Parte degli utili ai lavoratori: il modello socialista jugoslavo

di LEONARDO MARZORATI

La Jugoslava socialista ebbe un modello economico distante da quello degli altri Paesi dell’Europa Orientale. Lo sviluppo della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia (dal 1963 Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia) si fondava su un binomio composto da economia pianificata e libere attività d’impresa. Il regime del maresciallo Tito rappresentò un modello studiato in tutto il mondo. La sua economia fu il frutto delle minuziose analisi marxiane di quelli che furono i principali collaboratori del leader della Resistenza Jugoslava: Milovan Gilas, Edvard Kardelj e Vladimir Bakaric. Si tratta dei maggiori esponenti dell’ala definita “liberale” del governo jugoslavo, non sempre in perfetto accordo con la visione politica del leader di Belgrado. Gilas nel 1954 ruppe i rapporti con Tito, divenendo a tutti gli effetti un dissidente del regime jugoslavo.

La base della via jugoslava al socialismo ricalca quella sovietica. Fin dai primi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, vennero introdotti in Jugoslavia i piani quinquennali, attraverso un lavoro volontario di massa. La rete elettrica venne estesa anche alle aree marginali dello Stato balcanico, seguendo lo slogan leninista per cui “Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il Paese”. Il governo di Belgrado potenziò inoltre l’industria pesante. Anche dopo la rottura tra Stalin e Tito nel 1948, la pianificazione economica proseguì con la nazionalizzazione delle fabbriche. Agli operai venne però concessa una parte dei profitti. La libera impresa vide il sorgere di piccole aziende private, fino a quattro dipendenti, forti soprattutto nelle repubbliche del nord, Croazia e Slovenia. La collettivizzazione dei terreni fu a sistema misto: i contadini potevano possedere un massimo di 10 ettari di terreno per persona e il territorio agricolo in eccesso veniva affidato a cooperative, compagnie agricole o comunità locali.

Kardelj sviluppò la teoria del lavoro associato, secondo la quale il diritto di decisione sulla produzione e di una quota dei profitti delle compagnie socialiste spetta ai lavoratori. Le compagnie dell’industria pesante si trasformarono così in organizzazioni di lavoro associato.

La politica di Kardelj riprende la Nuova Politica Economica (NEP) istituita nel 1921 da Lenin in Urss. Con la NEP lo Stato ammetteva solo le proprietà terriere private, perché l’idea di agricoltura collettivizzata aveva incontrato una forte opposizione tra i kulaki, i contadini divenuti proprietari. Sia Stalin sia Trotsky furono contrari alla NEP, che invece fu appoggiata dalla destra del Partito Comunista, guidata da Nikolaj Bucharin. Kardelj riprese la visione di Bucharin e la adattò alla federazione jugoslava.

La via jugoslava al socialismo garantì maggiori libertà economiche e uno stato federale a partito unico che controllava dalla capitale il Paese, pur garantendo forti concessioni alle sei singole repubbliche e ai lavoratori delle organizzazioni di lavoro associato. Dopo la rottura tra Gilas e Tito, anche Kardelj finì per scontrarsi con il Maresciallo. Kardelj fu estromesso dalla politica economica, per occuparsi di riforme federali. Sarà proprio l’ex compagno partigiano di Tito a redigere la nuova Costituzione del 1974 che portò a una forte decentralizzazione della Jugoslavia e alla trasformazione del Partito Comunista Jugoslavo in una confederazione di 8 partiti nazionali e regionali.

Il modello jugoslavo conosce una sua crisi negli ultimi anni di vita del maresciallo Tito. Negli anni settanta la lenta “occidentalizzazione” della Jugoslavia porta il Paese balcanico a un pesante indebitamento. Tra il 1979 e il 1985 il cambio del dinaro jugoslavo con il dollaro passò da 15 a 1.370. Buona parte dei ricavi delle esportazioni venne utilizzato per pagare il debito, mentre il reddito personale netto diminuì del 19,5%. La Jugoslavia assunse dei prestiti dal FMI e si indebitò ulteriormente, arrivando nel 1981 a un debito estero di 18,9 miliardi di dollari.

La crisi economica va di pari passo con la crisi politica in cui entra la Jugoslavia dopo la morte di Tito nel 1980. I prodromi della guerra civile si manifestano negli anni ottanta, con le prime crisi tra serbi, croati, bosniaci, macedoni, sloveni, montenegrini e albanesi kosovari. Con la caduta del socialismo e la guerra dei primi anni ’90, l’economia delle sei repubbliche sprofonderà, chi più (Serbia, Bosnia Erzegovina), chi meno (Slovenia). Il pugno di ferro del maresciallo Tito aveva garantito stabilità politica; il sistema di lavoro associato di Kardelj quella economica.

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