“Questa economia uccide”: è stato il grido consapevole più volte lanciato da Papa Francesco. Vedendo la realtà effettiva del mondo – non quella finta fatta balenare nelle rappresentazioni autocelebrative dei media dominanti – egli indicava un nuovo umanesimo, fondato sul rapporto tra “fratelli tutti”, e sul disarmo e la pace come beni superiori.
Il mio indimenticabile maestro in filosofia, Emanuele Severino, ha scritto che «il capitalismo tramonta perché è costretto, prendendo coscienza del proprio carattere distruttivo, a darsi un fine diverso dal profitto, poiché distruggendo la Terra distrugge se stesso». Se è così è utile dargli una mano, affrettando il suo declino.
Da tempo vengo mostrando nei miei scritti come l’alternativa al profitto può essere costituita dall’applicazione del principio dell’ “onesto guadagno”, il giusto compenso non basato sullo sfruttamento.
Non a caso il termine “profitto” emerge nel XIX secolo, mentre la parola “guadagno” compare fin dal XIII.
A riprova che, ogni tanto, guardare indietro serve per vedere meglio davanti.

Per il superamento dello Stato-nazione

di MASSIMO AMADORI
Denunciare il genocidio di Gaza e il governo israeliano è un conto, chiedere la distruzione di Israele un altro. Non dico che si tratti necessariamente di antisemitismo ma è una posizione estremista e fuori dalla storia. Non porterebbe alla pace ma alla prosecuzione della guerra, dato che gli israeliani non lo accetterebbero mai.
Anche perché con ogni probabilità un fantomatico Stato palestinese "dal fiume al mare" non sarebbe socialista e democratico ma governato dagli islamisti. Difficilmente la minoranza ebraica verrebbe rispettata. Si invertirebbero le parti: i discriminati diventerebbero gli ebrei e gli israeliani.
Mi pare quindi che l’ unica soluzione concreta sia quella dei due Stati. Rivendicazione che però non deve diventare retorica ma portare al riconoscimento immediato di uno Stato palestinese nei confini precedenti al 1967, rispettando le risoluzioni dell’ ONU.
Perché per la creazione di uno Stato palestinese, Israele deve andarsene da tutti i territori palestinesi occupati illegalmente, ponendo fine alla colonizzazione della Cisgiordania e alla pulizia etnica a Gaza. Sennò la rivendicazione dei 2 Stati è solo ipocrisia, dato che esiste solo lo Stato di Israele.
In prospettiva penso che anche la rivendicazione dei 2 Stati sia limitante. Perché il problema sono proprio gli Stati nazione, che impediscono la convivenza civile e pacifica fra i popoli. Per i socialisti libertari la prospettiva è il superamento degli Stati nazione e del capitalismo. È il confederalismo democratico, cioè l’ autogestione delle varie comunità liberate dal dominio del capitalismo e dello Stato centralizzato. Niente più confini e Stati nazionali, ma libere comunità autogestite fondate sulla convivenza fra popoli e religioni differenti. Un sistema basato sulla democrazia diretta, l’ ecologia sociale e l’ uguaglianza di genere. È il socialismo libertario, una democrazia senza Stato. Non è un’ utopia, perché i curdi del Rojav@ lo stanno facendo da anni. Perché non dovrebbe essere possibile anche in Israele e in Palestina? Non due popoli e due Stati, ma due popoli e nessuno Stato.

Ma perché un ebreo non dovrebbe vedere il massacro in corso a Gaza???

di MASSIMO AMADORI
I leader della comunità ebraica in Inghilterra hanno condannato apertamente il massacro di Gaza, così come negli Stati Uniti e in tanti altri Paesi. Solo in Italia i leader della comunità ebraica si indignano se qualcuno grida "Palestina libera", invece di indignarsi per il genocidio in corso.
Questi sedicenti "leader della comunità ebraica" non rappresentano tutto l’ebraismo italiano, dato che in Italia tantissimi ebrei hanno espresso solidarietà al popolo palestinese e condannato la pulizia etnica, a cominciare dallo storico Carlo Ginzburg e dal giornalista Gad Lerner. Per non parlare dei giovani compagni dell’associazione ebraica antirazzista, da sempre impegnati nella difesa dei diritti del popolo palestinese.
Il vero ebraismo non è nazionalista ma si schiera sempre dalla parte degli oppressi e delle vittime. Il vero ebraismo è antifascista e antirazzista, perché l’ intera storia del popolo ebraico è una storia di lotta contro il razzismo e l’ oppressione. Per molti ebrei "mai più" deve diventare "mai più per nessuno" e non ci sono popoli di serie A e di serie B. Persino molti israeliani stanno protestando per il cessate il fuoco, gridando la loro indignazione per i bimbi palestinesi massacrati. Eppure questi sedicenti leader della comunità ebraica si schierano con Netanyahu, rinnegando la storia e lo spirito autentico dell’ebraismo e voltandosi dall’altra parte davanti a un genocidio.
Vi infastidisce se gridiamo "Palestina libera"? Allora lo grideremo ancora più forte, fino a quando il popolo palestinese non otterrà la libertà. "Palestina libera" non è uno slogan antisemita, ma un grido di indignazione per i bambini di Gaza massacrati a migliaia. Ebrei, palestinesi, arabi, israeliani. Siamo tutti fratelli e tutti dovremmo provare empatia quando altri esseri umani vengono sterminati e perseguitati. La storia dell’ ebraismo ci insegna proprio questo. Come dice il Talmud ebraico: «chi salva una vita salva il mondo intero».
Restiamo umani!

Nessuna “memoria condivisa” tra antifascisti e fascisti

di MASSIMO AMADORI
La pietà per i morti è sacrosanta ma non ci potrà mai essere una memoria condivisa fra fascisti e antifascisti, fra vittime e carnefici, fra oppressi e oppressori. Non ci potrà essere memoria condivisa fra chi deportava le persone nei campi di sterminio e chi veniva deportato, fra chi ha collaborato con i nazisti e chi invece ha lottato per liberare l’ Italia dal nazifascismo.
Chi parla di memoria condivisa il più delle volte intende riabilitare il fascismo, mettendo tutti sullo stesso piano e relativizzando così i crimini del nazifascismo. Stesso discorso vale per gli "anni di piombo". Da persona di sinistra non ho problemi ad ammettere che ci sono stati estremisti e violenti anche dalla mia parte, non ho problemi ad ammettere che le BR erano una montagna di merda e che coloro che hanno assassinato Ramelli in nome dell’ antifascismo erano dei criminali. Provo pietà anche per le vittime della parte opposta. Ma al tempo stesso non metto sullo stesso piano fascisti e antifascisti e certamente non voglio nessuna memoria condivisa con i terroristi neri che hanno sterminato decine di persone innocenti nelle stragi di piazza Fontana, di Brescia e della stazione di Bologna (solo per citarne alcune). Nessuna memoria condivisa con i neofascisti che assassinavano studenti e lavoratori colpevoli solo di lottare per un mondo migliore.
Negli anni Settanta c’era un grande movimento di operai e studenti nato nel ’68, un movimento rivoluzionario che voleva cambiare il mondo. E c’era chi per impedirlo non ha esitato a utilizzare i neofascisti per commettere stragi di uomini, donne e bambini. Le due parti non possono essere messe sullo stesso piano.
Con questo non giustifico certo quella parte minoritaria del movimento rivoluzionario che è degenerata nell’ estremismo e nel terrorismo, adottando gli stessi metodi dei fascisti. Il movimento operaio e socialista non ha mai fatto propri i metodi mafiosi e fascisti dei suoi nemici. Noi socialisti veniamo dalla tradizione democratica di Gramsci, Matteotti, Pertini e Basso. Non siamo terroristi e non siamo assassini. Usiamo la forza solo ed esclusivamente per difenderci, mai per aggredire le altre persone e per uccidere. Non siamo squadristi, a differenza dei fascisti.

Giornata di lotta contro lo sfruttamento capitalistico

di MASSIMO AMADORI
Il 1° maggio del 1886 a Chicago la polizia sparò sui lavoratori che manifestavano per le 8 ore. In seguito alla repressione, numerosi anarchici, socialisti e sindacalisti furono impiccati. Sono queste le origini storiche del 1° maggio, che non è semplicemente una festa ma una giornata di lotta per i diritti dei lavoratori, nata per iniziativa dei socialisti e degli anarchici.
Oggi ci sarebbe ben poco da festeggiare, dato che ogni giorno ci sono lavoratori che muoiono sul posto di lavoro. Li chiamano incidenti ma spesso sono dei veri e propri omicidi, dovuti alla mancanza di sicurezza. Non è un caso che questi "incidenti" avvengano soprattutto quando le aziende appaltano e subappaltano per risparmiare i costi, senza curarsi della sicurezza dei dipendenti.
Si tratta di omicidi commessi in nome del profitto. Il sistema capitalistico si nutre del sangue dei lavoratori e ha senso festeggiare il 1° maggio solo in una prospettiva di superamento di un sistema che porta solo sfruttamento, precarietà e guerre.
Occorre ribadire con forza che i lavoratori di tutto il mondo hanno gli stessi interessi e che le guerre fra i popoli giovano solo al capitale e ai produttori di armi; giovano a coloro che sfruttano i lavoratori.
In questa giornata dobbiamo ricordare i nostri compagni morti sul lavoro e lottare per emancipare finalmente la nostra classe dal lavoro salariato e dallo sfruttamento capitalistico.
Dobbiamo lottare contro la guerra, il razzismo e contro tutto ciò che divide i lavoratori delle diverse nazioni, perché il nemico è sempre e soltanto il sistema capitalistico.
Viva il Primo Maggio internazionalista e socialista!

Pertini: «Noi troppo generosi verso i neofascisti!»

«𝘊𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘦𝘳𝘳𝘰𝘳𝘪, 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘰 𝘥𝘪 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘭𝘢 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘨𝘦𝘯𝘦𝘳𝘰𝘴𝘪𝘵𝘢̀ 𝘯𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘳𝘰𝘯𝘵𝘪 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘳𝘴𝘢𝘳𝘪. 𝘜𝘯𝘢 𝘨𝘦𝘯𝘦𝘳𝘰𝘴𝘪𝘵𝘢̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘮𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘵𝘳𝘰𝘱𝘱𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘦 𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘰𝘨𝘨𝘪 𝘪 𝘧𝘢𝘴𝘤𝘪𝘴𝘵𝘪 𝘭𝘢 𝘧𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘥𝘢 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘰𝘯𝘪, 𝘨𝘪𝘶𝘯𝘨𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘭’𝘦𝘴𝘦𝘤𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘔𝘶𝘴𝘴𝘰𝘭𝘪𝘯𝘪 𝘢 𝘔𝘪𝘭𝘢𝘯𝘰. 𝘌𝘣𝘣𝘦𝘯𝘦, 𝘯𝘦𝘰𝘧𝘢𝘴𝘤𝘪𝘴𝘵𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦 𝘯𝘦𝘭𝘭’𝘰𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘦: 𝘪𝘰 𝘮𝘪 𝘷𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘢𝘷𝘦𝘳𝘦 𝘰𝘳𝘥𝘪𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘭𝘢 𝘧𝘶𝘤𝘪𝘭𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘔𝘶𝘴𝘴𝘰𝘭𝘪𝘯𝘪, 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘪𝘰 𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘧𝘪𝘳𝘮𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘥𝘢𝘯𝘯𝘢 𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘯𝘶𝘯𝘤𝘪𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘢𝘭 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘰 𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘷𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘯𝘯𝘪 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢.
𝘜𝘯 𝘴𝘦𝘤𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘦𝘳𝘳𝘰𝘳𝘦 𝘧𝘶 𝘭’𝘢𝘷𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘱𝘦𝘻𝘻𝘢𝘵𝘰 𝘭𝘢 𝘴𝘰𝘭𝘪𝘥𝘢𝘳𝘪𝘦𝘵𝘢̀ 𝘵𝘳𝘢 𝘭𝘦 𝘧𝘰𝘳𝘻𝘦 𝘢𝘯𝘵𝘪𝘧𝘢𝘴𝘤𝘪𝘴𝘵𝘦, 𝘱𝘦𝘳𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘢𝘪 𝘧𝘢𝘴𝘤𝘪𝘴𝘵𝘪 𝘥’𝘪𝘯𝘧𝘪𝘭𝘵𝘳𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘦 𝘥𝘪 𝘳𝘪𝘦𝘮𝘦𝘳𝘨𝘦𝘳𝘦 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦, 𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘧𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘴𝘪 𝘦̀ 𝘥𝘦𝘵𝘦𝘳𝘮𝘪𝘯𝘢𝘵𝘢 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘭𝘢 𝘤𝘭𝘢𝘴𝘴𝘦 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘨𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘴𝘰 𝘢𝘱𝘱𝘭𝘪𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘊𝘰𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘭𝘢̀ 𝘥𝘰𝘷𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘢 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘪𝘣𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘭𝘢 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘴𝘪𝘢𝘴𝘪 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘪𝘵𝘰 𝘧𝘢𝘴𝘤𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘦𝘥 𝘦̀ 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘵𝘢 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘪𝘯 𝘭𝘢̀, 𝘰𝘱𝘦𝘳𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘢𝘥𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘪𝘴𝘤𝘳𝘪𝘮𝘪𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘨𝘭𝘪 𝘶𝘰𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘙𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘯𝘻𝘢, 𝘤𝘩𝘦 𝘦̀ 𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳𝘢𝘵𝘢 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘦».
(Sandro Pertini
Genova, 28 giugno 1960)

25 Aprile divisivo? Solo per i fascisti!

di MASSIMO AMADORI
In questo ottantesimo dalla liberazione dal nazifascismo occorre ribadire alcune verità storiche sulla lotta partigiana. La Resistenza non è stata una guerra fra nazioni ma principalmente una guerra civile, in cui i partigiani hanno preso le armi contro lo stesso governo italiano fascista, alleato della Germania nazista.
È stata una guerra civile europea, in quanto la lotta partigiana non avvenne solo in Italia ed anche nel nostro Paese vide la partecipazione di persone provenienti da tutto il mondo: africani, ebrei, Rom, Sinti, brasiliani, afroamericani, russi, slavi e persino tedeschi.
La Resistenza non fu una guerra fra popoli ma una guerra dei popoli uniti contro il nazifascismo.
Per molti aspetti fu anche una guerra di classe, in quanto per molti partigiani si trattava non solo di sconfiggere il nazifascismo ma anche di porre fine al sistema capitalistico che lo aveva generato, in una prospettiva di rivoluzione socialista.
La Resistenza, secondo lo storico Pavone, fu una guerra di liberazione dall’invasore nazista, una guerra civile fra fascisti e antifascisti e una guerra di classe per il socialismo. Questo rende la lotta partigiana assolutamente diversa da tutte le guerre attuali fra nazioni, a cominciare dal conflitto fra la Russia e l’Ucraina, ma anche fra Hamas e Israele.
I partigiani non erano soldati ma per lo più disertori, che presero le armi proprio perché non volevano andare in guerra. Utilizzare la Resistenza per giustificare il riarmo e la guerra è dunque un’operazione di ignobile falsificazione storica, dal momento che i partigiani erano in gran parte disertori e antimilitaristi.
La Resistenza vide la partecipazione di uomini e donne di tutte le tendenze politiche e religiose: socialisti, comunisti, azionisti, anarchici, cattolici, liberali e persino monarchici. Non fu dunque un derby fra fascisti e comunisti. Certamente i comunisti furono la maggioranza nella Resistenza e questo va riconosciuto, ma non ci furono solo loro. La Resistenza appartiene a tutti coloro che amano la libertà e la democrazia ed è divisiva solo se sei fascista. Chi oggi non festeggia evidentemente avrebbe preferito la vittoria di Hitler, anche se non ha il coraggio di ammetterlo.
La Resistenza ci ha regalato una bellissima Costituzione democratica, che purtroppo non è mai stata applicata. Si tratta oggi di riprendere gli ideali di democrazia, libertà e giustizia sociale che furono propri dei partigiani, perché sono ben lungi dall’ essere applicati. La Resistenza deve diventare un faro nella nostra lotta quotidiana contro le ingiustizie, contro la guerra e contro i nuovi fascismi, per un mondo libero dalla violenza e dall’ oppressione.
Ora e sempre Resistenza!