Il giovane Marx e il signor Schulz (seconda versione)

Ripubblichiamo in forma parzialmente modificata l’articolo su Wilhelm Schulz – geniale ma sconosciuto anticipatore di molte intuizioni poi riprese e sviluppate da Marx – inserendo però (a grande richiesta) anche una sintesi dei passi dei “Manoscritti” marxiani che contengono il pieno sviluppo di quelle intuizioni umanistiche e libertarie.

di GIANCARLO IACCHINI

È il 1843: uno sconosciuto economista tedesco, Wilhelm Schulz, pubblica un libro intitolato – in maniera direi poco accattivante – “Bewegung der Produktion” (Movimento della produzione), che passa quasi inosservato e – per quel che ne so – non viene mai tradotto in nessun’altra lingua. Quel “quasi” è però importante, perché Moses Hess, amico e collaboratore del giovane Karl Marx (allora venticinquenne), lo legge e ne viene molto colpito, tanto da annotarne diversi passi in un quaderno, che poi passa direttamente a Marx, avido di quegli studi economici nei quali si era appassionatamente tuffato dopo aver abbandonato (ma non del tutto) la filosofia.

Quel che Marx cerca (e che peraltro molti marxisti non hanno mai capito) è però una “critica dell’economia”, che ne rovesci non solo la connotazione “borghese” ma anche quella “materialistica”, in nome di ciò che lo stesso Marx definisce un “umanismo radicale”: insomma partire dell’uomo, anzi più concretamente “dall’individuo”; dal suo “essere” e non dal suo “avere”; dai suoi autentici bisogni personali e non da quelli indotti dal mondo “estraniato e mercificato” dell’economia capitalistica, dove «vivere diventa sopravvivere, per riprodurre meccanicamente ogni giorno la propria esistenza alienata».

Sono le idee alla base dell’opera che Marx comincia nel 1844 e che purtroppo resterà manoscritta, per essere ritrovata e pubblicata quasi un secolo dopo, col titolo (anche in questo caso fin troppo anonimo) “Manoscritti economico-filosofici del ’44”. Qui come si sa c’è un altro Marx (ma diverso solo in apparenza) rispetto a quello futuro del “Manifesto” (la concezione della storia e della politica) e del “Capitale” (la critica del meccanismo economico in sé); un Marx ancora filosofo e psicologo, disposto sì a sprofondare nei rapporti materiali (lavoro salariato, merce, denaro, capitale) – quel che in modo poco elegante, in una lettera a Engels, definirà “la merda economica” – ma solo per «salvare e recuperare l’essenza umana mercificata, oggettivata, ridotta a semplice cosa», specialmente (ma non solo) nella nuova figura storica dell’operaio.

I “Manoscritti” sono un’autentica miniera di idee legate alla causa della liberazione ed emancipazione degli esseri umani: «Nel capitalismo l’esistenza del lavoratore è ridotta alla condizione di esistenza di ogni altra merce. Il lavoratore è diventato anche lui una merce. Il lavoro salariato è completa rinuncia alla libertà e alla dignità, schiavitù rispetto al capitale, sacrificio dello spirito e del corpo del lavoratore. Il fine dell’economia è l’infelicità della società. L’economia conosce il lavoratore solo in quanto bestia da soma, animale ridotto ai più stretti bisogni corporali; per gli economisti l’uomo è soltanto una macchina per consumare e produrre, la vita umana è capitale, le leggi economiche regolano ciecamente il mondo; gli uomini non sono niente, il prodotto è tutto. E con la valorizzazione del mondo delle cose, cresce di pari passo la svalutazione del mondo degli uomini. Quanto più l’uomo crea valore, tanto più egli è senza valore. Quanto più raffinato è il suo oggetto, tanto più egli è imbarbarito; quanto più è spiritualmente ricco il lavoro, tanto più il lavoratore è senza spirito e schiavo della materia. Nel lavoro l’operaio non si realizza, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale: il risultato è che si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, e che nelle sue funzioni umane si sente una bestia. Il lavoro alienato aliena l’uomo, abbassa la sua libera attività ad un mezzo, disumanizza l’operaio sia spiritualmente che fisicamente. Il lavoro, l’attività vitale, la vita produttiva gli appare solo come un mezzo per la conservazione dell’esistenza fisica. Ma è la libera attività consapevole il carattere specifico dell’uomo. E la vita stessa diventa, nel lavoro alienato, soltanto un mezzo di vita. La rinuncia alla vita e ad ogni umano bisogno è il dogma degli economisti: meno mangi, bevi, leggi libri, vai a teatro o a ballare, pensi, ami, teorizzi, canti, dipingi, giochi ecc. e più lavori e risparmi e fai grande il tuo capitale. Meno tu sei, meno esprimi la tua vita, e più tu hai; più è espropriata la tua vita, più tesaurizzi la tua essenza alienata».

E ce n’è anche per il… “comunismo”: «Nella sua prima forma storica, il comunismo si presenta soltanto come generalizzazione della proprietà privata. Il dominio della proprietà delle cose gli appare così grande che esso vorrebbe annullare tutto ciò che non può essere posseduto da tutti, come ad esempio il talento individuale. Il possesso fisico immediato vale come unico scopo della vita; la prestazione dell’operaio non è soppressa bensì estesa a tutti gli uomini; il rapporto della comunità col mondo delle cose resta lo stesso della proprietà privata. Ma un comunismo che neghi la personalità dell’uomo è soltanto l’espressione conseguente della proprietà privata, che rappresenta appunto quella negazione. Quanto poco una simile soppressione della proprietà sia una reale appropriazione, lo prova il rifiuto della cultura e della civiltà, il ritorno all’innaturale semplicità dell’uomo povero e senza bisogni, che non ha ancora superato la proprietà privata, anzi non ci è nemmeno arrivato. La comunità è soltanto comunità del lavoro ed eguaglianza del salario: insomma la comunità come capitalista generale. Il comunismo stupido e rozzo, prima apparente soppressione della proprietà privata, è così soltanto una manifestazione della bassezza della proprietà privata che vuole porsi come comunità, e resta affetto dall’alienazione umana. Questa proprietà materiale è l’espressione della vita umana estraniata. La proprietà privata ci ha resi talmente ottusi e unilaterali che un oggetto è nostro solo quando lo abbiamo; quando cioè esiste per noi come capitale o è immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato ecc., in breve utilizzato. Tutti i sensi, fisici e spirituali, sono stati sostituiti dall’avere, che è la loro alienazione. Mentre la vera abolizione della proprietà privata, ben lungi dall’essere interpretata nel senso di usare tutti le stesse cose, dovrà essere la completa emancipazione dei sensi e delle qualità umane, la fine della natura egoistica del bisogno e del godimento. Solo allora l’utile sarà diventato un utile davvero umano, e l’emancipazione sarà la riappropriazione dei sentimenti e dello spirito propri e degli altri uomini. E qui si vede che spiritualismo e materialismo perdono tutta la loro falsa opposizione, perché la soluzione delle antitesi teoriche è possibile solo con l’azione pratica».

Ma adesso torniamo allo sconosciuto signor Schulz, da cui Marx riprende, per metterlo fra virgolette senza alcun commento, questo passo straordinario:

«Un popolo, per evolversi in forma spiritualmente libera, non può restare schiavo dei propri bisogni materiali. E un uomo non può più essere servo del proprio corpo: gli deve rimanere del tempo per poter anche creare e godere spiritualmente. I progressi odierni dell’organizzazione del lavoro creano finalmente questa possibilità di tempo libero. Oggi, con le nuove forze motrici e col perfezionamento delle macchine, un operaio di un cotonificio esegue da solo il lavoro di cento e anche di due o trecento operai del passato. Risultati simili si hanno in tutti i rami della produzione, perché le forze esterne della natura vengono sempre più costrette a collaborare con il lavoro umano. Se una volta per appagare una determinata quantità di bisogni materiali occorreva un certo dispendio di tempo e di energia umana che in seguito è diminuito della metà e oltre, si è allargato proporzionalmente anche il margine di tempo per la creazione e il godimento spirituali, senza pregiudicare affatto il benessere materiale. Ma in questa società, anche nella distribuzione della preda che noi strappiamo al vecchio Kronos chi decide è ancora il dado del caso cieco e ingiusto: infatti, mentre si calcola che con l’attuale progresso della tecnica produttiva sarebbe sufficiente una giornata lavorativa media di 4-5 ore per soddisfare tutti gli interessi materiali della società, malgrado questo enorme risparmio di tempo dovuto al perfezionamento delle macchine la durata del lavoro degli schiavi delle fabbriche non ha fatto finora che aumentare».

Da questo momento, come è ben noto, la fama di Marx esplode in modo clamoroso, mentre del “povero” Schulz non è dato sapere più nulla. Almeno fino a vent’anni fa, quando un ricercatore dell’università di Nanchino, Zhang Yibing, pubblica un’opera intitolata “Ritorno a Marx”, che nel 2014 – grazie alla edizione in lingua inglese – esce dai confini della Repubblica Popolare Cinese. In questo libro è contenuto un sintetico ma significativo riassunto del pensiero di Schulz, con particolare attenzione all’opera citata da Marx nei “Manoscritti” del 1844. Eccolo tradotto per la prima volta in italiano (ovviamente da me) nel tentativo di “riabilitare” in qualche modo un autore che, secondo molte testimonianze, ha esercitato una forte influenza sulla genesi del pensiero di Marx, per quanto riguarda aspetti cruciali come il materialismo storico, la dialettica sociale tra forze produttive e rapporti di produzione, nonché appunto la magistrale teoria filosofico-psicologica dell’alienazione e liberazione umane.

«La ricerca di Schulz ricorre per la prima volta alla storia della produzione per spiegare lo sviluppo sociale. Allo stesso tempo, egli è il primo a introdurre l’argomento che i diversi periodi storici possono essere divisi in base allo sviluppo dei bisogni umani ed alle istituzioni necessarie a soddisfare quei bisogni.
Il continuo sviluppo di questi bisogni causa necessariamente cambiamenti persistenti nei rapporti economico-sociali. Utilizzando questo schema, Schulz divide la storia sociale in quattro periodi: il primo è un’epoca definita dalla piccola produzione artigianale di oggetti, dipendenti dalla natura e utili a soddisfare i bisogni più elementari. Si tratta di un periodo senza classi sociali né governi, ma Marx non diede peso – almeno allora – a questo riferimento ad una società senza classi.
Il secondo periodo è caratterizzato dalla produzione agricola. In quest’epoca, l’uomo non si limita più al semplice utilizzo della forza naturale per acquisire direttamente dalla natura ciò di cui ha materialmente bisogno, bensì è ormai abbastanza abile da costringere la natura a servirlo. E mentre i bisogni umani, in questa fase, si sviluppano di continuo, comincia ad esserci una divisione del lavoro man mano che industria e commercio emergono dall’agricoltura. Di conseguenza, cominciano a nascere divisioni sociali tra le persone.
Il terzo periodo è segnato dalla produzione artigianale vera e propria. Lo sviluppo della produzione determina per la prima volta l’accumulazione del capitale, la quale a sua volta porta alla nascita delle classi sociali e del loro contrasto. Nello stesso momento si consolida anche la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.
Il quarto periodo è definito dal sistema di produzione industriale, un sistema meccanizzato prodotto dalla divisione del lavoro. In questa nuova epoca di sviluppo della produzione, le forze produttive agricole, industriali e commerciali crescono insieme con grande rapidità ed il capitale si accumula in modo anche più veloce. Tuttavia, nello stesso tempo, tutto ciò causa un’ulteriore separazione e contrapposizione fra una borghesia che si arricchisce ed un proletariato impoverito.
Schulz era convinto che questa opposizione tra le classi fosse la caratteristica essenziale della società borghese. Nel suo importante lavoro sul “Movimento della produzione”, egli critica il sistema economico creato dalla borghesia dal punto di vista della sua gestione e organizzazione. Descrivendo la miseria dei lavoratori nella società borghese, egli sottolinea come gli operai siano costretti ad accettare salari miseri “mediante un lavoro ansiogeno che danneggia il loro corpo e distrugge le loro facoltà mentali e spirituali”. E con il continuo allargarsi del divario tra ricchi e poveri, Schulz prevede una tensione sempre più grave tra il proletariato e la borghesia, destinata a culminare in una rivoluzione sociale.
Schulz ritiene che sia compito dello Stato riorganizzare il lavoro e ristrutturare i rapporti di proprietà allo scopo di ridurre gli attuali conflitti sociali, permettendo alla società una transizione verso un modello umanamente migliore e più evoluto. Qualora la classe dominante tenti di impedire una soluzione pacifica di questo conflitto, allora egli pensa che l’unica opzione sia la rivoluzione.
A questo punto Schulz passa a criticare direttamente l’economia politica borghese, le ricette della “sinistra” hegeliana ed anche il comunismo “volgare” del suo tempo (primi anni 40 dell’Ottocento): secondo Schulz gli economisti borghesi si occupano solo del “mondo materiale” (produzione, denaro, profitto, ecc.), trascurando completamente “l’essenza creativa insita nell’uomo e nella sua umanità”. A suo parere, questi economisti non pongono l’essere umano come punto iniziale e obiettivo finale delle loro ricerche, fermandosi proprio come la sinistra hegeliana a dibattiti ideali ed astratti, e confermando in tal modo la loro totale incapacità di “trovare la via verso la vita reale, procedendo dall’astratto ed effimero regno dell’universale”. D’altro canto, il comunismo “volgare” fa loro da spalla, vedendo soltanto gli aspetti materiali, economici, della produzione, della distribuzione e del consumo, ignorando l’attività spirituale dell’uomo e le sue condizioni sociali.
Il pensiero di Schulz su questo aspetto è di estrema importanza, perché è stato proprio lui – ancor prima di Marx – ad iniziare consapevolmente l’analisi della produzione, vedendo nel progresso economico-sociale la possibilità di uscire dalla “preistoria della società umana”. Egli avanzò inoltre il punto di vista secondo cui le nazioni non compaiono fino a quando la produzione sociale non ha raggiunto un certo grado di sviluppo. Questo è evidentemente un importante passo avanti rispetto al materialismo sociale dell’economia classica. C’è da notare che nell’opera di Hess sull’“Essenza del denaro”, l’unico economista citato è proprio Schulz, e soltanto per il suo libro “Il movimento della produzione”. È stato Schulz il “suggeritore” delle teorie economiche e politiche di Moses Hess? È da Hess che Marx viene a conoscenza dell’opera di Schulz? Oggi per noi è impossibile saperlo; quel che sappiamo è che Marx attinse a piene mani dal lavoro di Schulz nel primo quaderno dei suoi “Manoscritti del 1844”. Ed è interessante osservare che egli non si accorse del pensiero sociale contenuto nell’opera di Schulz, altrimenti non avrebbe aspettato altri 20 anni per citarlo di nuovo (nel Capitale)».
[da Zhang Yibing, Back to Marx. Changes of Philosophical Discourse in the Context of Economics]

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