di MASSIMO AMADORI e GIANCARLO IACCHINI –
Se oggi appare obsoleta – per ragioni sia economiche che ecologiche – l’antica fede positivistica in un aumento progressivo e indefinito della PRODUZIONE (e questa critica coinvolge purtroppo lo stesso Marx, con la sua idea ottocentesca di una crescita illimitata delle forze produttive, ostacolate soltanto dai rapporti capitalistici di produzione), altrettanto superata è l’idea socialdemocratica di una "pacifica" e indolore redistribuzione della ricchezza che non entri in contraddizione con la redditività del capitale (leggi PROFITTO), per cui i margini keynesiani e "riformisti" si sono rapidamente esauriti, compreso lo spazio del tanto decantato Welfare State, ormai incompatibile con la legge del profitto.
Risultato: ci ritroviamo «un capitalismo sempre più ingiusto e rapace» (la definizione è di Bernie Sanders) e oramai irriformabile, da… prendere o lasciare. Da accettare (come afferma esplicitamente la destra e implicitamente anche il centrosinistra) oppure da combattere, ma in modo nuovo e non ideologico, facendo leva sugli interessi reali della stragrande maggioranza della popolazione (il famoso 99% che sta sull’altro piatto della bilancia rispetto all’1% degli straricchi oligarchi, attuali padroni del mondo).
Il riformismo poteva aver senso nella seconda metà del secolo scorso, oggi però non ne ha. Le ricette keynesiane della socialdemocrazia sicuramente hanno portato benessere e diritti sociali, specialmente nei Paesi scandinavi, ma non sono più applicabili, perché si basavano sulla crescita economica dei "trenta gloriosi" (la golden age capitalistica che va dalla fine della seconda guerra mondiale a metà degli anni 70). Oggi invece viviamo in una situazione di crisi economica e di guerre imperialiste.
Il capitalismo non è più in grado di concedere nulla e infatti il modello socialdemocratico è in crisi ovunque, persino nella Svezia che fu di Olof Palme. Adesso sono gli stessi socialdemocratici a portare avanti politiche neoliberiste, se vogliono continuare a governare. Dunque oggi il compito dei socialisti democratici non è riformare il capitalismo ma superarlo. Il socialismo democratico si colloca quindi a sinistra della socialdemocrazia. È la posizione di tutti i socialisti di sinistra, da Sanders negli Stati Uniti a Corbyn nel Regno Unito.
Fra le altre cose, le ricette keynesiane della socialdemocrazia non tengono conto del fatto che un sistema basato sul profitto, sui consumi illimitati e sulla crescita infinita è incompatibile con la salvaguardia dell’ambiente. Il capitalismo rischia di portarci all’ estinzione, dunque va superato. Difendere lo stato sociale è importante e di certo sono meglio le politiche socialdemocratiche di quelle neoliberiste, ma la mera difesa del Welfarenon basta più (perché risulta oggettivamente perdente): occorre cambiare radicalmente il sistema sociale ed economico.
Questa è la sfida della sinistra socialista di oggi. Il riformismo socialdemocratico ha fatto il suo tempo. Ma anche il comunismo novecentesco ha fatto il suo tempo. Oggi essere socialisti rivoluzionari non significa voler assaltare il Palazzo di Inverno e fare l’insurrezione armata. La rivoluzione socialista è un lungo processo di trasformazione, come ci insegnano Marx, Rosa Luxemburg e Lelio Basso. È un processo graduale che deve sempre basarsi sull’estensione della democrazia e mai sulla sua soppressione.
Socialismo o barbarie!
La chiusura del “museo del fumetto” a Milano: quando il profitto cancella spazi di cultura (e periferie)
di LEONARDO MARZORATI –
Dal 15 giugno scorso il WOW Spazio Fumetto ha chiuso i battenti. Aperto nemmeno 15 anni fa in Viale Campania, nella semiperiferia orientale di Milano, questo originale museo del fumetto non è più un punto di ritrovo per appassionati o semplici curiosi. Ne abbiamo parlato con Tino Adamo, fumettista milanese che lavora alla Bonelli Editore. Adamo un mese fa si è incontrato con il direttore dello Spazio Fumetto Luigi Bona, in occasione del direttivo dell’associazione “Gli Amici del Vittorioso”, e insieme hanno fatto il punto della situazione su questa realtà.
Qual è la situazione attuale del museo del fumetto di Milano?
Il museo è chiuso e in pessime condizioni. Entrano infiltrazioni d’acqua e va cambiato l’impianto elettrico. Il Comune 14 anni fa diede in gestione all’associazione gli spazi di viale Campania. A tutti gli inconvenienti dovevano provvedere i gestori del museo e senza importanti aiuti da parte dell’amministrazione comunale non si riusciva più a gestire l’immobile. Bona e soci pensavano a fare cultura con i pochi soldi degli incassi, organizzando mostre o visite didattiche. Cultura, non business. Prima nella nascita del WOW, quello stabile e il parco limitrofo erano luogo di spaccio, ora c’è il rischio che tornino a esserlo.
La giunta Sala, con in testa l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, ha abbandonato lo Spazio Fumetto?
Le istituzioni milanesi hanno abbandonato le zone fuori dalle mura dei Bastioni. Sala pensa a rendere sempre più attrattivo il centro per i turisti e lascia a se stesse le periferie. Il Comune avrebbe dovuto già fare un’asta pubblica per l’immobile, ma non si è ancora fatto il bando. Probabilmente il nuovo museo del fumetto sorgerà a Monza. Il centro è sempre più tutelato, le periferie sempre più lasciate a se stesse. Per fortuna ci sono tante associazioni e reti sociali attive, come per il quartiere di Baggio, dove vivo.
Un’arte importante, che ha avuto in Milano la sua capitale italiana, per l’incuria della giunta Sala passa dall’ombra della Madonnina al vicino capoluogo brianzolo. Succederà qualcosa di simile a quanto avvenuto per la fotografia, con la chiusura dello Spazio Forma in zona Porta Lodovica. Nonostante la presenza di qualche mostra fotografica alla Fondazione Meravigli in centro, il museo della fotografia ora è in gestione al Comune di Cinisello Balsamo, che lo ospita nelle sale della bella Villa Ghirlanda.
Milano perde uno spazio dove si faceva cultura. C’erano i laboratori per le scolaresche delle scuole elementari, che contribuivano ad avvicinare il fumetto ai bambini, i lettori più reattivi per questa forma d’arte. Il WOW contribuiva tantissimo ad avvicinare i più piccoli al fumetto, trasformandoli nei lettori di domani.
Avvicinare i giovani al mondo del fumetto è molto difficile. Qual è la situazione attuale della nona arte?
Le nuove distrazioni, come smartphone e videogiochi, remano contro al fumetto. I giovani appassionati leggono quasi esclusivamente manga giapponesi. Il mondo del fumetto italiano è disastrato, soprattutto quello seriale e popolare che si vende in edicola. Ma queste ultime chiudono e nei centri piccoli spesso non ci sono più. Inoltre si legge sempre meno e le vendite crollano.
Lei lavora alla Bonelli Editore, la maggiore casa di produzione fumettistica. Com’è la situazione lavorativa di voi disegnatori e sceneggiatori?
In Bonelli siamo liberi professionisti. Il lavoro è sempre meno e parecchi di noi stanno guardando ad altre strade. Siamo tutti over 40 e i giovani lavoratori qui sono pochi. Io sono addetto alla correzione di bozze e disegno alcune storie di Zagor; ma faccio anche altro: ho scritto due romanzi e realizzo sceneggiature. Gli albi in edicola vendono sempre meno, resistono i due cavalli di battaglia Tex e Dylan Dog, ma la situazione non è per niente rosea, anche per l’età avanzata di molti lettori.
Quale futuro vede per il fumetto italiano?
Sempre meno edicole e maggior peso delle librerie. Quindi un fumetto meno seriale e più autoriale. Con costi ovviamente maggiori. Non più l’acquisto mensile e costante di un albo, ma saltuario. L’intelligenza artificiale è inoltre una nuova minaccia. Già ora sta sostituendo chi fa i layout nel cinema. A breve l’intelligenza artificiale entrerà in tutti i settori artistici, fumetto compreso e questo porterà via parecchi posti di lavoro. I fumetti non spariranno, ma ci sarà molto meno lavoro. Un dato curioso, nell’epoca in cui si sponsorizzano tanti corsi di fumetto, c’è sempre meno lavoro per i fumettisti.
Più a sinistra dei settari nostrani!
di MASSIMO AMADORI –
Io credo che ci sia un pregiudizio della sinistra europea nei confronti della sinistra statunitense. Eppure oggi Sanders, Ocasio-Cortez e Mamdani sono molto più a sinistra della socialdemocrazia europea.
I socialisti democratici negli USA parlano apertamente di superamento del capitalismo, mentre in Europa la socialdemocrazia da decenni ha accettato pienamente il sistema capitalistico e punta al massimo a riformarlo.
Bernie Sanders è decisamente più a sinistra di Elly Schlein e dello stesso Pedro Sanchez. Fra l’altro il socialismo democratico negli Stati Uniti è sempre più popolare, come dimostrano le recenti elezioni a New York.
I socialisti statunitensi mi piacciono perché sono pragmatici e concreti, per nulla ideologici e dogmatici. Sono radicali, ma non estremisti. Sono lontani sia dall’estremismo dei partitini comunisti che abbiamo in Italia sia dall’opportunismo delle socialdemocrazie europee. I socialisti democratici negli Stati Uniti non sono settari, ma collaborano con tutte le forze della sinistra. Compresi i trotskisti, gli anarchici e i verdi. Io credo che la sinistra italiana avrebbe molto da imparare dai socialisti degli Stati Uniti. Avercelo un Sanders anche da noi!
#makesocialismcoolagain
La storia “al contrario” del generale Vannacci
di GIANCARLO IACCHINI –
Nel suo famigerato post sul fascismo, il generale Vannacci (discusso vicesegretario della Lega e storico molto dilettante) vorrebbe riscrivere la storia “al contrario”, «diversa da quella raccontata nei manuali del PD” ![]()
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) ma riesce solo a scoprire l’acqua calda.
Ricorda infatti che il fascismo è andato al potere legalmente, su incarico del re, il quale ha controfirmato tutte le leggi del regime comprese “quelle del ’38” – come dice pudicamente il generale – cioè le infami leggi razziali.
Giusto, ma questo non dimostra mica la democraticità del dittatore («potevo sprangare il Parlamento e farne un bivacco di manipoli, ma non ce n’è stato bisogno») bensì la complicità della monarchia con la dittatura e poi la guerra, complicità pagata nel referendum del ’46.
E omette, il generale, il “piccolo” particolare dello squadrismo e del Tribunale Speciale (Matteotti, Gobetti, Amendola, Rosselli, Gramsci e migliaia di persone vittime di pestaggi e accoltellamenti), delle deportazioni, della guerra e delle orribili stragi ed eccidi nazifascisti, per un totale di circa 700.000 italiani uccisi (450 mila soldati e 250 mila civili).
Alla faccia di quel nazionalismo che, a quanto pare, continua a suscitare così tante nostalgie.
Bernie Sanders e la “sfida” al capitalismo
di MARCO SFERINI –
La capacità di rendere di facilissima comprensione i grandi problemi nazionali ed internazionali della grande Repubblica stellata americana è, in tutta evidenza, il tratto più peculiare dell’ultimo libro scritto da Bernie Sanders “Sfidare il capitalismo” (Fazi editore, 2024) senza nulla togliere, si intende, proprio ai contenuti che sono così bene espressi e descritti da astrarci dal ruolo di spettatori della politica mondiale e nordamericana, costringendoci benevolmente a diventarne, almeno pagina dopo pagina, direttamente parte, quasi fossimo noi stessi cittadini statunitensi.
Ciò vale ancora di più, appunto, per noi italiani che ci sentiamo molto poco europei e guardiamo all’America come ad un avversario del resto del mondo che vi si oppone, obiettivamente, con esempi di governo, metodi e azioni tutt’altro che differenti da quelli rivendicati dalla “democrazia” molto tra virgolette che saluta chi arriva dal mare con le sembianze della Libertà che tiene in alto la fiaccola splendente dei diritti di ognuno e di tutti.
Ma vale anche per tutti quei popoli che, diversamente da noi europei che conosciamo gli Stati Uniti per la loro potenza economica, le mode, Halloween, Hollywood, Playstatione e telefonini di ultimissima generazione della Sylicon Valley, hanno potuto saggiare la prepotenza delle amministrazioni tanto repubblicane quanto democratiche laddove si parla di politica estera, di “esportazione della democrazia“, di “guerra al terrorismo“, di rivendicazione dei diritti umani… Bernie Sanders, che rappresenta la sinistra socialista in seno al Partito Democratico, non fa sconti a nessuno. Continua a leggere
La differenza tra sinistra RADICALE e sinistra estrema, tra libertari e nostalgici
di MASSIMO AMADORI –
Il nuovo sindaco di New York viene criticato da molti comunisti per aver definito "dittature" i regimi cubano e venezuelano. Io non ci vedo niente di sbagliato, è un dato di fatto. Dire che Maduro e Canel sono dei dittatori non significa affatto sostenere l’aggressione imperialista di Trump contro Cuba e il Venezuela.
Zohran Mamdani critica i BRICS ma al tempo stesso denuncia i crimini del capitalismo occidentale e dell’imperialismo USA.
Siamo persone adulte e dobbiamo riconoscere che la realtà è complessa e non bianca e nera. La differenza fra il socialismo democratico e il comunismo autoritario è proprio questa. Per noi socialisti libertari e democratici il socialismo deve sempre andare di pari passo con la democrazia, la libertà e il rispetto dei diritti umani. Altrimenti non è socialismo. I socialisti statunitensi sono pragmatici e non ideologici. I DSA non hanno assurde nostalgie dell’URSS e del "socialismo reale", non hanno simpatie per il regime di Putin e per il regime cinese. Negli USA la sinistra radicale e socialista è giovane, democratica e libertaria. Per questo piace molto ai giovani. La sinistra radicale in Italia invece è ideologica, nostalgica del "socialismo reale" e ammiratrice di regimi autoritari come quello di Maduro in Venezuela e di Xi Jinping in Cina. Sono rimasti alla guerra fredda. Non è una sinistra radicale ma una sinistra estrema. Anche per questo ha percentuali da prefisso telefonico.
Il socialismo democratico è il futuro. Il capitalismo e il comunismo autoritario sono il passato.
7 novembre: luci ed ombre della Rivoluzione d’Ottobre
di MASSIMO AMADORI –
Il 7 novembre del 1917 con la presa del Palazzo d’Inverno i bolscevichi presero il potere in Russia, dando inizio alla rivoluzione d’ottobre. Oggi si tende o a demonizzare il bolscevismo o a esaltarlo, ma la rivoluzione d’ottobre fu un evento complesso.
Lenin e Trotsky ebbero dei meriti indiscutibili: per la prima volta nella storia portarono i lavoratori al potere e posero le basi per la costruzione del socialismo. La rivoluzione d’ottobre consegnò le fabbriche agli operai e la terra ai contadini, fece uscire la Russia dalla prima guerra mondiale, diede il voto alle donne e concesse il diritto all’aborto, depenalizzò l’omosessualità e promosse le parità di genere, pose le basi per la liberazione delle colonie ed emancipò gli ebrei.
Il bolscevismo di Lenin e Trotsky non può essere confuso con il regime totalitario di Stalin, sterminatore di bolscevichi.
Ma detto questo, Lenin e Trotsky commisero anche errori imperdonabili. Durante la guerra civile i bolscevichi cancellarono ogni forma di democrazia, sostituendo il potere dei soviet con la dittatura del partito comunista. Una dittatura che colpì non solo i controrivoluzionari ma anche i socialisti dissidenti e gli anarchici. Pensiamo per esempio alla repressione della rivolta di Kronstadt nel 1921 o degli anarchici in Ucraina. Inoltre il terrore rosso fece migliaia di morti. Certo il terrore bianco fu ancora più sanguinario, ma non può giustificare le violenze dei bolscevichi durante la guerra civile.
Il socialismo deve sempre andare di pari passo con la democrazia e con la libertà. Non si può separare il fine dai mezzi, perché i mezzi devono essere coerenti con il fine. Stalinismo e bolscevismo sono molto diversi, ma è indubbio che alcuni errori di Lenin e Trotsky abbiano aperto la strada alla controrivoluzione burocratica di Stalin, poi denunciata da Trotsky.
Da socialista libertario riconosco a Lenin e Trotsky diversi meriti, ma non approvo i loro metodi autoritari, che sono incompatibili con il socialismo democratico. La rivoluzione d’ottobre resta comunque un grande evento storico di emancipazione umana e Lenin e Trotsky hanno il merito di aver tentato "l’assalto al cielo". Lo stalinismo invece è stato solo una montagna di merda.
Radicali, non estremisti!
di MASSIMO AMADORI –
Sinistra radicale per molti è una parolaccia, in quanto confondono il radicalismo con l’estremismo.
Eppure basterebbe aprire un dizionario per capire la differenza. Radicale ed estremista non sono sinonimi, anzi. Essere radicale significa voler risolvere i problemi alla radice, l’estremismo invece è sinonimo di fanatismo, di settarismo e di violenza.
Come spiega Hannah Arendt, il bene è radicale, mentre il male è sempre estremo.
Una sinistra seria non può dunque che essere radicale, cioè andare alla radice dei problemi. L’estrema sinistra è quella che inneggia a Stalin, a Mao, a Pol Pot o alle BR. Sono i marxisti-leninisti, che hanno una visione autoritaria e dittatoriale del comunismo. La sinistra radicale invece si richiama al socialismo democratico o al comunismo libertario, a Matteotti, a Gramsci, a Rosa Luxemburg, a Pertini, a Carlo Rosselli. I socialisti libertari sono di sinistra radicale.
Per quanto riguarda invece i moderati in politica sono sempre difensori dello "status quo". Esiste un estremismo di destra, un estremismo di sinistra ma anche un estremismo di centro, rappresentato dai fanatici del liberismo, del mercato senza freni, della guerra in nome della "democrazia". Fanatici sostenitori di Netanyahu e del genocidio di Gaza. Spesso vanno a braccetto con l’estrema destra. Sarebbero dunque questi i moderati?
Se essere contro il capitalismo, la guerra e le ingiustizie significa essere radicale io lo rivendico. Radicale come Martin Luther King, Pasolini e Peppino Impastato. Sono orgogliosamente un radicale di sinistra, come tutti i socialisti degni di questo nome.
Radicali sempre, estremisti mai.
Elezione di Mamdani: la destra “scornata” reagisce con insulti e calunnie!
di MASSIMO AMADORI –
Zohran Mamdani viene accusato dalla destra di essere un estremista islamico e un comunista totalitario, oltre che un antisemita. Sono accuse talmente ridicole che non meriterebbero risposta. Il neoeletto sindaco di New York è musulmano, ma non è un estremista. Fra le altre cose l’11 settembre del 2001 era un bambino, quindi accusarlo di avere qualcosa a che fare con la strage delle torri gemelle è assurdo. Mamdani non è antisemita, semmai critica il governo genocida di Netanyahu. Non ha mai fomentato odio contro gli ebrei ed è sostenuto da buona parte della comunità ebraica di New York, storicamente progressista e critica di Israele. Infine il nuovo sindaco di New York non è un comunista totalitario, non è uno stalinista, ma un socialista democratico. Ha criticato il regime cubano e venezuelano, definendo dittatori Maduro e Canel. Al tempo stesso però ha denunciato i tentativi dell’ imperialismo USA di colpire Cuba e il Venezuela. I DSA sono un movimento socialista democratico, critici al tempo stesso del capitalismo e del comunismo autoritario.
Capisco che i fascisti e i capitalisti siano spaventati da un sindaco socialista, immigrato e musulmano, però almeno che si sforzino a trovare argomenti un po’ più validi per attaccarlo, invece di diffamarlo inventandosi falsità sul suo conto. Evidentemente non hanno argomenti, oltre ad avere tanta paura del socialismo democratico.
Il nuovo sindaco di New York è la prova che la sinistra vince quando… fa la sinistra
di MASSIMO AMADORI –
«Sono musulmano, sono un socialista democratico, sono un immigrato e, cosa più grave, mi rifiuto di scusarmi per tutto questo». Ha detto Zohran Mamdani nel discorso della vittoria.
Il nuovo sindaco di New York è giovane, immigrato, musulmano e socialista. Tutto ciò che Trump odia e che i fascisti di tutto il mondo odiano.
Mamdani ha vinto le elezioni presentando un programma di sinistra radicale: case per tutti, salario minimo di 30 dollari, tasse per i super-ricchi, diritti sociali: istruzione pubblica, sanità pubblica. Diritti civili per le persone LGBTQ e per gli immigrati. Ha vinto con un programma socialista.
Mamdani è la dimostrazione che la sinistra vince non quando va verso il centro ma quando propone un programma radicale e socialista. Quando cioè fa cose di sinistra.
Io credo che una sinistra socialista e radicale potrebbe sconfiggere non solo la destra ma anche l’astensionismo.
Chiaramente adesso Mamdani si troverà contro non solo Trump e il governo degli Stati Uniti ma anche l’establishment del PD americano. È importante che resista a tutte le pressioni e realizzi il suo programma. Non sarà facile, ma lo deve a tutti coloro che lo hanno votato, agli immigrati e ai lavoratori che gli hanno dato fiducia. Staremo a vedere ma io sono ottimista. Qualcosa sta cambiando nel mondo: socialismo non è più una parolaccia, così come sinistra radicale. C’è voglia di socialismo e di democrazia, specialmente fra i giovani. Io credo che questa alleanza socialista fra i lavoratori, gli studenti, i giovani e gli immigrati possa vincere e battere l’estrema destra.
Non dobbiamo rassegnarci al peggio e nemmeno al "meno peggio", perché il vento fischia ancora.
Viva il socialismo democratico!



