Guido Calogero e il liberalsocialismo

di GIANCARLO IACCHINIGuido Calogero

Mentre il “socialismo liberale” di Carlo Rosselli (e di Giustizia e Libertà) voleva rappresentare un socialismo che attraverso la lezione riformistica di Eduard Bernstein virava verso l’ideale liberale, allargandolo di conseguenza a tutti i cittadini e rompendo consapevolmente il suo triste confinamento “moderato” ad una ristretta élite di borghesi privilegiati, il liberalsocialismo ideato da Guido Calogero (1904-1986) fa il percorso inverso: da un liberalismo ispirato a Croce e Gentile a un socialismo innanzitutto ideale, maturato a fatica in epoca fascista, tra arresti e schedature dei primi militanti. I due movimenti, da sponde opposte, pervengono alla stessa “piazza” democratica e radicale, quella che darà vita al Partito d’Azione, punta avanzata dell’antifascismo militante.

Che Calogero fosse negli anni 30 un “tranquillo” professore di Liceo e docente universitario (sin dall’età di 23 anni!), collaboratore di Giovanni Gentile e ammiratore di Benedetto Croce, dopo un’adolescenza fitta di ambizioni poetiche e studi classici culminati col pazzesco esame di storia della filosofia sostenuto con lo stesso Gentile, che aveva come programma “tutto Platone in greco”, non ha nessuna importanza per stabilire il grado di “radicalità” del movimento liberalsocialista fondato nel 1937 insieme al cattolico progressista Aldo Capitini («non ricordo più se il nome sia venuto in mente a me oppure a Aldo, ma ricordo bene che con quel nome volevamo riecheggiare il “socialismo liberale” di Rosselli»), collaborazione da cui nacque tre anni dopo, nel 1940, il Manifesto del liberalsocialismo. Benché possa sembrare sulla carta più moderato per via della provenienza liberale anziché socialista, il progetto di Calogero va avanti come un treno verso una teoria radicale di giustizia sociale ed uguaglianza delle libertà, che qualcuno ha giustamente accostato alla “equal liberty” formulata però solo nel 1971 dal filosofo statunitense John Rawls. L’idea forte e nient’affatto moderata o centrista del liberalsocialismo consiste nella piena realizzazione degli individui all’interno di uno stato equo fondato sulla partecipazione e sul dialogo tra le persone, un confronto democratico dal quale nessun cittadino dev’essere escluso; o meglio: al quale ad ogni cittadino devono essere garantite tutte le opportunità (anche economico-sociali) di partecipare. Ne nasce un socialismo saldamente fondato sull’etica, prima ancora che sull’economia, poiché l’indispensabile redistribuzione della ricchezza è frutto di una scelta consapevole e meditata, non di un mero determinismo economico.

Per tutta la vita Guido Calogero, entrato nel Partito Socialista Unitario dopo lo scioglimento del Partito d’Azione, svilupperà dal punto di vista sia teorico che politico la sua socratica “filosofia del dialogo”, immaginando una democrazia “orizzontale” che nasca dal basso, dalla coscienza morale e dall’impegno sociale dei cittadini, con un’idea della libertà individuale che non si confonde mai con l’egoismo ma che anzi è altruismo e rispetto delle idee più diverse. Il tutto nel rifiuto di “fedi” e verità assolute, ma senza alcuna caduta nello scetticismo e nel qualunquismo: «In questo rapido e continuo mutare delle cose, sono destinati a mutare anche i valori di fondo? La velocità delle nostre rotte farà impazzire le nostre bussole, oppure c’è qualcosa a cui possiamo credere, al di là della critica di ogni fede?».

Quel che Calogero critica, anzi per sua stessa ammissione “combatte”, è «la convinzione provvidenzialistica di stampo crociano (e prima ancora vichiano e hegeliano) che certi valori siano assicurati “dalla storia”, la quale sarebbe sempre “razionale” al di là di ogni personale tragedia degli individui. Di fronte a questa illusione fideistica, noi affermiamo che i valori sono cose che si desiderano e per cui si lotta, non garantite da un’eterna necessità. Ci preme il futuro incerto, non l’immobile volto dell’eterno. E distinguiamo tra una libertà interiore che non viene mai meno e che nessuna prigione ci potrà togliere e quella libertà che si esprime nelle attività e manifestazioni della vita, libertà che invece può sempre essere ampliata o decurtata, garantita o messa in pericolo, e che oggi è a rischio mortale».

L’accento si sposta dunque sulla “filosofia della prassi” (non è forse un caso che negli stessi anni Gramsci definisse in questo modo il marxismo, nei suoi Quaderni del carcere) e di conseguenza innanzitutto sulla lotta contro il regime mussoliniano. L’impegno antifascista costa a Calogero la sospensione dall’insegnamento e diversi mesi di galera, oltre ovviamente alla rottura politica (ma non umana) col vecchio maestro Gentile. L’altro maestro, quel Croce che in teoria non avrebbe dovuto essere così ostile all’antifascismo liberale di Calogero, è invece testardamente infastidito e quasi ossessionato dal liberalsocialismo, che per lui è un mostro teorico senza fondamento (un immaginario “ircocervo”, secondo la sua celebre definizione). Teorico come Calogero, che pure aveva molto stimato come studente e giovane prof, non sopporta che la libertà “pura” sia macchiata da quella “giustizia sociale” che per lui è al massimo qualcosa di pratico che attiene all’utile, e dunque idealisticamente secondario rispetto al concetto. La rivoluzionaria dialettica del liberalsocialismo tra libertà e uguaglianza gli è del tutto estranea, non la capisce proprio, e questo la dice lunga sul tasso di “fedeltà” a Hegel della sua filosofia dei “distinti”, che poco ha a che vedere con la compenetrazione dialettica degli opposti.

Ma mentre il vecchio maestro lo bacchetta, Calogero è gratificato da giovani allievi come Carlo Azeglio Ciampi, che solo per l’immensa stima nei suoi confronti aderisce prima al movimento liberalsocialista e poi al Partito d’Azione. Un amico invece un po’ scomodo è la scontrosa cassandra Norberto Bobbio, che deve aver incoraggiato di molto lo speranzoso Calogero, nello speranzoso anno di liberazione 1945, con la sua amara profezia sulla comune idea politica: «In Italia non ci sono le premesse per una politica liberalsocialista, o magari ci saranno fra due secoli. Non ci resta che fare i predicatori nel deserto, come del resto abbiamo sempre fatto». Ottant’anni dopo, c’è però da chiedersi se questo fosse pessimismo oppure un lucido e disincantato realismo politico… visto l’1% preso dal Partito d’Azione alle elezioni dell’anno dopo e la successiva scomparsa di quell’area politica, sacrificata sull’altare delle due “chiese” (democristiana e comunista) durante la prima repubblica e mai recuperata nemmeno nella seconda. Vuol dire che aspetteremo altri… 120 anni come da gufata bobbiana, accontentandoci nel frattempo di tenere viva la tenue fiammella che brilla sotto la cenere e consolandoci con i tanti valori liberalsocialisti per fortuna solennemente sanciti – almeno formalmente – nella nostra Costituzione repubblicana.