Il socialismo che vogliamo e i traditori di Turati e del socialismo italiano

di LEONARDO MARZORATI

Da quasi quarant’anni lo Stato Sociale viene smantellato. Il primo passo fu opera del Psi craxiano, che con il decreto di San Valentino tagliò nel 1984 tre punti della scala mobile, lo strumento che indicizzava i salari in funzione degli aumenti dei prezzi, al fine di contrastare la diminuzione del potere d’acquisto dato dall’aumento del costo della vita. Il governo Craxi seguì di due anni quanto fatto dal ministro delle finanze francese Jacques Delors, anche lui socialista, che smantellò la “échelle mobile des salaires” introdotta a Parigi nel 1952 dal presidente Vincent Auriol, socialista, frontista e partigiano. La Storia ci insegna che c’è socialista e socialista: pure Benito Mussolini lo era stato.

Gli anni ottanta portarono alla caduta del Muro di Berlino e al crollo dei regimi a socialismo reale. Se nell’Est Europa finì il modello socialista, ad Ovest vennero smantellati i diritti sociali. Sparita la minaccia bolscevica, la borghesia potette spadroneggiare. In cambio dei diritti civili, ottenuti chi più chi meno a seconda del Paese, da troppi decenni i diritti sociali vengono cancellati, in un processo che pare irreversibile.

Nell’Italia della seconda e terza Repubblica gli ex comunisti hanno contribuito parecchio a questo brutto andazzo, in un imbarazzante testa a testa con il centrodestra. Lo smantellamento dell’articolo 18 da parte del governo Renzi segna il sorpasso del Pd e di ciò che resta del centrosinistra sulla compagine berlusconiana. Le riforme di destra in Italia a farle è il più delle volte la sinistra. I primi colpevoli vengono però dal Psi degli anni ottanta, quello comandato dalla cerchia craxiana.

Oggi gli eredi di quella storia si dichiarano discendenti di Filippo Turati. Riccardo Nencini, che si allea a Matteo Renzi in Parlamento, e Roberto Biscardini, che ha sostenuto a sindaco di Milano l’ex assessore della giunta Albertini Giorgio Goggi, sono dei traditori del pensiero di Turati. Il grande leader milanese del socialismo italiano credeva nella democrazia parlamentare come strumento per giungere al socialismo, all’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Turati si scontrava con la corrente massimalista del suo partito sui mezzi politici di lotta, non sul fine ultimo, che doveva essere il socialismo. Anche per questo polemizzò prima e abbandonò poi Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, esponenti dell’ala destra che nel 1912 furono espulsi dal Partito Socialista. Nella loro visione politica, il partito avrebbe dovuto strappare a piccoli passi le concessioni della borghesia. Bissolati e Bonomi riprendono il revisionismo di Eduard Bernstein, pensatore socialdemocratico tedesco che aveva cercato di depotenziare il pensiero marxista, per inserirlo pacificamente nel sistema capitalista. Gaetano Salvemini definì sprezzante Bonomi “il socialista che si accontenta”.

I craxiani di oggi, sostenitori delle porcate renziane e di un ex assessore (Goggi) che contribuì al proliferare di parcheggi privati sotterranei a Milano, non hanno nulla a che spartire con Turati, come purtroppo non ne avevano molto neanche i vari Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Claudio Martelli, Giuliano Amato. I finti socialisti di oggi, che sventolano il garofano e non la falce e martello, vero simbolo del socialismo, sono dei rinnegati. Non sono nemmeno paragonabili a Bissolati e Bonomi: quelli si accontentavano di strappare qualche concessione alla borghesia, questi la borghesia la favoriscono, togliendo diritti ai lavoratori.

I craxiani, in occasione del centenario della nascita del Partito Comunista Italiano, hanno lanciato lo slogan “aveva ragione Turati”, per condannare l’estremismo degli allora scissionisti a sinistra Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Amadeo Bordiga. Se sulla visione di socialismo degli esponenti comunisti si può discutere, loro, come Turati, guardavano ai lavoratori e al socialismo. I craxiani di oggi guardano alla borghesia e al liberismo. Possono giocare al Turati buono contrapposto al Gramsci cattivo, ma non sono degni del grande pensatore milanese (e nemmeno di quello sardo), anzi, ne sono i traditori.

Giusto l’antifascismo accomuna Turati ai craxiani di oggi. Ma sinceri antifascisti lo erano, e lo sono, anche liberali, monarchici, democristiani. Non basta l’antifascismo per definirsi eredi di Turati. C’è addirittura chi pensa che, definendo “sessista” una statua raffigurante la Spigolatrice di Sapri, si possa essere eredi di Anna Kuliscioff. Il socialismo è cosa troppo seria per essere ricondotto a questi residui del garofano. Questi craxiani detestano gli ex comunisti, perché dopo Tangentopoli hanno rubato loro il ruolo di “quelli di sinistra che stanno al potere”. Gli uni e gli altri hanno contribuito allo smantellamento dello Stato Sociale. Quindi sono nemici del socialismo.

I socialisti sinceri disprezzano le derive liberiste dei craxiani come quelle di Massimo D’Alema, che con la legge Treu aprì ai lavori somministrati e al precariato. I socialisti sinceri oggi devono tornare a parlare di socialismo e lottare per ridare ai lavoratori i diritti che da Craxi a Renzi sono stati loro tolti.

Nencini, Biscardini e gli altri del nuovo Psi craxiano sono degli impostori nascosti sotto il nome di un partito di cui non sono degni. Cosa hanno a che fare, questi signori, con le lotte dei contadini emiliani guidati da Camillo Prampolini? Con le rivolte di Romagna di Andrea Costa? Con l’internazionalismo socialista di Claudio Treves? Con lo Statuto dei Lavoratori di Giacomo Brodolini e Gino Giugni? Nulla. Anzi, lo Statuto dei Lavoratori è stato demolito dal governo Renzi, appoggiato dal nuovo Psi. Persino un eroe nazionale (e impareggiabile organizzatore del partito) come Giacomo Matteotti è distante dall’opportunismo dei Nencini e Biscardini.

Ho citato degli esponenti riformisti e non massimalisti del socialismo. Questi riformisti si vergognerebbero dell’attuale Partito Socialista Italiano di Nencini e Biscardini, il cui segretario è Enzo Maraio, già assessore di Vincenzo De Luca. Purtroppo anche nel resto d’Europa i partiti socialisti si sono piegati alla borghesia.

La richiesta di smantellamento della scala mobile partì dal quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Lo stesso giornale, ora di proprietà della famiglia Agnelli-Elkann, è in prima fila per chiedere di estendere i diritti civili, ma anche per togliere quelli sociali; con la complicità della classe politica “di sinistra”, l’altro ieri socialista, ieri ex-comunista e oggi piddina. La borghesia ordina e i finti socialisti eseguono, mostrandosi al loro elettorato, sempre meno proveniente dalle classi lavoratrici, come i fautori dei nuovi diritti civili, dell’antifascismo e della lotta al razzismo. Sono battaglie quasi sempre sacrosante, ma che devono andare di passo con lotte sociali. I lavoratori hanno perso potere contrattuale in cambio di diritti veri come le unioni civili o di semplici chiacchiere, come il ddl Zan, scritto coi piedi per non essere approvato e utile solo a distogliere per diversi giorni l’opinione pubblica. Se si voleva colpire l’odio omotransfobico bastava correggere in parlamento la legge Mancino: sarebbero bastati i soli voti di Pd, M5S, Italia Viva e LeU. Questo non è stato fatto. Chi aggredisce una persona per il suo orientamento sessuale, oggi non subisce le aggravanti per omotransfobia. La colpa è delle sinistre in parlamento. Tutto questo mentre La Repubblica e altri quotidiani hanno tolto visibilità a importanti lotte operaie (ad esempio la Gkn di Campi Bisenzio) per far occupare pagine e pagine a una legge scritta male per non essere mai votata. La lotta di classe è finita e hanno vinto i padroni, soprattutto quelli progressisti.

Turati aveva ragione: si deve lottare per il socialismo. In parlamento e accettando i passaggi elettorali, ma si deve lottare per il socialismo e combattere la borghesia. I craxiani, come i renziani, i piddini e gli ex comunisti di LeU, sono schierati con la borghesia. Il vento, come cantava il compagno Claudio Lolli, un giorno forse li spazzerà via.

Leonardo Marzorati

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