di LAVINIA MARCHETTI –
Cosa vuole la destra?
Nessuna “sicurezza”, solo il caos che favorisce diseguaglianze e aumenta il privilegio di pochi con una “polizia” connivente con quel privilegio ancor più di prima.
La destra chiama sicurezza il privilegio economico ed etnico di esercitare la violenza.
La destra italiana pronuncia la parola “sicurezza” con la mano sul cinturone. Promette protezione mentre prepara una società nella quale il proprietario armato riceve comprensione, l’uomo in divisa ottiene fiducia anticipata e chi vive ai margini deve dimostrare la propria innocenza perfino se lo uccidono.
Mario Roggero ha inseguito tre rapinatori ormai in fuga, ne ha uccisi due e ha ferito il terzo. Dopo una condanna definitiva a quattordici anni e nove mesi, la “maggioranza” (si fa per dire) di governo ha chiesto per lui la grazia, ventilando perfino una candidatura politica. Il furto viene elevato a qualcosa di sacrilego, così la proprietà acquista un diritto di sangue. Date queste premesse è ovvio che il colpo sparato alla schiena diventa una forma di cittadinanza esemplare. La sentenza a questo punto non ha alcun valore. Funziona solo il tribalismo dell’affinità sociale fra chi governa e chi ha premuto il grilletto.
A Bologna Abderrahim Fakir è morto mentre veniva immobilizzato sull’asfalto. Chiedeva aiuto. Prima dell’autopsia, Fratelli d’Italia aveva già definito adeguato e professionale l’intervento. Il cadavere perde così la capacità di porre domande. Gli autori dell’uccisione appartengono alla categoria alla quale questa politica attribuisce una presunzione morale di innocenza, e devono farlo, perché le divise servono più di ogni cosa quando si governa un mondo ingiusto e squilibrato.
Rogoredo aveva già mostrato dove possa condurre tale indulgenza. Abderrahim Mansouri fu ucciso con un colpo alla testa. L’agente Carmelo Cinturrino sostenne di essersi difeso e Salvini si schierò immediatamente dalla sua parte. Secondo la Procura, Mansouri era disarmato e stava fuggendo; la pistola ritrovata accanto al corpo sarebbe stata collocata successivamente. Cinturrino ha ammesso quella messinscena e si trova in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Il processo stabilirà la responsabilità definitiva. La sentenza politica, invece, era arrivata prima di ogni prova. La qualifica di spacciatore bastava a diminuire il valore della vittima e l’essere poliziotti, a quanto pare, rende innocenti a priori. Da cui il famoso “scudo penale”.
La paura dell’uomo bianco e proprietario viene accolta come un’esperienza interiore degna di attenuanti. Aver paura del povero razzializzato appare ragionevole, “normale”, perché la sua stessa presenza viene percepita come minaccia. La forza esercitata dall’alto si chiama difesa; quella che tenta di risalire dal basso riceve il nome di devianza, “maranza”, “feccia” e altri simpatici epiteti. Se un bianco benestante (non “deviante” secondo la definizione, Cucchi insegna) ha una crisi psicotica lo si cura, ci si prova almeno. Se ce l’ha un marocchino lo si può uccidere tranquillamente. Rientra nelle categorie “speciali” di governo.
La destra colpisce il povero e conserva le condizioni che continuano a produrlo (e la sinistra ahinoi, propone le stesse politiche, ma un linguaggio “progressista”). Il problema vero è che ciascun essere umano strappato alla marginalità sarebbe però un nemico in meno da offrire alla propaganda. Attendo ancora le dichiarazioni articolate di qualcuno della sinistra istituzionale del più grande partito di finta sinistra italiano, magari la sua segretaria…
La povertà deve dunque restare visibile, minacciosa quanto basta e priva di potere. Le sue cause vengono protette; i suoi effetti diventano materia penale. Il deviante serve come figura su cui il potere può esibire la propria forza, mentre il ceto medio, spaventato, accetta di rinunciare all’uguaglianza in cambio della promessa di trovarsi dalla parte giusta della pistola e immune da una legge comune.
Che cosa vogliono? Vogliono il privilegio, nel senso esatto della parola: privata lex, la legge ritagliata su una persona sola. Per secoli in Europa il nobile rispondeva a un tribunale e il villano a un altro, e la modernità comincia il giorno in cui quella distinzione viene abolita. Nelle aule dei nostri tribunali la frase sta scritta sopra la testa del giudice: la legge è uguale per tutti. La stanno smontando dal basso, un morto e un foglio di via alla volta.
Il caos costituisce la materia prima di questo ordine. Senza il senzatetto nella stazione, senza il migrante trasformato in emergenza permanente, la politica securitaria rivelerebbe la propria sostanza: difesa armata del privilegio. Perciò il disordine viene alimentato attraverso l’abbandono sociale e poi proiettato senza sosta, finché il singolo episodio di cronaca sembra descrivere l’intera società.
È “Per un pugno di dollari” amministrato da un ministero. La città viene consegnata alla paura, il pistolero assume la funzione del giudice e la politica arriva dopo lo sparo per congratularsi. Del western rimane il piacere infantile della soluzione balistica, ma scompaiono le rovine lasciate da una comunità nella quale la legge dipende dalla velocità con cui qualcuno estrae l’arma.
Lo Stato moderno era nato per sottrarre la vita alla vendetta privata. Questa destra percorre la strada inversa, restituendo al proprietario una piccola sovranità domestica e concedendo all’uomo in divisa un credito quasi feudale. Una sicurezza democratica richiede invece che la forza pubblica sia prevedibile e controllabile. Chi entra vivo nella custodia dello Stato deve uscirne vivo. La proprietà può essere restituita; la vita, una volta soppressa, resta fuori da qualsiasi risarcimento.
Il fascismo (e su questo coincide con il capitalismo, che però fa finta di non farlo) comincia da tre tipi di classificazione dell’essere umano:
– Censo
– Morale
– Etnia
Questo avviene al di là delle camicie e delle parate. Decide quale paura meriti ascolto e quale morte possa essere accolta con una risata. Fakir e Mansouri vengono ridotti a una condotta etnica; Roggero viene innalzato come ceto medio che si difende. Per il dominato, un atto cancella tutta la vita. Per il dominante, tutta la vita viene chiamata a giustificare l’atto.
Una sinistra che si limita a chiedere “accertamenti” (che sono ovvi, la fiera della banalità) lascia intatta questa sentenza sociale. La magistratura non potrà che stabilire le responsabilità individuali. Starebbe alla politica nominare il progetto che le precede, ma in questo paese non c’è più una “politica”.
La destra difende chi uccide quando riconosce nell’uccisore il proprio elettore ideale, l’uomo che possiede e teme di perdere, il ceto medio razzista e violento. Con questa ideologia reclama il diritto di decidere sulla vita altrui. Chiama tutto questo “ordine”, il loro “ordine”, l’ordine di chi ha tutto da perdere perché sfrutta, affama, disumanizza, razzializza e si fa complice dei peggiori assassini internazionali. Alla maggioranza spaventata promette protezione; in realtà la sta addestrando ad applaudire il colpo.
Finché prima o poi, compariranno anche le loro schiene con un ginocchio sopra o con una pallottola del buonissimo poliziotto di turno, succederà perché è la Storia che lo dice con una probabilità altissima.