Marxismo e anarchia

di STEMER MALDUVER
L’analisi del marxismo e del suo lascito storico, osservato attraverso la lente intransigente dell’antiautoritarismo anarchico, ci costringe a guardare oltre le comode assoluzioni della sinistra ortodossa e le semplificazioni polemiche della destra. Non si tratta di cedere a un processo sommario alle intenzioni di Marx, ma di fare i conti con una coerenza strutturale che lega in modo profondo la teoria ottocentesca alla cupa realtà dei regimi del Novecento.
​Gli intellettuali che oggi continuano a difendere la purezza originaria di Marx, separando nettamente la teoria dalla pratica dei gulag e delle purghe, compiono un’operazione di rimozione storica e intellettuale. I testi parlano chiaro: l’idea che la rivoluzione debba passare attraverso una fase di “interventi dispotici”, attraverso la concentrazione di ogni potere economico e politico nelle mani dello Stato — inteso come apparato di partito — non è un’invenzione di Stalin o una tragica deviazione accidentale. È il cuore pulsante del modello marxiano. Per l’anarchismo, il peccato originale di questo pensiero risiede proprio nella convinzione che lo Stato possa essere uno strumento neutro, una clava da usare contro la borghesia per poi, magicamente, dissolversi. Già Bakunin, con una lucidità profetica nel 1873, avvertiva che affidare tutti i mezzi di produzione e la direzione della società a una nuova classe di “esperti” e rivoluzionari di professione avrebbe inevitabilmente generato una nuova tirannia, infinitamente più pervasiva di quella borghese, perché armata del monopolio totale della politica e dell’economia.
​Dal punto di vista economico e sociale, la tragedia del comunismo reale sta nell’aver confuso la statalizzazione con la socializzazione. Sostituire il capitalista privato con lo Stato-padrone non significa liberare il lavoro, ma trasformarlo in un servaggio burocratico e totalizzante, dove il lavoratore perde persino il diritto elementare di organizzarsi autonomamente o di scioperare, perché ogni sciopero contro lo Stato-datore di lavoro viene immediatamente marchiato come tradimento controrivoluzionario. La pianificazione centralizzata e autoritaria, esaltata nei testi marxiani come il trionfo della razionalità economica sulla “anarchia del mercato”, si è rivelata una macchina da presa capace di stritolare la vita associata, riducendo gli individui a ingranaggi di una gigantesca caserma industriale.
​Ecco perché la difesa ad oltranza di Marx da parte di certa intellighenzia radicale suona oggi come un esercizio di cattiva fede o, peggio, di dogmatismo religioso. Pretendere che la violenza istituzionalizzata, il centralismo burocratico e il disprezzo per le libertà formali — definite sbrigativamente “borghesi” — fossero estranei al disegno originario significa ignorare la natura stessa del potere. Per chi guarda alla storia con gli occhi dell’anarchia, il fine non giustifica mai i mezzi: un processo di emancipazione che si affida al dispotismo, alla polizia politica e alla soppressione del dissenso per “costruire il socialismo” è condannato fin dal primo giorno a partorire una dittatura burocratica. La vera libertà non si ottiene centralizzando il potere, ma smantellandolo radicalmente, mattone dopo mattone, autogestendo la vita e la produzione dal basso, senza padroni e senza Stato.

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