di GIUSEPPE SCHERPIANI –
C’era negli anni 60 una canzone che amavo sopra ogni altra. Era del grande Enzo Jannacci ed aveva come titolo “Ohé sunt chì“, scritta ovviamente in dialetto milanese. Il suo incipit era il seguente «Ohé sunt chì – vegnì giò cunt la piena – vegnì giò chì a Milàn…», poi proseguiva in una specie di diario intimo della sua prima apparizione infantile nella metropoli («Mì gh’avevi tri ann – forsi du ann apena»), lui, el terùn. Nel dialetto meneghino del tempo quelli venuti giù con la piena erano i montanari goffi, ignoranti e corti d’ingegno della bergamasca, che quando arrivavano in città facevano ridere tutti per i loro modi e il loro parlare, perché totalmente estranei al contesto. Roba di un altro pianeta. Continua a leggere
