di Giancarlo Iacchini e Valentina Pennacchini (*) ♦
In un mondo politico sempre più desolante, asfittico e privo di ideali – alcuni dei quali peraltro bocciati irreversibilmente dalla storia ed altri rivelatisi velleitari e illusori – noi restiamo saldamente ancorati al binomio sempre (più) attuale di giustizia e libertà, secondo l’insegnamento dei nostri grandi maestri (da Gobetti a Rosselli, da Gramsci a Pertini, da Basso a Capitini). Una dialettica, quella filosofica tra i due valori fondamentali (e non solo del liberalsocialismo italiano: vedi gli analoghi princìpi di giustizia teorizzati dall’americano John Rawls), che si traduce molto concretamente in una fusione radicalmente democratica tra stato e mercato, intervento pubblico e iniziativa privata, rivolta non genericamente al bene “del popolo” ma di ogni singolo cittadino, la cui libertà sostanziale non può che significare potere reale e partecipazione effettiva al processo decisionale della politica (e dell’economia), in una corrispondente dialettica tra diritti e doveri, coincidenti questi ultimi con gli uguali diritti degli altri. Continua a leggere