Israele, il sionismo, l’antisemitismo… La difficile ma necessaria “fatica” di capire la complessità (per evitare qualsiasi razzismo e fanatismo)

di MASSIMO AMADORI
Israele non è un blocco unico. Ci sono israeliani che sostengono il genocidio di Gaza e israeliani che sono contrari, ci sono i coloni di estrema destra che massacrano i palestinesi e israeliani che in questi giorni stanno scendendo in piazza contro Netanyahu e il genocidio. Ci sono militari assassini che uccidono donne e bambini e ragazzi e ragazze israeliani/e che si rifiutano di fare il servizio militare e di ammazzare i palestinesi, finendo per questo in prigione. Ci sono Netanyahu e i suoi ministri assassini ma anche giornali israeliani progressisti che denunciano ogni giorno i crimini del governo e ci sono israeliani non sionisti rappresentati dalla sinistra radicale, dai partiti e movimenti israeliani di ispirazione socialista, comunista e anarchica. Questi ultimi sono una minoranza ma rappresentano circa il 10 per cento della popolazione israeliana. Ridurre Israele ad un unico blocco di assassini sostenitori del genocidio non è quindi corretto, perché la società israeliana è complessa.
Per questo, pur essendo antisionista, non sarò mai anti-israeliano e tantomeno antisemita. Criticare il governo e lo Stato di Israele è un conto. Chiunque dovrebbe farlo, perché davanti al genocidio di Gaza chi rimane in silenzio è complice degli assassini. Ma sostenere che esista una “lobby ebraica” che controlla i politici di tutto il mondo e che l’israeliano sia malvagio e genocida per natura è antisemitismo e nemmeno il genocidio di Gaza può giustificare l’odio contro gli ebrei. Anche perché solo una presa di coscienza dei cittadini israeliani può porre fine al massacro di Gaza ed anche all’ occupazione dei territori palestinesi in Cisgiordania.

Il socialismo libertario significa autogestione, non statalismo

di MASSIMO AMADORI
Ho sempre preferito Pepe Mujica a Fidel Castro e a Chavez, in quanto alla prova dei fatti il socialismo democratico funziona meglio rispetto allo statalismo comunista. Statalizzare l’intera economia non porta al socialismo ma al capitalismo di Stato, creando un’immensa burocrazia di funzionari privilegiati. Mujica pensava invece che il socialismo dovesse sempre andare a braccetto con la democrazia e la libertà e che socialismo non fosse sinonimo di statalismo ma di autogestione democratica. Ecco perché invece di statalizzare le industrie promosse l’autogestione delle fabbriche da parte dei lavoratori.
Ci furono anche aspetti critici della sua politica, dal momento che aprì anche alle multinazionali inquinanti che sfruttavano le risorse del suo Paese. Ma del resto fare il socialismo in un Paese solo è impossibile e senza una rivoluzione socialista mondiale non è possibile realizzare pienamente il socialismo.
Ma il fatto che abbia promosso l’autogestione dimostra che Mujica ha cercato davvero un modello di società alternativo al capitalismo. Grazie a lui l’Uruguay è diventato un paese prospero e democratico, con sanità pubblica e istruzione di qualità, riducendo anche drasticamente la povertà e la disoccupazione. Viceversa il Venezuela di Maduro con il suo statalismo è diventato un regime autoritario in cui la gente muore di fame. Non solo non ha realizzato il socialismo ma nemmeno un minimo di democrazia e di giustizia sociale. L’alternativa al neoliberismo non può essere lo statalismo ma un socialismo libertario basato sulla democrazia diretta e sull’autogestione dell’economia. È un processo da realizzare con gradualità, nella prospettiva di una società senza Stato e senza disuguaglianze sociali.

Addio compagno Pepe Mujica!

di MASSIMO AMADORI
È morto il compagno Pepe Mujica, socialista ed ex presidente dell’ Uruguay.
Era un grande socialista, forse l’unico rimasto tale una volta vinte le elezioni. Ha avuto il merito di riunire la sinistra del suo Paese: socialisti, comunisti, libertari e cattolici progressisti. Sulla base di un programma di alternativa al neoliberismo.
Nel suo mandato presidenziale ha unito la lotta per i diritti sociali a quella per i diritti civili, dimostrando che non sono affatto contrapposti. Ha investito risorse nella sanità pubblica e nell’ istruzione e aumentato i salari. Al tempo stesso ha approvato il diritto all’ aborto, la legalizzazione della marijuana, il matrimonio omosessuale e le adozioni per le coppie gay. Ha promosso l’ autogestione delle fabbriche e la democrazia diretta. Ha ridotto drasticamente la povertà e la disoccupazione in Uruguay. Per dare il buon esempio si è detratto lo stipendio del 90 per cento. È l’ unico politico in tutto il mondo ad averlo fatto.
Ha sempre coniugato la giustizia sociale con la democrazia e la libertà. Per questo può essere considerato un socialista libertario.
Non ha mai smesso di criticare il capitalismo e il consumismo, pur considerando un’utopia la totale abolizione del mercato. Il compagno Pepe rappresenta tutto ciò che la sinistra dovrebbe essere, anche se purtroppo nessun partito di sinistra al potere nel resto del mondo ha seguito il suo esempio.
Mujica era uno dei pochi leader politici degni di rispetto, forse l’unico al mondo.
Addio compagno Pepe, porteremo avanti la tua lotta per una società socialista. Che la terra ti sia lieve!

Leone XIII, il papa “sociale” (e antisocialista)

di GIANCARLO IACCHINI – 
Ora che il nuovo papa Leone XIV ha chiarito esplicitamente di aver pensato, nella scelta del nome, non al Leone (Magno) che fermò Attila, contemporaneo del suo amato Agostino, ma proprio al suo “immediato” predecessore omonimo Leone XIII, per la storica enciclica di 134 anni fa sulle “cose nuove” (nuove per allora… e che poi non lo erano tanto neppure nell’anno di grazia 1891, ma dopo il papato ultraconservatore di Pio IX per la Chiesa lo erano eccome!), possiamo rileggere la Rerum Novarum per provare a capire cosa significa sentirsi e richiamarsi a un papa “sociale”. Sociale, sia ben chiaro, ma non certo socialista, visto che il bisogno da cui prese le mosse Leone XIII era proprio quello di bloccare un’avanzata, quella socialista, che a fine 800 sembrava minacciare l’ordine “borghese” e l’autorità dello Stato.
«La ricchezza s’è accumulata in poche mani e largamente estesa la povertà», riconosce papa Leone, e ciò ha fatto «scoppiare il conflitto sociale». Dunque una “questione operaia” esiste e la Chiesa se ne deve occupare, «anche per abbattere errori funesti» quali appunto il socialismo e la lotta di classe. «Comunque sia, è chiaro come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo». Con l’allontanarsi «delle istituzioni e delle leggi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi ha imposto all’infinita moltitudine dei proletari un giogo poco meno che servile».
Ma attenzione: «A rimedio di ciò i socialisti, attizzando nei poveri l’odio verso i ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo dello stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l’eguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono che il male sia radicalmente riparato. Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari e scompiglia tutto l’ordine sociale. Infatti non è difficile capire che lo scopo del lavoro è la proprietà privata».
Quest’ultima, per Leone, è «un’istituzione naturale», che anche l’operaio desidera e insegue attraverso il salario (che il papa chiama “mercede”): «Poiché se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procurarsi il necessario alla vita: e però con il suo lavoro acquista un vero diritto, non solo di esigere, ma d’investire come vuole la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie è riuscito a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita, e conseguente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo appunto, come ognuno sa, consiste la proprietà. Pertanto i socialisti, togliendo all’operaio la libertà di investire la propria mercede, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione. Il peggio è che il rimedio da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà privata è diritto di natura».
Il lavoro è l’altra faccia della proprietà: «chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro». Anche se si potrebbe facilmente osservare che il salario derivante da questo lavoro, bastando soltanto alla loro sopravvivenza, non consente ai proletari alcuna “proprietà”… Ma tant’è: «è questa un’altra prova che la proprietà privata è conforme alla natura». Con l’aggiunta che «come l’effetto appartiene alla sua causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora».
Senza contare che «il padre di famiglia ha poi diritto di trasmettere i suoi beni ai figli con l’eredità, poiché i figli sono qualche cosa del padre, un’espansione, per così dire, della sua persona». Proprietà privata anche loro, insomma… «Ora i socialisti, sostituendo alla provvidenza dei genitori quella dello Stato, vanno contro la giustizia naturale e disciolgono la compagine delle famiglie». Ma tutta «la “soluzione socialista” aprirebbe la via agli asti, alle recriminazioni, alle discordie: le fonti stesse della ricchezza inaridirebbero, tolto ogni stimolo all’ingegno e all’industria individuale: e la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria. Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell’opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata».
Chiarita la totale fedeltà della Chiesa al nuovo ordine “borghese”, ecco come risolvere “diversamente” la questione sociale, con l’aiuto «dei governanti, dei padroni e dei ricchi, come pure degli stessi proletari». Certo se tutti seguissero la carità cristiana il problema nemmeno si porrebbe, ma questo mondo è imperfetto e dunque dello spinoso problema bisogna occuparsi. In primo luogo con una stoica… sopportazione, altra virtù cristiana: «Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici è la disparità della condizione. Similmente, il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le conseguenze del peccato originale, le quali, si voglia o no, accompagnano l’uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell’uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v’è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali».
In secondo luogo, lo strumento non è la lotta ma la collaborazione tra le classi: «Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell’altra; quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile». Come le parti del corpo sono armonicamente unite, «così la natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi, e ne risultasse l’equilibrio. L’una ha bisogno dell’altra: né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie». La Chiesa insegna dunque «a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri». Che sono: per l’operaio, «prestare interamente e fedelmente la sua opera», non offendere i padroni né «recar danno alla loro roba», rifiutare la violenza e «l’ammutinamento», «non mescolarsi con uomini malvagi, promettitori di cose grandi»; e per i «capitalisti e padroni»: non schiavizzare gli operai, «rispettare in essi la dignità della persona umana», «non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l’età e con il sesso», lasciargli il tempo di «compiere i doveri religiosi domenicali» e pagar loro «la giusta mercede».
Ma a quanto deve ammontare questa benedetta “mercede”? «Si può affermare che il lavoro dell’operaio è quello che forma la ricchezza nazionale; è quindi giusto che egli partecipi in qualche misura di quella ricchezza che esso stesso produce, cosicché abbia vitto, vestito e un genere di vita meno disagiato». Poiché è interesse generale «che crescano sani e robusti i cittadini, atti a onorare e a difendere, se occorre, la patria». E nel tutelare i cittadini «si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri, dato che il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa». Però sia chiaro: oggi «i governi devono soprattutto, per mezzo di sagge leggi, assicurare la proprietà privata», visto che «in tanto ardore di sfrenate cupidigie, bisogna che le popolazioni siano tenute a freno, perché né la giustizia né il pubblico bene consentono che si rechi danno ad altri nella roba, e sotto colore di non so quale eguaglianza si invada l’altrui».
Purtroppo infatti «non sono pochi coloro i quali, imbevuti di massime false e smaniosi di novità, cercano ad ogni costo di eccitare tumulti e sospingere gli altri alla violenza. Intervenga dunque l’autorità dello Stato per porre un freno ai sobillatori, e preservi i buoni operai dal pericolo della sedizione e i legittimi padroni da quello dello spogliamento». Brutta cosa anche lo sciopero: «A questo disordine grave e frequente occorre che ripari lo Stato».
All’operaio va riconosciuto il diritto non all’ozio ma al riposo, specie quello domenicale dedicato alla cura dell’anima. «È poi doveroso sottrarre il povero operaio all’inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose. Non è giusto né umano esigere dall’uomo tanto lavoro da farne inebetire la mente per troppa fatica e da fiaccarne il corpo. Non deve dunque il lavoro prolungarsi più di quanto lo comportino le forze. Quanto ai fanciulli, si badi a non ammetterli nelle officine prima che l’età ne abbia sufficientemente sviluppate le forze fisiche, intellettuali e morali. Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, í quali grandemente proteggono l’onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l’educazione dei figli e il benessere della casa».
Va colmato l’attuale “abisso” che è stato scavato tra le due classi. Se s’incoraggia la speranza dei proletari di acquistare anch’essi la proprietà, «una classe verrà avvicinandosi poco a poco all’altra, togliendo l’immensa distanza tra la somma povertà e la somma ricchezza». Il resto può farlo l’associazionismo: «a dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare le due classi tra loro. Tali sono le società di mutuo soccorso; le molteplici assicurazioni private destinate a prendersi cura dell’operaio, della vedova, dei figli orfani, nei casi d’improvvisi infortuni, d’infermità, o di altro umano accidente; i patronati per i fanciulli d’ambo i sessi, per la gioventù e per gli adulti. Vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni di questo genere, sia di soli operai sia miste di operai e padroni, ed è desiderabile che crescano in numero e operosità».
Insomma fraternità cristiana e cristiana sopportazione, collaborazione tra le classi, mutuo soccorso, difesa dell’ordine e della proprietà privata: questa la ricetta della Chiesa per affrontare le “cose nuove” della società moderna.

Liberare la vita dall’ideologia del lavoro

di PIERLUIGI RAINONE
Il principale ostacolo alla realizzazione di una società socialista è l’ antropologia dell’uomo occidentale, plasmato dalla competizione, dal denaro e dalla mercificazione sin dall’infanzia.
La maggioranza delle persone (in primis quelle che subiscono maggiormente le atroci conseguenze del capitalismo) sono convinte che "la vita debba essere guadagnata" lavorando dalla mattina alla sera senza soste.
Il lavoro come ideologia, come definì questa visione il sociologo Aris Accornero.
Il socialismo è, al contrario, la liberazione dei tempi di vita dal lavoro e non l’ ideologia del lavoro che tanti danni ha fatto negli ultimi secoli.
Il socialismo è la liberazione dalla mercificazione ovvero dal dominio del denaro, del profitto e della competizione che distruggono tutto rendendo la vita sempre più grigia.

Votare sì ai referendum è nell’interesse di chi lavora!

di MASSIMO AMADORI
Se siete dei politici o dei grandi imprenditori l’8 e il 9 giugno andate pure al mare. Ma se invece siete dei lavoratori dipendenti i quesiti del referendum vi riguardano direttamente e non andare a votare è una cretinata.
Lasciamo perdere il senso civico e la democrazia, cose importanti ma che purtroppo non interessano a tutti. Pensate anche solamente al vostro interesse di lavoratori, pensate ai vostri diritti e alla vostra sicurezza. Il referendum non riguarda la destra e la sinistra, non sono quesiti ideologici ma riguardano i diritti e la sicurezza sul lavoro.
Se siete dei lavoratori che votano a destra non ascoltate i vostri politici ma leggete i quesiti sul lavoro e provate a ragionare con la vostra testa. Se venite licenziati senza giusta causa è vostro interesse essere reintegrati o rimanere disoccupati? Nel primo caso converrebbe votare Sì. Fate lo stesso con gli altri quesiti e poi decidete con giudizio, facendo il vostro interesse. Perché pure se siete di destra è nel vostro interesse di lavoratori andare a votare l’8/9 giugno.
Non riducete tutto a tifoseria politica fra destra e sinistra. Fra l’altro si tratta di abrogare una legge che ha fatto Renzi e non la Meloni.
Azionate il cervello. Se lo abbiamo a qualcosa servirà.

I grandi meriti dei sovietici nella vittoria sul nazismo (ma senza stalinismi e… “putinismi”!)

di MASSIMO AMADORI
Ricordare la vittoria dell’Armata Rossa contro il nazifascismo è sacrosanto. Da socialista libertario, quindi antistalinista e critico dell’URSS, devo comunque ammettere che l’Unione Sovietica diede un contributo fondamentale alla sconfitta del nazismo. Furono i soldati sovietici a liberare Auschwitz e i campi di sterminio in Polonia; furono i russi a liberare Berlino. È un fatto storico innegabile.
Detto questo, penso che bisognerebbe anche ricordare i crimini commessi dall’Armata Rossa a Berlino, dato che i soldati sovietici stuprarono più di 1 milione di donne tedesche, fra cui numerose bambine. Certamente in guerra le atrocità avvengono sempre e i russi avevano tutte le ragioni per odiare i tedeschi, dato che i nazifascisti avevano sterminato oltre 20 milioni di sovietici. Ma nulla può giustificare lo stupro di massa.
La responsabilità è di Stalin e degli ufficiali sovietici che permisero ai soldati di utilizzare le donne tedesche come bottino di guerra. Inoltre, ricordare il sacrificio dei soldati sovietici non deve significare inneggiare a Stalin, il quale inizialmente si era pure accordato con i nazisti per spartirsi la Polonia.
La vittoria contro il nazifascismo non deve nemmeno diventare una scusa per leccare il sedere all’attuale regime russo, che si avvicina molto al fascismo, perché pur non essendo paragonabile al Terzo Reich è un regime autoritario di destra.
Putin non ha nessun diritto di intestarsi la vittoria contro il nazismo. Fatte queste premesse è doveroso ringraziare l’Armata Rossa per averci liberato dal nazifascismo, ponendo fine alla Shoah. Senza il sacrificio di milioni di soldati sovietici oggi probabilmente parleremmo tedesco. Tuttavia bisogna anche ammettere che i sovietici, senza l’aiuto degli alleati inglesi e americani, difficilmente avrebbero sconfitto il nazismo.
La storia è complessa e non va mai letta in maniera ideologica. Fra paragonare l’ URSS al Terzo Reich e presentarla come un paradiso socialista esiste una sana via di mezzo.

Gaza: mettete fine al genocidio!

di MASSIMO AMADORI
Dire che a Gaza è in corso un genocidio non significa fare paragoni con la Shoah. È chiaro che tutti i genocidi, pur avendo delle caratteristiche in comune, presentano anche delle differenze. Ma tutti i genocidi meritano lo stesso sdegno e la stessa condanna.
La Shoah è probabilmente il genocidio più atroce della storia, perché la metodicità con la quale i nazisti sterminarono gli ebrei, ma anche i Rom, i Sinti, i disabili ecc. non ha eguali nella storia. Camere a gas, forni crematori, cavie umane. L’ orrore nel nazismo non ha eguali. Ma affermare questo non significa sostenere che quelli nazisti siano stati gli unici genocidi nella storia. Ce ne sono stati altri e purtroppo il massacro di Gaza ha tutte le caratteristiche di un genocidio, o almeno di una pulizia etnica.
Il diritto internazionale definisce genocidio lo sterminio intenzionale di un popolo, in tutto o in parte. Non è quindi necessario che tutto un popolo sia sterminato, come successe con la Shoah, ma anche solo una parte. Quello che rende un massacro di guerra un genocidio è l’ intenzionalità. Non c’è dubbio che il massacro di Gaza sia intenzionale, dato che lo ammettono gli stessi rappresentanti del governo israeliano. Netanyahu ha dichiarato che il suo obiettivo non è sconfiggere Hamas ma deportare l’intera popolazione di Gaza. Esponenti governativi più estremisti di lui hanno parlato addirittura di sterminio dell’intera popolazione palestinese. Del resto alle parole hanno fatto seguire i fatti, non solo bombardando per mesi scuole e ospedali ma anche assassinando operatori umanitari e impedendo qualsiasi aiuto alla popolazione. Quindi l’intento genocidario mi pare chiaro.
Il massacro di Srebrenica è stato dichiarato genocidio, anche se non fu sterminata l’intera popolazione bosniaca ma solo una parte. Ma anche se pensate che non sia corretto definire genocidio il massacro di Gaza è chiaro che si tratta di un crimine contro l’ umanità, probabilmente il peggiore del ventunesimo secolo. Quindi tutti dovremmo solidarizzare con il popolo palestinese e chiedere la fine del massacro. #STOPtheGENOCIDE

Più stupidi di una lumaca

di MARIO CAPANNA

«Tutto ciò che temevamo del comunismo, perdere le nostre case, i nostri risparmi ed essere obbligati a lavorare per un salario misero, senza avere potere politico, si è realizzato grazie al capitalismo».
(Bernie Sanders)
Fare soldi dai soldi, per continuare a fare più soldi: questa è, oggi, la quintessenza del capitalismo finanziario. La conseguenza è che delle migliaia di miliardi di dollari, di euro e di altre valute che ogni giorno vengono movimentate nel mondo per via telematica, dunque in tempo quasi reale, solo il 5% è finalizzato all’acquisto di beni effettivi (derrate alimentari, macchinari, medicine, armi purtroppo, materiali energetici ecc.), mentre ben il 95% è destinato a scopi speculativi, tramite le manovre nelle Borse, gli arbitraggi e altro.
5 – 95%: il dato è di fonte Onu e la sproporzione della forbice è impressionante per il senso comune. “Normale”, invece, per le dinamiche del profitto, il cui fine principale è l’incremento di se stesso, incentivando la sua fame insaziabile.
Il capitalista, soprattutto quello finanziario, non si cura del fatto che non potrà portare il suo malloppo nella tomba. Egli vive la vertigine del successo e del potere: vuoi mettere condizionare con le tue ricchezze la vita di milioni – spesso miliardi – di persone?
Il profitto finalizza a sé ogni cosa: l’ambiente, la natura, l’uomo, i popoli. La guerra – commerciale (vedi i dazi) e militare – ne è spesso la conseguenza più perentoria. Non a caso non c’è presidente degli Stati Uniti che non abbia iniziato una guerra o non abbia portato a compimento quelle lasciategli in eredità da qualcuno dei predecessori.
Alla base c’è la convinzione del capitalista che siano possibili una crescita e uno sviluppo illimitati, in un contesto che è, invece, limitato (la Terra). Così, se si viene a sapere che la crescita del Pil per il prossimo anno è appena dello zero virgola qualcosa, sale l’angoscia.
Ciò vuol dire che il capitalista – e chi gli crede e lo segue – è più stupido di una lumaca. La chiocciola sviluppa il suo guscio in progressione geometrica, arrestandone però la crescita a un certo punto, come se sapesse che, andando oltre, ne verrebbe schiacciata o impedita nei movimenti. Saggezza elementare – e decisiva – in natura, assente nell’umana, cervellotica creazione del profitto.
Oggi il capitalismo domina il mondo, inclusi quei Paesi, come la Cina e la Russia che, con le loro rivoluzioni, avevano provato a fuoriuscire dalla sua orbita.
La conseguenza è che ha prodotto la “società dell’1 per cento”: l’1 per cento dell’umanità è arrivato a possedere ricchezze e beni che superano quelli del 99 per cento! Mai nella storia si era giunti a un controllo così oligopolistico delle risorse.
Due esempi consentono di capire bene. Solo nel primo trimestre del 2024 la capitalizzazione di Meta, Google, Apple, Amazon, Microsoft, Tesla, Nvidia è stata di circa 14 mila miliardi di dollari, quasi pari alla metà del Pil Usa (25 mila miliardi), di poco inferiore a quello dell’Ue (17 mila miliardi). Si capisce, allora, la fondatezza dell’affermazione di Hans Tietmeyer, già presidente della Deutsche Bundesbank: «La politica è ormai sotto il controllo dei mercati finanziari».
Secondo esempio. Nel 2023 i primi 45 istituti di credito in Europa hanno conseguito profitti per oltre 162 miliardi, e impinguato le tasche degli azionisti con 74 miliardi di dividendi. Un record.
La più grande vittoria del profitto predatore è di avere persuaso la maggioranza degli esseri umani che non c’è alternativa ad esso. Ma questo non significa che il capitalismo è sempiterno e invincibile. Si tratta di una costruzione storica che può essere soppiantata da un’ altra costruzione storica.
Vale a dire: la sua marcia trionfale-distruttiva può interrompersi, se gli uomini si rendono conto della sua insostenibilità, e cominciano a muoversi verso uno sviluppo incentrato nel considerare le persone – e i popoli – non come mezzi, ma come fini dell’economia e della produzione.
Occorre un nuovo pensiero, alternativo e radicale (certamente minoritario all’inizio), in grado di strapparci via da un orizzonte di frustrazione e alienazione, dove le disparità e le diseguaglianze riducono moltitudini a masse diseredate e ininfluenti.
Diversi studiosi definiscono l’attuale tecno capitalismo “neofeudale”. Analogamente al signorotto dell’epoca è padrone… del feudo e dei servi della gleba… Il suo strapotere, similmente a quello del feudatario, non tollera la democrazia, ridotta sempre più a involucro formale. Non a caso Trump governa con gli ordini esecutivi, e immette gli Usa sulla strada dell’autocrazia, che vorrebbe imperiale.
“Questa economia uccide”: è stato il grido consapevole più volte lanciato da Papa Francesco. Vedendo la realtà effettiva del mondo – non quella finta fatta balenare nelle rappresentazioni autocelebrative dei media dominanti – egli indicava un nuovo umanesimo, fondato sul rapporto tra “fratelli tutti”, e sul disarmo e la pace come beni superiori.
Il mio indimenticabile maestro in filosofia, Emanuele Severino, ha scritto che «il capitalismo tramonta perché è costretto, prendendo coscienza del proprio carattere distruttivo, a darsi un fine diverso dal profitto, poiché distruggendo la Terra distrugge se stesso». Se è così è utile dargli una mano, affrettando il suo declino.
Da tempo vengo mostrando nei miei scritti come l’alternativa al profitto può essere costituita dall’applicazione del principio dell’ “onesto guadagno”, il giusto compenso non basato sullo sfruttamento.
Non a caso il termine “profitto” emerge nel XIX secolo, mentre la parola “guadagno” compare fin dal XIII.
A riprova che, ogni tanto, guardare indietro serve per vedere meglio davanti.

Per il superamento dello Stato-nazione

di MASSIMO AMADORI
Denunciare il genocidio di Gaza e il governo israeliano è un conto, chiedere la distruzione di Israele un altro. Non dico che si tratti necessariamente di antisemitismo ma è una posizione estremista e fuori dalla storia. Non porterebbe alla pace ma alla prosecuzione della guerra, dato che gli israeliani non lo accetterebbero mai.
Anche perché con ogni probabilità un fantomatico Stato palestinese "dal fiume al mare" non sarebbe socialista e democratico ma governato dagli islamisti. Difficilmente la minoranza ebraica verrebbe rispettata. Si invertirebbero le parti: i discriminati diventerebbero gli ebrei e gli israeliani.
Mi pare quindi che l’ unica soluzione concreta sia quella dei due Stati. Rivendicazione che però non deve diventare retorica ma portare al riconoscimento immediato di uno Stato palestinese nei confini precedenti al 1967, rispettando le risoluzioni dell’ ONU.
Perché per la creazione di uno Stato palestinese, Israele deve andarsene da tutti i territori palestinesi occupati illegalmente, ponendo fine alla colonizzazione della Cisgiordania e alla pulizia etnica a Gaza. Sennò la rivendicazione dei 2 Stati è solo ipocrisia, dato che esiste solo lo Stato di Israele.
In prospettiva penso che anche la rivendicazione dei 2 Stati sia limitante. Perché il problema sono proprio gli Stati nazione, che impediscono la convivenza civile e pacifica fra i popoli. Per i socialisti libertari la prospettiva è il superamento degli Stati nazione e del capitalismo. È il confederalismo democratico, cioè l’ autogestione delle varie comunità liberate dal dominio del capitalismo e dello Stato centralizzato. Niente più confini e Stati nazionali, ma libere comunità autogestite fondate sulla convivenza fra popoli e religioni differenti. Un sistema basato sulla democrazia diretta, l’ ecologia sociale e l’ uguaglianza di genere. È il socialismo libertario, una democrazia senza Stato. Non è un’ utopia, perché i curdi del Rojav@ lo stanno facendo da anni. Perché non dovrebbe essere possibile anche in Israele e in Palestina? Non due popoli e due Stati, ma due popoli e nessuno Stato.