Il piacere di essere servi

di LAVINIA MARCHETTI
La fascistizzazione sta avanzando, ed ha la forma del consenso, spesso rivestita del lessico dimesso del “buon senso” che si trasforma in “senso comune”, quel miscuglio improbo di paternalismo, contraddizione, arte del proverbio che non dice niente, cultura memetica dello slogan e genuflessione passionale ad ogni tipo di autorità, purché qualcuno la riconosca come tale.
Questo ci obbliga a tornare alla domanda che Spinoza consegnò alla modernità e che Deleuze e Guattari ripresero proprio quando ormai l’esperienza europea aveva mostrato fin dove potesse spingersi il “desiderio politico”. La domanda era semplice ed è rimasta così, ancora oggi: «per quale ragione gli uomini combattono per la propria servitù quasi fosse la loro salvezza?»

La teoria dell’inganno, da sola non ci dice molto. Il povero popolo ingannato dalla propaganda. Un po’ facile come spiegazione. Anzi, serve solo ad assolverci. Presuppone un soggetto integro che, ingannato da un potere esterno, finisce per agire contro il proprio interesse senza riconoscere ciò che gli accade. La storia del fascismo ci costringe a un’ipotesi ben più sgradevole e che molti studiosi, nel corso del 900, ci hanno dato come risposta: il dominio può essere desiderato. La subordinazione può procurare piacere, (libidico diranno Freud e Reich) soprattutto quando consente al soggetto di trasferire su qualcun altro l’umiliazione che riceve dall’alto.

Per questo chi applaude il ginocchio dell’agente sul corpo di un uomo, oppure l’arma del giustiziere che spara, difficilmente si limita a credere in una menzogna. In quel gesto trova una specie di compensazione. L’impotenza personale viene riscattata attraverso l’identificazione con la forza che colpisce. Anche restando suddito e sottomesso, esaltando il gesto dell’autorità, o peggio minimizzandolo, egli ottiene, per qualche istante, il privilegio di guardare un altro essere umano da una posizione più alta.

L’autoritarismo contemporaneo lavora precisamente su questa torsione. Offre protezione al prezzo dell’eteronomia presentando la rinuncia alla libertà (come autodeterminazione) come fosse una scelta adulta. I “moderati”, le persone “equilibrate”, sono eufemismi per dire: coloro che fingono da uno scranno un’assennatezza che o non possiedono o che li porta a non scegliere. Quindi davanti a un mondo estremo si fanno pavidi o complici in incognito. Ergo dei veri estremisti.

Come è possibile dare degli estremisti ai pacifisti e dei moderati ai guerrafondai? Come ci si è arrivati?

L’individuo, stanco dell’incertezza e della responsabilità (mai come oggi), consegna il proprio giudizio a un’autorità che promette “ordine”. In cambio riceve un nemico già pronto, che cambia di volta in volta a seconda delle esigenze, insieme alla rassicurazione che il male si trovi sempre altrove, mai nel potere, mai in sé stesso. Una “zona d’interesse” applicata a tutta la società. Allora, se c’è un nemico, non può non esserci una guerra e per affrontare una guerra non può non esserci un potere che decide per tutti, e per presentarlo necessario deve apparire pure moderato… “cosa potevamo fare?”. Hanno iniziato “loro”. Filosofia delle elementari.

La libertà, del resto espone troppo al rischio dell’errore, lascia senza tutela davanti alle conseguenze e soprattutto impedisce di attribuire a un capo (che viene sempre destituito e odiato dopo averci investito energia libidica, sì come nei divorzi) la colpa delle proprie decisioni. La servitù offre una specie di quiete. Qualcun altro sceglie e sceglie il confine fra innocenza e colpa, e al suddito resta il conforto di sentirsi parte della potenza che lo governa. “Sempre dalla parte delle forze dell’ordine” è il nuovo mantra del servo volontario. Diventa una fede. Se uccidono non importa. Si sta con loro, a prescindere. E non c’è ragione che possa scalfire la fede nell’autoritarismo. Così inizia il pensiero totalitario di cui parla Arendt.

È questo l’eros della servitù, il piacere ambiguo di deporre la propria autonomia nelle mani di un’autorità che promette di sottrarci alla fatica di essere liberi. Il fascismo comincia lì, ben prima delle leggi speciali. Si potrebbe dire, banalizzando, che c’è fascismo quando la coscienza cerca nel padrone una tregua da se stessa. Nasce prima di ogni attuazione politica. Il fascismo del ventennio fu solo una delle forme possibili e fu anche caricaturale. Quello odierno è meno manifesto, e quindi molto più pericoloso e difficile da combattere perché nega se stesso.

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