L’attualità di Carlo Pisacane

di STEMER MALDUVER
Il pensiero di Carlo Pisacane (1818-1857) rappresenta un momento di rottura ontologica all’interno del Risorgimento italiano. La sua produzione teorica, condensata soprattutto nel Saggio sulla rivoluzione (pubblicato postumo nel 1860) e nelle sue riflessioni belliche e storiche, opera una sintesi originale tra il materialismo di matrice proudhoniana e la prassi insurrezionale, ponendo le basi per quello che, di lì a pochi anni, sarebbe stato definito anarchismo.

​La critica economica: la proprietà come sintesi del dispotismo

​La riflessione di Pisacane si distacca nettamente dal messianismo di Giuseppe Mazzini. Laddove il capo della Giovine Italia concepiva l’unità nazionale come un imperativo etico-religioso, Pisacane, formatosi sulle opere di Pierre-Joseph Proudhon — in particolare il celebre Che cos’è la proprietà? del 1840 — approda a un’analisi di tipo strutturale. Nel Saggio sulla rivoluzione, Pisacane definisce la proprietà privata non come un diritto naturale, ma come un dispositivo di coercizione: «La proprietà, per la sua stessa natura, tende a concentrarsi in poche mani, e quindi a creare una classe di ricchi e una di poveri».
​Questa analisi anticipa, con una lucidità sorprendente per l’epoca, il concetto di plusvalore e di alienazione economica. Per Pisacane, il sistema del salario è una forma di schiavitù mediata dalla legge. Di conseguenza, il suo antistatalismo non è una posa astratta, ma la logica conclusione della sua critica economica: lo Stato, per Pisacane, è il garante giuridico del privilegio. Pertanto, ogni rivoluzione che si limiti a un cambio di regime — da monarchia a repubblica — senza abbattere la proprietà privata, è destinata a fallire poiché lascerebbe intatta la “terribile sorgente di male”. Il suo modello di società ideale, che egli stesso non esita a definire “anarchia” nel senso etimologico di assenza di governo coattivo, si fonda su un federalismo radicale e sull’associazione spontanea dei lavoratori, dove i mezzi di produzione tornano alla gestione collettiva dei produttori.

La prassi pedagogica: la “propaganda del fatto”

​Il secondo pilastro del pensiero pisacaniano è il superamento del primato dell’educazione intellettuale sulle masse. Nel celebre Testamento politico del 1857, egli scrive: «I sistemi, le dottrine sono conseguenze, non cause del progresso sociale […] L’educazione del popolo è un assurdo». Questa affermazione demolisce il cuore del metodo mazziniano. Pisacane teorizza che la coscienza rivoluzionaria non nasca dallo studio o dalla propaganda verbale, bensì dall’esperienza diretta del conflitto.
​La sua “propaganda del fatto” (concetto che troverà piena codificazione teorica nel 1876 con la Conferenza di Berna di Malatesta e Cafiero) è una pedagogia violenta dell’esempio. La Spedizione di Sapri non deve essere intesa, nella visione di Pisacane, come un colpo di mano militare volto alla vittoria immediata, quanto come un catalizzatore: il sacrificio dei rivoluzionari serve a rompere l’apatia delle masse contadine, dimostrando che il potere è vulnerabile. L’azione diretta diventa dunque l’unico linguaggio comprensibile per un popolo oppresso dalla fame e dal fatalismo clericale.

​Il nesso con l’anarchismo e l’eredità intellettuale

​Il nesso tra la produzione di Pisacane e l’anarchismo non è un’invenzione a posteriori, ma una filiazione diretta documentata dalla storiografia del movimento libertario. Quando Mikhail Bakunin giunse in Italia nel 1864, trovò i reduci repubblicani e i giovani rivoluzionari già pronti a recepire le tesi antiautoritarie proprio perché le avevano verificate nei testi di Pisacane. La celebre “Banda del Matese” del 1877, guidata da Errico Malatesta e Carlo Cafiero, fu il tentativo di tradurre nel fatto l’eredità di Sapri: l’insurrezione contadina, il rogo dei registri catastali e la proclamazione del comunismo libertario furono l’applicazione pratica, tragica e coerente di quel programma.
​La longevità intellettuale di Pisacane si deve proprio a questa natura di “figura scomoda”. A differenza di altri patrioti che, dopo il 1861, si integrarono nei gangli dello Stato sabaudo, Pisacane rimase un’entità insofferente a ogni potere costituito. La sua morte in battaglia ha garantito al suo pensiero una purezza incorrotta: non ha mai dovuto gestire la prosaicità dell’amministrazione del potere, rimanendo, per i posteri, l’archetipo dell’eroe che non cerca la vittoria per sé, ma la rottura radicale dell’ordine sociale. In ultima analisi, la sua grandezza risiede nell’aver compreso che la libertà politica senza l’uguaglianza economica è, come egli stesso scrisse, una “menzogna”, ponendo così il problema della giustizia sociale al centro di ogni possibile visione rivoluzionaria moderna.

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