di KARL MARX –
Nella sua forma primitiva, il comunismo non è altro che la collettivizzazione della proprietà privata. Il dominio della proprietà delle COSE gli sembra così fondamentale e insuperabile che esso pensa di dover abolire tutto ciò che non può essere posseduto da tutti, e quindi calpesta con violenza il talento, le differenze individuali ecc. L’unico scopo della vita diventa allora il possesso immediato; la fatica dell’operaio non viene soppressa, bensì estesa a tutti gli uomini; ed il rapporto della comunità rispetto alle cose resta quello della proprietà privata. E come la ricchezza passerebbe dal matrimonio esclusivo col proprietario privato ad una universale “prostituzione”, così accadrebbe anche al genere femminile con l’abolizione del matrimonio e la cosiddetta “comunanza delle donne”, in cui si svela tutta la natura primitiva di questo comunismo ancora rozzo e ignorante. Ed allora un “comunismo” che neghi in tal modo la personalità umana non può che essere il risultato estremo della proprietà privata, che è appunto quella negazione.
Quanto poco la soppressione della proprietà privata predicata dal comunismo più rozzo sia una reale appropriazione, lo prova la cieca negazione della civiltà e della cultura, il ritorno alla innaturale semplicità dell’uomo “povero” e senza bisogni, che lungi dall’aver superato la proprietà privata non è ancora nemmeno pervenuto ad essa. La tanto esaltata “comunità” diventa soltanto comunità del lavoro ed eguaglianza dei salari pagati dal capitale comunitario, cioè dalla comunità come capitalista generale. Questo comunismo primitivo, prima soppressione della proprietà privata, è così soltanto una manifestazione della bassezza della proprietà stessa, che pur diventando “comunitaria” resta in tutto e per tutto ALIENATA. Una tale proprietà materiale è soltanto l’espressione materiale della vita umana ESTRANIATA.
In sostanza: il comunismo inteso come semplice “abolizione della proprietà privata” è sì la NEGAZIONE, ma non è affatto l’obiettivo finale, la meta dell’evoluzione storica, la forma della società umana LIBERATA. Soltanto nella sua manifestazione più matura, come abolizione POSITIVA della proprietà privata intesa come estraniazione e alienazione dell’uomo, il comunismo diventa l’autentica emancipazione, la vera riappropriazione dell’essenza dell’uomo attraverso l’uomo e per l’uomo. È la piena realizzazione dell’INDIVIDUO come essere sociale, cioè autenticamente umano; un ritorno completo, cosciente, maturato attraverso tutta la ricchezza dello svolgimento storico fino ad oggi. Questo comunismo evoluto e maturo si identifica in pieno con l’UMANISMO; e in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col NATURALISMO; è la vera risoluzione dell’antagonismo tra uomo e natura, e tra uomo e uomo; è la più autentica risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e la società.
La proprietà privata ci ha resi talmente ottusi e unilaterali che un oggetto è nostro solo quando lo ABBIAMO, quando esiste per noi come capitale o è immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato ecc., in breve utilizzato. Tutti i sensi, fisici e spirituali, sono stati sostituiti dalla loro alienazione, cioè dall’AVERE. Ma un sentimento ristretto al rozzo bisogno materiale ha una sensibilità altrettanto limitata. Si vede che l’essere umano doveva essere ridotto a questa estrema povertà, affinché potesse estrarre da sé tutta la sua ricchezza interiore. Questo significa che la vera ed effettiva soppressione della proprietà privata dovrà intendersi, in positivo, come l’appropriazione concreta dell’esistenza e delle opere umane; il che non è da prendersi soltanto nel senso di AVERE e POSSEDERE, bensì come la completa EMANCIPAZIONE di tutti i sensi e le qualità dell’uomo, la fine della natura materialistica ed egoistica del bisogno e del piacere. Solo allora l’utile economico diventerà un utile veramente umano e sociale; e l’emancipazione sarà la riappropriazione del sentimento e della ragione propri e degli altri uomini. Da qui si capisce come soltanto nella socialità e nella creatività dell’uomo spiritualismo e materialismo perdano la loro astratta opposizione; ma anche che la soluzione delle contraddizioni e delle antitesi è possibile solo in modo PRATICO, cioè non riguarda solo la conoscenza ma è anche un compito reale della vita; qualcosa insomma che la filosofia da sola non poteva realizzare, proprio perché lo intendeva solamente come una necessità teorica.
Come la proprietà privata è l’espressione materiale del fatto che l’uomo si riduce ad essere una merce, un oggetto estraneo e inumano; che le sue manifestazioni di vita sono l’alienazione della sua vita; che il suo “realizzarsi” è il suo annientarsi; così la soppressione POSITIVA della proprietà privata, cioè l’appropriazione concreta dell’essere e della vita dell’uomo e delle sue opere deve intendersi non soltanto in modo materiale come possesso, come AVERE le cose. L’uomo si riappropria del suo essere in maniera onnilaterale, come uomo completo, con tutti i suoi organi individuali e tutti i rapporti che ha col mondo: vedere, ascoltare, odorare, gustare, toccare, parlare, pensare, intuire, sentire, immaginare, volere, agire, amare, godere ed anche soffrire. Come la musica risveglia il senso musicale dell’uomo, e non ha nessun senso per un orecchio non musicale, così i sensi dell’uomo sociale sono diversi da quelli dell’uomo solitario. Un senso prigioniero dei bisogni materiali è un senso molto limitato. Solo esprimendo per intero la ricchezza interiore dell’essere umano viene prodotta o educata la ricchezza della sensibilità soggettiva: un orecchio per la musica, un occhio per la bellezza, in breve i sensi capaci di un godimento umano, quei sensi che rappresentano le forze essenziali dell’uomo. Non solo i cinque sensi, ma anche le facoltà spirituali, i sensi pratici (il volere, l’amare, ecc.), in una parola l’umanità dei sensi, si formano soltanto attraverso la natura umanizzata. E l’educazione dei sensi è opera di tutta la storia del mondo sino ad oggi. Per un uomo che soffre la fame non esiste la qualità degli alimenti, ma soltanto la loro esistenza come cibo, anche nella forma più rozza, e non si può dire in che cosa differisca questo modo di nutrirsi da quello delle bestie. L’uomo in preda alle preoccupazioni e al bisogno non ha sensi neppure per il più bello tra gli spettacoli; il trafficante di minerali ne vede soltanto il valore commerciale, non la bellezza. Serviva questa alienazione per concepire il bisogno di rendere davvero umano il senso dell’uomo, di creare un senso umano che corrisponda a tutta la ricchezza dell’uomo stesso. Come attraverso l’evoluzione della proprietà privata, della sua ricchezza e della sua miseria sia materiali che spirituali, la società in formazione trova innanzi a sé tutto il materiale necessario a questa educazione, così la nuova società liberata produce un uomo che abbia tutta la ricchezza del suo essere, produce un uomo spiritualmente ricco e profondamente sensibile. Al posto della ricchezza e della miseria materiali come le considera il capitalismo, subentra l’uomo ricco in virtù della ricchezza dei suoi bisogni UMANI. Nella società liberata, ricchezza e miseria ricevono un significato umano e quindi sociale. Ed allora è veramente ricco l’individuo che ha bisogno di una totalità di manifestazioni di vita umane, che sente la propria realizzazione personale come necessità interna, come primo bisogno. E per l’uomo la più grande delle ricchezze è l’altro uomo.
[dai Manoscritti economico-filosofici]