Manifesto del liberalsocialismo – paragrafo 8

8. Questo aspetto più universalmente liberale dell’ordinamento dello Stato è un necessario momento comune di ogni partito e di ogni educazione, e non è quindi subordinato al principio della maggioranza. Chiunque sia convinto, nella sua coscienza morale, del principio che impone di non costringere l’altrui volontà, ha per ciò stesso acquisito anche il diritto di adoperare la forza in tutti i casi in cui occorra instaurare a difendere il principio che le leggi devono basarsi solo sul consenso popolare. Ed ha per ciò stesso acquistato il diritto di usare la forza in tutti quei casi in cui non solo la libera formazione delle leggi attraverso il consenso, ma la stessa libera formazione del consenso e del dissenso attraverso il gioco della pubblica opinione (in cui ciascuno deve contare solo per l’autorità della propria intelligenza, esperienza ed onestà individuale) appaia infirmata o gravemente ostacolata dal prepotere acquisito di certe posizioni finanziarie o politiche. Qui, nella fase di instaurazione costituzionale, ha luogo il diritto della forza, così come, a costituzione instaurata, deve aver luogo la ben regolata forza di un diritto che, attraverso il combinato intervento della Corte Costituzionale e della magistratura ordinaria, colpisca severamente, soprattutto mediante l’espropriazione del mezzo finanziario, chi di tale mezzo si sia avvalso per comprare le opinioni altrui.

È infatti evidente che il processo di instaurazione del nuovo stato non potrà non interferire con le colossali posizioni monopolistiche che si sono venute sviluppando sui privilegi di carattere politico. Esse, unite in naturale alleanza, costituiranno un complesso di forze tali da gravare in modo talvolta decisivo sull’opinione e sugli orientamenti politici del paese. D’altra parte, l’eliminazione di quei privilegi di natura politica che ne hanno provocato e favorito lo sviluppo, metterà in forse la loro stessa esistenza. Potrà quindi rendersi necessario adottare misure eccezionali per fronteggiare la situazione eccezionale. In alcuni casi potrà essere sufficiente l’assunzione del controllo da parte dello stato, in altri l’esproprio. In seguito, quando non si tratti di istituti di vitale interesse sociale (grandi banche, società di assicurazioni, grandi imprese industriali, ecc.) che sono già virtualmente statizzati, limitandosi in essi l’iniziativa privata a riscuotere le cedole azionarie, le imprese potranno di nuovo essere affidate alla responsabilità privata, e si favorirà e promuoverà in tutti i modi la costituzione, a tale scopo, di cooperative tra impiegati e gli operai.

I provvedimenti di carattere economico, prospettati in modo che la loro adozione s’imponga come necessità rivoluzionaria già nella fase di instaurazione del nuovo stato, resteranno comunque limitati essenzialmente a quella sfera in cui essi appaiono effettivamente richiesti per l’intrinseca possibilità di funzionamento della democrazia e della libertà. Tale funzionamento deve infatti essere la matrice di tutte le ulteriori riforme nel campo più specificamente sociale. A questo proposito si è già detto che, se il liberalsocialismo respinge l’astratta tesi marxista secondo cui l’uguaglianza giuridica del liberalismo è uguaglianza vuota e soltanto l’uguaglianza economica del socialismo è l’uguaglianza piena (non ritenendo affatto “vuota” , per esempio, l’eguaglianza che si è ottenuta con l’abolizione della schiavitù e della servitù della gleba), esso non cade tuttavia nell’errore opposto, di considerare quella prima conquista egualitaria, di carattere giuridico, come sufficiente a sé stessa. Lavorando per l’ideale della maggior possibile eguaglianza delle fortune, il liberalsocialismo mira infatti a che gli uomini, nel più largo numero e nel modo più profondo e complesso, partecipino con il loro vario sviluppo alla civiltà comune. Ma appunto per ciò il liberalsocialismo vuole che le riforme sociali non piovano dall’alto, ma siano figlie della democrazia e delle libertà. Simili riforme costituiscono sempre, in maggiore o minor misura, una novità storica, rispetto alla quale la sussistenza di una maggioranza ad esse favorevole rappresenta da un lato la prima garanzia critica di plausibilità, e dall’altro un’assicurazione circa l’effettiva buona disposizione dei cittadini a recarle in atto e farle prosperare. Quanto perciò, al di là del contenuto più strettamente liberale dell’ordinamento, sarà nel nuovo Stato istituzione di ulteriori doveri e norme, nel senso di una sempre più profonda realizzazione degli ideali sociali, dovrà normalmente acquistare forza di legge solo attraverso il consenso della maggioranza. Il principio fondamentale di tutte le riforme sociali che il liberalsocialismo intenderà proporre come partito, sarà quindi quello stesso principio la cui osservanza esso esige anche da ogni altro partito. Ogni legge dovrà essere votata da una libera maggioranza; ogni riforma sociale dovrà essere attuata attraverso l’esercizio legale della libertà, e rispondere allo spirito della libertà.

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Manifesto del liberalsocialismo – paragrafo 7

7. Altra sfera a cui dovrà necessariamente estendersi la delicata opera di controllo del quarto potere, è quella della stampa. È chiaro che non potrà trattarsi, in questo caso, né di approvazioni preventive, né di eventuali divieti. Chi pone a fondamento del proprio ideale politico la difesa della migliore tradizione liberale e democratica, non può nello stesso tempo sognare indici di libri proibiti, o comunque repressioni della libertà di stampa. Per questo aspetto, quindi, unica disciplina dovrà essere quella della legge comune, applicata dalla magistratura ordinaria, nei soli casi che possano essere considerati come atti, o come aperto incitamento ad atti, formalmente previsti come reati da un codice penale liberato da ogni motivo settario.

Ma per quanto concerne la stampa quotidiana ed il suo finanziamento, il liberalsocialismo non può ignorare che è ben vacua una libertà di stampa alla quale non si accompagni la possibilità economica di farne uso. Domani, proprio quei pochi che si sono arricchiti oggi per l’assenza di ogni controllo liberale della vita pubblica potranno essere in condizione di comprare e di fondare molti più giornali che non tutti gli intellettuali e i lavoratori della nazione presi insieme. Nell’attesa di uno sviluppo della situazione sociale che permetta di ovviare sempre più a questo gravissimo inconveniente, il quale falsa in larga misura il gioco delle opinioni dando maggior forza alla verità dei ricchi, bisognerà quindi, in primo luogo, procurare almeno la massima pubblicità possibile in tale materia, in modo che ogni lettore sia direttamente informato della proprietà e del fondamento finanziario del foglio che legge.

In secondo luogo, bisognerà agevolare al massimo la fondazione di giornali, in tutti quei casi in cui sia accertabile un minimo di interesse collettivo a tale fondazione. In simili casi, si potrà concedere agli organizzatori del nuovo giornale l’opera gratuita di grandi tipografie di stato.

In terzo luogo, se non è concepibile una stampa del potere esecutivo diversa da quella del partito al potere, è ben concepibile, per il liberalismo, una stampa che, dipendendo direttamente dalla Corte Costituzionale, abbia per scopo d’informare il pubblico col più rigoroso rispetto dell’obbiettività e di rivolgere al massimo la sua attenzione verso i problemi dell’amministrazione pubblica e del suo controllo da parte dei cittadini, contribuendo in tal modo a sviluppare in essi il senso concreto della democrazia e dell’autogoverno. Compiendo tale opera, la Corte Costituzionale servirà nel miglior modo non solo al compito dell’educazione nazionale, ma anche all’interesse dei partiti in lotta. Parimenti sotto il suo controllo, informato agli stessi principi per tutto quanto concerne l’educazione all’obbiettività storica ed allo spirito liberale, saranno la radio e la scuola.

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Manifesto del liberalsocialismo – paragrafi 5 e 6

5. Di conseguenza, dopo avere enunciato quei princìpi generali del liberalsocialismo che dalla storia non attendono conferme o smentite, perché la loro convalida ultima è solo nella coscienza e nell’intelligenza di chi li accoglie, si indicherà qui, a titolo di esemplificazione pratica, un certo complesso di riforme e di istituti che il liberalsocialismo prospetta come di più plausibile e opportuna instaurazione, e la cui delineazione serve ad orientare circa lo spirito e il carattere dell’azione e dell’organizzazione politica verso cui indirizzare le nostre volontà. Anzitutto, in conformità con l’aspetto più propriamente liberale della concezione, lo stato di domani dovrà rinnovare in sé quanto di più efficace l’universale tradizione del liberalismo e della democrazia ha creato in fatto di istituti giuridici tendenti alla difesa e alla promozione delle libertà civili e politiche. Risorgerà, così, lo stato liberale: ma non senza l’esperienza delle ultime prove. Se non risorgerà come equivoco stato etico, non risorgerà neppure come vuoto stato agnostico, scevro di ideale e di fede religiosa. Chiunque ne sosterrà col suo volere le leggi e con le sue forze l’azione, dovrà avere una religione ben ferma: la religione della libertà. E di questa religione si costituirà custode. Certo, egli non dimenticherà neppure allora che la più alta condizione civile è pur quella degli stati in cui il costume della ben regolata libertà sia ormai radicato per abitudine tanto secolare, da permetterne l’uso anche a quei pochi, che in un simile ambiente continuino a far propaganda contro la libertà. Ma terrà conto della delicata situazione storica a cui dovrà presumibilmente far fronte; e soprattutto ricorderà che, in quanto instauratore o difensore di norme costituzionali, egli sarà chiamato a porre e a tener fermi dei limiti alla libertà dei cittadini, che questi stessi non sarebbero capaci di imporsi senza quella coercizione legale. Posta dunque la necessità di fissare norme costituzionali, è chiara insieme anche l’esigenza massima a cui esse dovranno ispirarsi: quella di non contraddire intrinsecamente a se stesse. La futura costituzione garantirà a tutti la libertà, salvo a coloro che intendano valersene contro la libertà stessa.

6. Per compiere questa discriminazione, che non potrà naturalmente essere di competenza del potere esecutivo (espressione di un determinato partito) e che difficilmente potrebbe essere assegnata al legislativo o al giudiziario, dovrà operare nello stato un quarto potere, la cui istituzione in organo autonomo avrà per il nuovo ordinamento la stessa importanza reciproca dei tre poteri tradizionali. Allo stesso modo, d’altronde, che tale autonomia e indipendenza non ha mai significato supremazia dittatoriale di uno di tali poteri sugli altri, così anche per il quarto potere potrà essere previsto un sistema di controllo. Questa Corte Costituzionale dovrà controllare essenzialmente il gioco dei partiti, in conformità al principio capitale che potranno essere legalmente ammessi nel nuovo stato solo quei partiti che accettino la regola fondamentale del gioco, espressa da quanto si è in generale definito come contenuto essenziale del liberalismo. Non potranno dunque essere riconosciuti partiti che combattano il principio della libera formazione elettiva delle leggi e dei governi, e che manifestino o comunque tradiscano l’intento di una futura eliminazione violenta degli altri partiti. Sarà egualmente vietata e repressa qualsiasi formazione o preparazione di carattere militare; ed insieme si curerà che all’interno di ogni partito la disciplina dei suoi membri non abbia carattere di obbedienza militaresca, la quale coltivi nel loro ambito quello spirito e quella propaganda antiliberale che si tende appunto a mettere fuori gioco con il controllo pubblico dei programmi.

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Manifesto del liberalsocialismo – paragrafo 4

4. Ispirandosi a questa premesse, la civiltà di domani dovrà quindi innovare o creare ex novo tutta una serie di istituti. A questo proposito, bisogna guardarsi sia dal pericolo dell’utopia sia dall’inerte accettazione del fatto compiuto, incline ad attendere dal corso degli eventi storici non solo la soluzione di ogni problema, ma addirittura il criterio di ogni giudizio etico e politico. Per evitare il duplice pericolo, dell’utopismo astratto che prevede tutto e dello storicismo inerte che non vuol prevedere nulla, bisogna anzitutto ben distinguere, anche nelle dottrine e nei programmi politici, tra quanto è assoluto valore e verità, che non trae norma dall’accadere perché è lo stesso criterio ultimo per giudicare l’accadere e reagire ad esso, e quanto è contingente ideazione e proposta di strumenti atti ad agire sulla realtà per avvicinarla a quegli ideali e a quei valori: strumenti che devono essere studiati ed escogitati e previsti perché non ci si accosti più tardi alla realtà senza idee né programmi, ma la cui più specifica configurazione e adozione e successione deve poi naturalmente adattarsi alle determinate e sempre mutevoli esigenze della situazione storica.

Quanto si è definito circa il contenuto essenziale del liberalsocialismo, in ordine ai supremi valori della giustizia e della libertà, non è cosa che possa comunque mutare con la storia, che la storia possa convalidare od infirmare con le vittorie o con le sconfitte. Quello che in linea di principio si è enunciato a questo proposito, è vero da sempre e sarà vero per sempre, finché ci saranno uomini sulla terra; perché gli uomini possono bene essere giusti o ingiusti, possono anche sopprimere tutti gli uomini giusti, ma se pensano la giustizia non possono pensarla che in quel modo, non possono distorcere il canone della moralità e della civiltà.

Chi quindi si sgomenta di certe sconfitte, e teme che la storia possa con esse insegnare che la giustizia e la libertà non sono quello che sono, e che non è vero che si deve continuare a creder in esse, a testimoniarne e a diffonderne la fede, anche quando si sia rimasti assolutamente soli a farlo, chi teme questo, ha smarrito l’orientamento, e non sa più distinguere i valori dai fatti.

Quel che muta con la storia, e con essa patisce ritardi e sconfitte, è tutto il resto: tutto il mondo delle esperienze, degli istituti, delle conquiste educative e giuridiche, che possono di per sé corrompersi o rivelarsi fragili più di quanto sembrassero, o essere travolti da una soverchiante forza brutale. Su questo mondo passano i carri armati, che non hanno presa sulla giustizia e sulla libertà. E quando essi sono passati, occorre ricostruire quello che è stato distrutto. Ma, anche qui, non si può semplicemente aspettare l’avvenire, per improvvisare poi le decisioni in base ad esso. Bisogna studiare, ideare, proporre, senza temere l’accusa di utopismo o idealismo; e bisogna ideare e proporre quanto più possibile in concreto, come se si fosse già di fronte al bisogno di redigere articoli di legge, perché, per astratta che appaia la considerazione giuridica, la traducibilità in ordinamenti positivi è pure una prova pratica, e molti sogni di riforma mostrano la loro inconsistenza proprio di fronte al tentativo di calarli in norme precise e capaci di funzionare. L’effettiva situazione storica servirà poi da correttivo, farà escludere certi strumenti e ne farà scegliere o modificare altri.

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Manifesto del liberalsocialismo (1940) – paragrafo 3

3. Anche quando, del resto, si voglia considerare la questione del contrasto e dell’accordo tra liberalismo e socialismo non tanto dal più radicale punto di vista etico-politico quanto da quello storico-economico, al fine di trarre insegnamento da ciò che all’esperienza risulta dalla stessa evoluzione più moderna della tecnica e dell’economia, si trova riconfermato il principio che il miglior liberalismo è sostanzialmente concorde col miglior socialismo, e che quanto in essi non si concilia è solo il contenuto peggiore dell’uno e dell’altro.

Quanto al socialismo, l’irrealizzabilità economica di un collettivismo totale è risultata palese da tutte le esperienze che se ne sono fatte. Solo per evitare che il singolo si disinteressi di aver cura e di far risparmio dei beni che lo stato collettivistico gli fornisce, bisogna almeno che tale stato gli fornisca questi beni non ininterrottamente, ma a intervalli determinati di tempo, e quindi con la minaccia di lasciarlo privo di essi se egli non li saprà saggiamente amministrare in quell’intervallo: il che è di nuovo un presupposto dell’interesse privato e dell’economia privata. Niente quindi è più vago della tesi dell’abolizione totale ed integrale della proprietà privata, dell’universale conversione del diritto privato nel diritto pubblico.

A chi d’altronde replichi che si rimedia a tale assurdità restringendo l’ambito dell’auspicata collettivizzazione della proprietà privata soltanto ai beni che siano “mezzi di produzione”, bisogna osservare che anche questa distinzione del tipo di proprietà dal punto di vista della funzione tecnico-economica, per quanto importante e utile al fine di un primo orientamento, non può essere considerata come atta a risolvere senz’altro ogni difficoltà. “Mezzo di produzione” per eccellenza è il capitale, e il capitale è anche il risparmio del proprio lavoro. Si vorrà perciò vietare ai lavoratori di possedere i loro risparmi, e togliere così ad essi quel grande movente di disciplina etica della vita, che è lo spirito della parsimonia e della previdenza? Quel che importa non è tanto appellarsi all’approssimativo concetto di “ mezzo di produzione”, quanto operare in base alla concreta idea che si deve combattere ogni forma di guadagno senza lavoro e di sfruttamento capitalistico del lavoro altrui, del tipo di quello che generalmente ha luogo nella grande proprietà agraria ed industriale: nel cui campo il liberalsocialismo è nettamente favorevole ad instaurare tanto energicamente il sistema della proprietà e dell’amministrazione collettiva, quanto più ad esso si venga man mano elevando il livello educativo e tecnico del lavoratori.

Quanto al liberalismo, l’assoluta irrealizzabilità del suo principio economico è parimenti risultata evidente attraverso l’evoluzione della tecnica e dell’economia moderna. L’ipotesi della libera concorrenza di fronte a un libero mercato, che offra a tutti le stesse possibilità d’intervento e di gara, è notoriamente un’ipotesi che non si realizza mai pienamente nella realtà, e che tanto meno si realizza quanto più il naturale accentrarsi tecnico e finanziato della moderna produzione economica viene necessariamente a determinare situazioni di più o meno grave disparità nelle condizioni di gara di fronte al mercato. Il singolo concorrente e produttore viene sempre più assorbito nelle maggiori organizzazioni della tecnica capitalistica, in cui finisce per decadere alla situazione d’impiegato. Così per esempio, di fronte alle aziende fornitrici di servizi pubblici, non ha più senso parlare oggi di liberismo come optimum, ed ogni buon liberale è ormai convinto che in tutti i casi del genere, in cui l’autocontrollo della concorrenza viene, per la necessità stessa delle cose, a realizzarsi sempre meno, è necessario che subentri il controllo della comunità, o nella nazionalizzazione o attraverso qualsiasi altro sistema di partecipazione gestionale che tuteli i consumatori da un non equilibrato guadagno del produttore o dell’amministratore. Ma ciò significa che, anche qui, l’unico problema è quello del sempre mutevole adeguamento degli strumenti tecnici e giuridici alla duplice esigenza di garantire l’individuo nella libera espansione del suo potere di produzione economica, e di fornirgli il modo di correggere il meglio possibile le forme di meno equa distribuzione della ricchezza prodotta. Il regime della libera concorrenza va conservato e favorito in tutti quei casi in cui le condizioni necessarie per tale libera concorrenza sussistano in tal misura da promuovere il rigore dell’iniziativa individuale e da escludere insieme, col loro stesso gioco, una disuguaglianza eccessiva dei successi e dei premi; va ristretto ed abolito in tutti gli altri casi, in cui la minor funzionalità di un simile autoregolamento ponga l’esigenza di un regolamento diverso.

Non hanno senso, perciò, né l’ideale economico del collettivismo totale, né quello del totale individualismo. Non c’è da un lato collettività e dall’altro l’individuo, che deve essere educato tanto al personale gusto del suo lavoro, quanto al senso della divisione equa tra gli individui di tutto ciò che derivi da questo comune lavoro. Nell’esigenza di quel primo aspetto dell’educazione è la verità del liberalismo economico; nell’esigenza del secondo aspetto, la verità del collettivismo. Il primo educa l’uomo ad essere attivo nel produrre, il secondo ad essere equo nel distribuire; e come non si dà economia senza produzione e distribuzione, così non si dà economia senza individualismo e collettivismo.

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Manifesto del liberalsocialismo (1940) – paragrafo 2

2. Il liberalsocialismo intende riaffermare e di approfondire i principali valori etico-politici che sono stati difesi e propugnati dalle due grandi tradizioni a cui si ricollega. Perciò esso respinge energicamente la tesi dell’intrinseca inconciliabilità del liberalismo e socialismo, pur non negando l’esistenza di un liberalismo che non si accorda col socialismo, e di un socialismo che non si accorda con il liberalismo.
Il primo è il liberalismo ingenuo: il liberalismo di coloro che pretendono la libertà per sé, senza preoccuparsi di quella degli altri. A questi superficiali tifosi della libertà, andrebbe ricordato che amare la libertà significa amare la legge che, limitando la libertà propria, concede eguale spazio alla libertà altrui. Oppure è il liberalismo antiquato e conservatore: il liberalismo di coloro che sono pronti a commisurare equamente la libertà propria con l’altrui finché si tratta dei tradizionali diritti civili e politici, ma che nel campo dell’economia non tollerano legge, e lasciano al prossimo la possibilità di morire di fame. Sono i liberali per cui la libertà è il concetto supremo, a discapito della giustizia; mentre invece non c’è nessuna differenza tra l’ideale sociale della giustizia e l’ideale liberale della libertà, entrambi venendo a coincidere nell’unico ideale liberalsocialista della giusta norma della libertà. E la cura della giusta libertà altrui si manifesta non soltanto nel volere, ad esempio, precise norme che regolano l’amministrazione delle aziende o gli orari e i salari dei lavoratori, sottraendoli al privato arbitrio economico dell’amministratore o del datore di lavoro: norme che nessun serio liberale potrebbe considerare illiberali o inutili. Il miglior liberalismo si è già distinto dal liberismo: quello di cui ancora deve spogliarsi è l’indifferenza per la situazione economica degli altri.

Il secondo, cioè il socialismo che non si accorda col liberalismo, è il socialismo autoritario, che vede nella dittatura del proletariato la condizione della futura libertà. È il socialismo di chi ancora crede che l’ideale della giustizia sociale debba essere dedotto dalla scienza economica, ed esser profetizzato inevitabilmente vittorioso da chi intenda il “corso razionale” della storia. Nella sua evoluzione interna, il miglior socialismo è sempre più venuto abbandonando questi vecchi schemi: e se ha opportunamente continuato ad irridere la libertà senza giustizia del liberalismo conservatore, ha nello stesso tempo cessato di credere nella giustizia senza libertà di ogni utopia totalitaria.

Esso non s’illude più che la ricchezza comune possa essere amministrata onestamente da chi non si sia elevato al senso dell’interesse collettivo attraverso l’esercizio del controllo e l’esperienza della libertà, e non continui ad operare in un ambiente di critica e legalità. Questo socialismo fondato sulla libertà e radicato nella più profonda aspirazione sociale dell’uomo,e quel liberalismo assetato di giustizia e deciso a non accontentarsi di libertà vuote, convergono e coincidono nel liberalsocialismo.

(segue)

Manifesto del liberalsocialismo (1940) – paragrafo 1

Pubblichiamo a puntate, con qualche piccolo taglio, il Manifesto del liberalsocialismo scritto da Guido Calogero e Aldo Capitini nel 1940, sulla scia dei tanti dibattiti portati avanti nell’ambito dell’antifascismo “laico” e illuministico, da cui avevano preso il via anche il movimento Giustizia e Libertà e successivamente il Partito d’Azione, grande protagonista della Resistenza insieme a comunisti e socialisti. Nel nome degli ideali di martiri dell’antifascismo liberale e socialista come Piero Gobetti e i fratelli Carlo e Nello Rosselli.

1. A fondamento del liberalsocialismo sta il concetto della sostanziale unità della ragione ideale che sorregge e giustifica tanto il socialismo nella sua esigenza di giustizia quanto il liberalismo nella sua idea di libertà. Questa ragione ideale coincide con lo stesso principio etico con cui si è sempre misurata e si misurerà sempre la civiltà: il principio per cui si riconoscono le altrui persone di fronte alla propria persona, e si assegna a ciascuna di esse un diritto pari al proprio.

Nell’ambito di questa universale aspirazione etica, liberalismo e socialismo si distinguono solo come specificazioni concomitanti e complementari. Il liberalismo vuole che fra tutti gli uomini sia equamente distribuito quel grande bene che è la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità, in tutte le possibili forme di tale espressione. Il socialismo vuole che fra tutti gli uomini sia equamente distribuito l’altro grande bene che è la possibilità di fruire della ricchezza del mondo, in tutte le legittime forme di tale fruizione. Così il liberalismo vuole l’uguaglianza e la stabilità dei diritti e delle leggi, senza distinzioni dipendenti da religione, razza, casta, censo, partito; vuole la derivazione di ogni norma giuridica dalla volontà dei cittadini, espressa secondo il principio della maggioranza; vuole l’ordinata partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica; vuole la libertà di pensiero, di stampa, di associazione, di partito, quale fondamento dell’esercizio del reciproco controllo e dell’autogoverno; e vuole la libertà di religione, che permetta ad ognuno di adorare in pace il suo Dio. Parallelamente, il socialismo vuole che nella coscienza morale degli uomini s’impianti energicamente il principio, che, anche sul piano della ricchezza, l’ideale è quello della giustizia e dell’uguaglianza, e che perciò bisogna tanto suscitare nel proprio animo il gusto di lavorare e del produrre, quanto reprimervi quello del guadagnare e del possedere in misura soverchiante la media comune. Vuole, di conseguenza, che ciascuno sia compensato con la ricchezza prodotta, in misura congrua al suo effettivo lavoro; vuole che non sia riconosciuta la legittimità del possesso ed uso privato del puro interesse del capitale, ma solo quella del compenso della reale attività e fatica dell’imprenditore e del dirigente; vuole che con la ricchezza appartenente alla società venga assicurato ad ognuno il diritto di partecipare al lavoro comune e di raggiungere la piena esplicazione delle proprie attitudini, e parimenti venga assicurato speciale soccorso per tutti coloro che si trovino comunque in condizioni di inferiorità; vuole che la società tenda con la massima intensità possibile ad elaborare ed instaurare tutti quei progressivi assetti politici e giuridici, che appaiano atti a far procedere la civiltà in direzione di questo ideale, della sempre maggiore socialità della ricchezza.

D’altronde, in tali aspirazioni, tanto il liberalismo quanto il socialismo non possono non avvertire come ciascuno dei due grandi complessi di ideali etico-politici da loro propugnati sia, nelle sue specificazioni concrete, legato da infiniti vincoli all’altro, e presupponga l’altro nelle sue particolari possibilità di realizzazione. A chi combatte con la miseria, non si può offrire e garantire senza ipocrisia la semplice libertà di pensare e di votare. A chi soggiace alla dittatura, non si può concedere senza perfidia un innalzamento del livello economico della vita, a cui non vada congiunta la libertà di intervenire nella gestione della ricchezza comune. Non si può far avanzare la libertà senza l’ausilio del benessere, né amministrare secondo giustizia senza l’ausilio della libertà. Non si può essere seriamente liberali senza essere socialisti, né essere seriamente socialisti senza essere liberali. Chi è pervenuto a questa convinzione e si è persuaso che la civiltà tanto meglio procede quanto più la coscienza e gli istituti del liberalismo lavorano per inventare e ad instaurare sempre più giusti assetti sociali, e la coscienza e gli istituti del socialismo a rendere sempre più possibile e intensa e diffusa tale opera della libertà, ha raggiunto il piano del liberalsocialismo.

(segue)

Intervista su Marcuse

di GIANCARLO IACCHINI

Raffaele Laudani, autore di un importante libro su Marcuse (Politica come movimento. Il pensiero di Herbert Marcuse, Collana “Il Mulino/Ricerca”, pp.336), ha accettato di rispondere alle nostre domande sulla teoria del celebre esponente della Scuola di Francoforte, le cui critiche alla società contemporanea – doppiamente eretiche (anche rispetto al marxismo ortodosso) nel momento in cui furono scritte – appaiono ancora oggi quanto mai stimolanti e lungimiranti. Laudani, che ha insegnato anche alla Columbia University di New York, è uno dei massimi esperti italiani del pensiero di Marcuse. Ha anche curato una raccolta di suoi scritti (da lui stesso tradotti) nonché l’edizione italiana degli inediti.

Professor Laudani, qual’è l’idea-chiave del suo libro?

Quella indicata nel titolo: la politica come movimento, ovvero il tentativo di dimostrare come il sostegno politico che Marcuse ha dato ai movimenti di contestazione degli anni 60 e 70 sia radicato nelle origini stesse della sua filosofia. Il cuore della sua attività di ricerca è infatti la fondazione di un’idea di politica non come ordine statico da raggiungere, ma come movimento incessante. In tal senso, fondamentale è l’idea che il corso della storia e della vita si radica in una “eccedenza ontologica”, cioè in un desiderio che eccede sempre ogni realizzazione concreta. In Marcuse il movimento triadico (tesi, antitesi e sintesi) della dialettica hegeliana viene superato da una dialettica di realtà e possibilità. Il compito della teoria critica è allora quello di verificare di volta in volta le possibilità presenti nella storia ma negate dalla storia stessa; e da un punto di vista politico i movimenti radicali e rivoluzionari sono la concretizzazione di questa voglia di realizzare le possibilità storiche inespresse.

Sono le due dimensioni dell’uomo: quella del “reale”, e quella del “possibile” che il Potere cerca di sopprimere e annullare per imporre la “monodimensionalità”…

Esattamente. Ma va chiarito che il concetto di “uomo a una dimensione” non è una mossa difensiva frutto del pessimismo del tardo Marcuse, che non crederebbe più nell’impegno rivoluzionario: io cerco di dimostrare come si tratti invece del tentativo di capire in quali condizioni storiche si trova ad essere giocata la possibilità di un mondo qualitativamente diverso, e quali sono le forme politiche e organizzative in grado di realizzare questa possibilità.

Quanto rappresenta una correzione anche della tradizione marxista quel “nuovo soggetto rivoluzionario” di cui parla Marcuse?

È il tema che ha caratterizzato tutta la riflessione della Scuola di Francoforte: il tentativo di dare una risposta alla crisi del marxismo di inizio Novecento, che emerge a partire dalla sconfitta delle rivoluzioni dei Consigli alle quali Marcuse partecipò. Nel ’19 si trovò a difendere militarmente Alexander Platz dalla reazione dei Freikorps. La morte di Rosa Luxemburg assume per lui un’importanza paradigmatica come fine di questo ciclo rivoluzionario; e a partire da quel momento, il giovane Marcuse cerca di capire le ragioni di quella sconfitta storica, sottolineando l’obsolescenza di alcuni aspetti della teoria marxista senza però mai abbandonarla.

Nemmeno quando, con l’idea del “Grande Rifiuto”, sembra ricorrere ad una “negazione indeterminata” che non fa più riferimento ai classici soggetti rivoluzionari?

Infatti per questo è stato definito un “post marxista”, incapace di riconoscere quella “negazione determinata” del capitalismo che si incarna in specifici soggetti storici. E’ stato descritto come colui che sostituisce alla classe operaia gli studenti, gli emarginati, gli esclusi, le minoranze. E tuttavia Marcuse ha sempre negato questa interpretazione. Finché siamo all’interno dell’orizzonte capitalistico, caratterizzato dalla fondamentale contraddizione tra capitale e lavoro, la classe lavoratrice non può che rimanere il soggetto della rivoluzione. Il problema è semmai che nella società industriale avanzata questo soggetto non ha più, come dire…

…la spinta soggettiva?

Sì; insomma la voglia di farla, questa rivoluzione. Mentre invece emergono nuove soggettività che sono appunto le minoranze razziali, i movimenti di liberazione del Terzo Mondo, gli studenti, i disoccupati: realtà che pur non avendo le condizioni oggettive per la rivoluzione, ne possiedono tuttavia le motivazioni soggettive, perché sentono sulle loro spalle il peso dello sfruttamento e dell’oppressione. Se Marcuse descrive questi soggetti come catalizzatori del mutamento radicale, pensa tuttavia che il peso della trasformazione spetti sempre alla classe operaia. Da questo punto di vista il carattere simbolico delle lotte del maggio francese del ’68 sta nello spingere i sindacati verso lo sciopero generale, rimettendo in moto il mondo del lavoro in chiave radicale. Nel mio libro ho cercato di spiegare come questa riflessione, all’epoca dell’Uomo a una dimensione, si chiuda con un’impasse, perché Marcuse si trova ad identificare le possibilità inespresse di una società che apparentemente sembra aver annullato ogni spazio per l’alternativa.

È come se il mondo monodimensionale avesse imprigionato anche lui…

Infatti è così, almeno nel momento in cui scrive L’uomo a una dimensione! Ma gli ultimi anni della sua vita sono dedicati a superare quel limite. L’ultimo decennio della produzione marcusiana è il tentativo di andare oltre la società “a una dimensione”. C’è un saggio del ’79, che può essere considerato il suo testamento politico, in cui Marcuse supera la contrapposizione tra classe operaia integrata e nuovi soggetti del mutamento e perviene ad un nuovo concetto di “soggettività ribelle”, capace di mettere insieme il mondo del lavoro, il femminismo e i nuovi movimenti, ciascuno come parte di una contraddizione tra capitale e lavoro che è sempre più sofisticata ma per certi versi più semplice, perché al capitale complessivo si contrappone ora il lavoratore complessivo, che è caratterizzato da questo surplus di coscienza ribelle, peraltro contrastata da bisogni compensatori miranti all’integrazione nel sistema. Marcuse si congeda da noi spiegandoci che la lotta politica è anche una lotta con noi stessi, un conflitto interno al soggetto tra bisogni emancipatori e bisogni compensatori.

Quanto resta vivo e attuale dell’analisi marcusiana?

L’uomo a una dimensione si riferisce a un mondo che è profondamente cambiato. Ad esempio un problema di Marcuse era criticare il Welfare, mentre noi oggi assistiamo al suo smantellamento. Altro esempio: uno dei temi cari al Sessantotto era la lotta contro “la schiavitù del lavoro salariato”, contro l’idea che una persona fosse condannata a fare l’operaio in fabbrica per tutta la vita. Ora tutto questo è stato inglobato dalle logiche neoliberiste e trasformato in uno strumento di ulteriore oppressione sociale, cioè nella precarizzazione del lavoro senza alcuna emancipazione.

Non le sembra che anche il tempo libero sia stato inglobato, mercificato dal sistema e trasformato in “noia”, vuoto esistenziale e vita inautentica?

Questo è in parte vero, ma io sono convinto che la riduzione del tempo di lavoro resti un obiettivo strategico della liberazione, e sono sicuro che Marcuse la penserebbe ancora così. Oggi lo sviluppo del processo di automazione è tale che c’è sempre meno bisogno del lavoro vivo degli esseri umani per produrre, e tuttavia ciò non si traduce in una riduzione del lavoro alienato, subordinato al comando. La riduzione del tempo di lavoro farebbe “socializzare” il progresso tecnico-scientifico (che è un prodotto dell’intelletto sociale) estendendo a tutta la società quei benefici che oggi sono appannaggio di pochi e vengono utilizzati per produrre una disoccupazione funzionale ai bassi salari degli occupati. Obiettivi come la riduzione dell’orario di lavoro o anche il “reddito di cittadinanza” sono estremamente significativi e strategici, perché “sganciano” la vita dal nesso obbligatorio con il lavoro comandato. Che poi la società capitalistica avanzata abbia ancora di più intensificato quel processo di conquista del tempo libero che, secondo Marcuse, è uno degli elementi fondamentali del carattere totalitario della società contemporanea, questo è un altro discorso. Però il problema della liberazione del tempo dal mondo schiavo del lavoro resta attualissimo.

Il “reddito di cittadinanza” è una sorta di primum vivere, indipendentemente da capacità, talento e attitudini lavorative che avranno modo di esprimersi oltre il limite della sussistenza garantita. E non sarebbe da riprendere lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti”, ormai dimenticato dalla sinistra?

Marcuse si spingeva anche più in là: non solo lavorare meno, ma trasformare il lavoro in gioco. Sostituire cioè le forme comandate del lavoro con libere espressioni delle facoltà e dei desideri degli esseri umani. Ma qui entriamo nel campo dell’utopia; dal punto di vista pratico, questo tema sembra oggi essere uscito completamente dal dibattito all’interno delle forze di sinistra, e questo è preoccupante.

La teoria della decrescita può essere in sintonia con la critica marcusiana dello sviluppo e del consumismo?

Non vi è dubbio che il pensiero di Marcuse abbia una sensibilità ecologica. Alcune pagine di Eros e civiltà o de L’uomo a una dimensione sono autentici esempi di “lirismo ecologico”. Inoltre quando sottolinea la necessità di una rivoluzione culturale che modifichi radicalmente i bisogni degli esseri umani, egli sviluppa temi che poi sono diventati patrimonio dei teorici della decrescita. Lui però era un edonista, il suo è un comunismo della felicità e del godimento. La propensione alla moderazione dei comportamenti e dei consumi, presente nelle teorie della decrescita, gli è totalmente estranea.

La prospettiva della liberazione sociale espressa dal marxismo le pare ancora valida?

Io penso che il marxismo resti valido se viene preso non come un insieme di dogmi ma come una cassetta degli attrezzi, nella quale si possono pescare anche arnesi esterni al marxismo stesso.

La politica è ormai in mano ad una cattiva tecnocrazia che tende al totalitarismo?

Marcuse ci ha insegnato che una società è totalitaria anche quando viviamo in un contesto democratico, se tutte le dimensioni della vita umana sono subordinate alle esigenze del capitale. La società è totalitaria quando la politica istituzionale è fatta da una “casta” autoreferenziale, ormai staccata dalla società civile. D’altra parte è la logica stessa della politica istituzionale che porta alla perpetuazione dell’élite. Le esigenze di sopravvivenza della struttura organizzativa hanno il sopravvento sulle posizioni politiche. Anche quelle che vengono salutate come “grandi svolte” restano immerse nella contingenza più assoluta. Esiste un gruppo dirigente mirante alla perpetuazione di se stesso, i cui confini e differenze sono sempre più sfumati. Horkheimer descriveva ciò come la “trasformazione della classe in racket”: è un termine forte, ma credo che molte delle critiche che vengono portate alla classe politica come “casta” configurano questa metamorfosi. E non parlo solo dei privilegi offerti dal potere: questa è la logica dei partiti, che passano il grosso del tempo a reperire i fondi per sopravvivere, perdendo così di vista le finalità politiche per restare nel tatticismo quotidiano, che è l’eterno presente della politica istituzionale. Ed è questo che determina il distacco tra politica e società.

Chi rappresenta oggi l’alternativa? Chi può fare il “Grande Rifiuto”?

Chiunque sia capace di produrre una teoria critica del presente. La possibilità è aperta a tutti, senza alcun limite. Ma quale sia oggi l’alternativa, non saprei. L’alternativa la si pratica e dopo la si teorizza; per esempio la stagione dei movimenti costituisce un fenomeno nuovo, e io credo di lunga durata nonostante i vari cicli e gli apparenti riflussi. La politica come movimento è un nuovo modo di fare politica, di cui non sono state ancora comprese le conseguenze profonde; e il limite dei movimenti sta nell’incapacità di pensare la politica al di fuori dei canoni tradizionali. Stiamo vivendo una fase di trasformazione e di disfacimento delle categorie politiche sulle quali avevamo costruito anche i progetti di alternativa, senza essere ancora in grado di teorizzare nuovi paradigmi.

Manca una visione alternativa di società? Voglio dire: il neoliberismo è arrivato clamorosamente al capolinea (e adesso se ne sono accorti tutti), ma se Atene piange, Sparta (lo statalismo) non ride, anche perché stato e mercato sembrano due facce della stessa medaglia, tanto più nel capitalismo “assistito” e corrotto che conosciamo in Italia…

Anche qui: io non ho un’alternativa globale da offrire. Si dice: “un altro mondo è possibile… ma quale?”. Beh, forse che i rivoluzionari francesi avevano già perfettamente chiaro ciò che sarebbe venuto dopo la presa della Bastiglia? Le rivoluzioni si fanno, sulla base di istanze e bisogni reali e concreti. Si possono individuare alcune questioni (ad esempio quella della cittadinanza e della libera circolazione degli uomini, il tema della liberazione del lavoro e quindi della lotta alla precarizzazione, l’emergenza ecologica, l’emancipazione femminile, ecc.) e attorno a questi nodi costruire delle pratiche di lotta. Quale società può venire prodotta da queste lotte, non lo sa nessuno.

È la dialettica “negativa”…

Sì, ma nel senso che la negazione produce anche affermazione. Come la rivoluzione americana, che fu fatta per rimuovere le briglie che impedivano il libero sviluppo di quella società. Un processo di destituzione – di fuga dalle maglie oppressive del potere e di riappropriazione di spazi di libertà – può produrre un nuovo ordine politico, senza bisogno di teorizzarlo prima. Si tratta di capire quali siano oggi le catene che limitano le potenzialità degli esseri umani. A partire dalla rimozione di queste catene, si produce del nuovo. La politica, come la vita, è continuo movimento, impossibile da imbrigliare entro schemi rigidi e fissi.

In base alla sua conoscenza del pensiero marcusiano, ritiene che un “radicalsocialismo” fondato sulla libertà eguale, sui diritti civili e sociali, sull’ecologia, sulla laicità, sulla liberazione integrale dell’individuo da ogni forma di oppressione (compresi il conformismo e la massificazione) possa rappresentare adeguatamente le istanze libertarie di Marcuse?

Deve rispondere in primo luogo chi ha il merito di teorizzarlo, questo radicalsocialismo… Ma non c’è dubbio che la teoria marcusiana ha un forte impianto libertario, e che Marcuse ha sempre sottolineato come il fine ultimo della rivoluzione sia la piena ed effettiva libertà dell’individuo.

Parte degli utili ai lavoratori: il modello socialista jugoslavo

di LEONARDO MARZORATI

La Jugoslava socialista ebbe un modello economico distante da quello degli altri Paesi dell’Europa Orientale. Lo sviluppo della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia (dal 1963 Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia) si fondava su un binomio composto da economia pianificata e libere attività d’impresa. Il regime del maresciallo Tito rappresentò un modello studiato in tutto il mondo. La sua economia fu il frutto delle minuziose analisi marxiane di quelli che furono i principali collaboratori del leader della Resistenza Jugoslava: Milovan Gilas, Edvard Kardelj e Vladimir Bakaric. Si tratta dei maggiori esponenti dell’ala definita “liberale” del governo jugoslavo, non sempre in perfetto accordo con la visione politica del leader di Belgrado. Gilas nel 1954 ruppe i rapporti con Tito, divenendo a tutti gli effetti un dissidente del regime jugoslavo.

La base della via jugoslava al socialismo ricalca quella sovietica. Fin dai primi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, vennero introdotti in Jugoslavia i piani quinquennali, attraverso un lavoro volontario di massa. La rete elettrica venne estesa anche alle aree marginali dello Stato balcanico, seguendo lo slogan leninista per cui “Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il Paese”. Il governo di Belgrado potenziò inoltre l’industria pesante. Anche dopo la rottura tra Stalin e Tito nel 1948, la pianificazione economica proseguì con la nazionalizzazione delle fabbriche. Agli operai venne però concessa una parte dei profitti. La libera impresa vide il sorgere di piccole aziende private, fino a quattro dipendenti, forti soprattutto nelle repubbliche del nord, Croazia e Slovenia. La collettivizzazione dei terreni fu a sistema misto: i contadini potevano possedere un massimo di 10 ettari di terreno per persona e il territorio agricolo in eccesso veniva affidato a cooperative, compagnie agricole o comunità locali.

Kardelj sviluppò la teoria del lavoro associato, secondo la quale il diritto di decisione sulla produzione e di una quota dei profitti delle compagnie socialiste spetta ai lavoratori. Le compagnie dell’industria pesante si trasformarono così in organizzazioni di lavoro associato.

La politica di Kardelj riprende la Nuova Politica Economica (NEP) istituita nel 1921 da Lenin in Urss. Con la NEP lo Stato ammetteva solo le proprietà terriere private, perché l’idea di agricoltura collettivizzata aveva incontrato una forte opposizione tra i kulaki, i contadini divenuti proprietari. Sia Stalin sia Trotsky furono contrari alla NEP, che invece fu appoggiata dalla destra del Partito Comunista, guidata da Nikolaj Bucharin. Kardelj riprese la visione di Bucharin e la adattò alla federazione jugoslava.

La via jugoslava al socialismo garantì maggiori libertà economiche e uno stato federale a partito unico che controllava dalla capitale il Paese, pur garantendo forti concessioni alle sei singole repubbliche e ai lavoratori delle organizzazioni di lavoro associato. Dopo la rottura tra Gilas e Tito, anche Kardelj finì per scontrarsi con il Maresciallo. Kardelj fu estromesso dalla politica economica, per occuparsi di riforme federali. Sarà proprio l’ex compagno partigiano di Tito a redigere la nuova Costituzione del 1974 che portò a una forte decentralizzazione della Jugoslavia e alla trasformazione del Partito Comunista Jugoslavo in una confederazione di 8 partiti nazionali e regionali.

Il modello jugoslavo conosce una sua crisi negli ultimi anni di vita del maresciallo Tito. Negli anni settanta la lenta “occidentalizzazione” della Jugoslavia porta il Paese balcanico a un pesante indebitamento. Tra il 1979 e il 1985 il cambio del dinaro jugoslavo con il dollaro passò da 15 a 1.370. Buona parte dei ricavi delle esportazioni venne utilizzato per pagare il debito, mentre il reddito personale netto diminuì del 19,5%. La Jugoslavia assunse dei prestiti dal FMI e si indebitò ulteriormente, arrivando nel 1981 a un debito estero di 18,9 miliardi di dollari.

La crisi economica va di pari passo con la crisi politica in cui entra la Jugoslavia dopo la morte di Tito nel 1980. I prodromi della guerra civile si manifestano negli anni ottanta, con le prime crisi tra serbi, croati, bosniaci, macedoni, sloveni, montenegrini e albanesi kosovari. Con la caduta del socialismo e la guerra dei primi anni ’90, l’economia delle sei repubbliche sprofonderà, chi più (Serbia, Bosnia Erzegovina), chi meno (Slovenia). Il pugno di ferro del maresciallo Tito aveva garantito stabilità politica; il sistema di lavoro associato di Kardelj quella economica.

Quello che la variante “delta” sta dimostrando…

di GIANCARLO IACCHINI

La cosiddetta variante delta (ex indiana) ha perlomeno consentito di fare chiarezza su molte cose, sgombrando il campo da diverse ipotesi strampalate. Smentendo insieme catastrofisti e “faciloni”, ha dimostrato che l’allarme è fondato ma l’allarmismo no; che questo virus è davvero molto insidioso, ma che siamo sulla strada giusta per venirne finalmente fuori.

Lo dimostrano in modo lampante i dati inglesi. Premessa: il loro sito ufficiale vanta una copertura vaccinale completa del 60%, contro il quasi 30 di quella italiana, ma attenzione, in Inghilterra la percentuale si riferisce alla popolazione ADULTA, mentre i dati italiani rapportano i vaccinati a TUTTI i cittadini: questo significa che il vero confronto non è 60 a 30, ma 48 a 30, e che cioè metà dei britannici o non sono ancora coperti o lo sono solo parzialmente. Se a questo aggiungiamo i dati ormai chiari sulla “riuscita” del vaccino (per dirla in modo rovesciato, 2 su 10 possono contagiarsi lo stesso, 1 su 10 ha ancora bisogno dell’ospedale ma la morte da covid sembra scongiurata per tutti), allora i numeri attuali della pandemia hanno una logica molto limpida e difficilmente equivocabile.

1) Alla faccia della “stagionalità” del virus, che ovviamente c’è ma non spiega tutto, la curva inglese è crollata a gennaio-febbraio (da 50.000 casi al giorno ai 6.000 del primo marzo) ed ha ripreso a salire a fine maggio per colpa della variante delta: da 2.000 ai 16.000 contagi di ieri, con una crescita di 8 volte (20 volte più che in Italia, che però fa un quinto dei loro tamponi).

2) A fronte di questa risalita dei “nuovi casi”, i ricoveri sono aumentati non di 8 volte ma di due: da 100 a 200, raggiungendo forse quelli italiani (il forse è dovuto al fatto che noi conosciamo con esattezza solo gli ingressi in terapia intensiva, ma facendo la proporzione il totale ricoveri dovrebbe essere dello stesso ordine di grandezza). Certo è un +100%, ma quando i numeri sono così bassi le percentuali diventano meno significative, altrimenti facciamo come il Tg1 che titolò sul “raddoppio dei decessi” il giorno che passarono da 3 a 6!

3) Quanto ai morti, infine, sono rimasti pressoché stabili (sui 10-15). Nello stesso periodo in Russia (dove la copertura vaccinale completa è ferma al 10%) l’arrivo della variante indiana li ha portati da 40 a 400. E di peggio sta succedendo in Cile e Argentina, col ritorno invernale del virus vecchia versione (come accaduto lo scorso ottobre da noi).

Che altro aggiungere? A me sembra che più chiarezza di così non si possa proprio fare!