Manifesto del liberalsocialismo (1940) – paragrafo 3

3. Anche quando, del resto, si voglia considerare la questione del contrasto e dell’accordo tra liberalismo e socialismo non tanto dal più radicale punto di vista etico-politico quanto da quello storico-economico, al fine di trarre insegnamento da ciò che all’esperienza risulta dalla stessa evoluzione più moderna della tecnica e dell’economia, si trova riconfermato il principio che il miglior liberalismo è sostanzialmente concorde col miglior socialismo, e che quanto in essi non si concilia è solo il contenuto peggiore dell’uno e dell’altro.

Quanto al socialismo, l’irrealizzabilità economica di un collettivismo totale è risultata palese da tutte le esperienze che se ne sono fatte. Solo per evitare che il singolo si disinteressi di aver cura e di far risparmio dei beni che lo stato collettivistico gli fornisce, bisogna almeno che tale stato gli fornisca questi beni non ininterrottamente, ma a intervalli determinati di tempo, e quindi con la minaccia di lasciarlo privo di essi se egli non li saprà saggiamente amministrare in quell’intervallo: il che è di nuovo un presupposto dell’interesse privato e dell’economia privata. Niente quindi è più vago della tesi dell’abolizione totale ed integrale della proprietà privata, dell’universale conversione del diritto privato nel diritto pubblico.

A chi d’altronde replichi che si rimedia a tale assurdità restringendo l’ambito dell’auspicata collettivizzazione della proprietà privata soltanto ai beni che siano “mezzi di produzione”, bisogna osservare che anche questa distinzione del tipo di proprietà dal punto di vista della funzione tecnico-economica, per quanto importante e utile al fine di un primo orientamento, non può essere considerata come atta a risolvere senz’altro ogni difficoltà. “Mezzo di produzione” per eccellenza è il capitale, e il capitale è anche il risparmio del proprio lavoro. Si vorrà perciò vietare ai lavoratori di possedere i loro risparmi, e togliere così ad essi quel grande movente di disciplina etica della vita, che è lo spirito della parsimonia e della previdenza? Quel che importa non è tanto appellarsi all’approssimativo concetto di “ mezzo di produzione”, quanto operare in base alla concreta idea che si deve combattere ogni forma di guadagno senza lavoro e di sfruttamento capitalistico del lavoro altrui, del tipo di quello che generalmente ha luogo nella grande proprietà agraria ed industriale: nel cui campo il liberalsocialismo è nettamente favorevole ad instaurare tanto energicamente il sistema della proprietà e dell’amministrazione collettiva, quanto più ad esso si venga man mano elevando il livello educativo e tecnico del lavoratori.

Quanto al liberalismo, l’assoluta irrealizzabilità del suo principio economico è parimenti risultata evidente attraverso l’evoluzione della tecnica e dell’economia moderna. L’ipotesi della libera concorrenza di fronte a un libero mercato, che offra a tutti le stesse possibilità d’intervento e di gara, è notoriamente un’ipotesi che non si realizza mai pienamente nella realtà, e che tanto meno si realizza quanto più il naturale accentrarsi tecnico e finanziato della moderna produzione economica viene necessariamente a determinare situazioni di più o meno grave disparità nelle condizioni di gara di fronte al mercato. Il singolo concorrente e produttore viene sempre più assorbito nelle maggiori organizzazioni della tecnica capitalistica, in cui finisce per decadere alla situazione d’impiegato. Così per esempio, di fronte alle aziende fornitrici di servizi pubblici, non ha più senso parlare oggi di liberismo come optimum, ed ogni buon liberale è ormai convinto che in tutti i casi del genere, in cui l’autocontrollo della concorrenza viene, per la necessità stessa delle cose, a realizzarsi sempre meno, è necessario che subentri il controllo della comunità, o nella nazionalizzazione o attraverso qualsiasi altro sistema di partecipazione gestionale che tuteli i consumatori da un non equilibrato guadagno del produttore o dell’amministratore. Ma ciò significa che, anche qui, l’unico problema è quello del sempre mutevole adeguamento degli strumenti tecnici e giuridici alla duplice esigenza di garantire l’individuo nella libera espansione del suo potere di produzione economica, e di fornirgli il modo di correggere il meglio possibile le forme di meno equa distribuzione della ricchezza prodotta. Il regime della libera concorrenza va conservato e favorito in tutti quei casi in cui le condizioni necessarie per tale libera concorrenza sussistano in tal misura da promuovere il rigore dell’iniziativa individuale e da escludere insieme, col loro stesso gioco, una disuguaglianza eccessiva dei successi e dei premi; va ristretto ed abolito in tutti gli altri casi, in cui la minor funzionalità di un simile autoregolamento ponga l’esigenza di un regolamento diverso.

Non hanno senso, perciò, né l’ideale economico del collettivismo totale, né quello del totale individualismo. Non c’è da un lato collettività e dall’altro l’individuo, che deve essere educato tanto al personale gusto del suo lavoro, quanto al senso della divisione equa tra gli individui di tutto ciò che derivi da questo comune lavoro. Nell’esigenza di quel primo aspetto dell’educazione è la verità del liberalismo economico; nell’esigenza del secondo aspetto, la verità del collettivismo. Il primo educa l’uomo ad essere attivo nel produrre, il secondo ad essere equo nel distribuire; e come non si dà economia senza produzione e distribuzione, così non si dà economia senza individualismo e collettivismo.

(segue)

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