di Stemer Malduver –
L’osservazione che il dibattito pubblico italiano sia spesso prigioniero di categorie stantie è quanto mai centrata. Spesso si cerca di leggere la realtà statunitense con le lenti di una sinistra europea che ha progressivamente svuotato di significato il termine “socialismo“, riducendolo a una gestione più umana del capitalismo. Da una prospettiva anarchica, l’interpretazione di Massimo Amadori risulta affascinante proprio perché descrive una tensione, un campo di forze in cui l’aspirazione radicale prova a misurarsi con il pragmatismo, un dilemma che attraversa da sempre il pensiero libertario. Osservare i DSA attraverso questa lente significa anzitutto riconoscere che l’anarchismo non è un dogma, ma una prassi di liberazione. Se i DSA, con la loro retorica sulla “guerra di classe” e il superamento degli attuali rapporti di produzione, riescono a scardinare il mito del “sogno americano” e a radicare la coscienza di classe tra i giovani, allora stanno compiendo un lavoro di demolizione culturale che è il prerequisito necessario per qualsiasi rivoluzione sociale.
Per un anarchico, il fatto che questi ragazzi non agitino i simboli del totalitarismo novecentesco, ma si concentrino sulla concretezza dei bisogni – dalla sanità all’autogestione – è un segnale di maturità politica che la sinistra nostrana ha smarrito da tempo, invischiata com’è in un parlamentarismo che sembra fine a se stesso.
Il cuore della questione, però, resta il rapporto con le istituzioni. Il punto di vista libertario qui si fa cauto: il rischio è che la struttura “partitica” o di movimento strutturato finisca per assorbire l’energia vitale di chi vi partecipa. Se l’obiettivo è davvero l’esproprio dei miliardari e l’autogestione dei mezzi di produzione, lo Stato non può essere il mediatore, perché lo Stato è esso stesso il garante di quegli stessi rapporti di forza che si vorrebbero abbattere. Tuttavia, la storia delle lotte insegna che non ci si libera dall’isolamento se non si costruiscono ponti, e forse i DSA sono, in questo momento storico, lo spazio in cui le istanze libertarie e quelle del socialismo radicale riescono a convergere senza necessariamente scontrarsi in veti ideologici.
È interessante notare come Amadori definisca questi giovani dei “riformisti rivoluzionari“. Per un anarchico, questo è un ossimoro potente: se le riforme sono usate come terreno di scontro, come “palestra” per costruire potere popolare e consapevolezza, allora esse diventano strumenti di rottura anziché di consolidamento del sistema. La lezione che arriva dagli Stati Uniti, al di là dell’Oceano, è che la politica non deve essere un esercizio di testimonianza o un’occupazione di poltrone, ma un radicamento profondo nella vita della classe lavoratrice. Se la sinistra italiana riuscisse a superare il proprio settarismo e a guardare a questa capacità di connettere il “qui e ora” (il salario minimo, la casa, la salute) con il “domani” (il superamento del capitalismo), forse non saremmo costretti a parlare di un’agonia della sinistra che dura ormai da decenni.
Viva il socialismo democratico e libertario, dunque, purché rimanga consapevole che la libertà non è una concessione delle istituzioni, ma una pratica quotidiana. Se i DSA riusciranno a restare fedeli alla loro natura, rifiutando la tentazione di diventare l’ennesima burocrazia di partito, potrebbero non solo far tremare Trump o l’establishment, ma dimostrare che un’altra forma di convivenza umana è possibile, una forma in cui il potere non viene gestito dai pochi, ma esercitato attivamente dalla comunità. La loro sfida è la sfida di chiunque creda che la storia non sia finita, ma che debba ancora essere scritta con le mani di chi produce la ricchezza del mondo.