di GIANCARLO IACCHINI –
Quarantacinque anni fa, in pieno boom economico e poco prima della rottura epocale del ’68-69 (contestazione studentesca e autunno caldo operaio) Giuliano Procacci lanciava, dalle pagine finali del suo Storia degli italiani, il primo grido d’allarme. Il Paese sta crescendo, sta cambiando faccia rapidamente gettandosi alle spalle l’atavica miseria – scriveva l’illustre storico scomparso nel 2008 – ma c’è un problema, anzi due. Perché oltre a quella distribuzione ineguale della ricchezza che balzava agli occhi di tutti anche all’apice del boom, nel raffronto tra la borghesia rampante dell’automobile o dell’edilizia e i nuovi ceti medi da un lato, e dall’altro il proletariato delle fabbriche del nord, per non parlare di un Meridione sempre più emarginato economicamente e spopolato dall’emigrazione, si cominciava a intravvedere una questione ecologica in precedenza ignorata o trascurata anche dai critici più severi dello sviluppo capitalistico. Continua a leggere