Rendiamo onore agli Arditi del Popolo!

di LEONARDO MARZORATI –

Cent’anni fa nascevano gli Arditi del Popolo. Di loro si è parlato troppo poco, relegati a poche pagine nei manuali di storia e non celebrati per quello che sono stati: i primi ad aver impugnato le armi e combattuto contro l’emergente fascismo nei quindici mesi precedenti alla Marcia su Roma e all’incarico di governo affidato dal re Vittorio Emanuele III a Benito Mussolini.

Gli Arditi del Popolo nascono nel 1921 ed è proprio l’estate di quell’anno il loro primo banco di prova. Il biennio rosso è terminato. Quasi tutti gli storici sono concordi nel ritenere nel 1921 improbabile una rivoluzione socialista in Italia. Eppure c’è chi soffia sul fuoco.

A Sarzana, nella Lunigiana ligure, una squadra d’azione fascista tenta l’assalto alla Caserma dei Carabinieri Firmafede, in cui è rinchiuso Renato Ricci, squadrista condannato per violenze e omicidi con altri suoi fedelissimi. I primi scontri vedono i fascisti attaccare i Carabinieri. È il 21 luglio 1921. Il comandante dei Carabinieri Guido Jurgens dà ordine ai suoi di respingere l’assalto dei fascisti. Questi ultimi si lasciano andare a violenze contro la popolazione civile. Negli scontri muoiono 14 fascisti e diversi cittadini antifascisti. La popolazione di Sarzana e gli Arditi del Popolo scendono in strada ad affrontare gli uomini di Mussolini.

Siamo in una fase storica in cui il fascismo dell’ex socialista Benito Mussolini è visto da una larga fetta delle autorità non tanto diverso dai “sobillatori” di sinistra. Jurgens, che durante il fascismo verrà demansionato e poi arrestato, cerca di far rispettare la legge e tenere in stato di arresto dei fascisti condannati per gravi reati. Ricci, futuro capo della Guardia Nazionale Repubblicana durante la Repubblica Sociale, è un esagitato colpevole di delitti contro i socialisti. Per la legge italiana deve restare in carcere. Sono i fascisti a provocare. Provenienti perlopiù dalla Toscana, le squadracce durante il biennio rosso erano state prezzolate dai proprietari terrieri e dai grandi industriali per mettere a tacere “con le cattive” diverse forme di lotta di contadini e operai.

I principali giornali liguri (Il Secolo XIX e Il Corriere Mercantile) minimizzano le violenze fasciste, mentre attaccano gli scioperi animati da sindacati e partiti di sinistra. Se tra le forze dell’ordine ci sono ancora molti elementi ostili al fascismo, visto come elemento destabilizzante, nella ricca borghesia si fa sempre più strada una simpatia per questi esagitati vestiti di nero, che pestano e ammazzano socialisti, comunisti, repubblicani, sindacalisti rivoluzionari e anarchici. Con il fascismo iniziano a schierarsi sempre più dirigenti di polizia, come il prefetto di Massa, che pochi giorni dopo gli scontri di Sarzana farà liberare Ricci e gli altri squadristi arrestati.

In questo clima nascono gli Arditi del Popolo. Sono perlopiù ex Arditi, corpo speciale dell’Esercito che nato nel 1917 per azioni belliche che superassero la guerra di trincea tra Italia e Impero Austro-Ungarico. Sono quindi uomini d’azioni, abituati a rischiare la vita in missione (un punto in comune con molti squadristi). Questo aspetto porterà molti di loro a essere percepiti dai partiti democratici come elementi inaffidabili, se non addirittura simili agli stessi fascisti. Molti di coloro che vi aderiscono sono convinti che il fascismo sia la più grave minaccia per i lavoratori. Più del regime liberale-capitalista. Aspetto che molti socialisti e comunisti non colgono.

I principali esponenti vengono quindi guardati con sospetto dalla maggioranza del Partito Socialista e dall’appena nato Partito Comunista d’Italia. Chi forma gli Arditi del Popolo negli anni della Grande Guerra era stato interventista, come quasi la totalità dei fascisti. Il Partito Socialista espulse Mussolini per il suo passaggio all’interventismo e al suo interno prese forza, come ha ben spiegato lo storico Renzo De Felice, l’idea che coloro che sostennero l’intervento contro le potenze centrali non fossero affidabili nella lotta politica. Anche il primo segretario dei comunisti, Amadeo Bordiga, guarda con fortissima diffidenza gli Arditi del Popolo, in quanto non inquadrabili in una rigida struttura marxista-leninista.

L’anarchico interventista Argo Secondari fonda gli Arditi del Popolo dopo aver militato nell’Associazione Nazionale degli Arditi d’Italia, dove si erano accese forti discussioni tra chi approvava il fascismo e chi no. La confusione e le diffidenze reciproche favoriranno il fascismo. Le divisioni delle forze democratiche e di sinistra hanno sempre favorito le peggiori destre. Il 1922 è emblematico in questo. Così sarà anche in Spagna negli anni della Guerra Civile.

Mentre i fascisti perpetuano le loro violenze, gli Arditi del Popolo sono i primi a scendere in campo come formazione paramilitare a difesa dell’Italia. Come avevano combattuto gli austro-ungheresi qualche anno prima, ora affrontano la nuova minaccia e forse capiscono prima di altri la gravità della situazione. Per molti di loro i fascisti sono da annientare come si era fatto nell’ultimo anno della Grande Guerra, quando dopo la disfatta di Caporetto si temette il rischio che gli austriaci potessero riprendersi pezzi di territorio italiano. Anche se nella loro propaganda i fascisti si fanno paladini dei valori nazionali, chi ci ha combattuto a fianco in trincea capisce che questo movimento politico è un male per l’Italia e per i diritti dei lavoratori.

Tra il 1921 e il 1922 questa forza eterogenea affronta con le armi i fascisti. Tra di loro troviamo il socialista emiliano Guido Picelli (volontario della Croce Rossa durante la Grande Guerra e morto in Spagna nel 1937 combattendo i franchisti), il sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris (autore della Carta del Carnaro nella Fiume occupata da Gabriele D’Annunzio), l’anziano anarchico Errico Malatesta e il già citato Secondari. Si tratta di uomini dalle storie personali molto diverse, ma che unendosi negli Arditi del Popolo hanno saputo mettere da parte le divergenze politiche per lottare insieme contro la minaccia più grande: il fascismo. La guerriglia degli Arditi del Popolo è di fatto un’anticipazione della Guerra di Liberazione.

Gli allora massimi dirigenti socialisti non appoggiano gli Arditi del Popolo (sia i socialrivoluzionari Costantino Lazzari e Angelica Balabanoff, sia i riformisti Filippo Turati e Giacomo Matteotti). Chi appoggia a sinistra gli Arditi del Popolo sono perlopiù degli ex interventisti,destinati a ruoli di comando nell’Italia post Liberazione. Sostengono gli Arditi del Popolo: Pietro Nenni, interventista repubblicano e futuro leader del Psi; Giuseppe Di Vittorio, sindacalista, volontario nella Grande Guerra e futuro segretario della Cgil; Riccardo Lombardi, destinato a guidare la corrente di sinistra del Psi.

Su tutti spicca il nome di Antonio Gramsci. Interventista nel 1915 con Palmiro Togliatti, invita nel 1921 il neonato Partito Comunista ad appoggiare la lotta degli Arditi del Popolo. Il suo appello non viene però ascoltato dal comitato centrale del suo partito. Gli Arditi del Popolo vengono invece elogiati da Lenin sulla Pravda e dal dirigente sovietico Nikolai Bucharin, che invita i comunisti italiani a non intralciarli nella lotta e a schierarsi dalla loro parte.

È curioso notare che la sinistra italiana prima dell’avvento del fascismo è guidata perlopiù da esponenti neutralisti, mentre dopo la Liberazione passerà in mano a interventisti.

Nell’agosto 1922 le squadre fasciste imperversano in tutta Italia. Sono decine i morti che hanno lasciato sul campo nelle loro azioni criminali. Spesso i prefetti lasciano fare ai fascisti il bello e il cattivo tempo. Nell’estate 1922 sempre più antifascisti capiscono che il movimento di Mussolini si prepara al colpo di Stato. A Parma il Partito Nazional Fascista invia 10mila uomini per reprimere gli scioperi nati anche in risposta alle violenze fasciste. Le squadracce, guidate dai due futuri gerarchi Italo Balbo e Roberto Farinacci, entrano in città per metterla a ferro e fuoco. Scoppia una piccola guerra civile cittadina, dove a difendere i valori democratici sono gli Arditi del Popolo guidati da Picelli, che crea la Legione Proletaria Filippo Corridoni, e dall’anarchico Antonio Cieri (anche lui destinato a morire nel 1937 durante la Guerra Civile Spagnola). Sul campo resta un numero imprecisato di vittime, da una parte e dall’altra. I fascisti uccidono anche il consigliere comunale del Partito Popolare Ulisse Corazza. Gli Arditi del Popolo a Parma riescono a unire forze eterogenee, in nome della difesa della democrazia dal fascismo. Scontri simili si presentano anche a Roma, Genova, Livorno e Ancona. Un accordo tra il prefetto di Parma e Balbo, dopo sei giorni di guerriglia pone fine ai combattimenti. I fascisti si ritirano ma, come sappiamo bene, la loro vittoria è solo rimandata.

C’è chi ha scritto che gli Arditi del Popolo furono lasciati soli. Di fatto lanciando un’accusa ai partiti democratici e di sinistra di non aver mobilitato la propria base a fare di più contro la minaccia fascista. Di sicuro questa formazione paramilitare che difese l’Italia dalla barbarie fascista va ricordata e celebrata. Perlopiù quest’anno che ricorre il centenario della sua nascita.

Il fascismo è stato un cancro per la libertà e per il socialismo. Troppi “compagni” vi aderirono, tradendo di fatto i loro ideali. Alcuni anche dopo la Marcia su Roma, più per opportunismo. Altri aderirono entusiasti all’inutile strage della Prima Guerra Mondiale, e alcuni di questi seguirono Mussolini nei Fasci Italiani di Combattimento nel 1919. Poi però si accorsero della deriva autoritaria e filocapitalista del futuro Duce e lo abbandonarono. Tra questi figurava pure Nenni. Allora era difficile capire dove il megalomane e ambizioso giornalista romagnolo avrebbe portato l’Italia. Oggi, cent’anni dopo, dobbiamo cercare cogliere le ambiguità di chi utilizza nobili parole per nascondere ambizioni personali e politiche scellerate.

Gli Arditi del Popolo furono coloro che si impegnarono maggiormente contro il fascismo, in un’epoca storica in cui non si potevano prevedere 20 anni di dittatura, le leggi razziali e l’ingresso in una Seconda Guerra Mondiale. A loro va il merito di aver pagato il sacrificio più alto prima della presa del potere di Mussolini.

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