di Giuseppe Scherpiani –
Paolo Volponi (1924 – 1994) è sicuramente uno degli scrittori più inclassificabili del Novecento perché, tanto per la sua vicenda artistica quanto per quella umana, non può assolutamente essere incluso in alcuna corrente, gruppo, cenacolo, accademia o circoli vari di cui il ’900 italiano fu ricco. Si dice che Flaubert, a chi gli domandava chi fosse Madame Bovary, usasse rispondere: «Madame Bovary c’est moi». Allo stesso modo l’urbinate Paolo disegna in quasi tutte le sue opere una serie di autoritratti propri. I quali possono riconoscersi sia nei luoghi che descrive, sia nei protagonisti dei suoi lavori: individui ora spigolosi e ispidi, ora generosi e volitivi; animati da tensioni verso mete altissime, duri e secchi come le crete appenniniche ma pervasi da furori cosmici; afflitti da spleen urbinate o languori metropolitani, in perenne conflitto fra Rinascimento e computer era; spesso contadini feltreschi ma anche ceti medi urbani industrializzati e postfordisti, tutti costantemente angosciati dalla catastrofe incombente ma ugualmente contaminati dal consumismo, irrevocabilmente solitari e arrovellati al pari di Amleto. E, sotto le loro sembianze, l’autore si pone come polo catalizzatore di un trapasso epocale che avanza in un cielo tetro e anticipatore di sventura. Continua a leggere →