di ANARCHOS –
Un nervo scoperto della cultura politica italiana è quella sorta di “purismo” identitario che, invece di costruire una casa comune, si è divertito a erigere muri, finendo per consegnare il patrimonio storico e simbolico del Paese in mani altrui. Questa ossessione per la “purezza” di classe o di dottrina è, in fondo, una lente profondamente autoritaria: presuppone che esista un tribunale della storia incaricato di certificare chi è “vero” e chi è “eretico”, chi merita di stare nel pantheon e chi va espulso.
È un paradosso tragico. La sinistra italiana, nel suo complesso, ha passato decenni a fare le pulci al Risorgimento e alla tradizione radicale, etichettandoli come “borghesi” o insufficienti, salvo poi lamentarsi che la destra abbia colonizzato il patriottismo e l’identità nazionale. Quando ti convinci che la lotta per la libertà, la laicità e la giustizia sociale non siano “abbastanza” rivoluzionarie se non passano attraverso un filtro dogmatico, finisci per svuotare il campo. Regalare Mameli o Garibaldi alla narrazione di chiunque altro non è solo un errore tattico, è un suicidio intellettuale che nasce da una presunzione di superiorità ideologica: l’idea che la democrazia radicale sia un accessorio e non il presupposto di ogni trasformazione sociale.
Questo approccio settario ha alimentato una cultura della “scomunica” che ha frammentato le energie invece di sommarle. Mentre si discuteva del sesso degli angeli sulla fedeltà dei singoli a un’ortodossia di turno, si perdeva la capacità di parlare al sentire profondo del Paese. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una destra che ha compreso la potenza dei simboli e una sinistra che ha preferito rifugiarsi in un isolamento “puro” ma politicamente sterile. Recuperare la lezione di figure come Gobetti o Rosselli non serve a “certificare” la loro sinistra, ma a ricordare che la libertà non è un orpello liberale, bensì il cuore pulsante di ogni socialismo che non voglia finire in una caserma.
La vera sfida antiautoritaria oggi non è trovare il “vero” socialista, ma riconnettersi con una tradizione plurale che ha sempre visto nell’emancipazione umana un processo senza padroni e senza dogmi, dove l’amore per la patria – quella repubblicana, laica e aperta – non è un feticcio di destra, ma lo spazio fisico e morale in cui costruire la libertà di tutti.