Manifesto del liberalsocialismo – paragrafi 11 e 12

11. In tema di politica estera, principio direttivo del liberalsocialismo è ovviamente quello stesso su cui si basa la sua politica interna. È il principio della pacifica ed armonica convivenza delle individualità nazionali, secondo il diritto della giustizia e della libertà. Il liberalsocialismo respinge con ciò nel modo più reciso non solo ogni forma di imperialismo, di nazionalismo e di razzismo, ma anche il principio dell’indipendenza della politica dall’etica, della mera ragion di Stato a cui il governante dovrebbe ispirarsi nella lotta per la sua nazione, quella forma di “sacro egoismo” di cui lo statista dovrebbe necessariamente investirsi quando difende gli interessi dei suoi concittadini contro gli interessi dei cittadini delle altre nazioni. Ma a nessuno è lecito interessarsi tanto della propria famiglia da disinteressarsi del tutto dalle famiglie altrui; a nessuno è lecito abnegarsi così esclusivamente per la propria città, da considerare come male tutto ciò che giovi alle altre città; a nessuno è lecito investirsi a tal punto del bene della propria nazione, da diventare cieco per il bene l’umanità. In nessun ambito l’ideale della forza, della potenza, del predominio ha una sfera di legittimità in cui esso appaia giustificato di fronte al superiore ideale del diritto, della giustizia e della morale. D’altronde, il rifiuto dell’ideale della guerra e di tutto ciò che esso comporta (autarchia, protezionismo, isolamento economico e spirituale) non è soltanto un’esigenza etica: risponde anche al più evidente imperativo economico. In altri tempi, in cui combattevano gli eserciti e non le nazioni, il costo della guerra, a paragone di quello odierno, era irrisorio, ed era dato sperare che i vantaggi economici di una vittoria o di una conquista potessero compensarlo. Oggi la tecnica moderna ha portato le cose a tal punto, che solo la menzogna organizzata della propaganda può far credere ai popoli che la guerra sia un’impresa remunerativa. L’avvento della guerra totale segna veramente, in questo senso, una svolta nella storia: la fine dell’età della convenienza economica della guerra. E quindi chi continua a ripetere che la politica estera è sempre stata un gioco di forza e di predominio, e che non c’è ragione di credere ad una possibile conversione dei popoli e degli stati all’ideale di una ordinata e pacifica comunità di nazioni libere, manifesta con ciò non soltanto la sua grettezza morale, ma anche la sua incomprensione di quanto di nuovo la storia e l’economia gli pongono davanti.

Il liberalsocialismo ispirerà di conseguenza la sua politica estera agli ideali della solidarietà internazionale, propugnando il rafforzamento e l’instaurazione di tutto ciò che possa contribuire a rinvigorirla (disarmo, federazione europea, organismi giurisdizionali e mezzi di coercizione per l’attuazione del diritto internazionale). Nello stesso tempo, farà tutto ciò che sarà in suo potere, nel campo dell’opera politica e della propaganda, affinché la comunità delle nazioni si configuri non soltanto nel senso di un liberalismo internazionale, che garantisca le indipendenze degli stati e le soluzioni arbitrali e giurisdizionali delle controversie, ma anche in quello di un socialismo internazionale, che garantisca la parità dei diritti anche sul piano economico. Esso propugnerà, in tal senso, l’abolizione, o la massima riduzione possibile, delle barriere doganali, con eventuali disposizioni di compenso, ispirate al criterio di una giustizia comune, per gli stati che ne risultassero realmente danneggiati; l’internazionalizzazione delle grandi fonti di materie prime; la progressiva estensione dei diritti di cittadinanza al di là dei confini delle singole nazioni.

12. Sia per questo orientamento internazionalistico della sua concezione dei problemi della politica estera, sia per la sostanziale indipendenza della sua complessiva dottrina etico-politica da ogni limite strettamente nazionale, il liberalsocialismo non si considera ristretto entro i confini del proprio stato. Esso auspica quindi la formazione di una comunità internazionale, composta di tutti coloro che, in qualsiasi nazione, ne condividano la teoria e gli ideali. Questa Internazionale che, sulla pianta della libertà (che non deve mai morire negli animi e nelle azioni) inserisce un rinnovamento morale ed un rinnovamento sociale, tenderà a realizzare una civiltà la quale, svolgendosi, dia origine ad una pluralità di correnti e interpretazioni, a riprova della propria complessità e fecondità storica.
D’altra parte, se in tal modo il liberalsocialismo si appella all’uomo in quanto cittadino del mondo, e tende a far coincidere le soluzioni dei problemi di politica interna e di politica estera in direzione di un sempre maggiore avvento dei principi di libertà, giustizia ed eguaglianza nell’universale ordinamento giuridico degli uomini, sul piano propriamente interno esso si presenta ad un tempo come programma di partito e come generale concezione costituzionale della convivenza dei partiti. Al primo aspetto corrisponde il suo complessivo programma liberalsocialista; al secondo, quando in esso si è definito come più propriamente liberale.
In questo secondo aspetto, il liberalsocialismo si presenta perciò quale comune base d’intesa per tutti i partiti e per tutte le tendenze che accettino come fondamentale regola del gioco la regola della libertà uguale. Esso auspica in tal modo la formazione di un “fronte della libertà” a cui partecipino tutti coloro che pur divergendo dal resto del programma liberalsocialista, ne accolgano la teoria delle libertà costituzionali e la concezione degli istituti necessari per il loro ordinato funzionamento. Chiunque abbia il senso della convivenza civile e dell’onestà politica deve poter appartenere a questo fronte. Esso è il fronte comune della libertà e della lealtà.

(FINE)

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